Bonifica dei siti contaminati

 a cura di Luigi Campanella ex presidente SCI

Sappiamo che il passato ci ha lasciato una grave eredità, le bonifiche sono ferme, mentre procede la costruzione di nuovi impianti. La necessità prioritaria è per adeguati strumenti e modelli conoscitivi. Nell’ambito degli interventi in un sito sospetto di contaminazione, il progetto di turno effettua ricerche sull’estensione dell’area da bonificare, individua quindi un’area definita “contaminata” secondo la normativa vigente e ne traccia i confini isolandola dal resto del territorio, definito, sempre secondo la normativa, come “non contaminato”.
Dal punto di vista normativo, fino ad aprile del 2006 le attività di bonifica erano disciplinate dal DM 471 del 1999, che, con un approccio tabellare, distingueva tra siti contaminati e non contaminati sulla base delle concentrazioni di sostanze tossico-nocive rilevate nel terreno: analizzando gli esiti di laboratorio veniva definito contaminato un sito in cui uno o più parametri fossero risultati superiori ai corrispettivi limiti fissati dalla normativa, indipendentemente dall’estensione e dall’ubicazione del sito analizzato. Con il varo del Dlgs. 03.04.2006 n° 152 è stato affiancato all’approccio tabellare anche lo studio dell’analisi di rischio, che contempla la valutazione degli effetti nocivi nei confronti dell’uomo e delle risorse acquifere sotterranee dovuti a sostanze pericolose presenti nel terreno. In sintesi, se una o più concentrazioni dei terreni in esame supera i limiti tabellari (ereditati dal precedente DM 471/99 e denominati Csc, Concentrazioni Soglia di Contaminazione), si è in presenza di un sito potenzialmente contaminato. A decretare definitivamente se il sito in questione è contaminato o meno interviene l’analisi di rischio, che, partendo dai dati sperimentali rilevati durante la caratterizzazione e dal Modello Concettuale Sitospecifico dell’area (detto Mcs e contenente i parametri necessari alla modellizzazione fisico-chimica del territorio in esame), valuta i principali percorsi che possono portare le sostanze nocive a contatto dell’uomo e della falda, e calcola i valori di concentrazione oltre i quali il rischio diventerebbe non più accettabile, denominati Csr (Concentrazioni Soglia di Rischio). Solo se le contaminazioni rilevate nel sito sono superiori alla Csr il sito viene considerato contaminato a tutti gli effetti e viene predisposto il progetto di bonifica, mirato al raggiungimento di un livello di rischio accettabile. Possiamo sintetizzare come segue i principali metodi per raggiungere tale obbiettivo:

realizzando operazioni di messa in sicurezza permanente, in cui viene lasciata inalterata la contaminazione e vengono modificate le caratteristiche sitospecifiche dell’area, in modo tale da intercettare i percorsi di migrazione di contaminanti verso i recettori (ad esempio, con coperture impermeabili e diaframmature).
riducendo le concentrazioni presenti (ad esempio, con metodi in situ che prevedono il lavaggio dei terreni o la degradazione dei composti da parte di batteri);
rimuovendo gli strati contaminati (caso dell’asportazione con sbancamento dei terreni).

i 57 siti contaminati di interesse nazionale

i 57 siti contaminati di interesse nazionale

Con l’esclusione delle bonifiche attuate con misure di sicurezza permanente, le Csr così calcolate diventano, in caso di approvazione dell’analisi di rischio da parte della conferenza dei servizi, l’obbiettivo da raggiungere: al termine delle opere di bonifica saranno, infatti, effettuate le verifiche analitiche di collaudo e l’area sarà restituita alla sua piena fruibilità solo se le concentrazioni rilevate saranno inferiori alle Csr.
L’effetto dello studio dei rischi associati alle contaminazioni presenti porta, in molti casi, ad avere valori in Csr superiori alle Csc (e quindi più permissivi), dal momento che sovente le caratteristiche del sito, le estensioni limitate delle contaminazioni e la tipologia dei reattori esposti (ad esempio, adulti anziché bambini) sono tali da ridurre i rischi legati alle sostanze nocive presenti nel terreno.
Per contro, può accadere di ottenere valori di Csr inferiori alle Csc, specialmente nei siti in cui l’estensione della contaminazione è rilevante e/o i percorsi di esposizione siano particolarmente sfavorevoli. In questi casi gli obbiettivi della bonifica possono (e devono, da un punto di vista sanitario) diventare più restrittivi e severi dei limiti tabellari.
La situazione nel nostro Paese è tale da rendere necessario un progetto nazionale finalizzato ad una bonifica delle aree industriali contaminate l(a cui superficie complessiva è valutata in circa il 3% del territorio nazionale). Tale progetto da un lato deve fondarsi sulla valutazione delle risorse disponibili per realizzarlo al fine di evitare di pervenire a bonifiche incomplete, dall’altro deve stabilire alcuni modelli conoscitivi.
Manca un preciso “modello idrologico” che descriva come “si muove l’acqua”; manca un adeguato modello di simulazione della circolazione atmosferica locale e dei fenomeni fisico chimici che in essa si svolgono. Mancano ancora dati fondamentali come quello delle emissioni di impianti in funzione da decenni (perché, secondo le disposizioni attuali, non hanno l’obbligo di essere rilevati al camino). Si costruisce al buio, e si bonifica, al massimo, un pezzettino alla volta.

per approfondire:

http://www.cgil.it/Archivio/Ambiente-Territorio/RifiutiBonifiche/Bonifiche%5CReport2_Bonifiche_SitiContaminati.pdf

2 thoughts on “Bonifica dei siti contaminati

  1. Ottimo avere affrontato l’argomento dei siti contaminati.
    Mi piacerebbe affrontare una discussione con il prof. Luigi Campanella, amico da anni anche se non ci vediamo davvero spesso.

  2. Un piccolo aggiornamento a quanto indicato dal Prof. Campanella.

    Sulla Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2013 è stato pubblicato il DM 11 gennaio 2013 “Approvazione dell’elenco dei siti che non soddisfano i requisiti di cui ai commi 2 e 2-bis dell’art. 252 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e che non sono più ricompresi tra i siti di bonifica di interesse nazionale“.

    Significa che 18 dei cosiddetti 57 Siti di Interesse Nazionale passano alle competenze delle regioni. In pratica lo stato ritiene di dover concentrare l’azione “su 39 aree di particolare complessità ambientale per la presenza di impianti chimici o di contaminazioni più pericolose”.

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