I due volti della chimica.

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

A dispetto della sua immagine, peraltro infondata, della più ottusa delle scienze fisiche e della corrente chemofobica che la incrimina per l’avvelenamento e l’inquinamento delle nostre città e delle nostre compagne, la chimica è in realtà la scienza centrale del 20˚ secolo. Essa è la base per comprendere la biologia, la medicina, la fisica dello stato solido e l’intera gamma delle tecnologie entrate nella nostra vita di tutti i giorni. La Chimica aiuta anche a comprendere la cosmologia, la geologia, l’evoluzione, l’archeologia e la biotecnologia, nonché il sistema delle prevenzioni e dei rimedi igienici e sanitari.
In questo secolo – che possiamo definire come chimico – la nostra cultura di tutti i giorni ed il nostro benessere dipendono fondamentalmente dalla straordinaria abilità del chimico a sintetizzare, a domanda, strutture molecolari tridimensionali.

Allora perché l’immagine del chimico è così negativa? Perché c’è così grande ignoranza di essa fra i non addetti? Una ragione è forse nel fatto che all’inizio del secolo nessuna nuova grande teoria concettuale è emersa, che fosse paragonabile a quella di Planck. Einstein e Bohr in Fisica o di Freud in Psicologia? Oppure la chimica è meno integrata con la nostra storia culturale poiché non è riuscita a sollevare alcun interesse filosofico? Oppure ciò è dovuto al fatto che la prima immagine di creazione di beni materiali sostenuta da libri ed annunci pubblicitari è stata drammaticamente messa in discussione da disastri come quello di Bhopal?
Le due facce della Chimica possono essere  esaminate e discusse a partire da eventi storici importanti: così la prima guerra mondiale, la guerra del chimico, segna il passaggio da una chimica quella Vittoriana dedicata ai problemi della fame del mondo, della fissazione dell’azoto atmosferico ad una chimica che prepara esplosivi e armi chimiche, innescando all’interno della disciplina una serie di drammatici dilemmi: creazione o distruzione, promesse o minacce, mito o realtà, napalm in Vietnam o crescita della produzione alimentare, inquinamento o disinquinamento? Quest’ultimo merita un’attenzione particolare. Le richieste della Società hanno innescato delle risposte da parte della chimica che ora deve però fare fronte alle numerose richieste in termini filoecologici che nascono proprio dall’avere soddisfatto le prime. Le risposte non sono soltanto scientifiche in questo caso, e come tali, non suscettibili di soluzioni universali ed omogenee.
Le cose vanno meglio nel settore alimentare e in quello farmaceutico. Nel primo la rivoluzione chemio-gastrica e le proibizioni carcinogeniche sono i segnali di una sensibilizzazione verso la salvaguardia del diritto della scienza a proteggere il cittadino al di là degli interessi economici. Nel secondo l’ingegneria razionale delle molecole ha consentito grandi risultati sia sul piano industriale che sanitario. Si adatta assai bene a tale settore quanto John Kenly Smith ha scritto sull’industria chimica Americana definendola interattiva.
Passando dalle applicazioni alla teoria alcune domande vengono poste dal dibattito: c’è una via chimica alla teorizzazione? La chimica ha i momenti suoi propri e razionali o le modificazioni e gli sviluppi scientifici si devono tutti spiegare in termini di contingenze sociali e culturali, come sostengono alcuni sociologi in contrasto con alcune scuole chimiche che sostengono che gli aspetti cognitivi non possono essere mai né ignorati né sottomessi a quelli sociali? I fattori sociali sebbene non insignificanti nella scelta dei problemi chimici, specialmente in un contesto industriale e commerciale, assumono tutto il proprio ruolo nel contesto accademico quando i risultati delle scoperte devono divenire oggetto di investimenti e di scelte di mercato.

