Tanti nomi per una cosa. Un nome per tante cose: il caso nitro natron.

a cura di Andrea Turchi* andreaturchi@hotmail.com

 I nomi e le cose della chimica

Per la chimica, sin dall’inizio, designare gli oggetti del proprio studio, ossia le sostanze, è stato un compito particolare e precipuo. L’attribuzione dei nomi  agli oggetti chimici è sempre  stata strettamente intrecciata con la loro descrizione. Il che cosa sia  saliente per la descrizione è cambiato  nel corso dei tempi con gli avanzamenti pratici e teorici cosicché il modo diverso con cui una stessa sostanza[i] è stata chiamata nel corso dei secoli offre uno spaccato delle trasformazioni culturali e conoscitive della disciplina.

Oggi sembra che i nomi chimici, quelli ufficiali, siano arrivati a un punto di non ritorno, almeno dal punta di vista del metodo: il nome descrive nel modo più puntuale possibile la costituzione chimica della molecola di cui è costituita la sostanza; anzi si può dire che il nome sia un resoconto in lingua della formula (di struttura e configurazionale) della sostanza; la rappresentazione iconica di una molecola e la sua denotazione linguistica di una sostanza non sono mai stati così vicini, tanto che spesso, e impropriamente, i termini molecola e sostanza sono usati in modo intercambiabile.

Natura non facit saltus

Un tempo naturalmente non era così: nel passato più lontano, quando nulla ancora si sapeva della costituzione delle sostanze, queste venivano appellate secondo criteri molto diversi e diversificati; questi criteri erano solo parzialmente condivisi e quindi era frequente la regionalizzazione dei nomi; in più i nomi mutavano con l’insieme combinato della evoluzione delle conoscenze e degli utilizzi delle sostanze.  Poiché si trattava di criteri pragmatici, spesso di natura merceologica, capitava di sovente che venivano attribuiti gli stessi nomi a sostanze simili per proprietà esteriori o per vicinanza di utilizzo. Si deve poi  tener conto che nei tempi più antichi non si tendeva a ipostatizzare le sostanze quanto a concepire le differenze tra queste secondo gradazioni e sfumature: non si trattava di scarsità di conoscenze (o almeno non solo di quello) quanto dell’idea di una sorta di continuum tra le cose che permetteva transizioni non drammatiche dall’una all’altra e che si riflettevano in transizioni non drammatiche nei loro nomi. Insomma, natura non facit saltus.

Classico è il caso del piombo e dello stagno che Plinio considerava varietà della stessa cosa: plumbum nigrum il primo e plumbum candidum il secondo. Plinio sapeva che si trattava di metalli diversi ma la differenza (di consistenza, uso, colore) non era tale da far  meritare loro nomi diversi se non nella aggettivazione. E l’uso dell’aggettivazione per denotare la varietà nell’abito di una stessa specie si ritrova anche quando una stessa sostanza  era denotata in modo diverso: così il rame sallustiano, trovato nelle regioni alpine, era il preferito prima dell’avvento del rame mariano. Sicuramente giocava a far la differenza il diverso tenore e il  tipo di impurezze nei due prodotti , ma questo non spiega del tutto l’attitudine culturale al fine distinguo, alla puntuale differenziazione.  Si noti, per inciso, che nel primo caso l’aggettivazione configura il produttore e nel secondo la regione (monti mariani, nei pressi di Cordoba). L’aggettivazione geografica rimase predominante per tutta l’antichità’, e tale consuetudine si propagò fino agli albori dell’età moderna, per esempio in Agricola.  Con l’avvento dell’alchimia  e della farmacopea diventarono predominanti i riferimenti alla matrice naturale da cui una sostanza veniva estratta: così’ la potassa  poteva essere chiamata sal juniperi o  sal gentianae. È rimarchevole il fatto che  l’alchimia abbia introdotto, con la figura demiurgica  dell’iniziato, l’abitudine all’aggettivazione personale del facitore: per esempio il sale di Glauber (solfato di sodio idrato). In tutti questi casi l’aggettivazione continuò  a costituire  sempre il centro denominativo  delle sostanze.

