Le zone morte: 5. Il caso “Caffaro” di Brescia.

Nota del webmaster: Marino Ruzzenenti non è un chimico, insegna italiano e storia, ma si è costruito con pazienza una competenza chimica enorme costituendo e poi dirigendo un comitato cittadino che ha messo in luce uno dei maggiori inquinamenti del mondo, quello dovuto alla Caffaro nel territorio cittadino di Brescia; autore di numerosi libri ed articoli il prof. Ruzzenenti ci racconta la sua storia e risponde alle nostre domande.

a cura di Marino Ruzzenenti (con una intervista di C. Della Volpe)

 A Brescia vi è una porzione della città, 4 milioni di metri quadrati su cui vivono circa 25.000 abitanti, sottoposta da oltre 11 anni ad un’allucinante Ordinanza sindacale che proibisce ai cittadini ogni contatto con il terreno, prescrivendo rigidissimi divieti: qualsiasi uso anche a scopo ricreativo dei suoli; consumo alimentare umano dei vegetali spontanei e dei prodotti degli orti, presenti nella zona; allevamento di animali destinati direttamente o con i loro prodotti all’alimentazione umana; pascolo degli animali medesimi; consumo di alimenti di origine animale prodotti in zona; utilizzo dei sedimento dei fossati; asportazione di terreno… Insomma i cittadini sono confinati nelle loro case e  nei soli spazi cementificati o asfaltati. Significativa al riguardo la situazione della scuola primaria “Deledda” dove i bambini da 11 anni non possono  giocare nel giardino della scuola stessa, costretti su una piattaforma di cemento.

Questa Ordinanza è l’emblema di uno dei casi di inquinamento da PCB e diossine più disastrosi che si siano verificati all’interno di una città.

Un emblema, tra l’altro, tanto clamoroso da impedire che, nonostante reiterati tentativi, il disastro ambientale che sottende possa essere rimosso e ricacciato sotto il proverbiale tappeto. In effetti fino al 2001 la società bresciana era riuscita a tenere perfettamente celato l’inquinamento di questa porzione della città, per oltre mezzo secolo. In quell’anno, in verità, non si registrò nessun episodio particolare, nessun incidente o fuga di gas tossici in ambiente.  Veniva semplicemente pubblicata la storia della Caffaro, le cui conclusioni vennero anticipate,  il 13 agosto del 2001, dal quotidiano “La Repubblica”, con un lancio clamoroso in prima pagina, A Brescia c’è una Seveso bis, che fece riemergere per intero quanto era stato per decenni rimosso. Si ipotizzava, in sostanza, una grave contaminazione da PCB, ma anche da diossine e mercurio, di una vasta zona a sud della Caffaro, un’industria chimica operante per circa un secolo all’interno della città di Brescia:  la denuncia si basava sulla documentazione storica dei processi e dei prodotti dell’azienda, nonché sulle vie accertate di dispersione in ambiente delle sostanze tossiche trattate. La Caffaro fu l’unica azienda chimica italiana a produrre su licenza Monsanto, per oltre 40 anni fino al 1984, i famigerati PCB, parenti stretti delle diossine.

PCB

A quel punto le istituzioni furono costrette ad indagare, in verità con il malcelato intento di smentire l’improvvido allarme. Invece ne risultò un quadro ben più grave di quello ipotizzato dallo scoop agostano. In tutto il territorio a sud e a valle della Caffaro i PCB e le diossine erano presenti nel terreno da dieci a centinaia di volte oltre i limiti di legge, fino ad un massimo di 8.330 μg/kg per i PCB (limite 60 μg/kg) e di 3.322 ngTEQ/kg per le diossine (limite 10 ngTEQ/kg), ovvero livelli di contaminazione dei terreni, sovrapponibili a quelli della zona A, a suo tempo evacuata, di Seveso, con l’aggravante che in questo caso lo strato di terreno contaminato non era di 7 cm, ma almeno di 50 cm e con un’estensione molto maggiore. Si rilevò, inoltre, la presenza di altre sostanze, tra cui mercurio, tetracloruro di carbonio, DDT, arsenico che interessava sia i corsi d’acqua superficiali che la falda. Ciò determinò l’inclusione nel 2002 dell’area nei siti inquinati di interesse nazionale, come “Sito Brescia-Caffaro”, e l’emanazione dell’Ordinanza sindacale, di cui si è detto, rinnovata di sei mesi in sei mesi,  fino ad oggi e a tempo indeterminato.

