La chimica. Cultura destinata a scomparire? Chi la promuoverà?

 Nota del blogmaster: ospitiamo questa volta un intervento “sopra le righe”, un intervento “contro”, insomma qualcosa che forse è destinato a far discutere; l’autore è un chimico che è docente della scuola secondaria e ci illustra un punto di vista fortemente polemico su come vanno le cose, specie dal punto di vista pratico; molti aspetti sono più sindacali che culturali e ovviamente questo intervento non esprime le posizioni della SCI; ma se non ne parliamo fra di noi quando e dove ne parliamo? Fatevi provocare, ma mi raccomando con “netiquette”.

a cura di Roberto Zanrè Ph.D.

 Amo la scuola pubblica e in quanto docente credo sia mio dovere valorizzarla e difenderla.

Amo la cultura scientifica e in quanto docente laureato in discipline scientifiche penso sia mio diritto/dovere valorizzarla e promuoverla.

Amo la cultura chimica e in quanto docente di chimica e ricercatore penso sia mio diritto/dovere amare, valorizzare e promuovere la cultura chimica.

Oggi più che mai è estremamente attuale la necessità di valorizzare la scuola pubblica e la cultura scientifica. Nell’ambito della cultura scientifica, in questa sede sottolineo il fondamentale contributo della chimica alla formazione e alla crescita di una società moderna.

E’ certamente noto a tutti che le misure e gli interventi adatti e necessari a valorizzare (tutta) la cultura siano molteplici e si fondino su due impliciti presupposti fondamentali: sulla competenza e sulla qualità (della politica scolastica, dei docenti, dei curricola, delle strutture). Dal lato della docenza, in particolare, tutte le numerose qualità che deve possedere un bravo insegnante sono importanti, ma si devono reggere su fondamentali di competenza (certamente non solo disciplinare).

La domanda è semplice: la cultura chimica da chi dovrebbe essere trasmessa? Da un laureato in discipline chimiche che ama la cultura di cui è promotore o da un laureato che ha impegnato le proprie risorse psicologiche e mentali in altre discipline?

Se le politiche scolastiche non integrano questi valori (competenza, qualità, merito) alla fine il danno non sarà solo per l’utenza e per la società, ma per la scuola pubblica stessa, che perderebbe col tempo il proprio significato e il proprio slancio, trovandosi sempre più lontana dalla propria mission. I risultati di una politica scolastica che, con varie motivazioni, ha derogato da questi principi sono sotto gli occhi di qualunque “addetto ai lavori” e anche l’opinione pubblica comincia per fortuna a rendersene conto. Sembra finito il tempo in cui si poteva tranquillamente pensare alla scuola in un modo indipendente dalla qualità.

Tuttavia nel nostro Paese, ancora oggi, forze legate ad un’anacronistica idea di scuola, al privilegio, a interessi individuali e particolari – mentre agiscono dietro le quinte per mezzo di colpi di mano –  continuano ad alimentare surreali dibattiti sulla politica scolastica, sui curricola, sui docenti, che nulla hanno a che vedere con la qualità e la competenza. Sono dibattiti chiaramente pretestuosi, che mentre si fanno scudo di concetti non compresi nel loro vero senso profondo – tra cui il significativo, importante e stravolto concetto di “integrazione della cultura scientifica” – fanno trapelare il vero obiettivo della discussione, che è quello di aprire possibili discipline a insegnanti che occupano graduatorie intasate da migliaia di laureati e usare, ancora una volta, la scuola per offrire sbocchi occupazionali, con un totale disinteresse per la qualità della formazione che la scuola pubblica dovrebbe garantire. L’opinione pubblica, distratta e non compiutamente informata, non pare avere alcun diritto di capire se questo agire possa avere conseguenze sulla qualità della formazione dei propri figli e dunque non ha il diritto di esercitare una consapevole scelta.

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Che qualche insegnante proponga e sostenga questo tipo di scelte è invece non facilmente commentabile. Sono comprensibili le preoccupazioni per il proprio lavoro, ma queste preoccupazioni non dovrebbero mai fornire pretestuosi argomenti di sostegno ad artificiose visioni, che hanno come risultato solo quello di distruggere sul nascere una seria politica scolastica e di togliere allo studente il diritto primario di avere un insegnamento modulato da un docente che ama e che sia competente al massimo grado possibile nella materia insegnata.

Non è facile doversi rassegnare a questa situazione, nella quale ancora oggi alcuni docenti della classe di concorso A060, in varie sedi e con documenti da loro sottoscritti, avanzano la pretesa di insegnare (o continuare a insegnare) una disciplina nelle quale per la stragrande maggioranza NON sono laureati, attraverso la costituzione delle nuove classi di concorso in fase di approvazione (vedere bozza datata 08/11/2012), tra l’altro cercando di far imporre questa impostazione anche nei nuovi licei.

Politiche scolastiche che prescindono dalla qualità sono state fallimentari nel passato e saranno fallimentari sempre, per ragioni fin troppo ovvie. Infatti, quel poco che si ottiene oggi (per esempio in termini occupazionali per una categoria di laureati) nel prossimo futuro verrà pagato a caro prezzo dall’intero sistema Paese. Siamo sicuri che distruggere completamente la scuola pubblica e la cultura scientifica sia un vantaggio? Invito a una seria riflessione su questo, sgombrando la mente e il cuore dai propri personali e immediati interessi.

Non dimentichiamo, tra l’altro, che anche noi insegnanti siamo fruitori della scuola pubblica e infatti siamo in prima fila a lamentarci se i nostri figli incontrano docenti poco preparati in una particolare disciplina. Questa è esperienza abbastanza diffusa e la chimica, per esempio al liceo, ne è un esempio paradigmatico.

Molte persone hanno avuto esperienza di come venga insegnata la chimica al liceo: purtroppo, a migliaia di studenti liceali inconsapevoli è stata negata l’irripetibile opportunità di un’autentica conoscenza della chimica. Non a caso sono pochissimi gli studenti che intraprendono la loro carriera universitaria nei corsi di laurea chimici. Si tratta di poche centinaia di studenti in tutta Italia, in gran parte studenti molto motivati e provenienti in buona misura dagli istituti tecnici o dagli ottimi licei scientifici tecnologici – valida sperimentazione purtroppo ora ad esaurimento – nei quali la chimica viene insegnata compiutamente solo da docenti chimici.

Chi si laurea in chimica deve affrontare uno dei corsi di laurea più difficili. La preparazione di un chimico non è e non può essere solo teorica e infatti per laurearsi bisogna svolgere anche molta attività laboratoriale e fare almeno un anno di attività di ricerca sperimentale. Non in tutti i corsi di laurea avviene questo. Altri corsi di laurea sono molto frequentati e sfornano migliaia di laureati, a fronte delle poche centinaia di laureati in chimica.

Solo chi ha sostenuto appena qualche esame teorico di chimica (magari superato con votazione minima?) può auto convincersi di conoscere la chimica e persino di poter essere in grado di insegnarla.  Ma qualunque insegnante realmente competente sa bene cosa significhi “possedere” una disciplina al punto da poterla insegnare.

Se il paradigma per poter insegnare una disciplina fosse quello di aver sostenuto qualche esame universitario, allora allo stesso modo la chimica potrebbe essere insegnata da ingegneri, fisici, astronomi, architetti, eccetera, forse persino a maggior titolo dei docenti che popolano la classe di concorso A060. Allo stesso modo, per fare un esempio, anche un chimico potrebbe insegnare matematica e fisica alle superiori, visto che un chimico sostiene circa 10 esami di matematica e fisica, anche di livello molto alto.

L’unico risultato di questa impropria, usurpante e miope volontà politica di non valorizzare le specifiche competenze dei docenti – per esempio mediante largo ricorso ad anacronistiche e novecentesche “atipicità” (stessa materia insegnabile da docenti appartenenti a più classi di concorso) – sarà quella di distruggere definitivamente la cultura scientifica (e in particolare quella chimica) in Italia, già oggi soggetta a misconcezioni e conseguenti pregiudizi. Questo risultato potrebbe non interessare molto a chi non è chimico (e dunque vede nell’insegnamento della chimica solo una possibilità occupazionale, senza particolare interesse alla trasmissione adeguata di questa cultura) ma sia permesso a noi chimici di difendere con il massimo della volontà e delle forze la cultura di cui siamo portatori.

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La chimica viene insegnata tardi e al liceo da docenti che chimici non sono. E’ una delle poche discipline oggetto di gravi misconcetti, spesso diffusi proprio da insegnanti che non la amano.

E’ insegnata tardi (eppure si dovrebbe cominciare alle elementari, per gioco) perché nei primi anni di scuola non esistono insegnanti in grado di insegnarla. Alle medie dovrebbe essere onere degli insegnanti della classe di concorso A059 (spesso le due classi di concorso A059 e A060 sono popolate dallo stesso tipo di docenti) fornire qualche elemento introduttivo di chimica. Gli stessi insegnanti dovrebbero insegnare matematica (ma quanti esami di matematica hanno sostenuto?) e moltissime discipline scientifiche. Se lo facciano o meno per davvero è lasciato a circostanze molto variabili e non riassumibili in questo contesto.  La loro impresa appare davvero notevole e encomiabile.

Il quadro e la struttura curricolare nelle scuole superiori riflette una concezione sbagliata della cultura scientifica. Nei licei, come detto, la chimica viene affidata a insegnanti che chimici non sono.

Ora, che un chimico debba accettare questa situazione senza far sentire la propria voce francamente è chiedere un po’ troppo. Da sempre una persona che ha effettuato un certo tipo di studi scientifici è portatrice orgogliosa di quella cultura e ha anche il diritto/dovere di promuoverla e valorizzarla. Questo è del tutto naturale. Lo fa chiunque, in tutto il mondo.

Non è pertanto strano che un chimico pretenda che la chimica venga insegnata al meglio possibile. E’ invece del tutto inconcepibile che chi chimico non è pretenda di affermare di conoscere la chimica e persino di avere il diritto di insegnarla (persino al posto dei chimici), non solo nei licei ma persino negli istituti tecnici, nei quali le attività di laboratorio sono centrali e necessitano di una conoscenza particolarmente approfondita, anche in termini di igiene e sicurezza nel lavoro e comunque con ricadute su importanti settori professionali. Questo significa non avere a cuore in nessun modo la cultura chimica e potrebbe corrispondere a un preciso progetto di sua definitiva scomparsa.

Riteniamo che la nostra sia la parte della ragione e chi cerca di impostare il dibattito con l’artefatta logica di un confronto tra uguali diritti di insegnamento o, peggio, di una “diatriba” tra interessi e tra classi di concorso, si sbaglia profondamente. Anche nel nostro Paese e nella nostra scuola dovrà diventare chiaro quello che da altre parti è più che naturale, e cioè che la chimica la conoscono i chimici di gran lunga meglio di chiunque altro e dunque la scuola pubblica ha il dovere di rispettare il diritto degli studenti di vedersela insegnata da chi offre maggiori garanzie di competenza. Da questa logica è possibile derogare solo per casi particolari già citati in altri interventi – per esempio il rischio di perdita di posto di lavoro, quindi deroghe in termini di concessione annuale della possibilità di insegnare eccezionalmente ed annualmente “discipline affini” – e che mai, in nessun caso, possano costituire alibi per occupare impropriamente ed indefinitamente posizioni di “non competenza”.

La lobby che cerca di esercitare una pressione impropria non è quindi quella costituita dall’esiguo numero di chimici italiani che cerca solo di difendere il buon nome della chimica, oltre che la cultura scientifica nel senso più profondo e la qualità della scuola.

Se queste ragionevoli considerazioni appaiono troppo teoriche – visto che è molto facile parlare dicendo tutto e il contrario di tutto, secondo particolari e personali punti di vista e senza valutare tutti gli elementi e tutte le conseguenze di ogni scelta – allora direi che è giunto il momento di passare alla valutazione pratica delle cose.

Si potrebbe per esempio proporre una commissione scientifica, anche internazionale, con lo scopo di mettere a confronto in modo trasparente e secondo paradigmi scientifici universalmente riconosciuti le competenze disciplinari in chimica (tutte, non solo chiedendo cos’è la mole o la legge di Lavoisier come viene fatto nei concorsi) dei docenti A060 (quasi tutti non laureati in chimica) e di quelli A013 (laureati in discipline chimiche in generale).  Si potrebbero far svolgere alcune lezioni su vari argomenti e fare valutare queste lezioni dalla commissione, comprendendo naturalmente tutto il programma ministeriale previsto – per esempio considerando tutta la nomenclatura, tutti gli equilibri in soluzione, l’elettrochimica, la cinetica chimica, la chimica organica, eccetera – e non solo considerando qualche banale concetto di chimica di base o di storia della chimica.

E’ da sottolineare comunque che questo test è già ampiamente svolto, sia dai docenti chimici della classe A013, vincitori di numerosi Awards internazionali, sia dagli studenti delle scuole ove insegnano i docenti chimici della classe A013 (cioè studenti degli istituti tecnici e dei licei scientifici tecnologici in via di soppressione), gli unici studenti a conseguire medaglie nelle olimpiadi internazionali della chimica.

