L’equilibrio in chimica ed economia.

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

valeria_mosiniHo avuto modo di recente di rileggere con maggiore attenzione il testo di una carissima amica, Valeria Mosini**, dedicato all’Equilibrio in Economia. Valeria è come me  una chimica e quindi per lei la parola equilibrio non può non legarsi alle reazioni chimiche ed il loro svilupparsi, ma anche ad altri processi biologici naturali. Valeria però ha evidenziato, vorrei dire scoperto, che i concetti di base che regolano l’equilibrio nelle scienze della vita possono applicarsi con successo anche all’economia. I fondatori dell’economia neo classica hanno difeso l’assegnazione di un ruolo centrale all’equilibrio esaltando le varie analogie che esistono fra economia e scienze naturali al punto di potere concludere che come c’è un equilibrio nel mondo naturale, così vi è anche in quello economico. Tale teoria è sopravvissuta negli anni tanto da costituire ancora un paradigma dell’economia senza rivali sia negli ambienti accademici che politici, a fronte dei molti falliti modelli alternativi quali l’economia aperta verso Paesi in via di sviluppo o del blocco ex socialista.

Entrando nella similitudine si può dire che nel nostro mondo se si perde l’equilibrio sia nel corpo che nella mente le conseguenze possono essere tragiche. L’equilibrio è stato una precondizione per lo stabilirsi della vita sulla terra e rimane un ingrediente essenziale per mantenerlo; di conseguenza l’equilibrio è un concetto chiave nelle scienze della vita. L’equilibrio e le sue varie condizioni formano l’oggetto base di un subdisciplina vasta come la statica, una delle tre branche della meccanica, con la dinamica e la cinematica. L’equilibrio termico è stato il punto di partenza per la scoperta, stabilita nella prima legge della termodinamica, che il calore è una forma di energia, che, insieme a quella meccanica, viene conservata. L’elettrodinamica fu stabilita attraverso esperimenti di equilibrio con i quali Ampere e Oersted testarono la generale intuizione che elettricità e magnetismo interagiscono e si interconvertono. L’elenco di esempi è molto numeroso e vale la pena di citare la definizione più comune di equilibrio: un sistema è detto in equilibrio in un dato dominio quando i valori dei parametri del sistema che sono rilevanti per quel dominio sono costanti nel tempo.

valeriamosini

Un sistema è definito in equilibrio stabile quando la sua energia totale è minima, un equilibrio instabile quando è massima, in equilibrio neutro quando è costante, e variazioni dei parametri hanno effetti diversi a seconda del tipo e dello stato del sistema. Il confronto con il concetto di equilibrio in economia si riferisce alla relazione fra evidenza e teoria. Nel caso della scienza il carattere induttivo della conoscenza non può che riferirsi all’evidenza, mentre nel caso dell’economia la necessità di impiegarla per attività previsionale e quindi riferita a tempi futuri non può che riferirsi alla teoria. Il concetto di equilibrio in economia ha due aspetti di base: la semplice nozione di determinatezza (le relazioni che descrivono i sistemi economici devono essere sufficientemente complete da determinare i valori delle sue variabili) e la più specifica nozione che ciascuna relazione rappresenta un bilancio di forze. Quasi ogni tentativo di dare una teoria dell’intero sistema economico implica l’accettazione della prima parte della nozione di equilibrio. Il punto di vista che i due aspetti dell’equilibrio economico possano coesistere, e lo fanno, e che il bilancio delle forze responsabili dell’equilibrio è suscettibile di un trattazione matematica che ammette soluzioni analitiche, è importante tanto quanto essa implica l’affermazione della mutua compatibilità dei due aspetti dell’equilibrio economico, così preservando al concetto un ruolo centrale. Un fondamentale salto nell’immagine dell’equilibrio si ha nel passaggio da un bilancio fra forze di mercato al prezzo , che, una volta stabilito dai desideri degli agenti non sarebbe più modificato fino a che i questi rimangono costanti. Ovviamente questa identità concettuale trattata da un chimico come la Mosini ha stimolato la trattazione della questione dell’influenza della chimica sull’economia e viceversa con riferimenti proprio al concetto di equilibrio sia statico che dinamico, il primo associato a Lavoiser, il secondo a Le Chatelier, il primo necessario a sconfiggere la teoria del flogisto ed a dare una definizione ancora attuale di elemento chimico, il secondo a enfatizzare il ruolo dell’osservazione e dell’esperienza inquadrati all’interno di un contesto di un positivismo di tardo diciannovesimo secolo.

http://www.lse.ac.uk/researchAndExpertise/Experts/profile.aspx?KeyValue=v.mosini%40lse.ac.uk

http://www.chem.uniroma1.it/dipartimento/persone/valeria-mosini

Mosini, Valeria (2013) Reassessing the paradigm of economics: bringing positive economics back into the normative framework Routledge INEM advances in economic methodology. Routledge, Abingdon, UK. ISBN 9780415725842

Mosini, Valeria (2008) Equilibrium in chemistry and in economics: an interdisciplinary comparison Physis: rivista internazionale di storia della scienza, XLV. 161-182. ISSN 0031-9414

**Valeria Mosini è professore associato presso la London School of Economics e Ricercatore presso il Dipartimento di Chimica  di Roma La Sapienza.

3 thoughts on “L’equilibrio in chimica ed economia.

  1. Ricorre quest’anno il 150° anniversario di pubblicazione del primo articolo dei norvegesi Cato Guldberg (1836-1902) e Peter Waage (1833-1900) sulla legge di azione di massa. Trattandosi di un contributo fondamentale alla teoria dell’equilibrio chimico era doveroso, a mio parere, non trascurarlo completamente nel succinto richiamo ai concetti di base qui ricordati. Informo, con l’occasione, che il Gruppo Nazionale di Storia e Fondamenti organizzerà entro l’anno a Roma, presso l’Accademia dei XL, una giornata di studio dedicata al tema: “Dinamica delle reazioni chimiche e legge di azione di massa nella storia del pensiero scientifico”.

