Il terzo chimico

a cura di Claudio Della Volpe

Che chimico, come aggettivo, abbia il senso di “deteriore” rispetto ad altre qualificazioni, penso non ci siano ormai dubbi; biologico, matematico o fisico hanno comunque una valenza positiva; chimico no. La Chimica, pur se “scienza centrale”[1] pur se alla base di tutti i materiali e i processi chiave della tecnologia contemporanea, ha una valenza negativa, quasi implicita.

Ma c’è di più: la Chimica viene comunemente considerata una tecnica più che un elemento della cultura contemporanea, una concezione che in Italia è qualcosa di ben strutturato in una riforma di stampo idealistico della scuola che data ormai quasi 90 anni, la mai troppo vituperata riforma Gentile, la stessa che impedisce a noi chimici di insegnare la nostra materia nei Licei.

Insomma la Chimica è una “tecnica deteriore”? Come difendersi da una accusa così infamante?

Il chimico zero fu certamente Homo erectus, un ominide che già un milione di anni fa[2], era in grado di usare la combustione del legno e di altri materiali per i proprii scopi; conferme ripetute di questa natura preistorica della attività chimica si ebbero nella sua evoluzione in varie parti del mondo. In un certo senso la chimica è stata parte del processo di ominizzazione, ossia di quel processo evolutivo che ha portato alla comparsa dell’uomo e si prolunga nelle trasformazioni che sono seguite fino all’uomo moderno.

La chimica, sia pur elementare, dell’accensione del fuoco e del suo uso per gli scopi più diversi è ben testimoniata, è una “pratica” che ci appartiene da quando non eravamo ancora “uomini” nel senso pieno.

fuoco

Man mano che ci sviluppavamo e la nostra specie più moderna si faceva strada evolutiva, la cosa si accresceva; una testimonianza di peso è quella del primo chimico, un chimico della nostra propria specie, Homo Sapiens Sapiens che in effetti non ha più di 100-200.000 anni.

La grotta di Blombos[3]testimonia che eravamo ormai arrivati 101.000 anni fa ad uno stadio ulteriore del rapporto con l’attività chimica. Sono stati ritrovati due gruppi di strumenti in pietra adatti a macinare e contenere un pigmento ricco di ocra; ce n’è abbastanza per dire che si tratta della prima documentazione fossile di una attività di tipo chimico vero e proprio: ricerca di minerali, miscelazione e riscaldamento, estrazione con solventi, aggiunta di additivi specifici, etc., tutto allo scopo di produrre un nuovo materiale.

blombos

Insomma il nostro mestiere, amato e odiato, ha almeno 100.000 anni! E’ una bella soddisfazione! Pochi altri mestieri possono vantare una ascendenza così antica.

Blombos potrebbe a ragione essere considerato la prima fabbrica chimica o il primo laboratorio chimico della Terra, nel senso moderno del termine, dato che è un sito dove veniva svolta solo quella attività, e che una volta abbandonato è stato poi ricoperto e protetto dalla sabbia per 100.000 anni.

Il primo chimico, il chimico di Blombos, ha espanso enormemente le sue attività,  attraverso una disciplina che ha lasciato le sue tracce materiali nella produzione dei metalli e nella cultura scritta a partire dalla origini della cultura scritta[4], passando per la filosofia e per gli elementi di base fino ad arrivare alla sua forma più moderna.

Ma se fa parte della nostra cultura tradizionale è forse in tempi moderni che la chimica si è distaccata dal resto della cultura?  E’ stato il secondo chimico, il chimico nato dalla rivoluzione industriale,a cambiare le cose?

Eppure la chimica moderna è intessuta nel mondo della cultura, molecole e parole sono parte integrante del suo movimento.

Volete esempi pratici? Le molecole sono come le parole, grafi di atomi come le parole sono grafi di lettere; Bartezzaghi, il più famoso enigmista italiano, era un perito chimico; chimico era Primo Levi uno dei maggiori scrittori italiani del 900, oggetto di culto a scuola e di lettura in tutti i paesi del mondo, Roald Hoffmann, premio Nobel per la Chimica era anche un commediografo, Isaac Asimov, uno dei più famosi scrittori di fantascienza del mondo era un chimico. E forse che di chimica non è intessuta la storia della letteratura a partire dalla droga che trasforma Dr. Jeckill in Mr. Hide, o che rende invisibile l’Uomo Invisibile?

Ma nemmeno questo basta.

La questione iniziò probabilmente quando alcuni decenni fa certi nodi vennero al pettine. Ne è testimone, non a caso, un famoso romanzo, Il Signore degli anelli dove Tolkien fa dire ad uno dei suoi personaggi: Perché il mondo sta cambiando; lo sento nell’acqua, lo sento nella terra, e l’odoro nell’aria. Una delle interpretazioni culturali del libro di Tolkien è proprio il rifiuto della modernità e il periodo compreso fra le due guerre mondiali,  in cui il romanzo fu concepito, è il momento trionfante di una serie di trasformazioni tecnologiche in cui la chimica svolge un ruolo predominante.