Vogliamo continuare con questa novecentesca idea di scuola o pensiamo di poter avere anche nel nostro Paese una scuola secondaria di secondo grado, licei compresi, che possa reggere confronti internazionali? In ultima analisi, solo una scuola “moderna e normale”.

 

58 thoughts on “La chimica. Cultura destinata a scomparire? Chi la promuoverà?

  1. Credo che il problema sia proprio “il fatto che non esprima le posizioni della SCI”…!!! Posizioni che sono state infatti non sufficientemente risolute, a volte ambivalenti, un po’ come se la questione fosse – appunto – sindacale e non di dignità e buon senso.
    Ho la coscienza a posto perchè ho detto e scritto molte volte che il fatto di essere A013 non è affatto una garanzia di qualità, penso che più di uno di “noi” insegni la chimica in modo deleterio (chissà, forse anch’io). E sicuramente qualche A060 la insegna bene (c’è anche un ristretto numero che ha entrambe). Ma visto che la valutazione dell’insegnamento è un tabù che non si può rompere, e quindi per definizione di questo non possiamo dire nulla di più, credo che PRIMA si debba risolvere il problema indicato da Zambrè, e POI parleremo del resto.

    Sergio Palazzi

    • Condivido in pieno la tua posizione. Sono laureata in chimica e insegno al biennio di un istituto tecnico commerciale e per geometri. Fino a due anni fa potevo insegnare chimica e fisica (non so se bene o male, ma certo con entusiasmo e passione). Ora mi ritrovo ad avere 8 classi, 187 studenti di cui 137 “nuovi” cioè conosciuti a settembre e da salutare a giugno dopo averli incontrati (se va bene) per 2 ore settimanali. Abbiamo fatto ora gli scrutini e onestamente mi sono trovata in grande difficoltà nella valutazione. Anche questo a me sembra un problema grave che deriva dalla eccessiva frammentazione delle classi di concorso. Come risolverlo?
      Francesca Foresi

  2. Condivido le tue idee anche se non so come intervenire. Ho avuto esperienza della chimica insegnata ai miei figli da “non chimici” e le cose che sono state insegnate sono state drammatiche.
    Piero Frediani

  3. Mi chiamo Gianluca Farusi, docente di ruolo A013, socio SCI, esercitatore di stechiometria, vincitore degli Award citati nell’articolo di cui condivido totalmente il contenuto. Sorpreso anche che questi non siano gli obiettivi di SCI e DD-SCI.

  4. Credo sia doveroso un chiarimento; la frase che ho scritto nel commento introduttivo:
    “ovviamente questo intervento non esprime le posizioni della SCI”
    vuol dire solo che questo blog non esprime ufficialmente le posizioni della SCI e di conseguenza chi scrive si assume una responsabilità personale sui contenuti; non so quali posizioni la SCI prenderebbe sul tema se decidesse di prenderle, ma sta di fatto che il post esprime le posizioni di Roberto Zanrè e non quelle della SCI, e che ho accettato la proposta di Zanrè di pubblicare il testo (originariamente Zanrè aveva proposto di usare SCI-list, la lista di posta, che pero’ serve a comunicazioni ufficiali di solito) perchè sia io che il Comitato redazionale riteniamo che si debba discutere di tutto ciò che riguarda la chimica, anche di questo, come di fatto ho scritto.
    Se la SCI riterrà di dover prendere posizione su questo tema specifico è cosa che sta al Presidente, al Consiglio direttivo o alla Divisione Didattica NON a questo blog (anche se molto personalmente ho dei dubbi che certi aspetti “sindacali” rientrino negli obbiettivi della SCI, mentre quelli culturali che il post pone lo sono sicuramente) . Personalmente mi riservo di esprimere il mio personale (e probabilmente inutile) parere nei prossimi commenti.
    Firmato : il blogmaster, Claudio Della Volpe

  5. Credo che sia necessario ricordare che le posizioni della SCI e della DDSCI a proposito di questi temi siano ben espresse dai documenti ufficiali prodotti nelle relazioni intrattenute con il MIUR. Il sito della Divisione Didattica è in ristrutturazione, ma chiunque voglia conoscere questi documenti (dal 2009 fino a oggi), li può scaricare e leggere a questo indirizzo (provvisorio): http://www.test1.chim.it/it/divisioni/didattica/relazioniconMIUR

  6. Un cordiale saluto a tutti i lettori.
    Sono Roberto Zanrè, l’autore dell’articolo in questione.
    Un riconoscente ringraziamento al blogmaster Claudio Della Volpe per la gentile concessione di questo spazio.
    Mi sembra corretta la precisazione iniziale del blogmaster e per le ovvie ragioni citate.
    Mi piacerebbe molto che quanti più lettori possibile cogliessero, al di là di qualche apparente sfumatura che viene giudicata (anche giustamente) un po’ più “sindacale”, il vero senso di questo mio intervento e che è riassunto proprio nel titolo: chi promuoverà la cultura chimica? Vogliamo lasciare che lo spazio della cultura chimica diventi sempre più residuale?
    Non è più tempo di sottovalutare il problema. Una cultura – nel senso di struttura coerente e complessa di conoscenze e competenze acquisite nel tempo che permette di interpretare in un certo modo significativo il mondo in cui viviamo – sopravvive nella mente delle persone che ne sono portatrici.
    E spero che qualcuno non creda che la scuola secondaria di secondo grado (e la scuola in generale) sia un momento di non rilevante importanza per valorizzare una specifica cultura.

    Roberto Zanrè

  7. Condivido l’idea di Zanrè di risollevare le sorti culturali della Chimica; e non sono solo, tanto è vero che nella sua modestia questa iniziativa del blog è stata fatta proprio per questo.
    Tuttavia è certamente giusto pensare che se ne risollevano le sorti partendo dalla scuola; condivido anche questo.
    E come si fa a risollevarne le sorti a scuola? Insegnandola bene! e dato che è “scienza centrale” secondo la storica classificazione di Balaban (che ha dato origine ad una pagina web e anche al titolo di un famoso libro di chimica generale) insegnandola in un contesto che evidenzi tale centralità.
    Ora da questo a dire che SOLO i chimici possano insegnarla bene ne corre.
    Personalmente avendo 62 anni ho studiato in un liceo classico in cui l’insegnamento delle scienze era dominato dai biologi; nella mia scuola che era il Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli c’erano due biologi la D’andrea e Moncharmont che ai tempi facevano i “corsi pilota” di chimica e biologia; ebbene quei due “biologi” accesero il fuoco di Teofrasto in me e in molti altri; è chiaro che ci sapevano fare. Fra l’altro personalmente feci la tesina sulla nascita delle stelle (astronomia) allora c’era ancora il vecchio esame globale su tutto il programma dei tre anni. Insomma ottimi insegnanti.
    Sicuramente la scuola è cambiata da allora e anche gli insegnanti; anch’io ho sofferto di NON poter insegnare in un liceo quando per alcuni anni ho insegnato a scuola; direi che nel Liceo il problema è molteplice: i chimici non hanno studiato la biologia e le scienze della terra, i biologi sanno la biologia e limitatamente la chimica e le altre discipline non le studiano affatto; e così per gli altri laureati; quali possibili soluzioni? O si insegna a moduli incrementando il numero di insegnanti totale e facendo fare a ciascuno il suo argomento ma anche evidenziandone i legami oppure a ciascun insegnante separatamente si fanno seguire i corsi minimi perché divenga esperto delle discipline che non sa; si tratta certamente di capire cosa ciascuno non sa fare o trasmettere. Teniamo presente che questa idea della pura divisione settoriale che vince in Italia e che domina nell’Università (tanto è vero che siamo l’unico paese in cui ci sono i 370 settori disciplinari universitari, una follia per quel che mi riguarda che garantisce solo poteri baronali) è un residuo della cultura fascista cosiddetta “corporativa”. Infine credo che la protezione nel contesto delle leggi di alcune classi di concorso spetti al sindacato più che alla SCI; la SCI potrà dire che chi insegna la chimica deve conoscerla bene e garantirsene. ma è il sindacato che deve lottare perché non ci siano discriminazioni fra lavoratori. La scomparsa della classe A013, contro la quale la DD-SCI ha fatto una lettera se ho capito bene a settembre, è un fatto certamente sbagliato ma il discorso generale è molto più complesso. Il problema vero è che i ministri dell’istruzione sono in italia dei meri dipendenti del Ministero dell’economia e delle finanze e che i vari presidenti del Consiglio incluso l’ultimo non avrebbero saputo scrivere una formula chimica o fare una derivata manco a indovinarla.
    Cosa dovrebbe fare la SCI oltre la presa di posizione che ha già fatto? Questo non l’ho capito. Se ci sono iniziative pratiche che si possono prendere sulla questione A013 diverse da quelle già prese e senza alterare il senso generale che dicevo, secondo me si possono fare e credo che il blog sta qua per discutere anche di questo; proponete.

    • contesto la frase
      “idea della pura divisione settoriale che vince in Italia e che domina nell’Università (tanto è vero che siamo l’unico paese in cui ci sono i 370 settori disciplinari universitari, una follia per quel che mi riguarda che garantisce solo poteri baronali) è un residuo della cultura fascista cosiddetta “corporativa”.”
      Sulla base di fatti : nelle migliori realtà didattiche di scuola secondaria di secondo grado AL MONDO (dalla Svizzera all’India, alla Cina, agli USA, vedi dati OCSE-PISA e risultati delle olimpiadi della Chimica) la chimica è insegnata da “chemistry teachers” ai quali è rigorosamente richiesta una laurea specialistica in chimica. D’altronde lo stesso accade anche in Italia negli istituti tecnici e professionali, non si capisce perchè non debba avvenire nei licei, risultandone per la maggioranza dei liceali una ingiusta discriminazione, autorevolmente testimoniata dal secondo intervento (quello del Prof. Frediani) (certo, ci possono essere eccezioni, ma come come rileva Palazzi non fanno la regola).
      Comunque il discorso è molto più complesso ed un documento di studio sul tema è stato preparato qualche mese fa e quanto sopra è solo un brevissimo estratto…
      vedasi anche in http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/

      • Guardi Borrielli che la divisione settoriale cui facevo riferimento è quella dell’Università e altrettanto fattualmente le dico che non esiste in nessun paese del mondo in questa forma dei 370 SSD. Non conoscendo l’organizzazione didattica dei paesi che cita accetto quel che dice lei per la scuola superiore; e lo condivido; come ho scritto personalmente dico che pero’ PER IL MEDESIMO MOTIVO riguardo alle altre discipline i chimici non hanno l’expertise di biologia e di scienze della terra, (come non la hanno i biologi d’altra parte) e che quindi TUTTI dovrebbero o procurarsela o insegnare per moduli; se no gli altri laureati direbbero e perchè voi volete insegnare la nostra disciplina? questo sulla parte generale. Secondo me tutti hanno un problema, la scuola italiana, noi cittadini italiani ha un problema nell’insegnamento delle scienze, di cui questa questione specifica è un aspetto.
        Sullo specifico fatto della classe A013 ripeto la mia proposta: si dica cosa dovrebbe fare la SCi di diverso o di più di quello che ha già fatto e se ne discuta qui; se si puo’ fare qualcosa partecipero’ anch’io, lo giuro.

