Commento a “Chimica e radici”

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Carlo Gessa,  UniBo

Sul blog della Società Chimica Italiana è recentemente comparso un articolo di Claudio Della Volpe “Chimica delle radici ed altre storie”. L’autore, dopo aver richiamato in modo banale alcuni processi di alterazione delle rocce, cita un articolo di Christopher E. Doughty e coll. pubblicato su “Geophysical Research Letters” per  sostenere una tesi, che preferisco non definire, essendo un’estrapolazione discutibile di una ipotesi proposta sulla base dei risultati di una simulazione effettuata  utilizzando un modello di “biological weathering.”

Nel loro lavoro,  C.E Doughty e coll. ipotizzano:

“as global temperatures rise, the soil organic matter layer will shrink, and more roots will grow in the mineral layer, thereby accelerating weathering and reducing atmospheric CO2. We examine this mechanism with a process-based biological weathering MODEL and demostrate that this negative feedback COULD HAVE CONTRIBUTED to moderating long-term global Cenozoic climate during major Cenozoic CO2 changes linked to volcanic degassing and tectonic uplift events.”

Nessuno può negare che le foreste abbiano giocato un importante ruolo “ in stabilizing (CO2)a and climate over the past 45 Myr”( milioni di anni),  quando il pianeta era una immensa palla scoppiettante e terribilmente inquieta.

Il controllo della concentrazione della CO2 nell’atmosfera viene attribuito principalmente  all’attività fotosintetica delle piante, mentre l’azione dell’weathering sia inorganico che biologico è stato sempre sottovalutato. Doughty e coll. cercano di colmare questa lacuna  sostenendo che anche i processi di weathering possono, in qualche misura, aver dato un loro contributo.

Perché Claudio  Della Volpe cita questo lavoro per sostenere che i guai del pianeta sono iniziati con l’uomo agricoltore ( circa 10000 anni fa )? Forse perché ritiene che nei millenni precedenti la terra era un termostato planetario?

A questa idea, contrappongo le parole di Stephen H. Schneider che, nel suo splendido libro “La strategia della genesi, modificazioni climatiche e sopravvivenza globale”, scrive:

Il clima e la geografia terrestri si sono modificati radicalmente nelle varie epoche geologiche. Ma, dal punto di vista dell’esperienza umana, anche il più rilevante di questi cambiamenti sembra scarsamente significativo.Il progredire e il retrocedere delle principali glaciazioni terrestri sono stati sempre separati da decine o centinaia di migliaia di anni. In una tipica registrazione della temperatura, effettuata per gli ultimi 100000 anni , periodo caldi (interglaciali) si alternano spesso a periodi freddi  (ere glaciali) ed è chiaro che noi oggi ci troviamo in un periodo caldo.

Ma il clima varia anche in periodi di tempo molto più brevi e vi sono molte fluttuazioni su piccola scala e a breve termine, che si verificano nell’ambito di un andamento climatico molto più ampio. E’ questo un buon esempio di che cosa la storia del clima possa fondamentalmente insegnare: il clima varia su molte scale del tempo e, anche se le variazioni più lunghe sono spesso le più grandi, le più significative e dannose per l’umanità si possono verificare su tempi molto più brevi.”

Come è possibile prendere seriamente in considerazione la nota di C.D.V. che recita: “Abbiamo distrutto un termostato planetario
e l’abbiamo sostituito con una stufa planetaria anche un po’ sporca”. Il disastro avrebbe avuto inizio “con la sostituzione del ciclo della foresta col ciclo dell’agricoltura” e si sarebbe aggravato con la fertilizzazione minerale delle piante. In pratica, il clima del pianeta sarebbe entrato in crisi 10000 anni fa con la scoperta dell’agricoltura. La crisi sarebbe andata  aggravandosi per colpa di Justus von Liebig che, nel 1840, propose la teoria mineralistica sulla la nutrizione delle piante: i vegetali si nutrono di minerali e non di sostanza organica come sostenevano gli umisti.