mappabresciacaffaro2Ma in quella zona a sud della fabbrica, in passato per decenni, avevano operato una ventina di aziende agricole che avevano prodotto latte e carne,  che oggi sappiamo contaminati, per il macello comunale e la centrale del latte. Solo nel 2001, si è sostanzialmente interrotta la diffusione della contaminazione, che nel caso di PCB e diossine, com’è noto, avviene quasi esclusivamente attraverso la catena alimentare.

Sta di fatto che i bresciani si ritrovano con livelli di diossine nel sangue mediamente fuori norma,  ed elevatissimi nel caso dei consumatori di prodotti alimentari del “sito Caffaro”.

Può servire a dare un’idea dell’eccezionalità del “caso Caffaro” un confronto con il “caso Ilva” oggi sotto i riflettori dei media. Qui sono stati indagati gli allevatori, nei dintorni della grande acciaieria, consumatori dei propri prodotti, e quindi più esposti, in particolare quelli più vicini all’impianto.

Ebbene i bresciani “non esposti” presentano concentrazioni di diossine nel sangue addirittura superiori ai cittadini di Taranto più esposti. Quasi 10 volte più elevate le concentrazioni nel sangue dei bresciani esposti del “sito Caffaro” abituali consumatori di prodotti provenienti dal sito stesso.

pcbnelsangue

Ancor più clamoroso il caso del latte materno di una puerpera alimentata con prodotti provenienti dal sito bresciano. Le concentrazioni di diossine rilevate a Brescia nel sito Caffaro (147 pgTEQ/g di grasso) non trovano riscontro in altri casi di puerpere di siti contaminati tra i più noti (Venezia – Mestre, Taranto – Ilva, Duisburg – Ruhr, Caserta – “terra dei fuochi”), dove le concentrazioni oscillano tra i 15 e i 34 pgTEQ/g di grasso. Si pensi che il neonato figlio di quella signora ha assunto una dose giornaliera di diossina per kg di peso corporeo pari a 882 pgTEQ/kg-bw, rispetto al limite di 2 pgTEQ/kg-bw, indicato dall’Unione europea, ovvero qualcosa come 441 volte oltre il limite.

Ora, ci si potrebbe chiedere: com’è stata possibile una contaminazione tanto importante?

Due sono stati i fattori specifici concomitanti (oltre alla colpevole “ignoranza” storica della legislazione italiana sulla pericolosità d questi composti).

bresciacaffarohttp://www.giornaledibrescia.it/fotogallery/la-caffaro-in-via-milano-7.28502?page=7.410-2&start=true

Da un canto la collocazione della fabbrica. Un insieme di fattori sembrano “giustificare” quella insensata ubicazione nel 1906 all’interno della città, a ridosso del centro storico: un progetto tecnico produttivo che presupponeva una disponibilità di energia elettrica considerevole e a basso costo, disponibile nelle valli bresciane, la contiguità al sistema ferroviario nazionale, la possibilità di attingere l’acqua necessaria e di reperire in loco manodopera.  Brescia, in particolare il territorio di Fiumicello-Borgo S. Giovanni, era perfettamente funzionale a tale progetto. Lo stabilimento quindi sorse subito al di là del cimitero Vantiniano sull’allora via provinciale per Milano,  nell’area più esterna di quella che stava diventando la zona industriale della città. La fabbrica si inserì all’interno della frazione di Borgo S. Giovanni-Fiumicello. Anzi si collocò addirittura all’intorno della scuola elementare “Dusi”, costruita nel 1898 per i bambini del Borgo,  nelle adiacenze delle cascine che costellavano i campi a sud-ovest dello stesso abitato, a 300 metri dall’antica chiesa parrocchiale e dal centro del Borgo stesso e a poche decine di metri dalla stazione prevista proprio per servire quel nucleo abitativo, la stazione della ferrovia Brescia Iseo, per l’appunto di Borgo S. Giovanni, un quartiere che all’epoca raggiungeva i 3000 abitanti circa. Con tutta evidenza si accendeva una miccia accanto ad una bomba destinata prima o poi a deflagrare, insediando all’interno di una città un’industria chimica che si sarebbe poi specializzata nella produzione dei composti organici del cloro (oltre ai PCB, il pentaclorofenolo, il DDT, il lindano…), sostanze in generale cancerogene, non biodegradabili, altamente bioaccumulabili.