      • registro con viva soddisfazione la condivisione da parte del blogmaster di una posizione peraltro condivisa anche dal Presidente della SCI Barone nei documenti di cui sopra accennato (risposta a Regis), posizione che peraltro non chiede che i chimici insegnino la biologia, ma che ad essi e solo ad essi venga affidato l’insegnamento della chimica nei nuovi licei così come attualmente avviene negli istituti tecnici e professionali.
        Quanto al cosa fare, la rappresentanza della SCI è nelle mani del solo Presidente Barone, confido che, di concerto con il consiglio nazionale dei chimici, saprà agire con efficacia, efficienza e tempestività.
        Sul cosa possiamo fare noi, ora, in questo blog una possibilità potrebbe essere, visto che l’insegnamento della chimica anche nei licei affidato ai soli chimici è non solo un diritto dei docenti chimici a vedersi valorizzati, ma principalmente un diritto dei liceali e dei loro genitori, nel sentire i molti colleghi chimici con i quali sono in contatto, emerge la grande sofferenza e disagio dei chimici che hanno o hanno avuto figli che frequentano/hanno frequentato un liceo.
        Magari come genitori potrebbero coordinarsi e scrivere al ministero appoggiando quanto richiesto in http://digilander.libero.it/docentichimicaetechi/COMUNICAZIONI%20URGENTI%20SU%20BOZZA%20DI%20NUOVE%20CLASSI%20DI%20CONCORSO.pdf

    • Mi permetto qualche precisazione.
      Dovrebbe essere noto ai più che molti chimici che insegnano nelle scuole superiori possiedono già le abilitazioni per insegnare le scienze della vita. Il contrario non accade.
      Rileggo argomentazioni che credevo fossero relegate al lontano passato. Il mondo è cambiato, e molto, e la situazione scolastica non è più quella di una volta. A dire la verità, nemmeno le richieste formative sono più quelle del passato.
      Un buon docente, tra l’altro, non è certamente solo “bravo” nella propria disciplina (abbiamo tutti prove di questo persino nelle aule dei corsi universitari).
      Eviterei quindi di sottolineare cose scontate, come per esempio quella che non è detto che un chimico possa insegnare bene la chimica. Se è per questo, allora, nemmeno un biologo assicura la certezza di un buon insegnamento in biologia (e lo stesso discorso vale per un “matematico” con la matematica, per un “fisico” con la fisica, eccetera). Ma io, che sono un chimico, non contesto che un biologo debba insegnare la biologia e sicuramente non pretendo di essere proprio io il portatore e valorizzatore della nobile scienza che riguarda la vita (anche se non perdo occasione di parlarne bene, al contrario di quanto fa qualche altro docente “non chimico” con la chimica). Osservo che il contrario, con la chimica appunto, avviene eccome. A questo punto forse devo raccontare anch’io un aneddoto. Quando mi abilitai in didattica delle scienze della vita studiavo assieme a una grande maggioranza di biologi. Quello che successe (con mia grande sorpresa) fu che mentre io superai tutti gli esami con almeno una valutazione di 30/30, se non superiore, nessuno (tranne uno una volta) dei biologi miei colleghi di corso riusci a farsi valutare con questa votazione (eppure si trattava della “loro” disciplina). Tralascio altri aneddoti ben più gravi.
      L’esperienza sulla qualità dell’insegnamento della chimica nei licei è ormai lunga e non esiste più molto spazio per inutili distinguo. Spero che non si voglia più discutere di questo punto andando ad elencare due, tre, dieci casi comunque positivi. Stiamo parlando di milioni di studenti ai quali viene tolto il diritto alla qualità dell’insegnamento e l’opportunità di conoscere in modo significativo la scienza stessa.
      Per come vedo io le cose, si tratta ormai di convincersi profondamente della necessità di difendere non solo la cultura chimica ma TUTTA la cultura scientifica in generale e, ovviamente, la qualità della nostra scuola pubblica (intesa come servizio offerto ai cittadini, tra l’altro spesso inconsapevoli di queste cose).
      Per me queste ultime 50 parole non costituiscono una frase vuota e nemmeno una frase ad effetto. Non ho bisogno di queste cose.
      Esorto tutti a non continuare a leggere questi interventi come il tentativo di “vincere un tiro alla fune tra due parti contrapposte” (mentre non ci si accorge che la battaglia in questo senso sta per essere persa in modo definitivo dalla cultura chimica, non dai chimici). Assicuro che questa visione, per quel che mi riguarda, è decisamente fuorviante e sbagliata e che farò della difesa della cultura chimica la mia mission… indipendentemente da quanti saranno i chimici d’Italia a credere veramente e sinceramente in questo obiettivo.
      Cordiali saluti a tutti.
      Roberto Zanrè

      • Caro Zanrè non so chi abbia sostenuto alcune delle cose che lei dice, credo che non ci siano tiri alla fune ma esasperazione legata al problema pratico che alcuni laureati vivono; riassumo quindi che l’idea che lei ed altri propongono e che a me va benissimo (in fondo è una delle due alternative equivalenti dal punto di vista generale: o fare corsi integrativi o separare le discipline)
        è che ciascuno insegni quella disciplina in cui è specializzato;
        benissimo.
        Questo ha come conseguenza che alcune delle discipline liceali come scienze della terra o astronomia non saranno insegnate nè dai chimici nè dai biologi, ovviamente; ma dai geologi e dai fisici e che ce ne saranno altre per le quali non ci sono specialisti nonostante la loro estrema importanza, penso qui al clima che è il problema del futuro per la nostra specie. Ovviamente questo necessita anche di una profonda ristrutturazione degli impegni orari. Ma tutto sommato questi sono appunto dettagli da seguire poi sindacalmente. Mi fa piacere che ci sia accordo sulla conclusione generale. Adesso tutto sta a convincere il prossimo ministro dell’istruzione.

      • mi dispiace dover contestare la frase
        “è una delle due alternative equivalenti dal punto di vista generale: o fare corsi integrativi o separare le discipline”
        non si tratta affatto di alternative equivalenti, tanto è vero che la separazione delle discipline fornisce i risultati migliori su scala MONDIALE, ripeto, vedi risultati OCSE-PISA e risultati delle olimpiadi internazionali della chimica (gli standard internazionali per le scienze sperimentali sono di distinguerne tre: chimica, biologia, fisica, vedi dati OCSE-PISA, quindi una proliferazione ad oltranza a livello di liceo mi pare artificiosa).
        Approcci “pluridisciplinaristi” come quelli applicati in Germania e Francia forniscono risultati mediocri (oltre il 25° posto nei risultati ocse-pisa, contro il nono degli svizzeri ed il primo dei cinesi, Paesi dei “chemistry teachers” laureati in chimica… per non parlare delle performances degli indiani alle olimpiadi della chimica, confermate da testimonianze di liceali che sono stati in India per scambi culturali, e che hanno rilevato la migliore preparazione chimica dei loro coetanei indiani, ovviamente preparati da “chemistry teachers”…
        Comunque il discorso è molto più complesso ed un documento di studio sul tema è stato preparato qualche mese fa e quanto sopra è solo un brevissimo estratto…
        vedasi anche in http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/
        infine, pare che QUESTO ministro sia intenzionato a firmare un provvedimento che dalle bozze datate 8/11/12 risulta pessimo per la chimica, per i liceali, per il Paese ed anche per i docenti chimici, ma anche per i biologi che si troverebbero parimenti non valorizzati, costretti ad insegnare una disciplina nella quale non sono laureati…
        Mi auguro che il Presidente Barone intervenga quanto prima, congiuntamente con il CNC

  8. Caro Borrielli i piazzamenti italiani ahimè non sono grandiosi nemmeno nelle materie dove l’insegnamento è chiaramente fatto da laureati della disciplina specifica; il problema non è secondo me se ad insegnare sia o meno quello specifico laureato ma i metodi generali, l’investimento complessivo, la qualità complessiva della scuola italiana nella quale lo stato spende troppo poco, investe troppo poco non stimola la qualità, paga poco gli insegnanti non premia chi si impegna di più, etc etc
    Quanto alla proliferazione delle discipline beh il mondo cambia e nuove discipline che prima non esistevano entrano in gioco; la cultura umana è una cosa viva. Se la chimica è scienza centrale questa cosa non puo’ non toccarla; basti pensare al nobel 2009 dove il premio per la chimica è stato assegnato a ricerche considerate più da biologo che da chimico (la struttura dei ribosomi se ben ricordo) con discussioni che arrivarono sulle pagine di Nature.
    Sono pero’ molto colpito dalla fama di “potere” e di autorevolezza della SCI e dei suoi presidenti che possono far cambiare idea ai ministri; questa si che è una buona notizia. Devo ricordarmene per occasioni future…….

    • io non mi permetto di valutare nei campi altrui, ma i docenti chimici A013 hanno vinto Awards internazionali, perchè sono ben preparati dalle nostre università, dai nostri corsi di laurea in discipline chimiche. Sul resto posso anche essere d’accordo, ma come giustamente dice Palazzi, PRIMA i docenti in possesso della laurea specifica chimica ad insegnare la chimica, anche nei licei italiani, poi tutto il resto..
      Quanto ai Nobel 2009, non parliamo certo di livelli da liceo scientifico, POI, copo il diploma e dopo la laurea, forse anche dopo il Ph.d. la multidisciplinarità, la pluridisciplinarità sono concretamente applicabili, penso (non è il mio campo e quindi non mi permetto di andare oltre)….
      Non mi pare di aver parlato di fama di potere del presidente SCI, ma ho semplicemente auspicato un suo intervento congiunto con il presidente del consiglio nazionale dei chimici. E non solo, ed in un contesto sinergico; in effetti finchè ne parliamo tra noi (e mi riferisco alla premessa in corsivo a questo post) le cose non si risolvono…

  9. Il problema delle diverse discipline scientifiche da insegnare al liceo (e da chi farle insegnare) è un problema pretestuoso… infatti tutte le scienze sono importanti e belle, ma non tutte sono “difficili” allo stesso modo (“capire” la chimica non è così scontato, per esempio) e soprattutto non tutte sono “centrali”.
    La chimica è, come detto qualche post più indietro, “… “scienza centrale” secondo la storica classificazione di Balaban… “.
    Non può essere indifferente né il modo in cui viene insegnata né da chi venga insegnata.
    Un fisico non avrebbe alcun dubbio su questo per quanto riguarda la fisica.
    Cordiali saluti.
    Roberto Zanrè

    • Caro Zanrè quella frase sulla centralità della chimica è la mia; e io ho scritto tante volte contro il fatto che i chimici non insegnano nei licei; ma mi lasci dire che gli argomenti per difendere questa cosa debbono essere più solidi di quelli della “difficoltà” della chimica e debbono valere per tutte le discipline; la chimica deve essere insegnata bene come le altre scienze e come tutte le altre materie; la strategia dell’insegnante specifico è una delle strategie possibili, e se scelta sulla base di argomenti generali e culturali deve valere per tutti i settori; se va bene a voi e alla SCI va bene anche a me, ma non ne facciamo un santo graal.soprattutto facciamone una strategia che vinca, con argomenti solidi e forze ampie, anche al di fuori della chimica; se no il ministro rimane della sua idea; io mi fermo qua sul post, credo di aver dato un contributo più che sufficiente, forse eccessivo;

      • se come strategia vincente si propongono lauree magistrali tuttologhe per accontentare i fisici ed i naturalisti ed i biologi a danno dei liceali e dei chimici si perderà su tutti i fronti.
        Qualcuno in effetti (non il mio paziente interlocutore) forse pensa che in questo modo la strategia diventi vincente, proponendo ciò che qualcuno nel ministero vorrebbe proponessimo, accontentando la lobby degli a060 pare abbia forti appoggi, politici, sindacali e non solo, ministero che pare abbia come politica in pratica il solo risparmio immediato?
        Per forze più ampie cerchiamo tra i genitori e gli studenti delusi, nell’opinione pubblica che finamente inizia a pretendere una scuola di qualità… e nei licei non può aversi una qualità con docenti scientificamente tuttologi, come nella scuola media…

  10. Ringrazio Claudio Della Volpe e la SCI per lo spazio concessoci.
    Anch’io mi fermo qui con il mio contributo in questo spazio.
    Spero almeno di aver rilanciato la sensibilità verso il tema (da parte dei molti chimici che credo ci leggeranno, anche se non sono intervenuti).
    Cordiali saluti e buon lavoro a tutti.
    Roberto Zanrè

  11. Da parecchi anni, insieme a un gruppo di colleghi, mi batto perché la chimica possa essere insegnata da docenti abilitati A013. Le nostre battaglie sono iniziate prima ancora del tentativo della riforma Moratti. Al tempo la SCI e la DD-SCI non concordavano con le nostre posizioni. Solo in tempi recenti, grazie al Prof. Barone, la SCI ha cambiato il modo di pensare.
    Ritengo, e continuerò a ribadirlo nel futuro, che la chimica debba essere insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado solo da docenti A013. Ho diversi esempi di docenti A060 che, diciamo, insegnano la chimica nei licei e fanno danni irreversibili. Mi sono capitati allievi di questi insegnanti che odiano la chimica.
    Purtroppo i chimici italiani non siamo molto uniti, solo pochi siamo gli iscritti ai vari ordini territoriali e non abbiamo peso a livello politico. Se tutti si iscrivessero agli Ordini territoriali di competenza, allora, sicuramente, conteremmo molto di più come categoria professionale e saremmo ascoltati anche al Ministero dell’istruzione.

    • Caro Saccà, una delle cose che ha detto merita un commento; lei invita ad iscriversi all’ordine professionale, che è una organizzazione che di fatto nel nostro paese garantisce coloro che svolgono attività libero professionale (fra l’altro l’iscrizione è impegnativa e quindi si giustifica solo se si svolge di fatto tale attività). Se mi consente ricorderei che esiste anche un’altra organizzazione nazionale dei Chimici che è la Società Chimica Italiana (SCI) nel cui blog stiamo discutendo e che riunisce i chimici al di là della loro specifica attività professionale essendo anche una delle più antiche società scientifiche italiane. In altri paesi come il Regno Unito la Royal Chemical Society svolge di fatto entrambi i ruoli ed unisce effettivamente tutti i chimici inglesi; forse sarebbe il caso di ripensare al fatto che in Italia le competenze professionali e quelle culturali sono separate e che questa separazione comporta la vera debolezza dei chimici nel nostro paese. Ora non voglio certamente fare “concorrenza” agli ordini professionali, ma quanti paesi in Europa sono organizzati così? Personalmente credo che sarebbe il caso di superare tali divisioni professional-culturali, per il momento a livello di blog o di siti di discussione, una cosa che avevo già proposto per la sci-list agli ordini professionali, riuniamoci almeno in un medesimo forum; e poi probabilmente rusciremo a fare una sola e unica istituzione che ci riunisca veramente tutti; e allora questioni come quella di A013 non si porrebbero nemmeno. Sa com’è il mondo cambia di continuo ! Mi scuso per il commento ulteriore.

