La guerra del gas

a cura di Guido Barone*

barone_fotoGrande attenzione è stata posta negli ultimi anni, e in particolare negli ultimi mesi, sulla possibilità di estrarre petrolio e gas dalle sabbie bituminose superficiali e dalle rocce scistose profonde (shale rocks). Recentemente il Presidente USA Obama ha promosso lo stanziamento di ingenti fondi per lo sfruttamento di gas naturale (metano) dalle rocce scistose con il triplice obiettivo:

a) rendere in prospettiva la politica energetica nazionale indipendente dall’ approviggionamento dalle fonti petrolifere medio-orientali nonché da quella venezuelana, date la attuale situazione politica;

b) fare concorrenza al gas russo sui mercati europei e asiatici, in particolare giapponese;

c) prevenire la messa a punto di analoghe tecnologie cinesi, cercando di riassestare il bilancio economico nei confronti della nuova potenza mondiale.

D’altra parte, sul fronte della politica interna USA, lo stanziamento di fondi in quella direzione serve a tacitare in parte le opposizioni ambientaliste, propagandando l’utilizzo almeno provvisorio di una fonte energetica alternativa, meno inquinante degli altri combustibili fossili; al contempo si dà soddisfazione alle lobby dei petrolieri.

Sui numerosi articoli della stampa italiana e estera, spesso fin troppo entusiasti, apparsi tra il 2010 e l’anno appena chiuso si è però anche fatta una certa confusione tra le tecnologie di estrazione – fratturazione idraulica (hydraulic fracking) delle rocce scistose e sfruttamento intensivo delle sabbie bituminose superficiali – e tra gli obiettivi strategici: potenziare la produzione di petrolio o di gas naturale. Proviamo a fare un poco di chiarezza.

  1. 1.     Origini dei giacimenti di petrolio e gas

Il gas naturale e il petrolio vengono originati da processi microbiologici seguiti eventualmente da lenti processi termogenici. I processi termogenici sono infatti preceduti da processi di accumulo, demolizione e trasformazione biologica di detriti organici in condizioni anossiche: si tratta di resti di microorganismi marini, zoo- e fito-plancton, alghe, carcasse di piccoli animali, pollini terrestri. Tutto questo materiale si deposita nel tempo assieme ad argille su bassi fondali marini o bacini lacustri. Questi strati vengono poi periodicamente ricoperti da strati di sabbia silicea (Fig 1). Il lento sprofondamento porta i sedimenti a sperimentare temperature crescenti e alla loro trasformazione termochimica (Fig.2). Negli strati più recenti e poco profondi l’azione biologica è predominante e la composizione percentuale delle componenti più leggere degli idrocarburi è discriminante nel suggerire le origini puramente biologiche o meno.

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Fig. 1 – Origine e trasformazione geochimica degli strati sedimentari di cellule morte e composti organici di demolizione ad opera di microorganismi. La pressione e la temperatura tendono a compattare il miscuglio, formando la roccia madre, nei cui pori sono presenti gli idrocarburi.

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Fig. 2 – Origine termogenica dei differenti idrocarburi nei sedimenti marini o lacustri. Man mano che gli strati originari vengono ricoperti da sabbie e/o argille essi sprofondano e raggiungono temperature e pressioni che ne modulano la composizione chimica: a sinistra il numero medio di atomi di carbonio degli idrocarburi dello strato, a destra il rapporto tra gas e idrocarburi liquidi (questi ultimi riportati in grigio).

I corrugamenti della crosta terrestre e dei fondali marini, dovuti ai movimenti della crosta terrestre (tettonica a zolle) porta alla formazione di cupole nei cui strati superiori si accumula gas e in quelli inferiori acqua per lo più salmastra (Fig. 3).

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Fig. 3 – (G) indica il deposito di gas (metano e altri idrocarburi volatili ) sovrastanti lo strato di petrolio (P), che a sua volta sovrasta lo strato di acqua salata (W). In ogni caso non si tratta di strati fluidi, ma di strati di rocce porose imbevute di ciascun componente. Tutti e tre gli strati sono compresi tra due fasce di rocce impermeabili che ne impediscono la migrazione in verticale e orizzontale.