E’ stata proprio l’Agricoltura  ad aiutare l’uomo nel suo divenire. A Liebig, un insigne chimico, è giustamente riservata la riconoscenza dell’umanità intera, perché con Lui si è avviata la fertilizzazione minerale delle colture, pratica agronomica che ha decuplicato la produzione agraria. Se non ci fosse stato Liebig, le carestie e la fame avrebbero imperversato anche nel nostro grasso occidente e Maltus avrebbe avuto ragione.

Al periodo di Augusto, l’Italia era un giardino. Con la caduta dell’impero romano, l’uomo abbandona la campagna e la terra ritorna allo stato selvatico. Il paesaggio si modifica, la foresta prende il sopravvento sui campi coltivati, le opere idrauliche ( canali,impianti di irrigazione e drenaggio) vengono demolite, i terreni si impaludano e vastissime aree bonificate diventano pericolosamente insalubri. (oggigiorno si sta verificando una situazione in qualche modo simile: senza  controllo,  cura del territorio e  pulizia dei fiumi etc.,  l’ambiente si degrada velocemente con i disastrosi effetti che conosciamo).  E’ forse questo l’ambiente che l’autore preferisce?

Il paradiso terreste o il mondo di Saturno  esistono solo nella nostra fantasia; la natura è matrigna ed è l’agricoltura che la può migliorare, una agricoltura correttamente intesa, condotta nelle aree pedoclimaticamente vocate, una agricoltura che utilizza in modo razionale tutti i mezzi di produzione, fertilizzanti compresi.

Ciò significa anche il rispetto:

a)     della foresta, in particolare della foresta pluviale tropicale come la foresta amazzonica dove la deforestazione ha disastrose conseguenze. (A. Ehrlich e P. Ehrlich nel loro libro The end of affiance scrivono: “Gli attuali sforzi dei brasiliani renderanno loro semplicemente pochi raccolti in cambio di un’irreversibile distruzione della regione.);

b)    del suolo (solo comparto ambientale di autodepurazione dell’ambiente) e lotta alla speculazione edilizia, alla spinta urbanizzazione e all’insediamenti industriali inquinanti e non sufficientemente garantiti.

Sta agli uomini agire con giudizio onde evitare una agricoltura di rapina.

Dal ragionamento di C.D.V. si deduce che, se l’agricoltura è responsabile di questo disastro planetario, non meno responsabile deve essere considerata la CHIMICA, colpevole di avere sintetizzato i fertilizzanti.

Dalla sintesi dell’ammoniaca, una delle scoperte più importanti per l’umanità, parte la produzione industriale dei fertilizzanti azotati; Fritz Haber e Carl Bosch  dovrebbero essere additati a pubblico ludibrio e dichiarati nemici dell’Uomo e del suo Ambiente?

Oggigiorno è in atto una velenosa campagna di demonizzazione della CHIMICA; una sua errata applicazione potrebbe, è vero, avere effetti disastrosi, ma noi tutti siamo fermamente convinti che le scoperte registrate in questi ultimi secoli abbiano reso un eccellente servizio a tutta l’umanità e devono essere utilizzate e “manipolate” con estrema cura.

3 thoughts on “Commento a “Chimica e radici”

  1. Prof. Gessa,
    il C.D.V. ha scritto un post che puo’ essere letto agevolmente dalla cosiddetta “classe media” seppur (secondo la sua opinione) richiamando processi di alterazione delle rocce in modo banale. Se poi vogliamo entrare nello scientifico ci sono le riviste apposite, ma credo che per le persone comuni sia più interessante leggere informazioni in un blog.
    M.A.

  2. Prof. Gessa, nessuno pensa di additare al “pubblico ludibrio” Haber per aver sintetizzato l’ammoniaca. Il discorso è diverso se si pensa al ruolo avuto e allo zelo messo dal chimico tedesco, durante la prima guerra mondiale, nello sviluppo e nell’uso delle armi chimiche, al punto da guadagnarsi l’appellativo di “padre della guerra chimica”.
    A.O.

