L’Istituto Nazionale di Chimica, una occasione troppo presto dimenticata.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Guido Barone

Nell’autunno del 1995, a seguito delle discussioni svoltesi durante le assemblee delle Divisioni della Società Chimica Italiana, tenutesi a Milano durante il XVIII Congresso Nazionale (27.8 – 1.9.1995), dopo una elaborazione di alcuni mesi e una diffusione sia pur limitata nelle sedi universitarie, fu proposto un documento intitolato:

“ISITUTO NAZIONALE DI CHIMICA, elementi per la proposta di istituzione”

Scan INC

a firma di Guido Barone, Fausto Calderazzo, Paolo Cescon, Fulvio Gualtieri, Giovanni Natile, Lucio Senatore e Domenico Spinelli, in rappresentanza di tutte le Divisioni della SCI, di Dante Gatteschi per il Consorzio di Chimica dei Materiali e di Alberto Ripamonti in qualità di membro per la Chimica del Consiglio Nazionale per la Scienza e la Tecnologia. Tale documento fu approvato da una Assemblea di chimici universitari il 22 novembre 1995 con l’impegno di sostenerlo in tutte le sedi istituzionali a cominciare proprio dal CNST e da tutti i Ministeri competenti.

Lo scopo era di “valorizzare le capacità di ricerca di base nell’area delle Scienze Chimiche” e nasceva dopo la deludente esperienza degli esigui fondi messi a disposizione dal Ministero (il cosiddetto 40%) per tutti i settori culturali delle Università (a stento pesati con qualche fattore correttivo a favore delle Scienze sperimentali), e tutti i progetti di costituzione di Centri e Consorzi Interuniversitari. Più positiva era stata inizialmente l’esperienza dei Progetti finalizzati proposti dal CNR a partire dal 1970: la Comunità  Chimica aveva proposto il Progetto “atipico” per la Chimica Fine, dimostrando di aver maturato la sua capacità di autoorganizzarsi con il tentativo di incentivare la parte più avanzata della ricerca di base, stabilendo contatti continuativi tra i gruppi di eccellenza operanti nei laboratori universitari e del CNR con quelli della grande e media industria italiana. Ma anche questa iniziativa nel tempo si era inaridita per le incomprensioni tra le due anime industriale e universitaria.

Il progetto di costituzione dell’ ISTITUTO NAZIONALE DI CHIMICA intendeva riprendere quelle iniziative, ribadendo però con forza la necessità di finanziare adeguatamente la Chimica di base in quanto Scienza Sperimentale, bisognosa di ingenti spese di funzionamento e del rinnovo, sviluppo ed acquisto di strumentazioni di costo elevato, al di fuori delle erogazioni tradizionali delle Agenzie pubbliche di finanziamento. E ciò riconoscendo esservi non solo una necessità inderogabile di ricerca di base, ma anche quella di adempiere al compito istituzionale delle Università di addestrare con l’uso di strumentazioni di avanguardia le nuove leve di studenti, consentendo loro di avere una preparazione competitiva a livello internazionale e costituendo un ritorno positivo per la stessa industria nazionale.

Purtroppo questa iniziativa si arenò rapidamente, sia per l’opposizione dei vertici degli altri settori del CNR, nonché dei chimici stessi impegnati nei Comitati,  sia perché a livello governativo e politico la chimica e la ricerca di base di non immediata applicazione erano ritenute non di interesse strategico, sia forse perché la stessa Comunità Chimica Universitaria non credeva fino in fondo in questa iniziativa troppo ambiziosa.

Ho ricordato questa storia, stimolato dalla trilogia di post al Blog della SCI del Collega Scorrano sui “miracoli scippati” degli anni ’60, ma anche dal libro di Marco Pivato (2011) con lo stesso titolo (una tetralogia su Olivetti, Mattei, Ippolito e Marotta); nonché da quello di Lucio Russo ed Emanuela Santoni (“Ingegni minuti: una storia della Scienza in Italia” 2010, citato da Marco Taddia, ancora una tetralogia su Mattei, Ippolito, Marotta e Buzzati-Traverso). Mi permetto anche di citare il recente testo scritto da Pietro Greco, Lelio Mazzarella e me stesso (“Alfonso Maria Liquori e il risveglio scientifico a Napoli negli anni 60” sulle figure di Liquori, Caianiello, Buzzati-Traverso, Monroy ed altri).

