La Società Chimica Italiana fra mutamenti e rivoluzioni industriali.

Il 4 luglio 2013 – Università di Roma “La Sapienza” Nuovo Edificio “Vincenzo Caglioti” del Dipartimento di Chimica – Aula II si terrà il Workshop

“La Società Chimica Italiana: missione, organizzazione, prospettive”

Una riflessione sulla nostra storia e sul nostro essere oggi per guardare al futuro Con quanti hanno a cuore la nostra associazione. Questo post richiama alcuni punti da discutere

a cura di Luigi Campanella – ex-Presidente della SCI

 Negli anni ’50 la maggioranza del nostro Paese era costituito da agricoltori (37%). Oggi non è così: il fatto che la Chimica ieri come oggi – due realtà diverse – rappresenti un indicatore credibile dell’economia è la migliore prova della sua flessibilità e della sua creatività, due delle caratteristiche più importanti della ns disciplina. Con le richieste di prodotti chimici successive allo sviluppo della società preindustriale si sono create le condizioni per i primi sbarchi in Italia di industrie chimiche, a partire dai grandi gruppi stranieri. La Montecatini a livello nazionale è stata l’espressione di questo momento purtroppo finito con la prima crisi chimica, legata ad errori di tipo tecnologico (costo impianti, gestione tecnica), organizzativo, strategico (entrata nel Mercato Americano, polo di Brindisi).

Nel 1956 viene siglato l’accordo per una Joint venture con la Shell. Segue una girandola di Presidenti come risvolto aziendale dell’entrata dello Stato nella Montecatini (Cefis, Merzagora, Campilli). La II crisi etichettata Montedison è l’espressione della Bolla Chimica sostanziata nell’indebitamento crescente e nel sostegno dello Stato a SIR, Liquichimica fino alla statalizzazione in ENI (1000 miliardi) e l’assunzione, sotto Segni presidente della Repubblica, di Rovelli a presidente. La nuova crisi è la fine di un sogno e l’arrivo di un altro, quello basato sulle plastiche  (Natta docet), PVC, PET e del loro utilizzo come materiali per l’imbottigliamento. È il momento dei piccoli, favorito del crollo dei grandi (BASF, Shell – insieme daranno vita a BASELL – Rhone Poulenc) e dalla volontà di investire in ricerca e sviluppo. Con gli ’80 siamo all’internazionalizzazione (accordi con il Giappone, con la Cina, con i Paesi Latino Americani, con l’India). La nuova crisi purtroppo ferma questo processo virtuoso e crea le condizioni per una nuova fase negativa dalla quale tutto sommato l’industria chimica limita i danni.

La Società Chimica Italiana ha in parte affiancato il ciclo industriale: nel momento positivo con una crescente presenza di questo settore nella vita e gestione della Società, in quello negativo con una prevalenza del mondo accademico e scientifico. In qualche particolare situazione si è anche creata una condizione di apparente contrasto fra responsabilità ambientale e denuncia tecnica: si è capito che era un errore ed oggi Società Chimica, Industria e Protezione Ambientale sono le tre gambe di un tavolo sul quale l’Industria Chimica sta sviluppando – speriamo  – la sua nuova ripartenza.Il recente convegno del Progetto Responsible Care ne è di certo un positivo segnale con il coinvolgimento a livello di coordinamento del past president della SCI

One thought on “La Società Chimica Italiana fra mutamenti e rivoluzioni industriali.

  1. Società Chimica Italiana, fra passato e futuro.

    Il breve intervento di Luigi stimola in me varie riflessioni, ma dato che io non ho mai avuto responsabilità di governo della SCI mi stimola riflessioni più critiche; prima di tutto consideriamo che il periodo postbellico avrebbe dovuto far sorgere anche al nostro interno un po’ di autocritica per il ruolo che la chimica aveva giocato nel ventennio; coccolata dal regime per il suo ruolo produttivo e bellico aveva messo i semi di alcuni mostri ecologici di cui paghiamo ancora oggi il prezzo.

    Nulla di tutto ciò è avvenuto. Certo in Parlamento sono andati alcuni chimici eletti da deputati e senatori, ma pochi di loro hanno giocato poi un ruolo critico del modello di sviluppo che si profilava; l’ho già scritto altrove, ma a me ex-giovane sessantottino solo due nomi di chimici “critici” vengono alla mente: Enzo Tiezzi e Giorgio Nebbia e nessuno di loro ha avuto mai un grande spazio nella SCI.