A ciò si aggiunga il fatto che lo scarico di notevole portata della fabbrica in corpo idrico superficiale fu per quasi un secolo la principale sorgente delle rogge che andavano ad irrigare i campi a valle della fabbrica, un perfetto veicolo per diffondere in ambiente le sostanze inquinanti. Da una documentazione esistente in Caffaro si è appreso che dallo scarico Caffaro di norma usciva una quantità enorme di PCB, pari a circa 10 kg/die, vale a dire quasi 4 tonnellate anno. Sulla base di questo dato rigorosamente documentato è facile calcolare che le diossine in uscita possano essere state pari a diversi grammiTEQ/die, nell’ordine, dunque di kgTEQ/anno,  se se si tiene conto del rapporto tra diossine e PCB ritrovati nei terreni appunto irrigati da detto scarico nel corso dei decenni. Le produzioni di PCB e di organoclorurati, che possono aver causato formazione di diossine, sono proseguite, al netto della sospensione della seconda guerra mondiale, per circa 40 anni. E’ facile fare i conti: si tratta di circa 150 tonnellate di PCB disperse in ambiente a sud della fabbrica e di diverse decine di kgTEQ di diossine. Quantità davvero enormi.

A  questo punto, scoperto l’immane disastro, come porvi rimedio?

Dopo 11 anni siamo ancora al punto di partenza. A Brescia si continua a ripetere: il compito è così complesso e difficile, che non si sa da dove cominciare. Oltre ai milioni di metri cubi di terreno inquinato all’esterno della fabbrica, va tenuto in conto il sito industriale stesso, in gran parte dismesso, che rappresenta dentro la città una zolla di terreno di 100mila metri quadrati con inquinamento a concentrazioni elevatissime fino a 35 metri e oltre di profondità e con il pericolo incombente di una contaminazione disastrosa della falda cittadina.

D’altro canto non si può abbandonare una porzione della città e 25.000 abitanti a quelle restrizioni  descritte in apertura e lasciare innescata la bomba ecologica della Caffaro dentro la città.

Brescia dovrebbe diventare un caso di studio, di ricerca e di progettazione almeno di livello europeo, in cui mettere all’opera le migliori risorse scientifiche e tecniche disponibili in tema di bonifiche, con un progetto dunque finanziato anche dall’Ue, che veda una cooperazione attiva tra università, ricerca e imprese impegnate nelle tecnologie più efficaci alla “ripulitura” di ambienti inquinati.

Brescia 31 maggio 2013

Per approfondire: http://www.ambientebrescia.it/Caffaro.html

http://en.wikipedia.org/wiki/Polychlorinated_biphenyl

Marino Ruzzenenti, Un secolo di cloro e… PCB. Storia delle industrie Caffaro di Brescia, Jaca Book, 2001.

Béatrice Lauby-Secretan, Dana Loomis, Yann Grosse, Fatiha El Ghissassi, Véronique Bouvard, Lamia Benbrahim-Tallaa, Neela Guha, Robert Baan, Heidi Mattock, Kurt Straif (aprile 2013). Carcinogenicity of polychlorinated biphenyls and polybrominated biphenyls. The Lancet Oncology 14 (4): 287-288  (in inglese). DOI:10.1016/S1470-2045(13)70104-9

 Soren Jensen Ambio Vol. 1, No. 4, Sep., 1972  ,The PCB Story

una ampia bibliografia e molti dati sui PCB  su http://www.foxriverwatch.com/monsanto2a_pcb_pcbs.html

http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/13_maggio_29/sito-caffaro-diventa-regionale-arpa-fa-nuovi-controlli-pochi-fondi-pietro-gorlani-2221384859483.shtml