  3. L’agricoltura industriale ha effettivamente moltiplicato attraverso l’uso intensivo dei combustibili fossili la produttività della terra. Si stima che negli ultimi 50 anni, a fronte di una aumento della produzione agricola di un fattore compreso fra 2 e 3, la media del consumo energetico nel settore agricolo sia aumentata di 50 volte e quella di uso dei fertilizzanti di 10 volte. In questo processo Homo sapiens nel suo complesso ha pesantemente messo mano nei cicli bio-geochimici principali: quello del carbonio, quello dell’azoto, quello del fosforo e quello dell’acqua, superando o avvicinandosi pericolosamente ai confini di un “safe operating space” per la specie (cfr. Cribb, Nature 476, 282 (August 2011) http://www.nature.com/nature/journal/v461/n7263/full/461472a.html).

    Questo può essere visto anche da un diverso punto di vista, quello della degradazione dei suoli agricoli. Secondo la FAO un quarto dei suoli agricoli è fortemente degradato l’8% è moderatamente degradato, mentre l’11% degli stessi è soggetto a salinizzazione (cfr FAO, Tha State of the World’s Land and Water Resources for Food and Agriculture: Managing Systems at Risk (Rome. 2011).
    L’agricoltura può essere vista come un metodo di estrazione di una risorsa mineraria non rinnovabile (o lentamente rinnovabile): il suolo fertile. (consiglio di leggere il libro di Ugo Bardi: Extracted. How the quest for Mineral Wealth Is Plundering the Planet. Libro che dovrebbe uscire nelle prossime settiman e di cui ho avuto il privilegio di leggere le bozze) Come tale l’agricoltura, nella forma attuale, non è sostenibile e per diventarlo deve subire un cambio di paradigma profondo.

    Come persone di scienza il nostro mestiere è l’indagine della natura. La chimica è sottoposta ad un attacco? Chiediamoci il perché. Noi non siamo chiamati a fare le majorettes dell’industria. L’idea che esista un complotto di proporzioni mondiali a danno delle industrie della chimica e della farmacologia e tanto poco credibile quanto l’idea che un gruppo di climatologi, per quanto numeroso, possa ordire un complotto ai danni del complesso industriale delle grandi corporation dell’energia, dell’automobile, del cemento ecc. responsabili delle emissioni di gas serra. Il fatto è che si deve affrontare il tema della sostenibilità per 7-9 miliardi di individui che non è la stessa cosa di quando gli individui erano 8-900 milioni e tutta la corsa delle applicazioni tecno-scientifiche alla produzione stava appena iniziando.

    E qui vengo al capitolo Malthus, visto che è stato nominato. Malthus ha fatto l’errore di non prevedere la scoperta dei combustibili fossili e soprattutto il diffondersi del loro uso a partire dalla rivoluzione industriale nel corso dei due secoli e mezzo di evoluzione del sistema capitalistico moderno. I combustibili fossili hanno moltiplicato per un fattore 10, diciamo, la capacità di carico del pianeta a partire proprio dal periodo immediatamente successivo alla pubblicazione del saggio malthusiano del 1798. Ma i combustibili fossili sono una risorsa finita, e dato che non mancano i segnali di “stanchezza” sul fronte della loro disponibilità (cfr http://rsta.royalsocietypublishing.org/site/2014/2006.xhtml), è giunto il momento di chiedersi cosa fare prima che la finestra fossile si chiuda per sempre, cioè prima di ricadere nella trappola malthusiana. A questo scopo non so quanto possano contribuire le ideologie del passato e quanto serva la difesa d’ufficio della chimica e della scienza in genere.
    Luca Pardi. (CNR-Istituto per i Processi Chimico- Fisici – ASPO-Italia http://www.aspoitalia.it)

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...