Il caso nitro natron

Un caso emblematico di quanto sopra sinteticamente  sostenuto è quello nitro-natron, ossia del nitrato di potassio (salnitro) e del carbonato di sodio (soda), sali noti sin dalla antichità’.

Il caso in questione presenta una variante molto interessante rispetto agli schemi sopra abbozzati: la transizione da una forma all’altra non sta nella diversa aggettivazione ma nella diversa declinazione semantica della parola. Come faceva sapientemente notare anche Primo Levi[ii] in L’altrui mestiere, l’antica lingua egizia  da cui i due termini provengono, non conosceva vocali e la matrice comune  dei due nomi esaminati, traslitterata, è  n’trj, derivante a sua volta dal toponimo el-Natrun, una depressione desertica a ovest del Nilo (nella foto qui sotto) comprendente alcuni laghi da cui veniva ricavato il natron,  ossia il carbonato di sodio utilizzato per la mummificazione. Tuttavia, l’oscillazione vocalica è già presente in situ perché una particolare zona della depressione, dove insistono tre antichi monasteri, è chiamata Nitria.

Wadi di el-Natrun

Wadi di el-Natrun

Come sia avvenuto che il  nitrato di potassio sia stato nominato nitro o salnitro utilizzando la stessa radice di natron non è molto chiaro. Secondo il Singer, nella sua storia della tecnologia,  l’uso di questo sale nell’antichità era molto più limitato,  e minore era la  sua disponibilità mineraria. Sta di fatto però che si tratta di due sali egualmente bianchi, facilmente cristallizzabili, solubili (più il carbonato che il salnitro) e sembrerebbe intercambiabile anche il loro uso. Così’ Plinio riportava la leggenda della casuale scoperta del vetro da parte di mercanti fenici di nitro che, accampatisi presso il fiume Belo, nell’attuale Siria,  accendendo il fuoco, fusero accidentalmente quel sale con la sabbia del fiume, di pura silice, ottenendo il primo vetro. Ora, il costituente privilegiato del vetro è la soda anche se il salnitro può essere utilizzato (e lo è ancora) per alcuni tipi di vetro; ma il fatto che Plinio lo descrivesse come un prodotto pietroso (in generale il salnitro era costituito da efflorescenze pulverulente)  e che fosse commercializzato,  fa propendere per l’ipotesi che Plinio abbia erroneamente[iii] chiamato nitro il natron. In ogni caso la sovrapposizione linguistica (e quella d’uso) è destinata a durare ancora per molto tempo fino a che si moltiplicarono e si diversificarono le fonti delle due sostanze. Così gli Arabi, a partire dal VII secolo, scoprirono che il natron può essere ricavato dalla cenere  (al-kali) delle piante e alcali vennero  chiamate le sostanze di natura basica così ottenute (l’alcali naturale fu per lungo tempo l’unica base a disposizione dell’uomo). Si noti che le piante acquatiche forniscono in prevalenza il carbonato di sodio e quelle terrestri quello di potassio, ma allora non era possibile distinguere tra due prodotti.

Le strade si separano

La denominazione prosegue nei secoli con complessi sviluppi fino a che all’inizio del XVIII secolo il chimico  tedesco Georg Ernst Stahl riuscì a distinguere l’alcali artificiale  (il carbonato di potassio, ossia la potassa) dall’alcali naturale (ossia la soda, così detta perché si rinveniva come tale  in giacimenti naturali). Operata questa seconda distinzione, i  destini delle due sostanze e dei loro nomi si allontanarono sino ad approdare alla nomenclatura moderna.

salnitro

raccolta del salnitro

Nel frattempo il salnitro ebbe un destino sotto tono per lungo tempo fino a che  i Cinesi inventarono intorno al XII secolo la polvere da sparo che procurò al salnitro uno spettacolare e duraturo successo.  La sua fonte principale fu rinvenuta nelle efflorescenze di stalle e cantine, fatto che dette luogo a un vero e proprio imperio dei governi  sull’asportazione del prodotto, affidato  a feroci appaltatori (tezonieri  in Veneto)  che non solo  lo prelevavano a forza ma impedivano al proprietari di pulire le proprie stalle per favorire la formazione del salnitro. Il suo parente più prossimo, il nitrato di sodio (sodanitro) arrivò sula scena europea molto più tardi,  nel XIX secolo, proveniente dagli immensi  giacimenti di guano cileni (nitro del Cile) ma troppo tardi per sostituire il suo più longevo rivale e anche troppo tardi per confondersi nel suo nome in quanto nel frattempo sodio e potassio erano stati già caratterizzati come elementi diversi.