Accanto a questi libri è necessario citare testi con più solidi impianti storico-biografici, come quelli di Francesco Cassata (su Buzzati-Traverso) o quello di Raffaella Simili e Giovanni Paoloni sulla storia del CNR, oppure quello più snello coordinato da Marco Cattaneo (Scienziati d’Italia) o quello coordinato da Pietro Greco e Settimo Termini (Memoria e Progetto) o infine il ponderoso libro di Salvatore Califano sulla storia del pensiero chimico.

Vorrei però cominciare a fare un minimo di ordine in tutto questo materiale, se si vuole non solo collezionare delle storie individuali, ma abbozzare un discorso sulle cause dei fallimenti e delle occasioni perse.

1)    Le storie personali e tragiche di Mattei e di Olivetti rientrano nel quadro delle aspre guerre tra le strapotenti multinazionali e le iniziative imprenditoriali italiane (il complotto sulla fine di Mattei in un incidente aereo provocato è sicuramente accertata, mentre quello sulla morte di Olivetti e del suo collaboratore Tchou sono pure ipotesi romanzate). Anche la storia di Ippolito può rientrare nello stesso quadro di guerra guerreggiata: non a caso la campagna di stampa che affossò il Presidente del CNEN fu scatenata da Saragat, notoriamente legato a settori sindacali e conservatori americani, anche se l’intervento della Magistratura fu occasionato dalla denuncia di un funzionario.

2)     La vicenda di Marotta e dell’Istituto Superiore di Sanità è invece confinata in un ambito solo nazionale, anche se assimilabile a quella di Ippolito e del CNEN per le modalità e i tempi di accadimento e anche per qualche disinvoltura amministrativa inquisita dai Giudici. Va sottolineato che in questo caso vi fu una ampia solidarietà da parte degli ambienti accademici.

3)     La storia qui accennata dell’INC sembra casomai più vicina a quella del LIGB e degli Istituti CNR dell’area di Ricerca di Napoli, sviluppatesi tra le gelosie accademiche, quelle di dirigenti dei vertici CNR, le contestazioni di base e soprattutto l’insipienza della autorità politiche centrali e degli amministratori locali. Per fortuna, queste vicissitudini non ebbero conseguenze tragiche o giuridiche ma si risolsero con il fallimento delle ambizioni massime dei loro ispiratori. Esse però lasciarono uno strascico di animosità tra i docenti universitari di ogni ordine e grado e i ricercatori degli Enti di ricerca, situazione che si è vista riaffiorare anche di recente. Nelle vicende napoletane sono però sopravvissute, magari ridimensionate, delle strutture tuttora funzionanti. Certo quella del blocco dello sviluppo internazionale del LIGB, rimasto per anni senza direzione dopo le dimissioni di B-T fu un danno gravissimo per Napoli, ma anche per tutta la ricerca biomedica italiana. Il discorso del mai nato ICN forse meriterebbe forse di esser ripreso.

One thought on “L’Istituto Nazionale di Chimica, una occasione troppo presto dimenticata.

  1. Il fallimento di quell’iniziativa andrebbe forse valutato inquadrandola correttamente nel contesto storico. Era in corso in quell’anno (1995) una campagna contro i cosiddetti “enti inutili” di cui l’opinione pubblica chiedeva a gran voce e, secondo me, giustamente la soppressione. Nel mese di gennaio, ad esempio, il Corriere dava notizia della pubblicazione di un decreto sulla GU che ne sopprimeva nove. Era un altro “colpo di scure” che portava nuove, preziose, risorse nelle casse dello Stato. Uno degli enti soppressi era l’opera nazionale “Pro derelictis” di Firenze. Ne sentiamo la mancanza? Proporre allora l’INC era un azzardo e il destino di quel documento mi sembra fosse segnato fin dall’inizio. A ciò si aggiunga che, forse, fu un’operazione leggermente verticistica. Lo stesso Barone lo fa un po’ capire scrivendo nelle prime righe che ebbe una “diffusione sia pur limitata nelle sedi universitarie”. Insomma non credo si possa dire che nacque a furor di popolo. Detto ciò sarebbe interessante rileggerlo integralmente per capire bene le motivazioni della proposta. Credo infatti che il discorso meriterebbe di essere ripreso, anche solo a livello culturale, solo dopo adeguata considerazione dei mutamenti intervenuti nel frattempo in ambito nazionale.

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