  1. 2.     Tipologia delle riserve di gas

2a) La Figura 3 rappresenta un giacimento in cui il gas è associato originariamente al petrolio. In parte il gas è disciolto nell’olio liquido e il contenuto relativo può variare a secondo della storia del giacimento. Il petrolio della valle sedimentaria del sistema Mississippi-Missouri è probabilmente ricco della componente volatile, così come i corrispondenti giacimenti dei fondali del Golfo del Messico: ciò potrebbe essere stata una concause del disastro della piattaforma BP, che oltre a incendiarsi sprofondò per la mancanza di portanza della struttura, a causa della miscela di acqua e bolle di gas liberate dalla caduta di pressione.

2b) Se le rocce madri non sono circondate da tutti i lati da rocce impervie, ma da uno dei lati sono presenti altre rocce porose quanto basta da consentire la infiltrazione delle sole componenti di dimensioni molecolari inferiori, si può avere la migrazione del gas anche per centinaia di chilometri, andando così a costituire un giacimento separato.

2c) Il petrolio può imbibire strati relativamente superficiali di sabbie bituminose (tar sands), sempre contenute da strati argillosi impermeabili.

2d) Sia il petrolio che il gas invece possono permeare delle rocce scistose compatte (shale rocks) profonde (1,5 -3 km o più).

2e) Infine se le zone in cui si formano i giacimenti di gas sono a temperatura prossima o inferiore allo 0°C si possono avere, sotto la pressione di poche atmosfere, la formazione di clatrati idrati di metano o misti con altri idrocarburi leggeri. Queste formazioni sono caratteristiche del permafrost delle aree circum-artiche sia asiatiche che nord americane.

  1. 3.     Estrazione di gas dagli scisti bituminosi mediante Hydraulic Fracking

Iniziamo da questa tecnologia che ha suscitato grandi entusiasmi anche nella stampa italiana (vedi interviste di Leonardo Maugeri, ex dirigente ENI e ora docente di Energy Geopolitics alla Harvard University (Affari e Finanze di Repubblica 27 febbraio 2012 e 8 ottobre 2012) e l’appello lanciato di recente da Giuseppe Recchi, attuale Presidente ENI, contro le pregiudiziali “ideologiche” che frenano le possibilità europee di effettuare trivellazioni almeno esplorative in diverse aree continentali promettenti: (Affari e Finanza di Repubblica 23 novembre 2013). Molti degli articoli di stampa per altro hanno anche sottolineato gli allarmi e le preoccupazioni per i danni ambientali che queste pratiche stanno provocando. Le riserve accertate di questo gas (prevalentemente metano) nelle rocce scistose (shale rocks) nei soli Stati Uniti ammonterebbero a 24.400 miliardi di metri cubi, contro riserve mondiali presunte di 450.000 miliardi di metri cubi (Repubblica 19 maggio 2013). Queste quantità sono paragonabili a tutte le riserve di gas naturale tradizionale accertate. La richiesta continuamente in aumento di gas e prodotti petroliferi sta spingendo le Compagnie statunitensi e canadesi a sfruttare le riserve interne che si presentano competitive sul mercato, al riparo da eventi geopolitici (primavera araba, conflitto libico, tensioni nel Golfo Persico). E ciò malgrado si andasse ad intaccare quelle che sono riserve strategiche, preziose per future necessità della sicurezza nazionale. Si noti che finora la maggior opposizione industriale alla politica di esportazione del gas è venuta dai settori chimici e siderurgici, timorosi di restare con scarse riserve energetiche nazionali nel caso di una improvvisa e grave crisi mediorientale. Il totale degli investimenti USA è passato da 700´000 $ nel 2001 a oltre 4.5 milioni di $ nel 2010. L’intensità dello sfruttamento di questa risorsa negli USA e Canada e le relative esportazioni stanno portando ad una forte diminuzione dei prezzi sul mercato mondiale. Le riserve canadesi vengono valutate in 11´000 miliardi di mc. Quelle potenziali del Messico 19´300 Mmc, dell’Argentina 21´900 Mmc, del Brasile 6´400 Mmc, del Sud Africa 13´700 Mmc, dell’Australia e Oceania 11´200 Mmc, infine quelle della Cina 36´100 Mmc. Le riserve del Nord Africa vengono stimate ad oltre 15´000 Mmc, mentre quelle dei principali potenziali produttori europei, Polonia e Francia, assommano a 5´300 e 5´100 Mmc rispettivamente. Per altro solo la Polonia, malgrado le restrizioni imposte dalla Unione Europea, ha iniziato la produzione con un consorzio capeggiato dalla Shell e con interessi anche dell’ENI. La Francia ha invece deciso l’embargo dopo gli incidenti occorsi durante i primi tentativi effettuati sulle coste inglesi, che presentano riserve molto ridotte.