 

Nota storica del webmaster: Nel 1865 fu scoperta la prima molecola PCB-like, un sottoprodotto del catrame di carbon-fossile. Nel 1881 una coppia di chimici tedeschi,[Schmidt, H.; Schultz, G., (1881). Einwirkung von Fiinffach-Chlorphosphor auf das y-diphenol. Ann. Chim, 207, 338­-344], sintetizzarono il primo PCB in laboratorio. La loro applicazione industriale più ampia iniziò comunque attorno agli anni’ 30 a causa della grande stabilità chimica con ottime proprietà antifuoco e di resistenza al calore. Sono stati usati come fluidi dielettrici nei condensatori, fluidi idraulici, oli lubrificanti, plasticizzanti, additivi nei pesticidi, negli inchiostri e nelle vernici. Grandi quantità di PCB furono riversate in ambiente in quantità ancora ben misurabili oggi nelle piume degli uccelli conservati nei musei. La presenza dei PCB nell’ambiente fu scoperta (almeno ufficialmente) per la prima volta in campioni biologici solo nel 1966 [Jensen, S., (1966). Report of a new chemical hazard. New Scientist, 32, 612]. Nel febbraio 2013, 26 esperti di 12 paesi si sono incontrati alla IARC (l’agenzia internazionale per le ricerche sul cancro) a Lione per riconsiderare la cancerogenicità dei PCB e dei bifenili polibrominati (PBB), risultati che saranno pubblicati nel vol 107 delle monografie IARC concludendo che i PCB passano dal gruppo 2a (probabilmente cancerogeni per l’uomo) al gruppo 1 (sicuramente cancerogeni per l’uomo). Nello scorso mese di aprile The Lancet Oncology (Vol 14, Issue 4, Pages 287 – 288, April 2013  doi:10.1016/S1470-2045(13)70104-9 Carcinogenicity of polychlorinated biphenyls and polybrominated biphenyls Béatrice Lauby-Secretan  e al. vedi articolo citato) ha pubblicato alcuni dei risultati della ricerca su cui si è basata la decisione. (articolo libero per gli utenti di Lancet)

TEQ= tossicità equivalente  pg=picogrammo  bw=body weight, peso corporeo

marinoRuzzenentida http://www.ambientesviluppo.it/public/2011/03/

Intervista a Marino Ruzzenenti.

1) come mai un professore di storia si interessa a tal punto della chimica industriale e dei suoi problemi ambientali da essere diventato uno dei massimi esperti del settore?

Non credo di essere  uno dei massimi esperti. Ricordo solo che, pur essendomi laureato in storia, ho sempre avuto una grande passione (e forse predisposizione)  per la matematica, la fisica, la chimica…Ma le condizioni della mia famiglia, all’epoca, non mi permettevano il liceo scientifico: dovetti accontentarmi dell’istituto magistrale, con il vantaggio della riduzione di un anno e dell’impiego in ruolo come maestro a 19 anni. Ma alle Magistrali di allora si studiava anche chimica, seppur elementare. Poi mi capitò, e siamo verso la fine degli anni Ottanta, di operare per un periodo in Brasile dove le devastazioni prodotte sull’ambiente da grandi poli industriali chimici e siderurgici erano di  brutale evidenza. Al ritorno, e siamo negli anni delle campagne per la salvaguardia dell’Amazzonia e della prima Conferenza di Rio dell’Onu sull’ambiente, ebbi un incontro decisivo,  alla Fondazione Luigi  Micheletti, con un personaggio che di questi problemi si era sempre occupato e continua ad occuparsi, il professor Giorgio Nebbia, grande chimico e merceologo, padre illustre del pensiero ecologico italiano e non solo. Da allora le mie ricerche  storiche cominciarono ad orientarsi sul terreno dell’industria, di quella chimica in particolare, e del suo impatto sull’ambiente. Ma senza i consigli e la consulenza di Giorgio Nebbia, o di Luigi Mara, e di altri esperti e tecnici, i miei studi sarebbero sicuramente incorsi in molti più errori. La storia dell’industria chimica richiede, infatti, molte competenze e lo storico deve aver l’accortezza di riconoscere la propria ignoranza ed affidarsi a chi ne sa davvero.

