Quando la chimica era ingenua

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Quando non erano ancora stati “inventati” gli omega-3 per caratterizzare gli oli di pesce si seguiva il metodo di Tortelli-Jaffe come segue: “In un cilindretto a piede, con tappo smerigliato e perfettamente asciutto, si introducono 1 cm3 di olio del tutto esente da acqua, 6 cm3 di cloroformio, 1 cm3 di acido acetico glaciale, agitando fino a soluzione omogenea, quindi 40 gocce di una soluzione al 10 % di bromo in cloroformio e si agita nuovamente per qualche secondo: gli olii di animali marini e i loro prodotti di idrogenazione dopo qualche minuto si colorano in verde con riflessi azzurrini o giallognoli e questa tinta si intensifica sempre più entro mezz’ora, passando poi al bruno”. Chimica non tanto ingenua, poi, perché era citata nel Chemische Zeitung, vol. 39, p. 14-15 (1915) dove la reazione è interpretata come dovuta alla presenza negli oli di un cromogeno che, in certe condizioni, si trasforma in una sostanza con un colore caratteristico. La reazione di Tortelli e Jaffe era citata anche nell’ Yearbook of the American Pharmaceutical Association, vol. 4, p. 300 (1915) e in altri testi del tempo, oltre che in tutti i libri italiani di chimica analitica applicata e di Merceologia.

tortelli

Il “Tortelli” del metodo era il prof. Massimo Tortelli, nato nel 1859 a Bibbiena (Arezzo); laureato nel 1889; dopo aver prestato servizio nei Laboratori Chimici delle Gabelle (poi Laboratori chimici delle Dogane), divenne Direttore del Laboratorio Compartimentale di Genova, carica che tenne per quasi 20 anni. Nel 1910 vinse il concorso alla cattedra di Merceologia nell’Istituto superiore di studi economici e commerciali in Genova. Tortelli elaborò metodi analitici per la caratterizzazione e la scoperta delle adulterazioni degli olii vegetali più importanti, fra cui quelli di arachide, di colza (il test di Tortelli e Fortini fu pubblicato nella Gazzetta Chimica Italiana, vol. 41, p. 173-182 (1911)), e quello sopra ricordato per gli oli di pesce.

Fra i suoi contributi va ricordata l’invenzione del termoleometro, uno strumento per la misura dell’”indice termosolforico” definito come l’aumento di temperatura che si osserva facendo reagire acido solforico concentrato con un olio, un indice più o meno proporzionale al grado di insaturazione dell’olio. Questo saggio fu descritto nel libretto: Massimo Tortelli, “Termoleometro, apparecchio atto a scoprire le adulterazioni degli olii di oliva e pure degli altri olii vegetali e animali”, Feltre, Castaldi, 1904, e si esegue come segue: in un bicchiere di vetro a doppia parete nella cui intercapedine si è fatto il vuoto, si pongono 20 cm3 di olio in cui si immerge uno speciale termometro che, in vicinanza del bulbo, porta due alette di vetro che lo fanno funzionare anche da agitatore. http://win.galileilivorno.it/museo_della_chimica/popup/Tortelli_foto.html.

Al termooleometro si imprime un movimento rotatorio per circa un minuto finché il termometro indica una temperatura stabile t. Con una pipetta si misurano 5 cm3 di acido solforico concentrato di densità 1,8413, che si lasciano lentamente cadere sull’olio mentre con l’altra mano si agita di continuo la miscela, servendosi del termoleometro fino a che la temperatura si ferma per qualche minuto al valore T. La differenza T – t indica l’”indice termosolforico” che risulta fra 41 e 45 per l’olio di oliva, 78 per l’olio di cotone, eccetera.

Anche questo lavoro ebbe risonanza all’estero come dimostrano le citazioni: M. Tortelli, “Estimation of thermal value of fats and oil”, Analyst, 1909 da: Chemische Zeitschrift, 6, (33); 125, 134, 171, 184; (34), 168 (1907);.

Tortelli scrisse inoltre un “Trattato dei metodi generali di analisi dei grassi” e un libro sugli “Assaggi delle merci” e collaborò anche alla “Nuova Antologia”. Erano apprezzate le lezioni per le quali si preparava, anche negli ultimi anni, con grande scrupolo ed amore, perché fossero sempre aggiornate. A Tortelli si deve la fondazione a Genova dell’Istituto commerciale medio, del quale fu per molti anni direttore. Tortelli morì a 71 anni nel 1930.

jaffeIl prof. Emilio Jaffe, che collaborò con Tortelli per la reazione dell’olio di pesce, era nato a Casale Monferrato nel 1883, dopo la laurea in Chimica e Farmacia nel 1906, prestò servizio al Laboratorio Chimico della Scuola Agraria di Voghera; entrò poi per concorso nei Laboratori Chimici delle Dogane e svolse la sua attività di analista nelle sedi di Roma e Genova. Ma la sua vocazione era l’insegnamento: nell’autunno 1925 riuscì primo nel concorso alla Cattedra di Chimica e Merceologia dell’Istituto Tecnico Commerciale “M.Tortelli” di Genova, cattedra che tenne tanto degnamente da meritare che l’aula di lezione e il laboratorio merceologico dell’Istituto venissero poi intitolati al suo nome. Oltre ai lavori fatti in collaborazione col prof. Tortelli studiò le reazioni della trietanolammina con sali di metalli pesanti.