Il processo di estrazione può essere difficile perché i giacimenti sedimentari sono relativamente profondi, al di sotto delle falde acquifere, e racchiusi tra strati di rocce argillose impermeabili. E’ quindi indispensabile ricorrere a tecniche di trivellazione mediante pozzi, simili a quelli per l’estrazione del gas o del petrolio. Il processo è illustrato nella Figura 4. L’estrazione viene effettuata ricorrendo inizialmente ad un pozzo verticale, ma che nella parte finale sotterranea si sviluppa orizzontalmente; lo “spillamento” (tapping) avviene attraverso la frantumazione idraulica delle rocce scistose. La perforazione viene condotta per 1-3 km e man mano il pozzo viene incamiciato con una tubazione di acciaio. Le pareti del pozzo sono consolidate e cementificate fino al di sotto del livello delle falde acquifere, per evitare che il gas o i fluidi di trivellazione ed estrazione risalgano all’esterno della tubazione di acciaio o finiscano nella falda stessa inquinandola.

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Fig. 4 – Schema dell’impianto di estrazione di gas naturale dalle rocce scistose (da A.Granberg: WSJ Research, Chesapeack Energy). In superficie viene schematizzato l’andirivieni delle autocisterne attrezzate con il sistema di pompaggio che portano la miscela di acqua, sabbia e additivi chimici al pozzo di trivellazione o quelle che trasportano il gas dai serbatoi di stoccaggio alla rete di distribuzione. Altre cisterne trasportano l’acqua risalita dal pozzo dalla piscina di decantazione agli impianti di trattamento. Nei tre riquadri sono schematizzate invece le fasi di apertura dei fori nella tubazione mediante le cariche, l’intrusione della miscela acquosa con la fratturazione della roccia e la risalita del gas liberato nel pozzo. Maggiori dettagli sono mostrati nello schema affiancato.

Una volta raggiunta la profondità del giacimento si fa compiere una svolta a gomito a 90° al pozzo di trivellazione e si prosegue ancora per alcune centinaia di metri continuando a incamiciarlo con la tubazione di acciaio. Quindi si inietta sotto forte pressione una sospensione di acqua e sabbia (per lo più silicea) contenente anche sostanze antiaggreganti che servono a stabilizzarla, nonché battericidi e altri prodotti chimici (tra cui alcuni notoriamente cancerogeni, come il benzene). La parte terminale della camicia porta delle cariche che si fanno esplodere elettricamente, provocando sia dei fori nella tubazione che delle estese fratture, ramificate in tutte le direzioni, nelle fragili rocce circostanti. Le fratture e fenditure vengono mantenute pervie da grani di sabbia silicea opportunamente dimensionati. A volte, se la pressione di pompaggio è sufficientemente forte, bastano dei fori nella camicia di acciaio, senza bisogno di ricorrere a cariche esplosive.

Nella Figura 5 si vede la differenza tra l’estrazione tradizionale da una “cupola” di rocce porose, dove la pressione degli strati sovrastanti è sufficiente per la spontanea fuoriuscita del gas, e la situazione che si ha nel caso precedente.

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Fig. 5 – Confronto fra le tecnologia di estrazione di gas dagli scisti e da cupole di rocce sedimentarie contenenti gas naturale.

