Il paradosso del chimico.

a cura di Claudio Della Volpe

Il “paradosso del barbiere” fu inventato da Bertrand Russel nel 1902[1], mentre Gottlob Frege scriveva il 2° volume dei Grundgesetze, che avevano come scopo di mostrare che la matematica è una branca della logica:

“Un barbiere rade ogni giorno tutti gli uomini della sua città che non si radono da sé e nessun altro. Se il barbiere non si rade è uno degli uomini che non si radono da sé e quindi deve radersi lui stesso. D’altro canto, se si rade è uno degli uomini che si radono da sé, e di conseguenza non deve radersi” [1].

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Gottlob Frege

Russel scrisse una lettera a Frege, lodando il suo lavoro, ma comunicandogli il paradosso, che ha a che fare con la definizione di insiemi di insiemi, di insiemi che non contengono se stessi ed in definitiva con il concetto di numero. Frege fu costretto ad introdurre un’appendice nel volume in cui riconosceva che la contraddizione di Russel poteva scardinare il suo intero programma (che era quello della matematica dell’800 e di Hilbert e che fu definitivamente bloccato da Gödel con la dimostrazione del teorema di incompletezza).Questa storia esemplare è di quelle che ogni giornalista scientifico vorrebbe raccontare in prima pagina; la citai anni fa nella mia rubrica su C&I [2].

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Bertrand Russell

In quella breve nota rifacevo la storia del giornalismo scientifico, come narrata da Nature[3], che la esemplifica in tre fasi.

La prima stagione del grande giornalismo scientifico è stata quella inaugurata da H.G. Wells[5], che scriveva su Nature nel 1894 che le migliori storie sulla scienza devono essere scritte da un giornalista scientifico seguendo l’impostazione di scrittori come il Poe de “Gli assassini della via Morgue” o il Doyle di Sherlock Holmes[6]; insomma non solo buoni scrittori, ma persone in grado di scavare rigorosamente nella realtà e nei concetti, non solo di scrivere bene ma perfino di appassionare il pubblico, un punto di unione fra scienza e letteratura.

Il leggendario Carr van Anda[4], che scriveva sul New York Times, si narra abbia una volta perfino corretto una lezione di Einstein (dopo essersi consultato con lui).

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carr van anda

In quella stagione eroica il giornalista scientifico trascriveva essenzialmente per il grande pubblico i risultati che hanno fondato il mondo moderno, non solo raccontava una epopea ma ne faceva anche egli parte, era uno degli iniziati che capiva ciò che raccontava.

Nella fase successiva, mentre la Scienza diventava uno strumento sempre più potente al servizio della industria e della guerra, (due delle principali attività che hanno caratterizzato il XX secolo) questo giornalista si è velocemente trasformato nel giornalista “ragazza-pon-pon” che divulga insieme risultati e metodi della scienza, ma non riesce ad esprimere uno spirito critico sugli effetti che la scienza e la tecnologia possono avere sulla società. L’esempio principe potrebbe essere considerato il primo giornalista “embedded”, William Laurence, che curò per il governo USA la divulgazione del progetto Manhattan e che per esempio scriveva, dopo un giro ad Alamogordo, che le voci che le radiazioni nucleari potessero uccidere tempo dopo l’esplosione erano chiaramente false.

La palla di fuoco di trinity il primo test nucleare, Alamogordo, 1942

La palla di fuoco di trinity il primo test nucleare, Alamogordo, 1945

Nella terza fase le cose sono ancora cambiate; dopo che la Scienza ebbe mostrato cosa era capace di fare ad Hiroshima e soprattutto dopo la pubblicazione di “Primavera silenziosa” e la nascita di una coscienza ambientalista, il giornalista scientifico acquista una propria autonomia e si trasforma nel giornalista “cane-da-guardia”, su cui si sono basate le redazioni scientifiche dei grandi giornali, e anche parecchie riviste divulgative degli ultimi anni. In questo caso spesso il sensazionalismo e le scoperte “pubblicate” sulla grande stampa prima che sulle riviste scientifiche oppure la polemica fine a se stessa, il giudizio tranchant ma spesso disinformato su molte grandi scoperte, sono diventate comuni.

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Rachel-Carson

L’enorme e giusta richiesta da parte del pubblico di essere informato sui potenziali effetti nefasti della tecnologia ha portato ad un abuso, nel senso di descrizioni inesatte, termini e concetti sbagliati; le redazioni giornalistiche che cavalcano la discussione interna all’ambiente scientifico, trasformandola in chiacchiericcio salottiero, danno voce a non-esperti, assegnando loro d’ufficio il medesimo ruolo di chi lavora sull’argomento da anni, pur di costruire un “caso” o alimentare la polemica politica (o nascondere interessi economici) : la “polemica” sul clima o il caso “stamina”.

Le due anime del giornalismo scientifico e della divulgazione: da una parte il giornalista “prete” che riceve dalla “deità scientifica” la verità per il profano e, sia per la grande specializzazione necessaria che a volte per interesse di bottega, non è in grado di commentare criticamente né i contenuti, né gli effetti delle scoperte; dall’altra le raccolte di firme pro-contro l’argomento del giorno: il riscaldamento climatico, gli OGM, la morte delle api, quasi che scegliere fra modelli fosse una questione priva di qualsiasi obiettività o potesse dipendere dalla propria appartenenza politica.