      • Quanto all’unica istituzione ci sarebbe il problema che all’interno della SCI ci sono numerosi (anche se ovviamente nettamente minoritari nel complesso) docenti laureati in scienze naturali o biologia della classe A060 (quelli che insegnano la chimica nei licei, per intenderci) ai quali se non erro a partire dagli anni ’90 venne consentito, tramite la loro iscrizione alla divisione didattica della sci, di diventare soci sci a tutti gli effetti…

  12. Ho un’esperienza di insegnamento della chimica credo un pò variegato. Insegno Chimica in un Liceo Scientifico tecnologico che il prossimo anno morirà dopo il diploma de ultime classi quinte. Dal 1991 insegno chimica anche in un corso Geometri, ho avuto modo di insegnare
    anche Scienze della materia in un corso IGEA e Laboratorio di Chimica e Fisica in un corso Turistico (L’Istituto in cui lavoro ha ben 5 corsi di studio). Ho avuto modo di rapportarmi con colleghi di formazione diversa (biologi, naturalisti, geologi, fisici e ingegneri) che insegnano o hanno insegnato la mia stessa disciplina. Il modo di rapportarsi alla disciplina insegnata è veramente molto vario! Personalmente ho conosciuto chimici che non facevano attività di laboratorio, geologi che pur abilitati in A013 dichiaravano di non conoscere la chimica e biologi innamorati della chimica che si mettono in gioco e fanno anche laboratorio! Per non parlare degli ingeneri che insegnano fisica, e potrei continuare…… Credo che molto dipenda dal nostro approccio, da quanto siamo disposti a metterci in gioco e a sperimentare cose nuove. Il lavoro del chimico è sperimentare, quindi credo che noi chimici non dovremmo avere grossi problemi, fa parte della nostra formazione. Il problema sorge quando l’insegnante entra in classe, riempie la lavagna di formule e poi esce chiedendo agli studenti di studiare quella roba lì. Ricordo la domanda che mi fece un docente di Italiano della commissione incaricata di valutare il mio anno di straordinariato: “perchè i miei figli al liceo devono studiare le formule di chimica a memoria” , risposi che non lo ritenevo corretto, ma che semmai bisognava dare agli studenti un metodo che gli consentisse di scriverle al momento. La penso ancora così, forse sbaglio? ditemelo voi, ma quanto è difficile al biennio lavorare con chi, uscito dalla scuola media, è abituato a mandare a memoria lo scibile umano! Ritengo che ci sia un grande lavoro da fare nell’insegnamento delle scienze sperimentali, e non solo alle superiori! Non possiamo continuare a pensare che ciascuno di noi abbia la bacchetta magica e possa risolvere il problema! Dovremmo collaborare di più, invece entriamo in classe e chiudiamo la porta…..
    Penso anche che per poter insegnare bene sia necessario conoscere bene ciò che si deve insegnare, solo così potremmo scegliere gli argomenti e graduare il livello di difficoltà (mia figlia in 3 media dovette studiare a memoria il ciclo di Crebs), per poter veramente insegnare come ci viene chiesto oggi per competenze. La verità è che quando si fanno le riforme nella scuola, nonostante i vari proclami sulla centralità dell’alunno, la sua partecipazione alla costruzione del proprio sapere, non si pensa mai agli studenti, ma piuttosto si obbedisce alla fredda legge del risparmio e della formazione culturale dell’alunno non importa niente a nessuno. La riforma Gelmini ne è un esempio, avremmo ancora avuto il L.S.T. altrimenti!
    Certo, per fare tutto questo dovremmo essere pagati maglio, ma anche questo non sarebbe una garanzia!
    Non ne faccio una questione sindacale, ma sono convinta che la SCI e la DDSCI avrebbero avuto un peso diverso se tutti i docenti della A013 fossero iscritti alla divisione didattica, come lo sono i biologi all’ANISN.
    Scusate se sono andata fuori tema, ma avevo bisogno di confrontarmi, non ho molte occasioni. Grazie.

    • Serve aggiungere amari commenti??
      Dopo quasi venti anni, ribadisco venti anni di continui attacchi all’insegnamento della Chimica ed ai laureati in Chimica, Ingegneria chimica e Chimica e Tecnologie farmaceutiche.. siamo ancora qui a chiederci se non sia presupposto imprescindibile per la qualità dell’insegnamento una formazione specifica?? Ma di cosa parliamo????
      Io, che vorrei laureati in matematica alle elementari……
      Senza arroganza, la buona volontà e la passione non possono surrogare ad una forma mentis acquisita in un intero percorso formativo specialistico…
      E poi, onestamente, aprire le iscrizioni alla divisione didattica ai biologi per me corrisponde a riconoscere loro il diritto all’insegnamento della chimica e questa politica non l’ ho mai condivisa (informando di ciò la divisione)!! Avendo poi a capo delle divisioni regionali dei biologi, quali posizioni sono state e potranno essere espresse??
      Con quale credibilità ci si presenta al ministero???

  13. Sono Silvana Saiello e, come presidente neo-eletto della Divisione di Didattica della Società chimica Italiana (DD-SCI), intervengo in questo blog per fare alcune precisazioni.

    La DD-SCI non è una associazione di insegnanti chimici abilitati nella classe A013 (esistono, peraltro, sia associazioni di questo tipo sia chimici abilitati nelle classi di concorso A059 e A060).
    E’ una associazioni il cui obiettivo è, come recita l’Art.1 del nostro Statuto, quello di “riunire i cultori di didattica della chimica, favorendo la diffusione e il potenziamento degli aspetti scientifici tecnologici e didattici di tale disciplina”.

    Da una parte, quindi, la diffusione degli aspetti scientifici e tecnologici e conseguentemente azioni da realizzare in collaborazione con altri Enti e istituzioni di ricerca (ad esempio le altre Divisioni della SCI, ma anche il CNR, …).
    Dall’altra il potenziamento degli aspetti didattici di tale disciplina e, quindi, in qualunque luogo siano coltivati e qualunque sia la formazione degli attori che la coltivano, dalla Scuola primaria, all’Università, fino a tutte le iniziative di formazione post-universitaria e di apprendimento permanente.

    La nostra Divisione può e deve essere il luogo nel quale si confrontano le idee di tutti coloro che lavorano per migliorare la didattica della chimica in tutti i livelli scolastici, indipendentemente da quali siano stati i loro studi.

    E’, pertanto, mia ferma intenzione collaborare con tutti e invitare tutti ad iscriversi alla Divisione di Didattica e, quindi, alla Società Chimica italiana.

    • Gentile Professoressa Saiello,
      mi dispiace dover esprimere le mie perplessità sulla parte
      “La DD-SCI non è una associazione di insegnanti chimici abilitati nella classe A013 (esistono, peraltro, sia associazioni di questo tipo sia chimici abilitati nelle classi di concorso A059 e A060).
      E’ una associazioni il cui obiettivo è, come recita l’Art.1 del nostro Statuto, quello di “riunire i cultori di didattica della chimica, favorendo la diffusione e il potenziamento degli aspetti scientifici tecnologici e didattici di tale disciplina”.
      infatti:
      1) la DD-SCI non è in’associazione, infatti ad esempio il sottoscritto non è socio DD-.SCI,ma è un socio SCI, e da molti anni, la DD-SCI è infatti una divisione della SCI, la quale SCI ha sottoscritto con il suo Presidente Barone, documenti inequivocabili riguardo alla necessità che l’insegnamento della chimica venga affidato nei licei come negli istituti tecnici e professionali ai soli docenti laureati in discipline chimiche della classe A013-futura A-25
      2) il fatto che la DD-SCI non sia una associazione, non c’entra nulla con il fatto che alcuni laureati in discipline chimiche (non tutti, ad esempio non i laureati in CTF) abbiano titolo per l’abilitazione alle classi A060 ed A059, ha come esclusiva conseguenza il fatto che qualche laureato in chimica (una esigua monoranza) abbia tale abilitazione e lavori in tale classe di concorso (la a060 o la A059) non elimina il fatto che la quasi totalità dei docenti A060 siano laureati in scienze naturali o biologiche e che di fatto il monopolio dell’insegnamento della chimica nei licei sia in mano a docenti non laureati in discipline chimiche. E se non si cambia nulla sulle nuove classi di concorso rischia di esserlo anche in futuro (ed il CNC, la SCI ed associazioni ed aggregazioni di docenti chimici NON sono d’accordo e stanno chiedendo al Ministro che ciò non si verifichi)

  14. La questione aperta dal collega esiste, non la si può negare, tuttavia oggi la cultura scientifica e soprattutto quella chimica si è così tanto allargata ed intrecciata con tante altre materie ed indirizzi di studio che è difficile decidere come e quando parlare di CHIMICA DI BASE. In un liceo dove la biologia si mescola alla chimica , ma se non sai la chimica come fai a studiare biologia? C’è il paradosso di iniziare prima la biologia e poi la chimica. Prima la chimica organica e poi l’atomo. Una grande confusione. Per questo motivo se vogliamo salvare capra e cavoli necessitano docenti capaci di far valere a tratti il concetto di CHIMICA BREVE. Ovvero toccata e fuga di alcuni concetti ,magari fissati a memoria, e poi partire a razzo con la biologia. Questo perchè lo studente deve possedere nozioni , magari semplificate ed edulcorate per poter chiarire questioni biochimiche complesse.
    Questo fenomeno in altri paesi è stato superato con la creazione delle SCIENZE INTEGRATE, da noi a livello universitario non esiste alcuna facoltà universitaria nella quale viene insegnata LA DIDATTICA della SCIENZA INTEGRATA che a mio avviso coinvolge FISICA, CHIMICA, E BIOLOGIA contemporaneamente. Sarebbe ora che il mondo accademico di concerto con il Miur prendesse a cuore tali questioni didattiche e decidesse sulla scorta di una seria programmazione delle discipline nei LICEI di creare UNA SOLA MATERIA come ad esempio [CHIMICA E BIOLOGIA INTEGRATA] da assegnare a docenti della classe A013 o A060 che l’abbiano nel proprio curriculum di studi. L’accozzaglia della famigerata [chimica, scienze e geografia] oggi non può essere più accettata in un Liceo che si rispetti ed è ora che tali miscellanee mnemoniche da far rabbrividire Pico della Mirandola vengano completamente eliminate dal panorama didattico dei Licei.

    • Provo a rispondere sequenzialmente alle argomentazioni del collega Spano’, riportando tra virgolette le sue affermazionei e di seguito la mia risposta;
      il collega Spanò scrive:
      “In un liceo dove la biologia si mescola alla chimica , ma se non sai la chimica come fai a studiare biologia? C’è il paradosso di iniziare prima la biologia e poi la chimica. Prima la chimica organica e poi l’atomo. Una grande confusione.”
      perfettamente d’accordo su una parte: non viene considerata con sufficiente attenzione la propedeuticità, che non esclude, ma anzi motiva ulteriormente la proposta congiunta di consiglio nazionale dei chimici, società chimica italiana, conferenza dei presidenti dei consigli di corso di laurea di area chimica e di aggregazioni di docenti chimici, secondo la quale è necessario distinguere le “scienze naturali” in “scienze naturali (chimica)” da affidare ai soli docenti chimici della attuale A013 e futura A-25 e “scienze naturali (scienze della terra e biologia)” da affidare ai soli docenti per la maggior parte naturalisti e biologi della A060 e futura A-40.
      il collega Spanò poi scrive:
      “Questo fenomeno in altri paesi è stato superato con la creazione delle SCIENZE INTEGRATE, da noi a livello universitario non esiste alcuna facoltà universitaria nella quale viene insegnata LA DIDATTICA della SCIENZA INTEGRATA che a mio avviso coinvolge FISICA, CHIMICA, E BIOLOGIA contemporaneamente. Sarebbe ora che il mondo accademico di concerto con il Miur prendesse a cuore tali questioni didattiche e decidesse sulla scorta di una seria programmazione delle discipline nei LICEI di creare UNA SOLA MATERIA come ad esempio [CHIMICA E BIOLOGIA INTEGRATA] da assegnare a docenti della classe A013 o A060 che l’abbiano nel proprio curriculum di studi.”
      Tale conclusione, oltre ad essere diametralmente opposta alla posizione ufficiale congiunta di SCI, CNC, conferenza dei presidenti di consigli di corso di laurea di area chimica ed aggregazioni di docenti chimici, risulta partire da un presupposto apparentemente valido ma di fatto viziato da errore: il confronto con altre realtà internazionali. E’ una trappola nella quale anche il sottoscritto ammette di essere caduto, e l’errore consiste nel rifarsi ai soli modelli francese e tedesco, per giunta limitandosi al solo ambito europeo continentale. Ma grazie ad internet, ed a classifiche internazionali, ad importanti manifestazioni come i giochi della chimica e Awards internazionali assegnati ai docenti, è possibile spingere lo sguardo anche oltre, ed è possibile accorgersi che i modelli di insegnamento scientifico tedesco e francese, nei quali è prevista la commistione di discipline scientifiche risultano alla prova dei fatti molto deboli, direi piuttosto mediocri, in quanto ad esempio non vanno oltre il 25° posto delle classifiche OCSE-PISA (Italia 34°), mentre sfuggono ad esempio, altri importanti e validi modelli, alcuni sotto il nostro naso, vedi il modello Svizzero (9° posto), con le tre distinte scienze sperimentali ben distinte nel loro insegnamento ed affidate a docenti in possesso di laurea specialistica (per la chimica laurea specialistica in chimica) e quello cinese (1° posto), sfuggono gli exploit a suon di medaglie d’oro degli studenti cinesi, indiani, coreani, statunitensi ed altro alle olimpiadi della chimica, tutti Paesi nei quali gli apprezzati “chemistry teachers” sono in possesso di laurea specialistica in chimica.
      Sono notizie che ci ritornano anche dai nostri liceali che hanno studiato in India,ad esempio, che notano la ottima preparazione chimica dei loro coetanei indiani, ovviamente formati da “chemistry teachers”.
      In Italia abbiamo ottimi “chemisty teachers” in possesso di laurea in discipline chimiche che vincono prestigiosi Awards internazionali. Perchè non valorizzarli? Perchè non riconoscere il valore del sistema universitario CHIMICO che li ha formati?