Tolkien viveva poi nel paese che vi aveva dato origine, l’Impero Britannico, la prima potenza globale dell’era moderna, la cui energia si era basata per secoli sul legno e poi sul carbone; ma proprio al principio di questo periodo, nel 1913, arriva al picco la produzione di carbone nel Regno Unito; e contemporaneamente Winston Churchill, allora Lord dell’Ammiragliato, inizia la politica di trasformazione della flotta inglese da carbone a petrolio, dando inizio alla saga del controllo mondiale della risorsa petrolifera. E’ una storia non ancora finita, ma che ha dato origine al mondo moderno, tutto iscritto fra il picco del carbone britannico(1913)  e quello del petrolio americano (1970).

coal

La scelta di Churchill di abbandonare una materia prima energetica interna, ma oramai al limite della sua crescita e passare ad un’altra che obbligava a proiettarsi sull’agone mondiale, diede alla marina britannica il controllo dei mari, ma obbligò il suo paese a diventare il primo controllore delle vie del petrolio.

Il petrolio divenne e rimase il centro della produzione di energia di tutti i più importanti paesi, ma anche la base di una tecnologia chimica che trasformò il mondo: l’avvento della produzione di massa, e della produzione basata sui polimeri derivati dal petrolio, di quel mondo moderno che Tolkien aborriva.

Al rifiuto antimoderno di Tolkien fa da pendant la critica profonda del medesimo modo di usare la chimica sviluppata alla fine di questo intervallo critico dell’era moderna: la pubblicazione del primo testo ambientalista: Silent Spring (1962) di  Rachel Carson precede di poco il picco del petrolio americano e l’inizio delle guerre per il petrolio.

I prodotti della chimica di massa hanno invaso ormai il mondo degli anni 60 e 70 non solo con gli insetticidi come il DDT, ma con la plastica dovuta alla grande scoperta italiana di Giulio Natta (1954). Pochi chimici riuscirono a vedere in anticipo le contraddizioni insanabili di un modo di produrre che metteva al centro una crescita economica infinita  in un contesto di materia ed energia limitati; ci vollero le grandi crisi ecologiche da Seveso a Minamata, a Chernobil per rendere evidente agli occhi di tutti quelle contraddizioni.

Dopo la pubblicazione di Limits to growth (1972) che segnò, con i suoi milioni di copie vendute, e segna ancora il dibattito sui limiti del modo di produzione attuale siamo entrati in una fase nuova: come rendere sostenibile la nostra sopravvivenza come specie? esiste un modo per rendere sostenibile la crescita economica oppure occorre passare ad un mondo a crescita economica zero (il che non vuol dire sviluppo zero, crescita quantitativa e sviluppo qualitativo sono cose diverse) ?

E siamo forse arrivati al cuore del problema: Il secondo chimico, figlio del contesto preistorico ma evolutosi in un mondo che gli appariva ancora infinito rispetto all’uomo, deve cedere il passo al terzo chimico, un chimico che si renda conto fin dalle sue basi culturali che è il mondo è finito, che egli è alla pari con le grandi forze della Natura che non la crescita, ma il riciclo, non l’aggressione alle risorse minerarie e rinnovabili, ma il loro accorto mantenimento, non il consumo di energia fossile inquinante e limitata, ma la gestione del flusso enorme di energia solare, non una agricoltura basata solo su prodotti di sintesi anch’essi comunque limitati, come i fosfati, e destinata ai consumi eccessivi del primo mondo, ma l’eliminazione della fame che decima un sesto della popolazione mondiale ancora oggi, devono caratterizzare la nostra specie nel momento in cui da piccola specie della savana diventa grande dominatrice del pianeta.

E il terzo chimico potrà dare ancora dignità e vigore alla nostra disciplina e mostrare che la sua parabola non è finita, che come ci ha accompagnato nel nostro processo di ominizzazione, così ci accompagnerà mentre diventiamo veramente adulti, mentre ci trasformiamo da seme, che sfrutta le riserve fossili, a pianta rigogliosa integrata nel ciclo del Sole, mentre sostituiamo la crescita puramente quantitativa, il PIL, con lo sviluppo qualitativo di una specie veramente senziente e propriamente umana.

topinambur

[1]  ”Is chemistry ‘The Central Science’? How are different sciences related?” A.T. Balaban, D. J. Klein Scientometrics 2006, 69, 615-637.

[2]http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.1117620109, Berna et al. PNAS 2012

[3]Christopher S. Henshilwood , et al. Science 219 (2011);334. “A 100,000-Year-Old Ochre-Processing Workshop at Blombos Cave, South Africa”.

[4] Physica Mistica, Bolos Democritos di Mendes, II sec. a.C.

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