Ancora sull’agricoltura

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Carlo Gessa

(Nota: le lettere maiuscole inserite nel testo richiamano alle risposte di Claudio Della Volpe che sono presenti nel primo degli interventi di commento)

Permettetemi un’ ultima replica alle osservazioni del prof. Claudio Della Volpe.

 Nella mia precedente nota avevo parlato di una un’agricoltura razionalmente condotta e di una agricoltura “di rapina”. Così scrivendo, intendevo chiaramente segnalare che anche l’attività agricola può costituire un grosso pericolo per l’ambiente. Questa distinzione non si coglie nell’articolo del prof. Claudio Della Volpe, per lui la crisi del pianeta avrebbe avuto inizio con “ l’uomo agricoltore.” (A)

La nostra diversa concezione sull’argomento si ripropone, anche se in termini meno conflittuali, sui pericoli ambientali che possono derivare dall’uso delle acque di irrigazione.

In un mio contributo “La chimica e l’agricoltura per il rispetto dell’ambiente” riportato su “La Chimica e l’Industria, n° 3, 2001”, ricordo ciò che avvenne nella regione della Mesopotamia per effetto di un impiego continuo di acque ricche di sali e avverto: “Al giorno d’oggi, nonostante una puntuale conoscenza dei meccanismi di salinizzazione e di sodicazione dei suoli, circa 70 milioni di ettari di terreno vengono annualmente sottratti all’agricoltura a causa di un uso irrazionale dell’acqua. Il fenomeno interessa anche il nostro Paese e in particolare il sud della penisola dove la scarsità delle precipitazioni sta imponendo un eccessivo sfruttamento dei pozzi con conseguente infiltrazione dell’acqua di mare e peggioramento della qualità delle acque di falda. In uno scenario di questo tipo le scelte da fare sono molto difficili e dolorose, ma la prospettiva di lungo termine potrebbe essere la desertificazione del territorio.”

Ciò detto, è opportuno fare qualche precisazione: le acque da destinare ad uso irriguo devono avere certe caratteristiche. La qualità delle acque di irrigazione è un argomento trattato nei corsi universitari di “Chimica del Suolo” sul quale il docente spende da 3 a 4 ore di lezione (impiega lo stesso numero di ore per trattare “weathering delle rocce e pedogenesi”). Una agricoltura che fa tesoro di queste informazioni NON RAPPRESENTA un pericolo per l’ambiente. Il pericolo non è legato “all’agricoltura intensiva” bensì alla qualità delle acque utilizzate per irrigare i campi.

Cosa si deve fare, mi chiedo, per quelle popolazioni che vivono in territori con scarse disponibilità idriche, aventi in parte una alta concentrazione salina e principalmente di Sali sodici? Ancora, Si deve proibire l’uso di “acque Fossili?” La risposta, come può intuirsi, prescinde dall’aspetto puramente tecnico-scientifico. (B)

 Il prof CDV dice di essere un estimatore di Liebig. CDV sostiene che la crisi del pianeta si è aggravata con l’uso dei fertilizzanti inorganici, ma i fertilizzanti inorganici sono il frutto più importante del lavoro di Liebig, quello a cui deve la sua fama. Liebig nel suo FONDAMENTALE lavoro recita:

“Gli alimenti di tutte le piante sono sostanze inorganiche e minerali. La pianta vive di acido carbonico, ammoniaca, acqua, acido fosforico, silice, calce, magnesio, potassio e ferro, ve ne sono di quelle che reclamano sal marino; fra tutti gli elementi della terra che prendono parte alla vita della piante esiste una solidità tale che se in tutta la catena delle cause che determinano la trasformazione della sostanza organica venisse a mancare un solo anello, la pianta e l’animale non potrebbero esistere.

Il prof, CDV scrive : “lei mette in bocca a Liebig posizioni che sono state di fatto quelle dell’industria chimica e SOLO DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE.” Il prof. CDV non insegna “Fertilità del suolo e Nutrizione delle piante” ed è quindi giustificato se ignora che Camillo Benso conte di Cavour( 1850 ) fu uno dei primi imprenditori a fare abbondante uso dei fertilizzanti inorganici, secondo gli insegnamenti di Liebig.

