Le zone morte: 2. Il sale fa più paura del cloro. Il caso di Belvedere di Spinello (Kr)

a cura di Francesco Neve f.neve@unical.it

A Belvedere di Spinello (Crotone, KR) le miniere di salgemma, le cosiddette saline, ci sono sempre state. Siamo nel cuore del Marchesato, il vasto e poco noto entroterra crotonese ricco di uliveti e vigneti (è la terra del Cirò) che degradano verso il mare Jonio. Lo sfruttamento delle miniere di salgemma nell’area è storicamente databile all’epoca medioevale (1115), più propriamente normanna, e ha sempre rappresentato una delle principali fonti di finanziamento di famose abbazie del comprensorio Altilia-Belvedere.

Belvedere_di_Spinello-Stemma

Lo stemma di Belvedere di Spinello (Kr)

Il sale era una risorsa strategica, e il controllo regio fermo e continuo nei secoli. L’estrazione era un’attività soggetta a segreto di stato, e su tutti governava il maestro del sale di nomina regia. Il minerale prendeva poi la strada del mare attraverso il porto di Crotone dove arrivava seguendo la valle del fiume Neto (nei sec. XVI-XVII a Crotone c’era il Fondaco del Sale). Le miniere sopravvissero fino all’epoca borbonica (1826), quando furono chiuse perché ritenute poco controllabili e non più necessarie per il fabbisogno del Regno.

Le saline riprendono vita nel 1967 quando la Montedipe, acquisendo un titolo minerario di sfruttamento dalla Montecatini Edison, ottiene la concessione per la coltivazione di un giacimento di salgemma in località Timpa del Salto. La produzione comincia nel 1970 in una forma che si rivela subito dirompente e foriera di problemi molto seri.  La tecnica utilizzata è l’estrazione umida con il metodo del doppio pozzo. Questa consiste nell’inviare getti di acqua ad alta pressione capaci di frantumare e sciogliere il minerale in situ. Man mano si forma una caverna sempre più grande che si riempie di acqua salata e detriti insolubili. La melma che si forma nel primo pozzo (la salamoia, più propriamente detta) viene pompata in superficie e fuoriesce dal secondo pozzo direttamente collegato al primo. La salamoia è quindi convogliata verso uno stabilimento a Cirò Marina sulla costa ionica (a circa 20 km da Belvedere) dove avviene il processo di raffinazione, e dove il prezioso minerale è separato dai fanghi inutilizzabili.

Il sale estratto dalla miniera di Belvedere di Spinello, e poi raffinato a Cirò Marina, è classificato ultra puro (99,96% di purezza), ed è quindi adatto per l’impiego in campo elettrolitico. Il minerale è alla base di quello che viene chiamato il ciclo del cloro, cioè l’insieme dei numerosi processi e derivati (clorurati e non) di cui il PVC è il singolo prodotto più importante. Il cloro gassoso è prodotto principalmente attraverso la ben nota reazione elettrolitica in cui soda caustica e idrogeno sono importanti coprodotti.

2 NaCl(aq) + 2 H2O(l) = 2 NaOH(aq) + H2(g) + Cl2(g)

Fin dal principio, il sale di Belvedere ha alimentato l’impianto cloro-soda di Porto Marghera di proprietà della stessa Montedipe (poi Enichem). Il cloro-soda di Marghera non ha accesso a una propria salina, come è invece il caso dell’ analogo impianto di Assemini in Sardegna, e deve quindi necessariamente rifornirsi di sale.

Ma a parte i pochissimi addetti impiegati, di quest’attività estrattiva alla popolazione del luogo non rimaneva nulla. Neanche un centesimo di royalties ad esempio.  Cresceva invece la paura e la preoccupazione. A poco a poco Belvedere fu eviscerata. Immense caverne si formarono nelle campagne a valle dell’abitato, e si riempirono di acqua e di fango. Per una decina d’anni le cose rimasero sotto controllo. Fino alla notte del 25 aprile 1984 quando scoppiò l’inferno.