  2. Sfortunatamente non ho accesso a Physis e quindi non ho potuto leggere l’articolo della collega Mosini, il cui lavoro comunque è certamente apprezzabile ed estremamente interessante; tuttavia dato che ho ricevuto varie domande a riguardo vorrei scrivere due righe perché anch’io in modo dilettantesco mi occupo della relazione fra chimica ed economia.
    La teoria dell’equilibrio economico, partorita nella seconda metà dell’800 quando la cosiddetta “mano invisibile” del mercato consentì un cinquantennio di sviluppo pacifico ed ininterrotto del mercato europeo è una delle teorie più discusse del mondo economico; sostanzialmente dice questo: un’economia decentralizzata, composta da numerosi agenti indipendenti che agiscono secondo il loro interesse è compatibile con un equilibrio su tutti i mercati. Questo equilibrio è ottenuto senza che ci sia un organismo che si occupa della logistica economica. Si cita sovente il caso di una grande città dove nessuno è incaricato della distribuzione del pane e del latte. Ciononostante, c’è abbastanza pane e latte per tutti gli abitanti. Adam Smith parla di una mano invisibile che conduce gli agenti verso un equilibrio che ha molte proprietà interessanti.
    Walras nel 1874 dimostra che in condizioni di concorrenza perfetta, è possibile determinare un sistema di prezzi d’equilibrio che comporta l’eguaglianza tra domanda ed offerta in tutti i mercati, nonché l’eguaglianza tra costo di produzione e prezzo di vendita per ciascun bene e per ciascun imprenditore. Svela per così dire il segreto della mano invisibile.
    Il cinquantennio di sviluppo pacifico, che fu comunque segnato da numerose crisi economiche si interruppe con la prima guerra mondiale; secondo me da allora in poi la teoria dell’equilibrio economico è sopravvissuta a se stessa (e fra l’altro le dimostrazioni di esistenza di un equilibrio generale necessitano di così tante condizioni che è difficile verificare che esse esistano effettivamente nel mercato reale anzi direi che empiricamente esse non esistono affatto) nel senso che si è capito che l’economia più che un sistema all’equilibrio è un sistema LONTANO dall’equilibrio che può raggiungere uno stato stazionario o più precisamente una successione continua di oscillazioni, il ciclo economico cosiddetto, che secondo molti (fra cui modestissimamente io, ma basta leggere la famosa domanda del regina Elisabetta agli economisti inglesi per capire cosa intendo) minano alla base qualunque possibile idea di stabilità del sistema. L’economia del capitalismo non è all’equilibrio, ha una storia, che è segnata prima di tutto dal suo contraddittorio rapporto con la Natura; questo rapporto l’economia riconosce con estrema difficoltà cercando disperatamente di inglobare un sistema finito come la biosfera in un meccanismo che per essere stabile deve prevedere un infinita possibilità di crescita; questa insanabile contraddizione mi impedisce di credere che sia possibile applicare l’idea dell’equilibrio all’economia; l’equilibrio chimico è un sistema a retroazione negativa e quindi stabile almeno localmente, l’economia capitalistica attuale è un sistema a retroazione positiva e che quindi oscilla o si allontana indefinitamente dall’equilibrio in una evoluzione che dobbiamo imparare a controllare. Il riscaldamento globale, l’inquinamento degli oceani, la messa in crisi del ciclo dell’azoto e del fosforo, il picco dei fossili ci mostrano che l’economia nella sua forma attuale non può che esistere a costo di distruggere la Natura come la conosciamo e fra l’altro incrementando le differenze sociali e facendo crescere l’indice di Gini; e la crisi economica attuale distrugge anche le certezze sociali e democratiche acquisite nell’intervallo di sviluppo postbellico. Il mio riferimento concettuale sono il gruppo del MIT, quello di Limits to Growth e in Italia Enzo Tiezzi, l’ecologica economica, economia e Natura in un equilibrio quello si equilibrio ma purtroppo ancora da trovare.; la Chimica gioca un ruolo centrale perché essendo la Scienza dei rapporti fra uomo e materia ci dovrebbe insegnare a ritrovare una relazione sostenibile fra noi e la biosfera e sperabilmente anche tra uomo e uomo (la politica come chimica umana?)

    • Mi sono recentemente avvicinato per curiosità e anche per motivi di studio agli scritti di Ernest Solvay (1838-1922). Mi pare siano attinenti alle questioni sollevate dal commento di Claudio. Ebbene, nella seconda parte della sua vita, colui che legò il suo nome alla cosiddetta soda all’ammoniaca, elaborò alcune teorie ed un piano d’azione che gli valsero l’etichetta di “riformatore sociale” (cfr. Bertrand L., 1918. Ernest Solvay, réformateur social. Agence Dechenne, Bruxelles). La sua convinzione di fondo era che si potessero applicare ai fenomeni sociali le stesse leggi della fisica e della chimica-fisica. Citando direttamente dal Resumé postumo (1923) dei Principes D’Orientation Sociale (1904), mi piace ricordare questa sua introduzione al cap. 2 (Quel est le principe directeur de l’évolution sociale?) : “Un grand fait, que l’on doit considérer comme absolument général, domine tous les phénomènes organiques et sociaux: c’est LA TENDENCE VERS LE RENDEMENT MAXIMUM, tendence qui a elle-même pour base la loi physique du travail maximum applicable aux réactions”.

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