"The Alchemist", by Sir William Douglas, 1855

“The Alchemist”, by Sir William Douglas, 1855

La storia in questo caso dovrebbe e potrebbe essere di grande aiuto, ma qui si avverte la separatezza fra chimici e storici della chimica: la grande maggioranza dei ricercatori chimici non legge – e fa male! – libri di storia della chimica e si preoccupa più del rigore e della precisione delle proprie ricerche. Sebbene la chimica non sollevi profonde questioni filosofiche sul cosmo e sulle origini e significati della vita, non di meno esiste una base metafisica della chimica moderna che rappresenta una scienza matura e empiricamente ricca.
E’ certo però che i chimici possono avere successi limitati senza una prospettiva storica, ma di questo le colpe possono essere equamente distribuite per quanto riguarda il passato. Per il presente e per il futuro le correzioni sono sempre possibili ed i segnali si vedono. In fondo questa nota risponde a questo desiderio di integrazione culturale.

2 thoughts on “I due volti della chimica.

  1. Sono d’accordo, figurarsi !, con quanto scrive il prof. Campanella ma mi
    chiedo se una delle fonti dell’ignoranza chimica e del rigetto della chimica
    non venga anche dalla limitata capacità o voglia che il mondo accademico ha
    di parlare “al popolo”. Come dimostra la limitata partecipazione proprio a
    questo blog che pure è stato creato dalla maggiore e più prestigiosa Società
    dei chimici italiani.
    Un bell’articolo della storica svizzera Barbara Orland
    (http://www.tg.ethz.ch/dokumente/pdf_files/OrlandCHEMIE.pdf), ha passato in
    rassegna gli scritti popolari di chimica apparsi in Germania nell’Ottocento
    e primo Novecento. Fra gli autori troviamo i giganti della chimica, da
    Liebig, che pubblicava a puntate le sue “Lettere sulla chimica” nell’Augsburger
    Allgemeine Zeitung (il giornale su cui scriveva anche Marx) a Ostwald,
    Arrrhenius, Vogel, eccetera.
    Un compito difficile, quello di scrivere di chimica popolare, perché
    costringe ad un linguaggio e a dimensioni di scritti ben differenti da
    quelli degli articoli scientifici per contributi che “non contano” nella
    meritotecnica usata per i concorsi universitari. Un compito che impegna a
    combinare rigore scientifico con parole “capibili”. Eppure è una strada da
    tentare; le gentildonne di Bologna affollavano l’aula delle lezioni di
    Ciamician; si attribuisce a Enrico Fermi la battuta che è possibile spiegare
    la fisica atomica con le parole che la massaia usa al mercato e Pauling una
    volta invitò i chimici a non parlare soltanto alle proprie provette.
    Proviamo ?
    Giorgio Nebbia

    • Proviamoci, sì. Oppure riproviamo.
      E’ difficile aggiungere qualosa su questo argomento, ma l’occasione è troppo ghiotta per ricordare a chiunque si occupi di Chimica, che l’origine della sua cattiva fama, probabilmente, potrebbe derivare da come questa dottrina venga proposta ed inculcata nel luogo primordiale della sua conoscenza: quello della formazione secondaria superiore.
      In quei luoghi lontani e misteriosi della formazione di massa, da sempre, chimici (e sopratutto “non chimici” di varie estrazioni e sensibiltà tecnico-scientifiche) sono delegati al compito di elargire a manciate ed alla velocità della luce (nel vuoto) concetti, formule o equazioni chimiche all’inseguimento di fantomatici programmi ministeriali sempre più articolati in moduli, unità didattiche, linee guida, unità di apprendimento e declinati alle finalità dei più vari e fantasiosi indirizzi di studio.
      Le eco della Chimica (o della Fisica?) accademica giungono talvolta solo per ricordare che un neutrino forse ha superato in corsa un elettrone, il buco dell’ozono forse si è chiuso, mentre un’altra porta si apre all’esercizio della Chimica in tutte le sue forme a non addetti ai lavori e le ore destinate alla formazione chimica scompaiono misteriosamente. In questo panorama riusciamo ancora ad trovare docenti Chimici che presentano i programmi scolastici in modo accattivante (esordendo magari con una breve storia della chimica) si dedicano al laboratorio malgrado strutture scarse ed inadeguate, impartendo nozioni chimiche con rigore scientifico e concretezza.
      Questa è la chimica “popolare” dove si forgiano gli approcci cognitivi, che per il presente e per il futuro – almeno in questo paese – dovrebbe essere instancabilmente promossa e sostenuta in tutte le sedi, sopratutto istituzionali.
      Una una moneta a due facce, a cui dare più valore.

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