Oggi, di quelle lontane, complesse e rilevanti vicende rimangono solo due prefissoidi: nitro- e natro-, il primo indicante il radicale NO3  il secondo il metallo sodio, che la lingua italiana ha battezzato prelevando il nome da soda.  Tuttavia  il simbolo Na rimane dunque la sottile traccia dell’antica e ambigua origine ntrj.

*Andrea Turchi, laureato in chimica, è stato docente di chimica negli istituti tecnici. Ha collaborato con l’Istituto della Enciclopedia Italiana per molti anni  prima come autore di voci di chimica,  poi come capo redattore e infine condirettore di opere scientifiche. Si è interessato di problemi di didattica e di storia della scienza e della tecnologia ed è autore di numerosi articoli su tali argomenti.

Bibliografia di riferimento

Caccianemici Palcani L., Del natro orientale, in Raccolta di operette filosofiche filologiche scritte nel secolo XVIII, vol. 2, Milano, 1832

Girardi V. I “tezoni” e la produzione di salnitro nella Serenissima in http://www.armigeridelpiave.it/SELEZIONI/Salnitro.pdf

Kelly J., Gunpowder, Basic Books, 2004

Levi P., L’altrui mestiere, Einaudi, Torino, 1985

Macfarlane A., Martin G., Una storia invisibile: come il vetro ha cambiato il mondo, Laterza, Bari, 2003

Natron, Wikipedia in http://en.wikipedia.org/wiki/Natron

Pentella A., Turchi A., Chimica, scienza della trasformazione, Paravia, Torino, 1991

Plinio, Storia naturale, Libro V, Einaudi, Torino, 1988

Singer C., Holmyard E.J., Hall A.R., Williams T.I., Storia della tecnologia, 1/1, Bollati Borighieri, Torino, 2012


[i] Uso qui il termine sostanza in modo non stretttamente connesso a quello di sostanza pura secondo i  più  rigorosi dettami chimici, con il più generico significato  di oggetto chimico chiaramente denotabile.

[ii] Devo questa segnalazione e altre del testo alla cortesia di Giorgio Nebbia, implacabile ricercatore anche su rete.

[iii] Questa è la tesi portata avanti da Caccianemici Palcani, un  in un altro testo segnalatomi da Nebbia, filologo e scienziato del secondo XVII  secolo. Caccianemici esamina il ‘nitro’ o ‘natron’  di origine egiziana supponendone la stessa natura di quello più antico della stessa regione e, basandosi anche su fini argomentazioni comparative,  arriva  alla conclusione che il ‘nitro’ di Plinio sarebbe in realtà la soda. Una figura come quella di Caccianemici sarebbe oggi inimmaginabile:  un letterato che si cimenta nell’analisi chimica per venir a capo di un nome! Di contro è veramente difficile trovare un chimico militante che si interessi degli antichi nomi delle sostanze….

2 thoughts on “Tanti nomi per una cosa. Un nome per tante cose: il caso nitro natron.

  1. Interessante questa parentela etimologica fra salnitro (e quindi anche N, simbolo dell’azoto) e soda (donde Na per il sodio): l’articolo d’Andrea Turchi viene molto opportunamente a completare e approfondire il breve cenno che, alla voce nitrògeno, ne ho fatto nel libretto “Fischi per fiaschi nell’italiano scientifico” (Longanesi).
    I miei complimenti all’insieme e, in particolare, al rammarico espresso per l’uso del termine molecola come sinonimo di sostanza. Oltre che nello stesso libretto, io ho ripetutamente criticato quest’uso quando, sulla Chimica & l’Industria curavo la mia rubrichetta d’errori chimici.

  2. Pingback: Indagini su un manoscritto alchemico | il blog della SCI

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