    La realtà è che la Chimica veniva da un lungo “sodalizio” col potere e guardava alle magnifiche sorti e progressive di un paese il cui sviluppo sembrava inarrestabile. Questo inarrestabile sviluppo diede origine proprio nel dopoguerra all’aggravamento e alla crescita di alcuni dei mostri produttivi prebellici: la SLOI, la Caffaro, l’area di Bussi-Piano d’Orta, ma anche le zone del Friuli e del Veneto, della Sicilia asservite ai grandi impianti e le altre decine di aree del nostro paese per un totale di ben 10.000 chilometri quadrati, il 3% del nostro territorio, che sono state inquinate in nome di uno sviluppo che in realtà è velocemente scomparso lasciandoci la crisi della Chimica nazionale e soprattuto oggi il riciclo dei grandi nomi dell’industria Chimica nell’affaire “ecoambientale”; non abbiamo più Montedison, ma i suoi eredi economici con altro nome che dichiarano a gran voce di essere oggi in grado di riparare “A NOSTRE SPESE”, a spese di Pantalone a danni ambientali complessi che dovremmo ripagare noi visto che i responsabili effettivi sono falliti, scomparsi e si sono riciclati in ragioni sociali diverse di nome, ma spessissimo NON di fatto: “abbiamo inquinato noi a spese della collettività, privatizzando i profitti e adesso vi proponiamo di ripulire a spese della collettività, socializzando le perdite”.

    Questo cari colleghi è un discorso inaccettabile! Come SCI non possiamo coprire nè questo ulteriore tentativo di “faire le burre” dei grandi gruppi chimici italiani e mondiali, nè possiamo soprattutto nascondere che non ci sono altri “sviluppi” possibili; lo sviluppo che ci ha portato dove siamo si può percorrere una volta sola, al momento le risorse planetarie non sono in grado di far fronte ad ulteriori “sviluppi” del medesimo stampo, anzi difficilmente a “sviluppi” tout court. In altri paesi le grandi aziende chimiche sono state OBBLIGATE a ripagare i danni a loro spese, da noi quasi mai.

    Sta a noi dire subito che il mondo è finito non infinito, che le risorse sono finite non infinite e devono essere usate con parsimonia e soprattutto con EQUITA’, che la sostenibilità non è un termine buono per ogni affare ma solo per un modo di produrre che non abbia come obbiettivo il profitto. L’agricoltura e l’energia al centro: abbiamo sballato con la rivoluzione verde i due cicli del fosforo e dell’azoto e non abbiamo risolto il problema della fame; non è questa la strada; non facciamo osanna alla nostra capacità di fissare azoto e fosforo che NON SIAMO in grado di RICICLARE! Questo è il punto; e per fissare azoto e fosforo usiamo i fossili su cui si basa ancora l’80% del nostro fabbisogno energetico e che hanno cambiato il clima del pianeta e continuerebbero a farlo anche se smettessimo di produrne adesso di anidride carbonica: il sistema climatico ci mette anni ed anni per arrivare a regime e il “regime” finale non ci piacerebbe affatto.

    Diverso il discorso della chimica verde, che è certamente da perseguire SEMPRE: la Chimica o sarà verde o NON sarà; ma anche lì vorrei capire bene quanto è sostenibile spostare risorse dal consumo agricolo all’industria in un mondo affamato, mentre il petrolio e i fossili usati per produrre materie prime e NON energia sono ancora tutto sommato presenti in quantità ragguardevoli.

    Questo dobbiamo dire come chimici e dobbiamo dirlo ORA; d’altronde non lo sostengo solo io, lo dicono i documenti approvati solo 2 anni da 18 nobel fra cui 5 chimici[1]. Ancora una volta mi schiero dalla parte di quei pochi colleghi “critici”, un po’ cassandre forse, ma che hanno disperatamente ragione: Ugo Bardi, Vincenzo Balzani, Guido Barone (e Giorgio Nebbia) che oggi “gridano” con tutta la voce che hanno in corpo che il modello di sviluppo che abbiamo seguito come società e che abbiamo (almeno in parte) affiancato come SCI non è più sostenibile.

    Claudio Della Volpe

    [1] http://globalsymposium2011.org/wp-content/uploads/2011/05/The-Stockholm-Memorandum.pdf

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