COMMENTI ALLA TRILOGIA

a cura di Gianfranco Scorrano, ex Presidente della SCI

Abbiamo visto le peripezie di Domenico Marotta (arrestato l’8 aprile del 1964, a 78 anni, liberato il 15 aprile, condannato in primo grado a 6 anni, assolto in appello), di Felice Ippolito (arrestato il 4 marzo 1964, condannato a 11 anni e 4 mesi nell’ottobre 1964,pena ridotta a 5 anni e 3 mesi nel 1966, graziato nel 1968 dal presidente della Repubblica Saragat), di Adriano Buzzati Traverso (il 30 maggio 1969 dette le dimissioni da direttore dell’Istituto internazionale di genetica e biochimica). Nel giro di 5 anni furono portate al collasso 3 importanti strutture di ricerca.

Quali furono le ragioni?

 Il premio Nobel Daniel Bovet, nella seduta del 12 aprile 1975, svoltasi presso l’Accademia dei Lincei, in cui si celebrava il ricordo di Domenico Marotta, riassumeva così gli eventi:

Ma improvvisamente, a seguito di un’interpellanza parlamentare e di una scatenata campagna di una certa stampa, Domenico Marotta viene arrestato l’8 aprile del 1964 per presunte irregolarità amministrative.

Che cosa fu questo processo che poi, nei tre gradi di giudizio, ha finito per ingarbugliarsi nei meandri delle disquisizioni giuridiche e nelle procedure per concludersi in un nulla di fatto? A quale altro processo potrebbe essere paragonato? Perché fu promosso? Giocarono interessi economici? Fu preludio ai moti del maggio 1968 e insofferenza delle giovani generazioni? Fu una lotta di potere, fu il risultato di due correnti della magistratura o semplicemente il risultato di trame ordite nell’Istituto stesso per la successione?

Eppure per noi che abbiamo visto crollare il CNEN, l’Istituto di Sanità, il LIGB di Napoli, per ritrovarci nei microistituti creati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche o nelle strettezze dei laboratori universitari, il problema resta insoluto. Perchè?

D’altra parte, lo stesso Buzzati Traverso così distribuiva le varie colpe (A. Buzzati-Traverso, Caos e responsabilità, in «Sapere», LXX, luglio 1969, 714, p. 3):

Dai politici, i quali hanno creduto che bastasse stanziare più fondi perché la scienza e la tecnologia italiane fiorissero; dai massimi responsabili degli enti di ricerca, i quali, mal comprendendo le necessità del ricercatore e del laboratorio d’oggi, e per amor di quieto vivere, da un lato si son lasciati imporre dalla pubblica amministrazione regole vanificanti il maggior impegno finanziario dello Stato, d’altro lato si sono lasciati soggiogare da richieste sindacali spesso incidenti sulla sana conduzione dell’ente stesso; dai più  autorevoli scienziati italiani, e quindi più responsabili, i quali, mossi da meschine invidiuzze o da prepotente desiderio di potere, non hanno saputo costituire un compatto fronte, capace di mettere gli organi di governo davanti alle loro responsabilità; dai ricercatori, le cui associazioni non hanno saputo seguire una linea costante in difesa della scienza, ma hanno preferito darsi ad una politica di miglioramenti salariali e di carriera, fluttuante, inconcludente, ed anch’essa contraria alle regole di buon finanziamento di qualsiasi laboratorio di ricerca scientifica.

L’elenco dei colpevoli è lungo: ve lo lascio per la vostra riflessione. Io mi voglio porre la domanda, la cui risposta è in parte tra le righe delle due dichiarazioni, quale fu il ruolo degli universitari? Ovviamente l’Istituto Superiore di Sanità svolgeva da tempo una intensa e qualificata attività di ricerca- Le università erano però solo in parte contente di questa concorrenza. Posso raccontare un episodio da me vissuto. A Pisa, in occasione di un convegno, nel 1964, mi sono trovato, giovane pivello, seduto alla stesso tavolo da pranzo dei “grandi”. Ad un certo punto si sviluppò una accesa discussione al centro del tavolo e il “capo” se ne usci con la frase “Io, a quello lì se posso non lo promuovo”. Ho chiesto chiarimenti. Mi hanno spiegato che si trattava di un giovane che aveva lavorato all’ISS e che aveva presentato domanda per un concorso a ordinario. Caddi dalle nuvole, conoscevo da letteratura lo scienziato che mi sembrava certamente meritevole di vincere il concorso. Mi spiegarono che l’avversità era semplicemente motivata dal fatto che la persona veniva da una istituzione, l’ISS,  che non aveva doveri didattici e quindi era avvantaggiato per il tempo che poteva usare in ricerca, rispetto ad un competitore universitario, impegnato anche in incarichi di insegnamento. Rimasi, ingenuamente, stupito e, poi,  soddisfatto quando seppi che “il capo” nulla aveva potuto fare contro il giovane che risultò vincitore di concorso. Naturalmente c’era anche la critica che l’ISS potesse spendere i soldi assegnati per attività di pura ricerca, invece che per i propri compiti istituzionali, ma questo serviva solo a rinforzare l’ostilità verso la struttura non-universitaria.