I primi fenomeni allarmanti di subsidenza si verificarono nel ‘ 72; tra l’ 80 e l’ 83 fuoriescono fiumi di salamoia e si formano ampie voragini a imbuto, veri e propri laghi profondi 30-40 metri; e nell’ 84 il disastro. Sprofondano seicentomila metri cubi di terreno, si verifica una vera e propria eruzione di un milione di metri cubi di salamoia che sommerge con un’ onda alta due metri 120 ettari di terreno coltivato, salinizzandolo e desertificandolo, interrompendo la strada provinciale, inquinando le falde acquifere e il fiume Neto fino alla foce. Non ci furono morti per un puro caso: erano le cinque del mattino del 25 aprile e non c’ era gente in giro.

Così scriveva Antonio Cederna su La Repubblica nel 1988, ben quattro anni dopo i fatti.

Dopo un breve periodo di fermo l’attività estrattiva era infatta ripresa come prima. E come prima erano ripresi i gravi fenomeni di subsidenza e di irreversibile processo di salinizzazione che avrebbe determinato nel tempo la perdita di fertilità dei terreni e la loro successiva desertificazione. A fermare l’attività di miniera, o almeno a modificare il metodo estrattivo, non c’era riuscita neanche una commissione            costituita         dal dipartimento per la protezione civile che nel 1987  concludeva: «la persistenza delle attività estrattive determina condizioni di rischi tali da costituire pericoli incombenti per la pubblica incolumità».

Di fatto, nessuno riesce a fermare l’attività estrattiva di Enichem tra ricatti occupazionali, debolezza sindacale e arroganza imprenditoriale. Non ci riesce il comune di Belvedere, non ci riesce la Regione Calabria, non ci riesce il Ministero dell’Ambiente con il ministro Ruffolo. Il Ministero dell’Industria torna ad autorizzare la ripresa delle attività e di Belvedere Spinello tutti tornano a dimenticarsene.

Intanto, a partire dal 1989, la società estrattrice ha abbandonato l’area della cosiddetta Vecchia Miniera, quella interessata al disastro del 1984, e ha iniziato l’attività in un altro settore della concessione. Il motivo principale è la natura lenticolare dei giacimenti, e dunque il loro esaurimento in tempi relativamente brevi. L’azienda ha anche cambiato il metodo estrattivo: dal metodo a pozzi multipli si è passati a quello a pozzo singolo.

Ma la miniera non ha vita autonoma: per scelta aziendale vive fino a quando il petrolchimico di Porto Marghera non chiude i battenti e l’impianto cloro-soda viene smontato. A quel punto di Belvedere Spinello (e dello stabilimento di Cirò Marina) l’ENI non sa più che farsene e cerca di vendere tutto a una multinazionale svizzera, la Gita Holding. Di nuovo il sale calabrese potrebbe diventare importante perché la Gita è interessata anche, e soprattutto, all’impianto di Marghera.

La Syndial, società del gruppo ENI che nel 2000 ha preso il posto di Enichem, e a cui sono stati conferiti sia gli impianti di Marghera che quello di Cirò Marina con annessa miniera, cerca di muoversi in fretta. Tra il 2007 e il 2008,  Syndial chiede un’AIA (autorizzazione integrata ambientale) per la riconversione e il recupero dell’impianto di Cirò Marina. La riconversione prevede innanzitutto la creazione di un impianto di essiccamento del sale. Ma, sebbene la miniera di Belvedere non sia oggetto esplicito della richiesta di autorizzazione, un’intenzione apertamente dichiarata è quella di “sarcofagare” i fanghi accumulati a partire dal 2003 (prima smaltiti direttamente in mare) e stoccati nello stabilimento di Cirò. Per fare questo è previsto lo scarico della salamoia ” per poter proseguire le attività di manutenzione e monitoraggio dei pozzi della miniera “. Dunque, mentre la salamoia ancora presente in miniera (per stabilizzare i pozzi) dovrebbe essere estratta, il materiale di risulta del processo di raffinazione del sale dovrebbe tornare in miniera a fare da tappabuchi.