2) cosa pensa della chimica come scienza e come tecnologia? Quali sono stati i rapporti che lei ha avuto con i chimici del suo territorio?

La chimica è sicuramente la scienza protagonista assoluta del secolo scorso, sia sul piano della ricerca innovativa che su quello delle applicazioni industriali: si pensi alla petrolchimica come motore essenziale della società dei consumi, oppure alla farmaceutica nel debellare le tradizionali malattie infettive, o all’agrochimica nella cosiddetta “rivoluzione verde”…La chimica ha nel contempo mostrato con più evidenza l’ambiguità della Tecnica, di cui tanti filosofi, moralisti, pensatori si sono occupati: capace, quasi come una sorta di divinità, di “creare” una “nuova realtà” artificiale paradossalmente migliore per l’uomo di quella naturale, perché controllabile; ma con potenzialità distruttive, spesso non intenzionali e scoperte con troppo ritardo, in grado di recare danni a volte irreversibili alla biosfera e quindi anche alla salute umana.

Insomma la chimica rimane una scienza affascinante e con grandi potenzialità, ma che dovremmo imparare sempre più a maneggiare con cura e con grande precauzione.

I chimici che ho conosciuto in generale erano appassionati al proprio lavoro, a volte non pienamente consapevoli dei rischi (nel loro percorso di studi spesso la tossicologia era del tutto assente).

3) la situazione di Brescia e del territorio inquinato dai prodotti Caffaro appare complessa e difficile da risolvere; quali prospettive concrete ci sono secondo lei di riportare il territorio alla situazione pre inquinamento e con quali costi?

Occorre essere consapevoli che il termine “bonifica” è un puro eufemismo. Specialmente quando si è in presenza di sostanze, come molti composti organici del cloro, la famosa “sporca dozzina” della Convenzione di Stoccolma del 2001, che sono persistenti in ambiente e pochissimo biodegradabili. Quindi per quanto riguarda il territorio del sito industriale Caffaro e della vasta area a sud della fabbrica, inquinata in particolare da PCB e diossine, non ci si può illudere di poterlo ripristinare nella situazione pre inquinamento. La ferità rimarrà molto a lungo, forse per sempre. Cosa si può  e si deve fare? Per il sito industriale occorre trovare una soluzione tecnica che ne consenta l’incapsulamento, una sorta di grande sarcofago capace di contenere gli inquinanti ed evitarne la dispersione in ambiente. Per le aree esterne gli interventi andranno diversamente modulati: per  quelle che presentano una priorità ed un’emergenza sociale (giardini delle scuole, parchi pubblici, ecc,)  non si potrà che procedere alla sostituzione del terreno superficiale con la collocazione in discarica appropriata di quello contaminato; per le altre si tratta di ricercare soluzioni tecnologiche diverse che consentano possibilmente la riduzione dell’inquinamento in situ. E’ ovvio, che nel caso di Brescia – Caffaro occorre attivare anche la ricerca scientifica per tecnologie innovative di “bonifica”. I costi? Il Ministero dell’Ambiente li ha valutati in oltre un miliardo di euro; certamente l’ordine di grandezza realistico va riferito a diverse centinaia di milioni di euro.

mappabresciacaffaro

4) problema delle responsabilità: chi pagherà? Perché negli altri paesi, il caso USA di Anniston è esemplare, ci sono stati comunque dei rimborsi mentre qui non se ne parla o quasi e pagherebbe pantalone (se pagasse)?