      La soluzione non sta quindi nell’accorpare distinte discipline scientifiche, ma di aumentare il monte ore scientifico nei licei (cosa non impossibile, visto che nel biennio di molti licei il numero di ore settimanali è sceso a valori inferiori alla terza media), ed assegnare, come nel triennio finale della riuscitissima sperimentazione del liceo scientifico tecnologico, la chimica al docente chimico, la biologia al docente naturalista o biologo della A060, e la fisica al docente fisico.
      Ovviamente con attenzione alle varie propedeuticità, cosa che si può fare AD ESEMPIO insegnando le scienze della terra al primo anno, nel primo biennio arrivando con il programma di chimica alla chimica organica, in terza andando avanti con la biologia, in quarta approfondendo la chimica organica, insieme alla chimica fisica e cenni di chimica industriale ed applicata per poi passare al quinto anno alla biochimica, alle biotecnologie, alla microbiologia.
      Proposta incompatibile con attualmente (e mi auguro anche in futuro) inesistenti ed improbabili laureati magistrali “bidisciplinari” e compatibile con le citate posizioni ufficiali di di SCI, CNC, conferenza dei presidenti di consigli di corso di laurea di area chimica ed aggregazioni di docenti chimici, alcune delle quali (quelle pubbliche non consistenti in comunicazioni riservate al solo Ministro, funzionari ministeriali etc.) riportate come link nella pagina web http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/

  15. Buongiorno a tutti.
    Ho letto con attenzione gli ultimi interventi.
    Mi permetto di aggiungere qualcosa a quanto già ben scritto dal collega Borrielli.
    Siamo tutti convinti che la multidisciplinarietà (parlerei persino di unitarietà) del sapere scientifico sia una buona cosa. Siamo un po’ meno d’accordo sulla strada da percorrere per realizzarla. Siamo molto meno d’accordo sul senso che possa avere una cosa del genere in una fase precoce dell’apprendimento. Si tratta quindi di cercare la condivisione su alcuni concetti fondamentali.
    Come la realizziamo questa multidisciplinarietà? Con dilettanti allo sbaraglio e privi di una significativa preparazione?
    La multidisciplinarietà è “sapere un po’ di tutto” o “sapere molto di tutto” in modo da sapere “integrare in modo efficace” i diversi sguardi (scientifici) sullo stesso oggetto?
    Come mai si parla di integrazione delle scienze (citando fisica, chimica, biologia) ma poi nella pratica si pensa a una “bidisciplinarietà chimica-biologia”?
    Quali aspetti operativi si stanno mettendo in campo per realizzare una “realistica” ed “efficace” multidisciplinarietà?
    Non è che, per caso, ci si stia limitando a slogan di superficiale effetto e senza alcun approfondimento e poi si lascia operare alcune lobby secondo interessi particolari che per nulla tengono conto della qualità e dell’efficacia dell’insegnamento?

    Cordialità.
    Roberto Zanrè

    P.S.
    1) in questi giorni si sta svolgendo la prova scritta del cosiddetto “concorsone” per docenti. Può essere l’occasione per fare un test. Invito tutti a leggere le competenze di chimica richieste ai candidati della classe di concorso (A060). Non so come si svolgerà la prova testé citata, tuttavia vedremo se verranno fatte domande che comprendano tutti gli aspetti di “competenza chimica” richiesti o se ci si limiterà a domande superficiali (forse potremo vedere anche i risultati finali?).
    2) mi permetto di correggere un’affermazione sbagliata. I docenti chimici in possesso di doppia abilitazione (A013 e A060) non sono un’esigua minoranza (sono circa il 30-40% dei docenti chimici, secondo attendibili stime).

    • ringrazio il collega Zanrè per l’ulteriore contributo, che mi trova completamente d’accordo nel rilevare la presenza di lobbies che magari accusando i chimici di corporativismo, riescono ad ottenere risultati che, favorendo una certa categoria di docenti, vanno contro il diritto dello studente di imparare la chimica da un docente laureato in discipline chimiche.
      Riguardo ai puntuali quesiti posti dal collega Zanrè, mi pare evidente che la migliore risposta alla corretta relazione ed interazione tra le diverse e distinte discipline scientifiche resti quella che si realizza degli istituti tecnici e professionali, nei quali le tre distinte “scienze integrate” chimica, fisica, scienze della terra e biologiche, sono affidate ai relativi docenti “specialisti” (come nell’ottimo modello svizzero e in molti altri eccellenti esperienze a livello mondiale, non ripeto il mio precedente intervento). L’integrazione spetta non ad un singolo docente “scientificamente tuttologo”, ma al lavoro di èquipe tra i docenti in consiglio di classe e nei dipartimenti, che quando funzionano, funzionano egregiamente anche per programmare percorsi sensati anche dal punto di vista delle propedeuticità degli argomenti (cfr. intervento del collega Spanò).
      Chiarisco infine (cfr. P.S. punto 2) alcune mie precedenti affermazioni: confermo che i docenti di ruolo laureati in discipline chimiche che insegnano nella A060 sono effettivamente una esigua minoranza, anche se è vero che una certa quantità di docenti,negli organici (non so se la percentuale arrivi alle due cifre) anche per effetto delle numerose sessioni riservate di abilitazione, e per altri (pochi sul totale dei doceni di ruolo) per il fatto di aver conseguito tramite le SSIS abilitazione per entrambe le classi di concorso, sono in possesso di una doppia abilitazione,aggiuntiva alla A013 di titolarità, che non è necessariamente la A060, ma può essere la A059, la A057 ed altre…
      La priorità condivisa da SCI, CNC, conferenza dei presidenti dei consigli di corso di laurea di area chimica e aggregazioni disciplinari di docenti chimici è comunque la valorizzazione dei docenti chimici A013 in quanto tali e non in quanto abilitati anche in altre classi di concorso, vedi anche http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/

    • Non posso che essere d’accordo con Zanrè e Borielli, che con una leggera differenza di angolatura osservano e denunciano quello che comunque resta non solo un incredibile offesa al buon senso, ma un serio danno per l’educazione e la cultura di centinaia di migliaia di italiani. E ricordo quel che in tanti sostengono non da ora, che senza una corretta educazione in chimica (che non sia aver imparato a memoria “le formule dei sali” e le filastrocche unoessedùe dueessedùe) difficilmente si può essere protagonisti attvi della vita di un paese moderno, cominciando dal momento democratico delle scelte che stiamo vivendo in questo periodo (ed in cui un po’ più di capacità analitica del pubblico sarebbe tanto utile).

      Quanto all’esiguità di chi ha una doppia abilitazione, i numeri che conosco per eseperienza diretta sono assai minori di quelli di Zanrè, ma non mi riferivo al dato assoluto, quanto a chi, avendo la doppia opzione, va sulle sia pur più numerose cattedre di “scienze naturali, chimica e geografia, microbiologia” anzichè su quelle di chimica. Ma può darsi che dipenda dal contesto dove lavoro, in cui gli istituti tecnici sono almeno tanti quanto i licei e non soffrono di complessi di inferiore dignità. Io stesso ci avevo pensato, quando all’ultimo concorso avevo deciso di acquisire una seconda abilitazione: solo che la 059, Scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali nella scuola media, mi piaceva di più e così ho puntato su quella. Mannaggia, potremmo dire paradossalmente: ma perchè un insegnante di scuola media che conosce la chimica resta in un istituto tecnico e non va a diffondere cultura tra i ragazzini?

      Lo so che in molti sostengono che “dato che i biologi studiano chimica e i chimici non studiano biologia” (della geografia parliamo poi?) sia giusto che siano loro a insegnare sui tradizionali corsi tuttologici di stampo gentiliano, anche se non mi è chiaro perchè poi debbano passare anche su corsi specialistici dove spesso anche un chimico laureato deve faticare non poco.
      Eppure, noi all’università ci eravamo sparati 4 corsi di matematica, 2 corsi di fisica, un numero imprecisato di altri che erano di fatto tra matematica e fisica. E generalmente passandoli con qualcosa di più del 18-cum-pedatam. Non parliamo di chi poi fa il chimico computazionale o il cristallografo. Ma la laurea in chimica non è mai stata titolo per partecipare ai concorsi a cattedra di area matematica o fisica. E allora perchè chi ha conseguito una laurea in un corso che, di default, potrebbe richiedere una preprazione in chimica del tutto insufficiente per passare dalla 3^ alla 4^ di un istituto tecnico per chimici deve avere, di default, il monopolio dell’insegnamento della chimica nei licei e il quasi monopolio nelle altre scuole? Non fateci ridere con la multidisciplinareità e l’integrazione delle scienze, perchè ho visto chimici che conoscono l’italiano (o la filosofia o altro) meglio di taluni che l’insegnano, ma nessuno ha mai pensato di aprire cattedre di “chimica e letteratura duecentesca”. È solo, esclusivamente corporativismo sindacale che non a caso si risveglia in periodo elettorale.

      Di quanto sarebbe invece bello che ad insegnare ogni disciplina ci fossero solo dei veri, qualificati e provati specialisti di quella disciplina e della sua didattica, e che fossero poi questi a confrontarsi tra loro per generare “interdisciplinarietà” grazie al fatto che la cultura di ciascuno permette queste interazioni, ne parleremo in un altro paese e in un’altra era.

  16. Non vorrei essere frainteso , ma la mia risposta voleva andare più in la della questione riguardante i Licei, questione essenzialmente di CATTEDRE non del sapere scientifico così come viene giustamente posto da qualcuno. La scienza è per sua natura multidisciplinare, Watson biologo, Crick fisico e Franklin Rosalind chimica , hanno bisogno della cristallografia a raggi X (che sapeva maneggiare bene Rosalind) ovvero della fisica per capire la struttura del DNA. Quando il chimico discute di teorie atomiche discute di fisica, quando discute di termodinamica discute di fisica magari applicata alle reazioni chimiche. Quando tratta la conducibilità discute di fisica applicata ai liquidi conduttori. quindi non vedo perché se si cerca di integrare la chimica con la biologia mi si dice che è impossibile e mi si rimanda al fatto che è necessario ristabilire l’ordine della essenza della propria disciplina. Ma come fai a far capire ad uno studente di V liceo la neghentropia dei viventi? O le interazioni non covalenti delle proteine? O il ciclo di Crebs
    E’ che non c’è l’abitudine, come per la fisica, di integrare naturalmente i saperi scientifici della biologia , della chimica e della biochimica.
    Mi dispiace per il collega Borrielli ma una didattica multidisciplinare oggi è necessaria come il pane, le conoscenze e le competenze fisiche, chimiche, biologiche, biochimiche , elettroniche saranno il pane quotidiano per i nostri studenti futuri.
    Tutto ciò è cosi vero che a dispetto di ciò che il collega afferma, è proprio quando lo studente è meno maturo che attecchisce la concezione di scienza integrata come ha già fatto il Ministero nella riforma degli istituti tecnici superiori proprio nel biennio. Il ministro afferma infatti che esse : [hanno una funzione strumentale allo studio delle materie di indirizzo e ne costituiscono la premessa sul piano concettuale, metodologico e linguistico]. Ed infine non disdegnerei neanche l’approccio umanistico/filosofico alla scienza in genere che consente di preservarla come cultura scientifica
    Tuttavia voglio chiarire una questione semplice che la CHIMICA va insegnata dai CHIMICI, SCIENZE va insegnata dai biologi o dai laureati in scienze naturali.
    Io credo che non sia una questione di monte-ore ma sia necessaria la nascita di nuove discipline integrate che tengano conto della maggiore complessità della scienza di oggi. Si pensi per esempio alla già note:
    CHIMICA-FISICA
    BIOCHIMICA
    MECCATRONICA
    DOMOTICA
    ROBOTICA
    SPINTRONICA
    CHEMITRONICA
    NANOCHIMICA
    NANOELETTRONICA
    Ed aggiungerei una BIOLCHIMICA al IV e V anno dei licei da fare insegnare a chi chimico o biologo l’ha studiata all’università.
    Tuttavia come dice il prof. Balzani le troppe competenze accentrate in una sola persona inducono ad affermare che:” un tempo gli studiosi sapevano quasi niente di quasi tutto, mentre oggi sanno quasi tutto di quasi niente”.