Apprezzato da studenti e colleghi, come ebreo Jaffe fu sospeso dall’insegnamento in seguito alle infami leggi razziali fasciste quando aveva 55 anni e subì persecuzioni durante la seconda guerra mondiale. Dopo la Liberazione riprese l’insegnamento e gli studi e morì a 68 anni nel 1951. In collaborazione col prof. Luigi Prussia scrisse vari libri di Merceologia per Istituti tecnici, che ebbero molte edizioni. La più vecchia edizione che ho trovato è datata 1938. Quando ero assistente con famiglia a carico, curai un aggiornamento della edizione per Istituti Tecnici Commerciali a indirizzo mercantile, come si chiamavano allora, pubblicata nel 1966.

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Del prof. Luigi Prussia non sono stato capace di trovare notizie; risulta autore delle dispense di un corso di Chimica analitica dell’anno accademico 1897-1898, pubblicate a Parma, il che farebbe pensare che sia nato intorno al 1860-65; una sua pubblicazione sulla ricerca dei derivati del petrolio negli oli di trementina è datata 1914; potrebbe essere morto negli anni trenta del Novecento.

La cosa curiosa è che Tortelli e Jaffe, senza saperlo, avevano svelato la presenza negli oli di pesce di una sostanza che si sarebbe rivelata la “vitamina A” (scrivo fra virgolette perché è ben noto come molte sostanze, idrocarburi non saturi retinoidi e carotinoidi, possano essere dotate delle proprietà biologiche attribuite alla vitamina A). Le “virtù” dell’olio di fegato di merluzzo erano note da tempi antichi — un cucchiaio dello sgradevolissimo olio di fegato di merluzzo era la cura sicura per i bambini un po’ palliducci — ma le proprietà della “Vitamina A” sarebbero state riconosciute soltanto nei primi anni dieci del Novecento e il nome sarebbe stato assegnato nel 1920.

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Negli anni successivi al lavoro di Tortelli e Jaffe, Otto Rosenheim e Jack Cecil Drummond (Lancet, 198, 862 (1920)) trattando l’olio di pesce con acido solforico concentrato osservarono la comparsa di un colore blu di breve durata; l’intensità del colore risultava proporzionale all’effetto di vitamina A manifestato da tale olio quando somministrato ai ratti. Nel 1925 gli stessi Rosenheim e Drummond suggerirono di usare, invece dell’acido solforico, il reattivo di Kahlenberg, tricloruro di antimonio in cloroformio che provocava nella soluzione una colorazione blu della durata di due o tre minuti.

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Nel 1926 Francis Howard Carr (1874-1969) e Ernest Arthur Price (Biochemical Jouirnal, 20, 497-501 (1926) http://www.researchgate.net/publication/7038681_Colour_Reactions_Attributed_to_Vitamin_A ) perfezionarono il metodo, e la misura dell’intensità del colore blu che si forma dopo aggiunta di una soluzione di tricloruro di antimonio a sostanze contenenti vitamina A, per molti decenni fu utilizzata per l’analisi della concentrazione della vitamina. Una buona rassegna delle origini del “colore blu” che si forma dalla reazione di vari “acidi di Lewis” con molecole strutturalmente simili alla vitamina A si trova in : http://repositories.tdl.org/ttu-ir/bitstream/handle/2346/13047/31295004916192.pdf?sequence=1

per approfondire:

http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf

2 thoughts on “Quando la chimica era ingenua

  1. Un tempo la chimica o se vogliamo il Chimico era creativo ed utilizzava le osservazioni per approfondire, conoscere , produrre qualcosa di diverso . In questo percorso utilizzava conoscenze, capacità e strumenti semplici , ma validi, che spesso modificava per affinare i metodi ecc. Oggi il chimico non esiste più , le strutture esistenti come dice un mio collega ed amico di Bolzano sono solo dei supermercati dell’analisi dove il chimico nella maggior parte dei casi è solo un firmaiolo subordinato ed asservito a qualcuno. Una vera desolazione per una categoria che dovrebbe essere all’apice e non viene riconosciuta, anzi contnua ad essere emarginata, forse perché il chimico è sempre un personaggio scomodo in questa società gestita dall’incompetenza.

  2. E’ vero il chimico analitico non esiste più. Ci sono le machine, I robot dei tipi inviati sulla luna o su Marte. Questi prelevano un campione, lo analizzano e mandano le informazioni sulla terra. Lo stesso accade nei laboratori, pubblici o privati che siano: si preleva un campione, si infila in una macchina e si ottiene il risultato. Chi sa più cos’è un’analisi alla perla, o col carbone e un cannello, chi sa più utilizzare un Kipp? D’altra parte chi sa più eseguire un radice quadrata o trovare un logaritmo? A breve scompariranno I piloti, gli autisti, I meccanici, ecc. ecc. tutti sostituiti da macchine. A queste categorie di professioni destinate all’estinzione si possono aggiungere I chimici come li intendevamo noi ovvero tecnici abili principalmente nell’eseguire analisi. Come saranno e cosa dovranno fare I chimici del futuro? La ricerca non c’è dubbio, ma nient’altro? Secondo me anche la divulgazione. Negli USA appaiono ogni giorno nuovi libri con lo scopo di divulgare questa meravigliosa disciplina che è alla base di tutte le altre….

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