Siamo arrivati ad oggi. Questo circolo vizioso deve essere spezzato. Ma come? La crescente importanza della rete sta cambiando la natura della comunicazione e anche della comunicazione scientifica; non solo attraverso il peso crescente delle versioni elettroniche delle riviste, ma anche attraverso la polemica fra le riviste tradizionali e l’open access, che cerca di rompere il monopolio dei grandi editori, ma anche consentendo agli scienziati in prima persona di divulgare le proprie scoperte.

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LOgo dell’Open Access

Questo comunque non elimina i problemi di conflitto di interesse che potrebbero verificarsi; occorre anche una maggiore preparazione di chi divulga, non ci si può improvvisare divulgatori senza conoscere la materia che si divulga e per fare questo ci vuole tempo, scuola e impegno; si può portare fuori dalle riviste scientifiche, divulgare cioè, il peer-reviewing, cioè la discussione interna all’ambiente scientifico che precede la pubblicazione di un lavoro (la lettera di Russel a Frege, insomma). Repository come Arxiv, consentono di pubblicare liberamente ma anche di ricevere la critica dell’ambiente scientifico e non. I blogs o Facebook non possono sostituire le riviste scientifiche ma possono costituire un fertile terreno di divulgazione o di confronto, aperto, libero su tutti i temi, senza mediazione ma anche imparando il rispetto reciproco, senza limiti di confronto ma anche capaci di far comunicare il grande scienziato con la più ignorante delle “casalinghe di Voghera” (non me vogliano le donne se uso questo abusato termine).

einsteincasalinga

La chimica vive un ulteriore paradosso da questo punto di vista; nel 1991 Arnold Thackray allora direttore esecutivo della National Foundation for History of Chemistry, lo esprimeva così [7]:

By many measures, chemistry is the central and most successful of all sciences–in the world at large and supremely in the United States. America boasts an enviable record of Nobel laureates in chemistry over the past three decades; the chemical process industries routinely compile trade surpluses of billions of dollars; and the American Chemical Society is the world’s largest single-discipline scientific society. And yet, and yet…

Chemists see themselves as beleaguered, unloved, unappreciated. Undergraduates turn away from a chemistry major, and graduate assistantships go begging. Chemistry possesses no federal project on the order of the genome initiative or superconducting supercollider, and industrial chemists in midcareer find themselves the object of corporate “repositionings” and other euphemisms for unemployment.

Meanwhile, for the rest of the world, “chemical” has become a synonym for “bad” (as in chemical dependency, or chemical additive), lawsuits multiply on issues like Agent Orange, and it is difficult for the ordinary citizen to believe that–with acid rain, global warming, toxic waste, and chemical carcinogens–all is well.

Noi europei non stiamo meglio, dopo Seveso, dopo i grandi disastri, abbiamo imparato, abbiamo avuto modo di inventare REACH e stiamo iniziando a porre rimedio ai problemi; in Italia il 3% del nostro territorio è permanentemente perso a causa dell’inquinamento chimico e nella gran parte dei casi di interesse nazionale i responsabili sono fuggiti o falliti; dovremo rimediare da soli costituendo come propone Edo Ronchi un fondo nazionale a nostre spese (e non è che i soldi abbondino).

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Edo Ronchi

In sostanza la Chimica oltre i problemi di comunicazione comuni alle altre discipline vive una ulteriore specifica contraddizione, legata al suo vittorioso ma estremamente problematico ruolo di scienza “centrale”, centrale perchè rende carne e sangue il dominio umano sulla “materia bruta” di leviana memoria.

Questo blog è solo uno delle decine di blogs a carattere scientifico del nostro paese, ma è stato partorito all’interno della sua più antica associazione scientifica, anche se non ne è diretta emanazione; il suo compito non è quello di essere una rivista di serie B, ma di consentire una ampia e libera discussione fra gli esperti, e fra gli esperti e i non-esperti, criticare e guardarci allo specchio e spero perfino ridere di noi stessi!

Lo potrà fare a condizione che voi lettori partecipiate in prima persona e che l’ambiente scientifico sia disponibile, ma non esiga di usare il blog per polemiche interne o come se fosse una rivistina e ne faccia invece uno strumento per affrontare il paradosso della Chimica.

Bibliografia

[1]     D. Leavitt, L’uomo che sapeva troppo, 2007, Codice edizioni, Torino. Il testo esatto della lettera non riportava il paradosso in questa forma ma in una più generale che è la seguente:

C’è solo un punto in cui ho trovato una difficoltà. Lei afferma (p. 17) che anche una funzione può comportarsi come l’elemento indeterminato. Questo è ciò che io credevo prima, ma ora tale opinione mi pare dubbia a causa della seguente contraddizione. Sia w il predicato “”essere un predicato che non può predicarsi di se stesso“”. w può essere predicato di se stesso? Da ciascuna risposta segue l’opposto. Quindi dobbiamo concludere che w non è un predicato. Analogamente non esiste alcuna classe (concepita come totalità) formata da quelle classi che, pensate ognuna come totalità, non appartengono a se stesse. Concludo da questo che in certe situazioni una collezione definibile non costituisce una totalità.

Nella forma riportata il paradosso fu formulato dallo stesso Russel nel 1918.

[2]     C&I Lug./Ago. ’09 p.114,                       http://www.soc.chim.it/sites/default/files/chimind/pdf/2009_6_114.pdf

[3] Nature, Giugno 2009, 459, 1033 e 1054 e sgg. Gli articoli sono tutti scaricabili dal sito di Nature

[4] http://en.wikipedia.org/wiki/Carr_Van_Anda

[5] http://www.peterlang.com/download/datasheet/51334/datasheet_57110.pdf

[6] Nature 50, 300–301; 1894

[7] The Scientist, 1991

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