  17. Caro Spanò, in un paese normale il problema verrebbe risolto dicendo a ogni singola scuola di mettere su ogni singola cattedra un docente che conosca le discipline che deve insegnare, a prescindere dal nome che vogliamo dare a ciascuna. Visti i titoli prodotti e la valutazione della commissione dell’istituto che deve decidere a chi affidare l’insegnamento, detto e fatto.

    In Italia si impieg(heran)no anni e anni per mettersi d’accordo su quale graduatoria attivare per legge, su una disciplina che nel frattempo a livello di letteratura scientifica avrà già cambiato nome e contenuti, considerando che poi i programmi andranno stabiliti con apposito decreto che rimanda ad una circolare che uscirà in ritardo e che sarà operativa dopo tutti i ricorsi, e qualche anonimo lobbista farà in modo che alla graduatoria nazionale possano accedere solo le categorie che hanno il maggior numero di laureati che non trovano altra occupazione, e se poi un naturalista si ritrova ad insegnare progettazione e gestione di un impianto di depurazione, pazienza….

    Non sto a disquisire sulle differenze, pure molto importanti, tra pluri/multi/interdisciplinarietà. Che per affrontare problemi complessi sia necessaria la collaborazione tra competenze complementari lo sapevano qualche millennio fa anche i tintori ed i tessitori, o i carrozzai e i maniscalchi.

    Ma se le conoscenze di base non sono date in modo competente, attraente, semplice, e si fa invece uno zapping tra livelli diversi e maldigeriti, è improbabile che lo studente voglia o possa mai approfondire collegamenti e nessi che sono difficili per lo specialista.

    Il problema è che proprio nel momento in cui si vuole raggiungere una interdisciplinarietà su cose nuove e complesse serve l’apporto di forti specialisti del proprio settore, non di nientologi, perchè se ci riferiamo alle competenze che vengono sviluppate attualmente si formano persone che sanno praticamente niente-di-niente e stop.

    Poi, nel merito: le interazioni non covalenti un buon insegnante chimico le dovrebbe spiegare al biennio (se le ha capite, e se non passa il tempo a rintontire gli studenti con gli orbitali ibridi, gli acidi di Arrhenius e i “doppi scambi”); il ciclo di Krebs dubito che in una scuola superiore non specialistica possa spiegato altro che in modo mnemonico; prima di arrivare alla neghentropia e magari alle riflessioni di Prigogine sarebbe bene che si ripensassero i sistemi con cui il 2° principio viene ancora insegnato, a meno di accontentarsi di qualche frasetta ad effetto da recitare alla commissione di maturità.

  18. Mi piace l’ultimo intervento di Palazzi.
    A mio giudizio infatti si confonde la necessaria visione multidisciplinare dello scibile scientifico con la necessità di far conoscere che la cultura scientifica è unitaria.
    Sarà tuttavia molto difficile che uno studente possa comprendere queste cose se viene bombardato da nozioni false, sbagliate, incoerenti e non strutturate. L’unico risultato probabile sarà invece il suo allontanamento dalla cultura scientifica.

    P.S. dal momento che la padronanza di una cultura permette di fare elaborazioni originali di quella cultura, per quel che mi riguarda non riesco a pensare alla cristallografia, alla termodinamica, eccetera come se fossero associate alla fisica. Quando penso al DNA, al ciclo di Krebs, al doppio strato fosfolipidico delle membrane cellulari delle cellule eucariote (e a tutta la biochimica cellulare) penso a un fantastico laboratorio chimico.
    Per quel che mi riguarda penso al sapere scientifico come a un tutt’uno.

  19. Mi sembra che gli ottimi colleghi Palazzi e Zanrè abbiano egregiamente chiarito al collega Spanò il fraintendimento di quanto da me scritto in precedenza. Comunque vorrei chiudere con una nota di apprezzamento di quanto scritto dal collega Spanò: ” la CHIMICA va insegnata dai CHIMICI, SCIENZE va insegnata dai biologi o dai laureati in scienze naturali.”. Mi sembra il minimo; lavorare in termini di multidisciplinarità non esclude di certo questa necessaria precondizione, che visto l’attuale disastro in termini di mancate conoscenze chimiche in possesso dei nostri liceali, conseguente all’assegnazione in tutti i licei ai docenti A060 del monopolio sull’insegnamento della chimica, purtroppo in Italia non possiamo dare per scontata, anzi tutt’altro…

  20. Salve a tutti. Mi getto nella tana dei leoni… sono laureata in scienze biologiche e spero di non aver profanato il sancta sanctorum dei chimici introducendomi nella discussione… comunque vorrei precisare si da subito che sono tra quelli che adorano la chimica, pur essendo biologa.
    Sin dal primo esame di chimica all’università ho deciso di prendere l’indirizzo biochimico-molecare escludendo da subito gli indirizzo caratteristici tradizionali (per intenderci quelli dedicati alla botanica, alla zoologia, all’antropologia o alla medicina): ho dato esami di chimica generale, chimica organica e annessi laboratori, chimica-fisica, fisica generale, laboratorio di fisica, biofisica I, II e III e laboratorio, chimica biologica, biochimica I, II, III, e di biologia molecolare I,II, III, metodologie e tecniche biochimiche, immunoistochimica poi tesi in biochimica tossicologica con tesi sperimentale di 18-24 mesi in laboratorio (ma tutto l’iter accademico l’ho svolto in laboratorio), media del 29,4 e laurea con 30 e lode… non so sinceramente perché vogliate precludere la possibilità di insegnare questa disciplina a chi, come me, ama insegnarla molto più di qualunque altra materia tocchi insegnare in A060, per non parlare di Geografia, per la quale nel mio cdl non ho ricevuto alcuna formazione all’università.
    Sicuramente non conoscoscevo né conosco tutto lo scibile, ma in tutta umiltà mi sono documentata, mi sono procurata libri che mi permettessero di formarmi sia sul piano storico ed epistemologico che sulla pratica di laboratorio dal punto di vista didattico (anche se nell’indirizzo tradizionale dello scientifico non è previsto ).
    Non so se, quando ho potuto insegnare al liceo e all’istituto d’arte, sono riuscita a meritarmi il titolo di docente di chimica visto che non sono laureato chimico, ma sicuramente mi sono impegnata e la docente, laureata CTF, che ha preso le mie terze in quarta dell’ist. d’arte si è complimentata con me perché i ragazzi le erano giunti entusiasti per questa disciplina (cosa che a suo dire non le era accaduta con un’insegnante laureata in ingegneria chimica, che invece amava più la matematica) . Da quattro anni sono docente di sostegno (sempre precaria) e vedo una situazione variegata: a prescindere dalla disciplina ci sono docenti che si impegnano e svogono con passione la professione e altri che… diciamo tirano a campà! i ragazzi hanno poca stima di quest’ultima categoria di docenti e della materia che insegnano e quindi non la studiano.
    Volete escludere gli incompetenti dall’insegnamento della chimica (ma vale per tutte le materie)? proponete un serio e selettivo percorso di abilitazione ma non escludete a priori chi non ha la laurea in chimica perché non è detto che non sia un valido docente di chimica! magari per passione ed esperienze lavorative si è formato in modo informale ma se ciò non bastasse verrebbe eliminato all’ingresso e problemi non ce ne sarebbero.
    Ora chiudo e mi scuso per l’intervento che ha il gusto di una voce fuori dal coro, che però sottoscrive quanto il principio da voi propugnato sia valido, ovvero insegnamento di qualità per la crescita della cultura scientifica e della cultura in generale. Grazie.

    • gentile collega, a me piace moltissimo tutta la normativa ed il diritto scolastico, penso di conoscerli bene ma non pretendo di insegnare diritto nell’istituto tecnico nel quale lavoro…
      Comunque vale quanto scritto dal collega Palazzi in uno dei suoi primi interventi, che non ripeto ed a cui rinvio.
      Il fatto che qualche docente A060 non chimico possa avere qualche competenza in più della media (siamo comunque lontani anni luce dal percorso formativo di un laureato vecchio ordinamento con oltre 20 esami chimici sostenuti su 30 totali, di cui molti laboratoriali, e tesi sperimentale di un intero anno), non esclude purtroppo il fatto che non è possibile tollerare ulteriormente per poter affrontare confronti internazionali che laureati in scienze naturali con appena 2 esami chimici sostenuti possano continuare a detenere il monopolio dell’insegnamento della chimica nei nuovi licei.
      A ciascuno il suo mestiere, la chimica ai soli docenti chimici, la biologia e le scienze della terra ai laureati in scienze naturali o biologiche, sono sicuro che il docente biologo si sente molto più valorizzato ad insegnare la biologia invece che la chimica.
      Se poi un docente non chimico preferisse l’insegnamento della chimica, potrebbe tranquillamente conseguire una laurea in discipline chimiche: ci sono normative ad hoc che agevolano parecchio (ad esempio le 150 ore), e poi fare concorso, tfa o laurea magistrale chimica

    • Questa non è per nulla la tana dei leoni…
      magari lo fosse.

      Molte cose sono appena state dette dal collega Borrielli, per cui non ripeto.

      Invece mi permetta di ribaltare la sua domanda.
      Lei chiede perché un laureato in scienze della vita (dico così per semplificare) non possa insegnare chimica (personalmente non avrei nessun problema se questo laureato fosse bravo; allo stesso modo se incontrassi un laureato in chimica che insegna male la chimica mi piacerebbe che si potesse impedirgli di fare danni…), io invece gradirei una sua cortese risposta alla seguente domanda:

      perché viene impedito (da una ben nota lobby) ad un laureato in chimica di insegnare chimica nei licei (se si esclude qualche indirizzo dei licei artistici)?

      Nel percorso formativo liceale forse gli studenti non meritano di conoscere al meglio possibile le varie discipline scientifiche?
      Pare di no, visto che persino nel liceo scientifico il curricolo scientifico è del tutto marginale.
      Chiunque si trovi a fare i test di ingresso ai corsi di laurea scientifici si accorge della mostruosa ignoranza scientifica (molto evidente in chimica) dei nostri studenti liceali.
      Cordiali saluti.

    • Gentilissima,
      questa non è la tana dei leoni…
      … magari lo fosse.

      Al suo intervento ha già risposto il collega Borrielli.

      Mi conceda tuttavia gentilmente di ribaltarle la domanda.
      Lei chiede perché un laureato in scienze della vita (dico così per brevità) non possa insegnare chimica.
      (Per quel che mi riguarda potrei essere d’accordo, purché questo docente la insegni bene in modo certificabile; ma lei sa senz’altro che questa non è la norma. D’altra parte, se fosse un laureato in chimica ad insegnare male la chimica mi piacerebbe che la normativa impedisse a costui di continuare a fare danni… lo vorrei proprio).

      Io le chiedo invece perché proprio un laureato in chimica non possa insegnare chimica nei licei (a parte in qualche indirizzo dei licei artistici)?
      Non credo che lei ignori quale sia la situazione attuale. Per cui la domanda più pertinente dovrebbe essere quella che ho posto io.
      Tra l’altro è proprio strano che la cultura scientifica sia residuale (in termini di monte orario) persino nei licei scientifici e ancora più strano è che proprio nei licei la struttura dell’insegnamento penalizzi ulteriormente la cultura scientifica.
      I risultati di questa politica “gentiliana” sono molto evidenti.
      Io che da anni ho sottomano i test di ingresso ai corsi di laurea scientifici posso testimoniare il disarmante basso livello della cultura scientifica (e di quella chimica in particolare) nella formazione dei liceali italiani.
      Davvero pensiamo che si possa continuare in questo modo?
      Possiamo per una volta guardare agli aspetti della formazione solo in termini di qualità, senza inquinarli con più o meno sotto intese logiche sindacali?