Finora le principali contestazioni avevano riguardato il pericolo di inquinamento delle falde superficiali, vuoi per fratture nelle pareti di cemento dei pozzi, poco accuratamente colate, vuoi per la cattiva impermeabilizzazione del fondo dei bacini di raccolta delle acque di risalita dai pozzi (in qualche caso hanno traboccato a causa di piogge torrenziali). In un recente passato vi sono state aspre polemiche con le popolazioni della Pennsylvania, del Texas, del Colorado e altri Stati federali. Nel caso del Wyoming l’Agenzia per la Protezione Ambientale (EPA) ha riscontrato la presenza di additivi chimici provenienti dal processo di fatturazione nella falda acquifera. Talvolta dai rubinetti domestici, come in Pennsylvania, sono fuoriusciti gas infiammabili o fanghi maleodoranti (Marianne Navelle in National Geographyc ed. ital. dicembre 2012). Matt Damon ha prodotto un film (Promiseland), con ogni genere di opposizioni da parte della lobby dei petrolieri (che ne hanno ritardato l’uscita fino a dopo la rielezione di Obama) sui disastri che l’estrazione di petrolio tramite fracking sta creando in Pennsylvania (Federico Geremei su Venerdì Repubblica 8 febbraio 2012). Le Autorità dello Stato di New York hanno quindi proibito l’estrazione, con questo metodo, nei bacini idrografici utilizzati per l’approvvigionamento idrico delle grandi città, New York e Syracuse, e hanno chiesto in generale di utilizzare solo serbatoi stagni per lo stoccaggio. Ciò potrebbe esser dovuto alla propagazione della rete di fratture fin nello strato argilloso che contiene verso il basso la falda di acqua potabile (Figura 6) o al cedimento della camicia di cemento che protegge la parte più superficiale della tubazione di acciaio.

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Fig. 6 – Rischio di intrusione delle fatturazioni nelle falde acquifere.

Il metodo dell’Hydraulic Fracking comporta comunque un grande consumo di acqua: ogni pozzo nella sua vita estrattiva richiede da 7.5 a 15 milioni di litri di acqua, di cui il 75% risale nei bacini di raccolta e deve essere alla lunga depurata e smaltita, mentre il 25% rimane nel sottosuolo insieme alla sabbia. Inoltre vengono impiegati da 60 a 230 litri di agenti chimici (antiaggreganti, pesticidi etc.).

Adesso l’allarme arriva dall’Ohio alla fine del 2011 e da altri Stati degli Usa (Arkansas) e da un’area nord occidentale dell’Inghilterra, in zone contigue a impianti di estrazione del gas dagli scisti mediante il metodo del Fracking. L’allarme dell’Ohio, è stato preceduto da numerose lievi scosse da marzo a novembre del 2011. Inoltre negli ultimi giorni del 2011 intorno alla cittadina di Youngstown si sono succeduti ben 11 terremoti, di cui gli ultimi due del grado 2.7 e 4 della scala Richter (Scientific American, ed. it. Le Scienze gennaio 2012). Lo Stato dell’Ohio è costituito da una vasta pianura, in gran parte alluvionale e di fatto non sismica, compresa tra il grande fiume (da cui prende il nome) a Sud e ad Est, il Lago Erie a Nord e gli stati del Michigan, sempre al Nord, e dell’Indiana ad Ovest. Associazioni di cittadini infuriati per le continue e inusuali scosse sismiche, hanno ottenuto dalle autorità dell’Ohio la chiusura provvisoria di alcuni impianti di trivellazione della Northstar Disposal Service attorno alla città di Youngstown. I danni sono stati notevoli alla rete stradale locale (Figura 7) e a molte abitazioni (lesioni delle pareti, caduta di mobili e suppellettili).

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Fig. 7 – La sorpresa di Capodanno nell’Ohio. Foto di Martin Luff.