Un albero del cloro interattivo

Un albero del cloro interattivo

http://www.chlorinetree.org/pages/flash.html

In Europa, più del 50% della produzione dell’industria chimica dipende dalla filiera cloro-soda (fonte EuroChlor, http://www.eurochlor.org). 70 Impianti in 21 paesi producono cloro con tecnologie diverse, la più importante delle quali è ormai quella che utilizza celle a membrane (nel 2011 la quota di produzione mediante celle a membrane aveva superato il 51% del totale). E’ pur vero che la produzione attuale di cloro in Italia è marginale (a inizio 2012 rappresentava circa il 3% del totale prodotto in Europa) e che ci potrebbe essere un forte interesse a incrementarla. Ciò che non si capisce è perchè il prezzo debbano pagarlo i soliti.

Il salgemma è una risorsa non rinnovabile, e il suo sfruttamento deve essere compatibile con la tutela del territorio e della disponibilità di acqua potabile per la comunità. L’utilizzo di metodi che provocano fenomeni di instabilità dei terreni con forte subsidenza, frane e camini di collasso, carenza idrica e possibile desertificazione dei suoli devono essere banditi o strettamente sorvegliati. Le concessioni minerarie non devono essere più perpetue. In Italia il problema si è presentato più volte (vedi anche il caso delle miniere di sale nella Val di Cecina) e i “mandanti” sono le industrie chimiche, siano esse l’Eni, la Solvay o altre ancora. Possiamo ancora permetterci tutto questo e dare alla chimica e ai chimici un’ulteriore colpa da espiare?

Dal 2009 la miniera di Belvedere di Spinello è ferma.

Riassumendo, la Syndial cerca di ripulire il tutto prima della pianificata cessione. D’altra parte Syndial ormai si è data un’anima verde, e agisce  principalmente nel campo molto interessante, e potenzialmente lucrativo, della bonifica e ripristino ambientale di aree dismesse o da riqualificare. In pratica possiede ancora impianti in produzione della filiera del cloro nonchè una lunga teoria di contenziosi per danni ambientali ereditati da Enichem.

Nel 2012 la Syndial è stata condannata a un maxi risarcimento di circa 50 milioni di euro per la vicenda dello smaltimento delle ferriti di zinco provenienti dall’impianto di produzione dell’ex-Pertusola di Crotone. Nel febbraio di quest’anno il comune di Cassano Jonio (CS) ha concordato con Syndial  un risarcimento per 4.7 milioni di euro per aver accolto in una discarica parte di quei rifiuti ferrosi.

La Calabria è piena di zone morte.

Per approfondire

 

Esistono pochissimi documenti che documentano le dimensioni del disastro di Belvedere di Spinello del 1984.

Su YouTube si trova un raro filmato a cui si sovrappone l’audio di una riunione tra il Ministro dell’Ambiente e le autorità locali in epoca successiva ai fatti (Roma, 18 Maggio 1988).

Audio – Tratto dagli archivi di http://www.radioradicale.it

Video – Tratto dalla scheda dell’evento catastrofico realizzata dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica di Cosenza (IRPI).

Lo studio geologico dell’area era stato approfondito già a partire dagli anni ’60.

RODA C. (1965) – Geologia della Tavoletta Belvedere di Spinello. Boll. Soc. Geol. It., Vol. 84, fasc. 2, 1-131.

Per arrivare a sviluppare l’analisi del rischio bisogna però aspettare gli anni successivi al disastro.

GISOTTI G. (1992) – Problemi geo-ambientali inerenti la miniera di salgemma di Belvedere Spinello (Catanzaro). Un nuovo caso di subsidenza in Italia. Mem. Descr. Carta Geol. D’It., Vol. XLII, 283-306.