      • Gentile (se posso) collega Zanré, perché afferma che un chimico non possa insegnare chimica nel licei tradizionali? Forse perché in A060 non insegnerebbe solo chimica? Forse perché non sarebbe il solo laureato in chimica ad insegnare chimica? Se fosse per me separerei “le tre” cattedre (biologia, chimica e geografia) se non fosse altro perché sarebbe possibile curarne meglio la didattica non disperdendo le energie su un campo tanto vasto ed eterogeneo del sapere scientifico, attribuendo le cattedre non secondo criteri di priorità acquisita dai docenti strutturati ma secondo la priorità della competenza certificata, principalmente con titoli, secondariamente con l’esperienza, senza però rigidi sbarramenti per consentire eventualmente al dirigente oculato, di intervenire qualora si accorgesse di inefficacia (tramitele lamentele dei genitori e degli alunni) per redistribuire le cattedre assegnate e in ultima anlisi risolvere il contratto se non c’è modo di impiegare le risorse a disposizione.
        Ci sono troppi insegnanti nella scuola che, grazie alla politica di riconversione, vanno ad occupare posti per i quali non sono assolutamente preparati.
        Comunque per tornare al discorso di cui sopra, se la ripartizione delle cattedre nei 5 anni di liceo e il monte ore di ciascuna disciplina restassero quelli attuali non avremmo grandi benefici: attualmente non c’è una ripartizione orizzontale tra le scienze (biologia, chimica, e geografia) ma verticale e secondo me anche questo non aiuta, intanto perché la chimica dovrebbe essere affrontata prima della biologia e della geografia e in secondo luogo dovrebbero essere portate fino in quinta parallelamente e non necessariamente in successione.
        Per quanto concerne il secondo aspetto, ovvero il basso livello della cultura scientifica registrati nei test d’ingresso all’università mi lasci dire che purtroppo la situazione è diffusa tra tutte le discipline scientifiche, tant’è che i matematici lamentano la scarsa preparazione in matematica, i fisici in fisica e così via… e purtroppo tale declino culturale non è semplicemente imputabile ai docenti, ma alle riforme scolastiche (sciagurate) che si sono succedute da una trentina d’anni e che hanno interessato via via tutti gli ordini di scuola ma la peggiore, a mio avviso, è stata l’abolizione degli esami di riparazione con l’introduzione dei debiti formativi che fino alla riforma Fioroni (2007) non dovevano neppure essere recuperati per essere ammessi all’anno succesivo! successivamente è stato introdotta la sospensione del giudizio, ma non trovo che abbia lo stesso effetto degli ex esami di riparazione, perché ora si deve valutare l’alunno nel complesso… un modo interessante per sanare una situazione “scomoda”.
        Se poi si aggiunge il retaggio culturale, ben antecedente Gentile, secondo cui è la cultura umanistica a dare la preparazione più solida e prestigiosa ( e questo perché negli anni appena successivi all’Unità mancavano docenti di materie scientifiche o se c’erano erano scarsamente preparati, mancavano libri e riferimenti bibliografici), annebbiato neppure quando, nel giro di meno di mezzo secolo la scienza italiana si portò a livelli paragonabilia alle più avanzate Germania e Francia, con nomi d’eccellenza in tutti i settori (dalla Matematica alla Biologia) poiché tutti provenivano da studi classici…ecco perché il liceo scientifico gentiliano ha mantenuto un monte ore umanistico superiore al quello scientifico, non si pensava fosse un limite.
        Chiedo scusa, forse mi sono allontanata dal tema principale ma la risposta all’attuale condizione in cui versa la cultura scienza, soprattutto italiana, credo
        più articolata e complessa che un semplice liquidarla come responsabilità di una categoria di docenti rispetto ad un’altra, anche se sicuramente contribuisce al danno. Però credo anch’io che sia assolutamente deleteria l’ingerenza dei sindacati in ogni questione scolastica, perché ho l’impressione che si miri sempre a mantenere lo status quo soprattutto se conveniente alla maggioranza iscritta al sindacato, senza preoccuparsi di mediare le istanze verso una situazione più valida. Comunque non so se sto iniziando a sparlare, è tardi quindi mi congedo. Buona notte

        No

      • Mi pare che la Prof. Pezzoli non abbia letto con attenzione nè i precedenti interventi dei colleghi Zanrè, Palazzi, Saccà e del sottoscritto nè i documenti pubblicati nella pagina web http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/
        Non è comunque una colpa per un docente naturalista o biologo della classe A060 aver sostenuto un numero di esami chimici non minimamente comparabile a quello di un docente chimico A013. Non si tratta di diatriba fra classi di concorso, ma dei bisogni formativi degli studenti dei licei, finora ingiustamente penalizzati sulla formazione scientifica rispetto ai loro coetanei degli istituti tecnici e professionali e dei licei di troppi altri Paesi in quanto non possono apprendere la chimica da un docente laureato in discipline chimiche.

  21. Mi scusi Prof. Borrelli, probabilmente non ho letto con attenzione tutti gli interventi, me ne dispiaccio. La ringrazio per il link, lo leggerò appena avrò tempo di dargli la dovuta attenzione. Tornando a quanto scrive sopra, se non si tratta di diatriba tra classi di concorso ma del principio secondo cui gli studenti meritano di trovarsi nelle migliori condizioni didattiche per apprendere la chimica allora mi permetto di aggiungere che ciò dovrebbe dirsi per qualsiasi disciplina. Dunque perché continuate ad insistere sul distacco della chimica dalle scienze della vita, pur continuando a contemplare nelle scienze della vita le scienze della terra e l’astronomia? E’ questo che principalmente che non riesco ad accettare poiché ritengo che le mie conoscenze e competenze chimiche, pur non paragonabili a quelle di un chimico, sono di gran lunga superiori alle mie inesistenti conoscenze e competenze in campo geologico ed astronomico. Oltretutto Lei precedentemente ha detto “… a me piace moltissimo tutta la normativa ed il diritto scolastico, penso di conoscerli bene ma non pretendo di insegnare diritto nell’istituto tecnico nel quale lavoro…” bene, questa situazione è la mia situazione per la geografia non per la chimica; non so Lei quanti esami abbia mai dato di diritto scolastico ma anche se i miei non sono venti esami di chimica, sono comunque esami dignitosi, dati con docenti di chimica della facoltà di chimica, non esametti opzionali né da diciotto con la spinta.
    Credo che la biochimica e la biologia molecolare siano discipline di confine, comuni a chimici e biologi, si vuole rivendicare il diritto di insegnamento esclusivo anche su queste? e magari anche sulla genetica molecolare e sulla microbiologia?
    A differenza dei chimici, nessun non-chimico vuole impedire di insegnare chimica nei licei ai chimici, sarebbe assurdo!, poiché infatti essi hanno accesso all’A060.
    Il mio punto di vista, anche opinabile, è che l’esclusività della chimica all’A013 abbia ragion d’essere negli istituti tecnici e nei professionali in quanto si devono formate tecnici con competenze specifiche, mentre al liceo si dovrebbe formare la cultura scientifica, fatta non solo di nozioni e metodi ma anche di storia della scienza e del suo pensiero.
    Fermo restando che, se in un liceo in A060 ci sono sia chimici che non-chimici, trovo sia opportuno che si assegni la cattedra della chimica a loro di preferenza, così come al geologo la geografia, al biologo la genetica, etc.. considero ingiusto non permetterne IN NESSUN CASO (anche quando le graduatorie A013 sono esaurite) l’assegnazione della cattedra di chimica ad un non-chimico che, a coscienza sua, se la senta.
    Ora devo salutarLa.
    Mi perdoni.

  22. Gentile Prof.ssa Pezzoli,
    anch’io non credo che Lei abbia letto con attenzione quanto è stato scritto in questa sede. Non è facile comunque farlo, per tutti, per cui credo che anche a me stia sfuggendo qualcosa della sua riflessione. E’ difficile discutere scrivendo e non riuscendo a dare la giusta enfasi ai concetti significativi che vorremmo portare all’attenzione. Teniamo dunque conto di questo limite intrinseco.
    Per quanto riguarda l’idea di un moderno curricolo “scientifico” per il liceo scientifico, credo di capire che ci troviamo su posizioni molto distanti. Il lontano passato, quando fare scienza era una cosa molto diversa da quello che richiede il mondo contemporaneo, non può più fare da esclusivo punto di riferimento. Le conseguenze di questo pigro e sfocato sguardo rivolto al passato mi sembra abbia delle conseguenze gravi per la nostra società. L’idea che la formazione liceale debba essere principalmente “classica” e “gentiliana” mi sembra un’idea obsoleta. Concordiamo invece in modo completo se entrambi pensiamo che una formazione scolastica di qualità debba essere profonda e ben strutturata e io aggiungerei meritocratica. La divisione tra formazione tecnica e formazione liceale in un mondo moderno si basa invece su altri concetti.

  23. La collega Pezzoli ha individuato un punto importante nella considerazione che la cultura scientifica e l’insegnamento scientifico della Chimica, della Fisica, della Biologia ecc. non può essere un puro tecnicismo di nozioni da affibbiare soprattutto negli Istituti Tecnici, mentre invece nei Licei l’insegnamento scientifico può essere più umanistico e ricco di connessioni storiche, letterarie, epistemologiche. In realtà non è così, sono pochi anche i docenti di chimica che riescono a spaziare tra storia della scienza, ricerca didattica, problem solving e laboratorio manuale che detto in modo più letterario viene definito “saper fare”. Non è possibile tuttavia come affermano i nostri colleghi autorevoli fermarsi SOLO su una questione, se pur di principio, ma solo ed esclusivamente SINDACALE. Quando dico la Chimica ai Chimici mi riferisco al fatto generico che ogni disciplina esige una laurea specifica. Però come ho già detto in precedenza questa concezione oggi non regge più e deve essere modificata, non perchè lo dico io ma perchè lo richiedono ed esigono gli studenti con le loro domande e richieste multidisciplinari, dagli aerogel, ai nanofluidi, ai fluidi supercritici, alla green chemistry ed alla green energy fino ai robot biologici, ai sensori (chimici) di massa. e via discorrendo. In certi casi non vi è necessità di andare troppo lontano come per esempio quando vuoi parlare semplicemente del vino con le sue 600 e più sostanze chimiche presenti e le sue complesse reazioni enzimatiche dove la biochimica ha molto da dire. Bisogna quindi essere umili e dire che le competenze chimiche molto spesso sono insufficienti ed è necessario ancora studio e sacrificio. 30 anni fa l’insegnamento scientifico/tecnologico non era così trasversale, era molto più settorializzato e probabilmente più semplice. All’ITIS ti insegnavano a maneggiare il tornio, sapevi sagomare il metallo e per tutta la vita ripetevi quell’operazione da TIC nervoso. Era il modello Fordista della catena di montaggio, Oggi si richiede allo studente magari qualche nozione mnemonica in meno ma più capacità creativa per risolvere problemi nuovi e complessi che non aveva mai affrontato. L’abitudine al nuovo ed all’imprevisto è la vera azione guida della scienza che, come diceva Guido Gozzano, è come la natura, non perfetta ed infallibile, ma potenza maldestra, spesso incerta, esita, inventa, tenta ritenta elimina corregge.
    Ecco se noi ci mettiamo nell’ottica della complessità della scienza moderna e delle infinite connessioni tra i saperi forse avremo quella giusta dose di umiltà che ci porterà a nuovi studi a nuove competenze, a nuovi orizzonti intellettuali ed umani.

    • Ad essere sincero, ho l’impressione che si utilizzino concetti anche molto diversi e molti paroloni con scarso senso logico. Ho anche l’impressione che non si conosca a fondo la situazione della nostra scuola. A mio umile avviso è proprio grazie ad una visione utopistica, autoreferenziale ma poco pragmatica che si sta piano piano distruggendo il valore della cultura in Italia. Il dominio del pensiero “classico” ha fallito in tutti gli ambiti, forse bisognerebbe porsi qualche domanda più coraggiosa più che perseverare nelle stesse miopi interpretazioni della realtà… magari poco conosciuta.
      Per quel che mi riguarda non mi arrenderò riguardo la mia battaglia per la valorizzazione della cultura scientifica (e della cultura chimica), la quale, in quanto “cultura”, poco ha a che vedere con misconcezioni ottocentesche e gentiliane su fantomatici “tecnicismi” della scienza, che solo “altra cosa”. Ogni volta che affronto questo argomento con “addetti ai lavori” scopro quanto la cultura scientifica sia poco considerata proprio “in casa”.
      Cordialità.

      • condivido integralmente le considerazioni del collega Zanrè; aggiungo che mi pare che nemmeno il Prof. Spanò abbia letto con la attenzione nè i precedenti interventi dei colleghi Zanrè, Palazzi, Saccà e del sottoscritto nè i documenti pubblicati nella pagina web http://docentidichimicaetecnologiechimiche.blogspot.it/
        Lo inviterei a leggerli TUTTI ed ATTENTAMENTE prima di appiccicare l'”etichetta” SINDACALE ad alcunchè, semplicemente in quanto “etichetta” SBAGLIATA.
        Il Prof. Spanò mi sembra si ponga infatti troppo “in avanti” ed “in alto” riguardo a problemi concreti, avendone pertanto difficoltà di appropriata percezione, problemi viceversa che in molti Paesi al mondo hanno trovato semplice, logica, rapida ed efficace soluzione; ad esempio:
        1) risulta chiaramente da pubblicazioni internazionali ufficiali Ocse-Pisa che a livello di liceo, le scienze sperimentali individuate dalla comunità scientifica internazionale per valutare l’efficacia del processo di insegnamento-apprendimento sono tre: chimica, fisica, biologia
        2) da misurazioni internazionali OCSE-PISA l’Italia risulta al 34° posto per l’efficacia dell’apprendimento scientifico, la Svizzera al 9° posto, la Cina al primo ed ai primissimi posti anche nelle olimpiadi della chimica anche India, USA e molti altri Paesi nei quali viene insegnata la chimica e la chimica viene insegnata dal solo docente con laurea in chimica. Francia e Germania, in cui si hanno commistioni tra le distinte discipline scientifiche nelle classifiche internazionali ocse-pisa si trovano in posizioni di mediocrità (dopo il 25° posto) riguardo alla efficacia della formazione scientifica degli studenti liceali.
        Mi sembra in ultima analisi che il suo discorso, sicuramente umile, non porti comunque ad alcuna proposta concretamente attuabile per il miglioramento dell’apprendimento della chimica per i nostri liceali, al contrario di quanto evidenziato in negli interventi e nei documenti sopra richiamati.