Le autorità dello Stato di New York hanno sospeso le estrazioni, in attesa di un parere dell’EPA. Il blocco è momentaneo perché questa tecnologia di estrazione del gas è ritenuta regolare dai regolamenti federali. Una indagine sismica è stata condotta da ricercatori della Columbia University su incarico dell’ Ohio Department of Natural Research. I ricercatori deducono che i movimenti potrebbero essere causati dallo slittamento delle rocce scistose lungo faglie alla stessa profondità del pozzo di fracking, ma distanti anche alcuni chilometri, causati non dal pompaggio sotto pressione o dalle esplosioni, bensì dall’azione lubrificante degli additivi alle interfacce di rocce adiacenti. D’altra parte i portavoce scientifici delle Imprese interessate hanno messo fortemente in dubbio che esista una correlazione di causa ed effetto ed hanno fatto ricorso ai tribunali statali. Ad ogni modo l’Agenzia Federale per la protezione dell’ambiente (EPA) ha preparato un rapporto completo che però è stato pubblicato in ritardo solo l’anno scorso.

Anche nell’Inghilterra Nord occidentale presso Blackpool, vi sono stati dei fenomeni sismici di lieve intensità (1.5 – 2.3 Richter), che sono stati collegati all’attività di estrazione di gas mediante fatturazione idraulica da parte della compagnia Cuadrilla Resources. Anche qui le Autorità locali hanno imposto una pausa nel processo minerario. Vista la rottura dei mercati creati dalle esportazioni di gas da parte degli Stati Uniti, nell’Unione Europea si sono cominciati ad attivare programmi di estrazione di questo tipo dai giacimenti scistosi o dalle sabbie bituminose del gas o anche del petrolio. I giacimenti più consistenti e promettenti si trovano in Polonia (Silurian shales) e si stanno cominciando a sfruttare. Ma altre riserve sono nella Svezia meridionale, in Olanda e nelle aree marittime confinanti della Germania, a cavallo fra Austria. Slovenia e Repubblica Ceca (Mikulov shales), in Francia, sia sulle aree marittime del Nord Est che nelle pianure pedemontane dei Pirenei. E infine in aree più o meno vaste dell’Ucraina, Romania. Ungheria e a cavallo della frontiera tra Bulgaria e Grecia. Per ora si hanno scarse notizie dalla Russia, che è però poco interessata perché non vuole compromettere economicamente gli enormi flussi di gas siberiano che alimentano buona parte dell’Europa. Lo stesso si può dire in parte per gli Stati produttori di gas dal Mare del Nord (Norvegia innanzi tutto).

Per l’Italia le Compagnie Italiane non si sono ancora attrezzate e i loro tecnici sono molto più impegnati per lo sfruttamento del gas e/o del petrolio in Texas, in Nigeria e in Libia. Per altro alcune aree sono promettenti (Monti Alburni, aree della Basilicata, Molise e Abruzzo e del Piemonte).

Comunque per l’Europa vi sono difficoltà sia per ottenere le autorizzazione a effettuare sondaggi e trivellazioni, sia perché le Compagnie sono statali o a partecipazione statale ed è più difficile impegnare notevoli capitali di rischio. In generale la densità di popolazione europea è molto elevata rispetto agli Stati Uniti o al Canada, dove è più facili reperire aree adatte allo sfruttamento in zone poco popolate, anche se in Europa vi è il vantaggio dell’esistenza di una fitta rete di metanodotti già predisposta.

  1. 4.     Estrazione di petrolio dagli scisti bituminosi mediante Hydraulic Fracking

Nello Stato del North Dakota, al confine con il Saskatchewan e il Manitoba canadesi, esiste la grande riserva di scisti di Bakken che vengono invece sfruttati per l’estrazione di petrolio dalle shale rocks a 3000 m di profondità con una tecnologia di hydraulic fracking analoga a quella usata altrove per la produzione di gas (vedi articolo di Edwin Dobb su National Geographyc Italia del marzo 2013). Anche in questo caso il processo produce grandi quantità di acque inquinate, soprattutto dagli additivi fluidificanti usati per facilitare la fuoriuscita dell’olio greggio dal pozzo di produzione. Tali fluidi possono migrare provocando lo slittamento di strati di rocce sovrapposti e creare danni in superficie.

  1. 5.     Metano dagli idrati del permafrost artico e dai rift sottomarini

I clatrati idrati di gas sono dei composti stechiometrici, preparati già nel 1810 da Sir Humphrey Davy. Lo schema della struttura dell’idrato di metano è riportata in Figura 8. Essi furono riscoperti negli anni trenta del secolo scorso come incrostazioni, miste a fango, che intasavano gli oleodotti operanti nelle zone artiche. Altre formazioni furono scoperte nel Golfo del Messico, a 2-3000 metri di profondità, in corrispondenza di fratture dei fondali dalle quali filtravano affioramenti di materiali sottostanti (Fig. 9).