G. Fortunato, F. Ferrucci, A. Guerricchio (2009) – Interferometria Radar satellitare per il monitoraggio di subsidenze legate ad attività mineraria: il caso della miniera di salgemma di Belvedere Spinello (CZ). Rendiconti online Soc. Geol. It., Vol. 8 (2009), 59-62.

http://www.socgeol.it/files/download/Rendiconti/r_o_8_iv.pdf

Interrogazione Parlamentare di Berlinguer, Mesoraca, Nespolo (pag. 103)
(Senato della Repubblica, 4 Dicembre 1987)
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/318105.pdf

Rapporto Ambientale
(redatto da ERM Italia per Syndial, 2008)
http://www.regione.calabria.it/ambiente/allegati/documenti_vari/avvisi_assoggettabilit/privati/syndial/rapporto_ambientale.pdf

Nota del blogmaster: esiste anche una relazione giacente presso il tribunale di Crotone redatta da una commissione di esperti la Commissione d’inchiesta giudiziaria sul disastro ambientale determinato dalla Miniera di sale di Belvedere Spinello (coltivata per dissoluzione) (dei proff. Berry, Penta e Dente) ma non sono in grado di linkarla.

9 thoughts on “Le zone morte: 2. Il sale fa più paura del cloro. Il caso di Belvedere di Spinello (Kr)

  1. Questo è materiale prezioso: Il linguaggio e gli approfondimenti consigliati, lo rendono utilizzabile, a scopo didattico, anche con i ragazzi del biennio delle superiori! Grazie
    Margherita Spanedda

  2. Non apprezzo affatto il link commerciale, ma l’articolo è interessante: fa riflettere su quanta importanzariveste una attività sull’ambiente e sul territorio e su quanto poco venga considerato questo aspetto nella valutazione economica complessiva.

  3. Se il link a cui si riferisce il lettore è quello relativo all’albero del cloro penso di poter essere d’accordo. Mi sono posto anch’io il problema quando l’ho proposto senza trovare nulla di più utile che avesse anche un certo grado d’interattività. Confido tuttavia nella capacità critica e indipendenza dei nostri lettori. Per collegamenti più neutri si può sempre ricorrere a Wikipedia o a link più specifici (ma non molto coerenti con il post) come il seguente
    http://www.cdc.gov/niosh/topics/chlorine/

    • Il problema con i disastri ambientali in Italia è che dopo molti anni ancora ne parliamo cercando di stabilire verità storiche e responsabilità. Il Vajont ne è la prova più lampante.

      Cosa impedisce all’Italia di essere un paese a democrazia piena? Perchè in un paese come gli Stati Uniti un’azienda come la Texas Brine (quella di cui si parla nel collegamento citato per una vicenda certamente più complicata di quella di cui si parla in questo post ) riesce a proporre un’indennizzo alle popolazioni coinvolte a soli 14 mesi dal verificarsi del disastro e in Italia aziende come l’Enichem per la vicenda di Belvedere Spinello (o altre in casi analoghi) vanno in tutt’altra direzione e sempre difendono solo e soltanto le loro ragioni?

      E’ vero anche che quando si cerca di ristabilire una verità fattuale ci sono altre barriere che si frappongono tra i fatti e la loro interpretazione. Parlo ad esempio della reticenza o non collaborazione dei cosiddetti “tecnici”. In questo caso ho trovato molte porte chiuse nell’accademia italiana che vanno dal prestigioso ordinario dell’università bolognese che prima risponde ad alcune domande e poi nega di averlo fatto, al collega di università che neanche si prende la briga di rispondere alle mie richieste di collaborazione.

  4. gli uomini sono prepotenti,nessuno dovrebbe poter rovinare il territorio di un paese.ogni paese dovrebbe essere padrone assoluto del proprio territorio.ricordo che all’epoca noi popolazione scendemmo sulla superstrada a protestare contro l’insediamento della miniera ma cosa potevamo noi poverini di fronte al colosso minerario.ci vorrebbe una legge che desse alla popolazione di ogni paese la facoltà di decidere se farsi invadere o meno il proprio territorio.

  5. padroni del territorio di un paese sono tutti gli abitanti, non tre quattro cinque dieci persone che si possono permettere di decidere per tutti,sono le leggi che sono fatte male.quando si tratta di dover decidere di un bene che è di tutti gli abitanti del paese sono tutti gli abitanti che devono essere interpellati ed è la loro volontà che deve prevalere.per la stupidità di pochi e per la stoltezza di gente potente e incosciente il nostro paese naviga su immense caverne d’acqua

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