  24. Ci sono due diversi argomenti.

    Primo, gli istituti tecnici. Se fossero quella variante “fredda” di una scuola di addestramento professionale che individua Spanò, probabilmente starei dalla sua parte. Quelli che ho visto io, e quelli soprattutto che vorrei veder nascere da questa poco definita riforma (che pure toglie risorse alle attività di laboratorio), sono scuole che cercano di far crescere la cultura scientifico-tecnologica coniugando “la testa e le mani”. In questo senso trovo che, se vogliamo dare alle parole un significato più legato alla loro origine, l’Istituto Tecnico dovrebbe essere la vera scuola di taglio umanistico-rinascimentale in cui non c’è una forma di “sapere / saper fare” che sia ritenuto superiore agli altri, ma in cui tutti si devono incrociare ed affiancare, al di fuori della mistificazione dei “saperi classici”.

    Ed è per questo che ritengo l’Istituto Tecnico qualcosa di molto più “progressista” anche in senso culturale, rispetto alla tendenza all’esaltazione dei licei; penso alle riflessioni che abbiamo compiuto sui lavori di Brian Coppola, che propone come modello per le università americane qualcosa che mi sembra molto vicino proprio alla migliore prassi degli istituti italiani. Può succedere solo potenzialmente, mi si obietta, perchè in pratica molti insegnanti non sanno, non possono o non vogliono interpretarlo così? Aggiungiamo che il dis-orientamento delle scuole medie e dei mezzi di comunicazione impoverisce la c.d. utenza, deviando la gran parte dei ragazzi più brillanti e curiosi verso i licei (con un fraintendimento da cui derivano a mio avviso forti danni in primis per gli studenti e poi per la società)? D’accordo, ma questo non significa che si debba perseverare nell’errore di non considerare cultura qualcosa che sia legato alla realtà, per limitarsi a spolverature libresche o piuttosto da surfing frettoloso.

    È del resto solo il caso di notare che dopo l’abolizione dei licei scientifici tecnologici, che erano perlomeno un primo passo, le uniche scuole che diano un sufficiente mix di formazione scientifica a 360° finiscono per essere proprio gli IT per chimici.

    Secondo, gli insegnanti.
    Ci mancherebbe che non creda che la collega Pezzoli possa avere delle competenze anche superiori a quelle di molti chimici, e che le sappia trasmettere meglio di loro. Ce ne sono molti altri come lei. Ma, come hanno fatto rilevare Zanré e Borrielli, è solo una fortuna sua e dei suoi studenti: perchè “di default” per essere ammessi alla A060 bastano delle conoscenze chimiche di una banalità grottesca: e voglio vedere chi mai farà dell’epistemologia, o delle lezioni realmente interdisciplinari, o anche semplicemente possa far appassionare alla chimica, con un insegnante che crede che essa stia nell’imparare a memoria qualche nozione abborracciata e decontestualizzata.

    Per fare approfondimenti trasversali non servono tuttologi-nientologi, ma persone che in primis siano specialisti della propria materia, ed è una indicazione che mi sembra emergere dalla letteratura scientifica internazionale.
    Certo, poi qualcuno risponde che “importa la competenza didattica e non la specializzazione disciplinare”: come no! Credete che se ho preso qualche dozzina di lezioni sullo strumento e so ripetere tante belle chiacchiere metodologiche, mi chiamino come batterista ad Umbria Jazz o in un gruppo heavy metal?

    Il problema è che l’attuale meccanismo di reclutamento dei docenti in base a graduatorie, legato ad uno statalismo da operetta grazie al quale l’insegnante che dovrebbe mettere in pratica la riforma e costruire la scuola del XXI secolo viene scelto come il patetico capostazione di Totò in Destinazione Piovarolo, non mi sembra che consenta né alla collega, né ad un dirigente che conoscesse le sue pregevoli competenze, di poter chiamare lei a ricoprire un posto impegnativo per realizzare progetti formativi avanzati. Alla faccia di qualsiasi meritocrazia, e mostrando che, nonostante quel che dice Spanò, l’impostazione del problema È per la quasi totalità PROPRIO sindacal-corporativa, con l’appiattimento verso il basso ed il massimo disinteresse per le qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento .

    E qui mi fermo perchè preferisco non sbilanciarmi verso le mie attuali posizioni nella competizione elettorale…

    • E’ strano come il collega Borrielli ogni volta che parla di chimica mette in moto le indagini statistiche, e le olimpiadi della chimica. Si ricordi che il sottoscritto oltre che essere stato nel 2005 uno dei 20 delegati per la CHIMICA in EUROPA a Ginevra al Science on Stage, con la propria classe dell’IIS Marconi di Messina è stato premiato alle Olimpiade della Scienza a Bologna nel 2006 e potrei continuare con la premiazione a Parma della “Chimica Siamo Noi ” ed almeno una decina di altre premiazioni ottenute in italia o all’estero. Il problema non è questo, della bravura più o meno presunta del docente di Chimica o di Biologia ma bisogna uscire dalla logica della materia fine a se stessa e vedere OGGI nel panorama della scuola italiana Licei e Tecnici quale chimica e quale biologia servono alle nuove generazioni. La soluzione alla diatriba della materia [CHIMICA, SCIENZA, GEOGRAFIA] nei licei che attualmente non è una materia in una ma sono tre materie trattate dallo stesso docente può essere risolta non solo con la CHIMICA ai CHIMICI, Le SCIENZE ai BIOLOGI e la GEOGRAFIA ai NATURALISTI o ai professori di italiano che per tanti anni l’hanno insegnata senza che alcuno politico o meno facesse una grinza?, Ma soprattutto facendo capire ai nostri governanti ed al Ministro Profumo che o scommettiamo veramente sulla scienza e sulla cultura scientifica altrimenti resteremo indietro come paese moderno. In Sicilia abbiamo il SOLE gratis ma l’energia solare non è decollata, e questo ragiionamento è collegato (anche se sembra il contrario) con l’insegnamento nella scuola. L’ha detto bene il collega siamo al 34 posto nella scienza nel mondo, quindi siamo asini nella scienza! Tuttavia non credo che ciò dipenda SOLO dal fatto che ai licei vi è una situazione certamente incancrenita di tre materie mischiate a caso. Credo invece al contrario che l’insegnamento della CHIMICA e della BIOLOGIA venga fatto al 90% alla lavagna e troppo poco nei laboratori SUA SEDE NATURALE. Come fa uno studente ad immaginare una redox se non l’ha mai vista., o una cellula se il microscopio viene conservato in vetrina e non si deve toccare. Pasteur diceva “tenete chiusi i laboratori e la scienza sarà solo ombra di se stessa”.Nei paesi che ha ricordato il collega dopo la lezione si va in laboratorio e dopo il laboratorio si tempesta il docente di domande alle quali egli è chiamato a rispondere, ma deve essere naturalmente preparato.

      • Beh, visto che la chimica studia la materia e le sue trasformazioni, e non le nostre parole, io di solito dico che “si studia e si insegna in laboratorio, e poi in aula si va per fare esercizi” … Problema: se invece si va in laboratorio ad “eseguire l’esperienza sulla scheda del testo, per verificare la legge di X”, possibilmente con l’apposito kit venduto dal fornitore con tutti i pezzi necessari non uno di più non uno di meno, senza fare nulla di autonomo, critico, propositivo – senza vedere né sbagliare né capire cosa si sbaglia, non mi pare né chimica né metodo scientifico. Ed è anche una noia mortale, e fa bene chi scappa.
        Chi non ha non soltanto una solida preparazione, ma anche qualche tipo di esperienza applicativa, si trova più a suo agio con le esperienze inventate momento per momento sullo stimolo del confronto con gli studenti, o invece col raccontare la storia del mago, pardon la legge di X e quella di Y?
        Ricordo quei ragazzi che mi dicevano seri “gli alcani sono dieci” perchè la tabella sul libro arrivava al decano – e la “cultura multidisciplinare” della docente pure…

      • Sono ammirato per gli strepitosi risultati raggiunti dal collega Spanò e dai suoi alunni, ma umilmente sottolineo che comunque quanto da lui riferito conferma il fatto che se la chimica viene insegnata dal docente chimico i risultati (positivi) si vedono, anche se ritengo che ancora non si sia documentato su tutto quanto prodotto in termini di argomentazioni fornite dai chimici e dai docenti chimici. Tra le altre cose, infatti, avrebbe scoperto che le aggregazioni di docenti chimici hanno a lungo ed invano argomentato con il Ministero ribadendo il fatto che per poter avere un apprendimento significativo della chimica è assolutamente necessaria una attività laboratoriale di qualità, cosa all’ordine del giorno negli istituti tecnici italiani e nei licei di troppi altri Paesi, ma di fatto impossibile al laureato in scienze naturali della classe A060 che ha (e temo avrà) il monopolio dell’insegnamento della chimica nei licei con appena un paio di esami chimici sostenuti nel suo corso di studi universitario.

      • mi sono sempre chiesto se è possibile verificare effettivamente se i paesi che vincono le olimpiadi della chimica non abbiano violato la regola che impone di non preparare squadre ad hoc che si allenino per più dei 10 giorni canonici; questa domanda nasce dall’osservazione che le vittorie conseguite dal nostro paese in quel caso erano di frequente nel campo sperimentale dove un po’ di attività si faceva comunque durante l’anno; sarei proprio curioso di sapere quanto conta questo in queste famose vittorie; voi che ne dite?

      • vogliamo vedere il caso dell’India, Paese che ha avuto un exploit notevole nelle olimpiadi della chimica e Paese nel quale “ovviamente” i chemistry teachers sono laureati in chimica? Riporto di seguito uno stralcio di un articolo dal sito de la Stampa: http://www3.lastampa.it/scuola/sezioni/news/articolo/lstp/373910/

        Il liceo è indimenticabile se si fa in India o in Cina

        Cresce il numero dei ragazzi italiani che trascorrono un periodo di studio all’estero
        FRANCESCO MOSCATELLI
        MILANO
        (…)
        “Alessandra Cornacchia, iscritta al secondo anno di università a Cagliari, ha passato 10 mesi sui banchi di una scuola di Chennai, nel Tamil Nadu. «I miei compagni indiani erano molto più bravi di me nelle materie scientifiche, soprattutto in chimica e in matematica – racconta -. Se mi sono iscritta a medicina, lo devo all’alto livello a cui mi sono dovuta adeguare».”
        (…)

  25. Anch’io vorrei dire, con profondo rispetto per la sua posizione naturalmente, che alla fine il collega Spanò ha concluso dicendo le stesse cose che stavamo dicendo noi suoi interlocutori e che vanno dicendo da molti anni tutte le associazioni di chimici: per valorizzare la cultura scientifica, a cominciare da quella chimica per quel che ci riguarda, è necessario passare dalla sua visione “bidimensionale” (alla lavagna) e avulsa dalla realtà (come se le molecole FOSSERO le formule che le rappresentano) alla sua visione “tridimensionale” e interpretativa della realtà… altrimenti di quale scienza stiamo parlando?
    La preparazione laboratoriale di un laureato in scienze chimiche è (generalmente) enorme ed è impossibile qualsiasi altro confronto. Personalmente ne vado estremamente orgoglioso e, pur essendo appassionato di matematica e fisica, rifarei proprio per questa mia specificità mille volte la scelta di laurearmi in chimica.
    Vorrei ribadire infine il concetto che, per quel che mi riguarda, la cultura scientifica è un prodotto della mente umana esattamente come lo è la cultura umanistica e pertanto ha esattamente lo stesso valore di cultura di quella umanistica, al di là dei corollari tecnici e operativi di cui la scienza riesce a dotarsi (come valore aggiunto). Che questo non venga riconosciuto dal pensiero umanista è comprensibile, ma che non sia riconosciuto nemmeno da molti “scienziati” mi fa pensare molto.
    Un po’ di orgoglio non guasterebbe, non solo in quanto “scienziati” ma anche in quanto “chimici”.
    I fisici, per esempio, non ci pensano minimamente di delegare la valorizzazione della cultura fisica ad altri.

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