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Fig. 8 – Schema di un cristallo stechiometrico (8 CH4.46H2O) di idrato di metano (raffigurato come una sfera); ai vertici dei solidi si collocano le molecole di acqua mentre gli spigoli rappresentano i ponti idrogeno che le collegano.

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Fig. 9 – Formazione di idrati di metano sui fondali del Golfo del Messico a seguito della fuoriuscita da una frattura di gas misto a petrolio: quest’ultimo affiorava formando delle estese macchie in superficie. La temperatura dei fondali è prossima allo zero centigrado e la pressione sufficiente per la formazione spontanea dei cristalli.

I campi di idrati si estendono sotto varie aree del permafrost canadese, alaskano e siberiano, talvolta associato a giacimenti di gas. Il loro sfruttamento dura da molti anni, addirittura dalla metà degli anni trenta del secolo scorso nel caso siberiano. Vaste riserve sono sicuramente presenti nelle piattaforme continentali, ma altre sono state accertate in diversi corrugamenti sottomarini paralleli alle coste atlantiche degli USA e di quelle pacifiche di tutte le Americhe, dal Canada al Perù. (vedi articolo dell’autore con Elena Chianese su Chem. Sus. Chem. febbraio 2009). La separazione del gas dagli idrati si ottiene pompando acqua calda nella riserva. È sufficiente un riscaldamento di qualche grado per rendere instabile gli idrati e a quel punto il gas esercita una pressione sufficiente a provocarne la fuoriuscita (si tenga presente che la quantità di gas contenuta nei cristalli di idrato è tale da esercitare una pressione di 76 Atm alla stessa temperatura se liberata dal solido).

La tecnica dei pozzi di estrazione a gomito fu proposto dai giapponesi per lo sfruttamento degli idrati presenti nel corrugamento costiero di Nankai a sud est della grande isola di Shikoku. In tal modo la incastellatura del pozzo di esplorazione o di estrazione, collocata su di una nave e non su di una piattaforma galleggiante, non era posizionata sulla verticale del sito di produzione ed era al riparo dalle fuoriuscite di gas che ne avrebbero compromesso il galleggiamento.

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Fig. 10 – Struttura della fossa di Nankai.

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Fig. 11 – Nave–piattaforma usate per le trivellazioni.

  1. 6.     Estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose superficiali

Lo sfruttamento delle sabbie bituminose è stato utilizzato a lungo in maniera brutale sfruttando quelle superficiali ricche di petrolio, creando dei veri disastri ambientali, come in alcuni degli Stati del Centro e dell’Est degli USA: la coltivazione di questi giacimenti prevede infatti un esteso disboscamento e l’asportazione degli strati superficiali di suolo fertile o paludoso per mettere allo scoperto gli strati bituminosi utili. Questi ultimi vengono poi prelevati con grandi escavatrici, caricati su autoarticolati e trasferiti agli impianti costruiti in loco e trattati per separare con acqua calda l’olio combustibile dalla sabbia e dalla fase bituminosa semi solida. (vedi l’articolo di David Biello su Le Scienze di settembre scorso).Il bitume residuo è utilizzabile per la pavimentazione stradale, per la impermeabilizzazione di terrazze e fondali di riserve di acque cittadine o di depositi di rifiuti urbani (per altro oggi oltre il 95 % della produzione di asfalto è basata sulle peci ottenute come sottoprodotto della distillazione del petrolio). Tra l’altro con questa pratica industriale, la fase volatile si perde in gran parte nell’atmosfera come tale e solo una limitata percentuale è comunque bruciata alla testa degli impianti di separazione, con una procedura analoga a quella delle “torce” degli impianti di distillazione, raffinazione e rettifica del petrolio. Questo tipo di processo può sfruttare strati di sabbie bituminose (tar sands) profondi non più di 60 – 80 m. Per strati inferiori il costo diventa eccessivo. Invece al di sotto dei 200 m si può utilizzare la spinta creata dalla pressione delle rocce sovrastanti per estrarre l’olio grezzo misto al bitume fluidificato con acqua calda mediante un pozzo analogo a quelli utilizzati per l’estrazione di gas con l’hydraulic fracking. Il pozzo infatti una volta raggiunta la quota della sabbia da sfruttare, viene fatto proseguire a gomito in orizzontale. Vi è il pericolo di interferenze con le falde acquifere.

