A proposito di autonomia.

a cura di Luigi Campanella  ex presidente SCI

Il dibattito in corso sull’autonomia universitaria soffre di certo per alcuni malintesi e ambiguità. Il Governo del Paese giustifica un atteggiamento restrittivo nei confronti di tale autonomia – anche se ovviamente le dichiarazioni ufficiali non l’ammettono – con il cattivo uso che alcuni atenei – non tutti, visto che alcuni sono definiti virtuosi nei decreti di assegnazione del fondo ordinario – fanno delle risorse pubbliche, imputando quindi al sistema le colpe del singolo componente.

Da parte del sistema universitario dall’altra parte si finisce per difendere non l’autonomia del sistema, ma quella dei singoli atenei: e questo è di certo un altro errore. In fondo la richiesta di piani pluriennali prima di procedere all’assegnazione di fondi è la conferma di questa ambigua situazione. In uno Stato democratico quando si sancisce l’autonomia di un sistema non si fa mai riferimento al singolo componente: al contrario è il sistema nel suo complesso che, sulla base delle esigenze del Paese, deve garantire  – avendo ottenuto le necessarie risorse – la progettazione e l’esecuzione di un piano di interventi, dotandosi di strumenti di autocontrollo, nei quali la società civile dovrebbe essere rappresentata, per evitare il prevalere di scelte corporative su base sociale, geografica, accademica, politica.
E qui veniamo ad un’altra ambiguità: il dibattito va avanti sulla base di un confronto fra chi l’autonomia la vuole mantenere e chi vorrebbe ridurla, a volte fra CRUI e Governo,sempre comunque fra “addetti”. Ma un problema quale quello dell’autonomia politica e finanziaria del massimo sistema formativo del Paese non può escludere dal dibattito la società partecipe, attraverso le forze produttive e sociali.


Purtroppo le organizzazioni sindacali universitarie sono spesso quasi obbligate dalle pressioni degli iscritti a riportare il dibattito all’interno del settore. L’attuale non contrattualizzazione dei docenti universitari è d’altra parte un freno alla presenza di questo personale nelle O.O.S.S. confederali di settore che forse dovrebbero, anche sulla base della vasta rappresentanza che possono rivendicare rispetto al personale tecnico e amministrativo, coinvolgere sul tema le Confederazioni Generali, superando quindi la stretta appartenenza al settore università e ricerca.
Ragionando ancora su come l’autonomia venga intesa e utilizzata, e pensando, ad esempio, a due questioni di grande rilievo per l’istituzione universitaria come il rapporto con le risorse ed i finanziamenti privati e quello con gli altri settori della vita del Paese che dipendono per il loro sviluppo, anche economico, dai risultati delle ricerche avanzate, non si può fare a meno di riflettere su come tali argomenti vengano posti impropriamente.

autonomiauniversitaria

La partecipazione di capitale privato illuminato alla ricerca scientifica universitaria non può che essere visto con favore: quello che non deve avvenire è che ciò passi attraverso rapporti clientelari, personalistici e di comodo. Ecco che allora torna il concetto principe, quello del sistema – non del singolo componente – con il quale, nel suo complesso, le convenzioni con privati possono essere siglate sulla base di un preciso progetto, che poi sarà articolato autonomamente dal sistema stesso fra i vari atenei sulla base delle competenze disponibili. Ed analogamente convenzioni quadro o meglio accordi di programma dovrebbero regolare i rapporti fra il sistema universitario e le strutture dei Beni Culturali, della Produzione, della Salute. Sarà ancora nel suo complesso il Sistema a definire l’articolazione degli accordi fra i vari atenei.

In conclusione:
Autonomia non al singolo Ateneo, ma al sistema universitario; meccanismi di auto controllo del sistema per rispettare i compiti e gli impegni assunti; presenza della Società civile nei momenti significativi di tale azione di controllo.

per approfondire:

http://www.roars.it/online/la-vera-storia-dellautonomia-universitaria/

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