Il caso di Anniston[1] è emblematico delle carenze legislative e di tutela dei cittadini del sistema italiano. Anche ad Anniston la “scoperta” del disastro ambientale avvenne, come a Brescia, nel 2001. Lì i cittadini attivarono una class action, allora istituto  già presente e ampiamente sperimentato negli Usa, con importanti risultati: l’accesso all’archivio Monsanto dove risultò che il centro ricerche interno conosceva già dal 1937 le proprietà tossiche dei PCB per l’ambiente e per il vivente (i principali documenti sono on  line); un adeguato finanziamento per le bonifiche, da subito avviate; infine un significativo risarcimento dei danni subiti dai cittadini. A Brescia, nulla di tutto ciò, sia per limiti macroscopici della nostra legislazione, sia per inettitudine delle Autorità istituzionali, sia per la classica “furbizia” nostrana, per cui la scappatoia si trova sempre.

In realtà vi è una mega causa civile in corso al tribunale di Milano nei confronti delle vecchie proprietà di controllo della Snia-Caffaro ora fallita, ma dagli esiti alquanto incerti. Nel frattempo, se si vuole fare qualcosa ( e si deve!) a pagare sarà “pantalone”.

 

5)in Italia molti problemi di questo tipo vengono da lontano anche storicamente, sono il frutto della politica industriale del fascismo; il parallelo col caso SLOI è notevole; cosa ne pensa? quali elementi di continuità e quali di discontinuità con la politica fascista?

Indubbiamente la chimica e l’industria chimica fu particolarmente coccolata dal regime fascista, perché ritenuta strategica, sia ai fini dell’autosufficienza economica, sia per la guerra, fine ultimo e “salvifico” della politica di Mussolini. Erano in buona parte industrie di guerra,  alcune direttamente per gli aggressivi chimici, altre indirettamente, come la SLOI, per gli antidetonanti nei motori avio. Tuttavia le devastazioni continuarono anche nel dopoguerra, anzi assunsero per certi aspetti dimensioni impressionanti: si pensi che l’Italia, pur non avendo petrolio, divenne in pochi anni la piattaforma europea più importante, con un surplus produttivo finalizzato all’esportazione, per impianti di raffinazione e della petrolchimica, spesso collocati il luoghi di incantevole bellezza e di grande fragilità ambientale, ora in gran parte siti inquinati di interesse nazionale.

6)  per lei che si è anche occupato di questioni sindacali quale è stato il ruolo di fatto delle organizzazioni dei lavoratori? In altri casi come SLOI, Taranto o altri siti il sindacato non ha sempre avuto una politica chiara, dando l’idea che sulla salute e sull’ambiente si possa anche trattare; lei cosa ne pensa?

Anche nel caso del sindacato il giudizio è necessariamente ambivalente. Voglio solo accennare ad una storia ricchissima, che andrebbe indagata, relativa agli anni Sessanta e Settanta, in cui in diversi luoghi il sindacato italiano seppe elaborare una strategia di contrasto alle malattie professionali ed agli infortuni di grande efficace e innovazione: il cosiddetto “modello operaio” di intervento sull’ambiente di lavoro, all’insegna del motto “la salute non si vende”, attraverso la partecipazione attiva e consapevole dei lavoratori, la “non delega” e la “validazione consensuale”. E’ un’esperienza poco conosciuta e sepolta dalla controffensiva neoliberista degli anni Ottanta. Il punto critico si rivelò quando questa tensione al risanamento dell’ambiente interno alla fabbrica, e poi anche di quello esterno, si scontrò con gli effetti, anche a livello occupazionale, della fine dei “30 anni gloriosi” di crescita e sviluppo e con l’inizio del declino e della grande ristrutturazione industriale che va sotto il nome di globalizzazione. Di fronte all’alternativa drastica “salute o lavoro”, anche il sindacato, composto, come tutte le associazioni umane,  di gente “in carne ed ossa” e non di eroi, ha sicuramente balbettato. E ancora oggi si trova in grande difficoltà, a maggior ragione se mancano, ed è il caso dell’Italia, adeguate politiche pubbliche capaci di assecondare quella “conversione ecologica” dei sistemi produttivi che richiede il futuro vivibile delle prossime generazioni e che potrebbe conciliare lavoro, ambiente e salute.

[1] NdA: per approfondire il caso Anniston si veda il sito EPA: http://www.epa.gov/region4/superfund/sites/npl/alabama/anpcbstal.html

a quando pagine web delle APPA e della ISPRA sui “loro” siti?

.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...