Da alcuni anni il maggior sforzo finanziario è stato effettuato dal Canada per lo sfruttamento delle enormi riserve di sabbie bituminose presenti nel bacino dell’Athabaska, nello Stato dell’Alberta. Le autorità canadesi hanno svolto una grande opera di propaganda anche verso i Paesi europei: ad esempio nel marzo del 2012 l’Ambasciata ha organizzato a Roma con l’ENEA un grande convegno a Roma (se ne è discusso allora sul sito di Climalteranti). Non vi sono state particolari opposizioni locali all’avvio dello sfruttamento in quell’area piuttosto spopolata. Le proteste sono iniziate invece nei confronti del progetto di costruzione del nuovo oleodotto (Northern Gateway) che, perforando le propaggini delle Montagne Rocciose e attraversando il Great Bear Rainforest (unica foresta pluviale temperata del Nord America) dovrebbe raggiungere le coste del Pacifico al terminale di Kitmat. Questo porto è situato in fondo ad uno stretto fiordo, chiuso parzialmente da isole, dove tempo addietro è naufragata la Queen of North, che è rimasta a 430 metri di profondità e continua ad emettere il combustibile inquinante. Il nuovo oleodotto lungo 1175 km dovrebbe trasportare l’olio dall’Alberta e affiancarsi al nuovo gasdotto dal sito del più vicino Summit Lake. Quest’ultimo dovrebbe sostituire il precedente che sboccava più a nord, a Prince Rupert di minore portata e che aveva messo in crisi l’attività di pesca dei nativi canadesi (vedi l’articolo di Bruce Barcott su National Geographyc Italia di agosto 2011). Il nuovo oleodotto per il Pacifico è visto come possibile alternativa alla improbabile costruzione di oleodotti che invertissero il flusso e attraverso la regione di Grandi Laghi raggiungessero invece la costa atlantica. La vera alternativa per l’’esportazione verso gli USA e l’Europa è invece rappresentata dal Keystone XL, il gigantesco oleodotto destinato a trasportare l’olio grezzo dell’Alberta fino alle coste del Texas per essere processato nei grandi impianti colà già funzionanti. Finora il trasporto avveniva per treno con capacità ridotta e maggior pericolo di incidenti. Proteste molto estese sono state sollevate da parte degli abitanti degli Stati americani che saranno attraversati da questa opera, proteste che hanno visto impegnati anche personaggi famosi e che sono stati arrestati durante una manifestazione nella Capitale Washington, come Bob Kennedy jr., Daryl Hannah e il direttore del Sierra Club Michael Brume (febbraio 2013).

*http://www.dol.unina.it:8445/idea/tecnologie_energetiche/UD00/autore01_ita.htm

One thought on “La guerra del gas

  1. La trattazione e’ buona, manca pero’ un maggior approfondimento sugli asptti economici dello sfruttamento degli idrocarburi/gas tramite fracking.

    Ovviamente chiedervelo sarebbe troppo: qualcun altro pero’ lo ha fatto, e sembra proprio che i costi saranno sempre tropppo bassi per renderne lo sfruttamento davvero sostenibile in futuro: infatti, se il prezzo di vendita dovesse salire, avremmo una automatica contrazione dei consumi. Questa contrazione e’ dettata dal fatto che i maggiori e crescenti costi di estrazione di fatto sottrggono risorse al resto del sistema (riducendo la capacita’ di spesa dei consumatori).
    I costi sono maggiori e crescenti perche’ la tecnologia e’ costosa, e perche il tasso di declino di un pozzo di fracking e’ anche dieci volte piu rapido di un pozzo tradizionale.

    La questione e’ esposta sul blog ourfiniteworld.com

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