Università, spin out e trasferimento tecnologico.

a cura di Luigi Campanella, ex presidente della SCI

Le università dei paesi occidentali, in particolare europei, sono sotto pressione per realizzare un processo di trasferimento tecnologico attraverso l’applicazione (spinouts) di nuovi accordi industriali. Eppure molte università stanno sacrificando la qualità alla quantità in quanto sono prive delle professionalità, risorse collegamenti necessari a tale realizzazione. L’idea che sta dietro le applicazioni delle invenzioni scientifiche è quella di creare un ulteriore flusso di finanziamento a partire proprio dalla proprietà intellettuale presente nelle università. Le università stavano in qualche misura perdendo qualcuno dei potenziali probabili guadagni derivanti dalle loro proprietà intellettuali consentendone lo sviluppo al di fuori dell’università a grandi gruppi industriali. Mantenere una partecipazione più ampia comporterebbe di certo un maggiore ritorno. La spinta per le applicazioni industriali delle ricerche è venuta dalle iniziative di alcuni governi (purtroppo non il nostro) in favore del trasferimento tecnologico.
Secondo voci autorevoli l’iniziativa universitaria in questa direzione ha dato una grande spinta alla commercializzazione. Ciò è stato soprattutto vero laddove, avendo a disposizione risorse sufficienti da investire, c’era anche una tal fuga dalla politica delle autorizzazioni in favore della formazione di consorzi.
In effetti molte iniziative di applicazioni industriali delle invenzioni scientifiche non producono ritorni per le università. Malgrado la spinta a creare affari, troppi accordi industria/università falliscono rispetto al mercato vero e proprio. Così il tasso di successo degli spinouts universitari è molto più basso del 10-15% generalmente atteso dal capitale per le nuove iniziative. Le ragioni sono da attribuire innanzitutto al fatto che molte idee dovrebbero essere autorizzate nella fase applicativa piuttosto che cercare di farne un singolo affare e poi anche al fatto che esse sono commercializzate in misura inadeguata perché chi dovrebbe farlo manca dell’abilità commerciale indispensabile a chi vuole sviluppare un prodotto per il mercato.
Uno dei problemi è che il trasferimento tecnologico stesso è privo degli strumenti di capitale umano ed intellettuale necessari a realizzarlo con successo. Gli uffici tendono ad essere centrati su accademici che di certo coprono con successo il fronte tecnologico, meno quello dell’economia di mercato. Invece gli uffici di trasferimento tecnologico dovrebbero puntare su una rete di contatti commerciali. Le università devono anche incoraggiare la spirito imprenditoriale tra gli accademici concedendo loro il tempo necessario per potersi dedicare a questo particolare tipo di attività e creando incentivi adeguati.

Tabella 1 – Anno di costituzione delle imprese spin-off della ricerca pubblica in Italia (n=990)

Tabella 1- Anno di costituzione delle imprese spin-off della ricerca pubblica in Italia (n=990)
Fonte: IX Rapporto annuale sulla valorizzazione della ricerca nelle università italiane, Netval, Aprile 2012.

Misurare il successo di questo tipo di iniziativa non è facile. Si può statisticamente affermare che di 10, 1 ha successo, 4 si salvano e 5 falliscono. Una via per giudicare la qualità può essere quella di guardare a quelle compagnie che attraggono capitali esterni; ma le conclusioni sono le stesse: generalmente il capitale non considera l’università un investimento attraente per il basso carattere industriale delle proposte e per l’inadeguatezza sia delle dimensioni del mercato interessato sia della fase di sviluppo del prodotto. Un’altra accusa riguarda i cronici ritardi dell’amministrazione universitaria nelle scelte e nelle loro attuazioni, la molteplicità di interessati universitari con cui dovere trattare. Un punto chiave è che gli uffici per il trasferimento tecnologico spesso mancano di fondi sufficienti per sviluppare potenziali spinout universitari fino al punto da soddisfare criteri di investimento. Aggravando il problema il capitale ha modificato la sua strategia negli ultimi anni preferendo finanziare le compagnie più mature piuttosto che le aziende nate da poco. Il risultato è un problematico gap di finanziamento fra quanto si potrebbe investire da parte dell’industria in un progetto e quanto l’università stessa investe per progetto (milioni di euro contro centinaia di migliaia di euro: rapporto 10).
Sarebbe necessario che i politici focalizzassero la loro attenzione meno sul numero degli spinouts e più sulla qualità delle nuove imprese industriali da attivare: un finanziamento ulteriore è condizione indispensabile per un successo di trasferimento tecnologico.  Maggiori finanziamenti aiuterebbero anche le università a determinare se un’idea ha le gambe per diventare uno spinout o se invece è più opportuna una politica di autorizzazioni come preliminare al trasferimento tecnologico ed alla ricerca di finanziamento.

Figura 1 – Composizione percentuale del campione per settore di appartenenza e periodo di
Figura 1 - Composizione percentuale del campione per settore di appartenenza e periodo di
Fonte: IX Rapporto annuale sulla valorizzazione della ricerca nelle università italiane, Netval, Aprile 2012.

per approfondire: http://www.univpm.it/Entra/Engine/RAServePG.php/P/413710013400/M/335810013481/T/Ricerca-Diffusione-Imprese-spin-off-Dati-Spin-Off-in-Italia

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