Anche l’opera di Ippolito ebbe alcuni universitari non proprio entusiasti, sia per il fatto che portò a costituire l’INFN, attraverso una legge non universitaria e con sostanziali finanziamenti, sia per l’attività della Divisione biologica creata nel 1957 e posta sotto la direzione di Buzzati Traverso. I finanziamenti del Consiglio Nazionale per la Ricerca Nucleare andavano in questo modo anche a finanziare attività di ricerche specifiche, togliendo così finanziamenti ad altre attività scientifiche di altri settori della fisica e della biologia.

C’erano quindi buone ragioni per non vedere di occhio buono nascere attività di ricerca in sedi non universitarie. Certo se avessero, per esempio i chimici, seguito l’esempio dei colleghi fisici e organizzato anche per i chimici qualcosa di analogo all’INFN, avrebbero fatto meglio.

In realtà il vero handicap a qualunque attività della componente universitaria era creato dai gravi problemi che essa stessa aveva fatto nascere nell’organizzazione degli studi universitari. Vi porto ad esempio come era la composizione dell’Istituto di Chimica Fisica dell’Università di Padova nel 1961-62: 1 professore ordinario 3 assistenti di ruolo e 28 tra professori incaricati e assistenti incaricati: questi ultimi tutti e 28 con incarichi che venivano rinnovati di anno in anno e quindi in severa condizione di subordinazione all’ordinario. Si era arrivati a questo per non attivare il dottorato di ricerca, presente da tempo in tutti i paesi civili, e poi applicato dopo l’approvazione della legge 382 del 1980, e anche per aver voluto supplire a necessità didattiche (e di ricerca) con l’abuso degli incarichi annuali.

Ma di questo, forse, parleremo un’altra volta.

2 thoughts on “COMMENTI ALLA TRILOGIA

  1. Può darsi che a qualcuno interessi sapere come passava le sue giornate Felice Ippolito dopo l’arresto che, come ricorda l’articolo, avvenne nel marzo 1964. Ce lo dice lui stesso nell’introduzione al libro “La Natura e la Storia” (Scheiwillier, Milano, 1968): “…in un momento particolarmente difficile della mia vita – negli anni 1964 e ’65 – riprendendo gli studi e le meditazioni elaborai i quattro scritti, che costituiscono la parte essenziale del presente volumetto, raccolti sotto il titolo “La Natura e la Storia” che mi pare ben ne indichi il motivo dominante”. Ecco i titoli dei quattro scritti: “A proposito delle “due culture”, “Storicità della natura”, “Sulla unificazione del sapere”, “Scienze delle natura e storia”. Come è facile intuire, si tratta di un lavoro impegnativo che non può essere riassunto qui. Si può solo consigliarne la lettura a chi fosse desideroso di approfondire le conoscenza di un grande scienziato con interessi radicati nel campo dell’epistemologia e della filosofia della scienza. Non disperò per la perdita di cariche e poltrone perché sapeva che non è da esse che dipende il valore di un essere umano ma, semmai, è proprio il contrario. Aggiungo che sia Ippolito che Buzzati-Traverso diressero la rivista “Sapere”, la più antica rivista italiana di divulgazione scientifica. Se avessero ragionato secondo gli indicatori bibliometrici che condizionano l’odierna valutazione dei ricercatori forse si sarebbero occupati d’altro ma evidentemente la pensavano in maniera diversa.

    • questa delle riviste divulgative italiane è una storia da raccontare; da Sapere Ippolito passò poi all’esperienza di Le Scienze, che è completamente diversa come impostazione; Sapere esiste ancora ed è ora diretta da Armaroli; il contrasto fra le varie impostazioni sarebbe da discutere ed approfondire perchè penso che insegnerebbe parecchio sulla nostra storia e sulle questioni dela rapporto fra cultura e società;

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