La frase di Liebig, citata da CDV, vuol riconoscere semplicemente l’importanza della sostanza organica per la fertilità del suolo, riconoscimento già riportato nei trattati di agricoltura della scuola georgica (Marco Terenzio Varrone, Lucio Giunio Columella sono autori ben noti a questo proposito) e oggigiorno ancora molto valido. La rivista (Agricultural Chemistry) , citando Liebig, vuole enfatizzare una pratica agronomica conosciuta da tempi antichi. La conoscenza di Liebig sulla sostanza organica era praticamente la stessa di quella di Virgilio, solo che Lui aveva intuito che anche dalla ossidazione della S.O. si liberano gli elementi nutritivi INORGANICI di cui la pianta si nutre. Il prof. CDV ammette con apprezzabile sincerità di essere ideologicamente condizionato, ma se si parla di “nutrizione delle piante” mi permetto di suggerirgli di stare ad ascoltare. (C)

 Ritorno, solo brevemente, al “ periodo di Augusto”: l’agricoltura aveva risanato molte aree paludose e insalubri della penisola. Con l’abbandono della campagna, avvenuto con l’invasione dei barbari, la foresta prendeva il sopravvento sui campi coltivati e il territorio ritornava rapidamente allo stato selvatico, ad essere cioè paludoso e insalubre. I romani rispettavano le foreste, ma il controllo e la cura del territorio lo avevano affidato all’agricoltura perché avevano capito che solo in quel modo potevano salvaguardare e migliorare l’ambiente.(D)

Il prof. CDV trova qualcosa da dire sulla frase: “Oggigiorno è in atto una velenosa campagna di demonizzazione della chimica; una sua errata applicazione potrebbe, è vero, avere disastrosi effetti, ma noi tutti siamo convinti che le scoperte registrate in questi ultimi secoli abbiano reso un eccellente servizio a tutta l’umanità e devono essere utilizzate e “manipolate con estrema cura.”

Non credo che sia una frase “ iperottimistica” poiché:

a)       raccomanda,….“le scoperte……..devono essere utilizzate e manipolate con cura;

b)riconosce,….. “noi tutti siamo convinti che le scoperte registrate in questi ultimi secoli abbiano reso un eccellente servizio a tutta l’umanità”. Spero che ne sia convinto anche CDV, pensi semplicemente ai farmaci e alla salute di uomini e animali. (E)

Mi dispiace che il prof CDV abbia segnato con la matita rossa le parole “potrebbe, è vero, avere effetti disastrosi”; speravo capisse che, tra le virgole, gli sussurravo una verità condivisa e pertanto da considerare “fuori testo”.

Non credo sia il caso di continuare a polemizzare su “termostato planetario e stufa vecchia”; lascio giudicare i lettori del blog ai quali pongo il seguente quesito: Possiamo considerare il Quaternario, con i suoi periodi glaciali e antiglaciali, un’era climaticamente poco variabile? (F)

7 thoughts on “Ancora sull’agricoltura

  1. (A)

    Il prof. Gessa dovrebbe leggere con più attenzione; la distinzione fra le due agricolture si coglie eccome; ho scritto che l’agricoltura è uno strumento potente comunque, anche in mano ai popoli della mezzalunafertile, tanto da aver avuto effetti irreversibili sul loro territorio già 6000 anni fa, ma che l’agricoltura insostenibile è quella intensiva recente che ha messo fuori fase il ciclo dell’N e del P e contribuito a mettere fuori fase quello del C SENZA risolvere i problemi della fame, ma creandone di nuovi.

    (B)
    Quindi il prof. Gessa accetta che l’acqua possa essere un problema; ora il prof. Gessa mi dovrebbe spiegare una cosa: se l’acquifero fossile su cui ho fatto l’esempio, quello di Ogallala, che è non in un paese povero ma nel centro del paese più ricco del mondo, gli USA è stato male usato come si fa a ipotizzare che altri acquiferi, in paesi più poveri possano essere usati meglio? La questione è semplicemente che l’agricoltura moderna E’ agricoltura di rapina, l’agricoltura moderna quella della “rivoluzione verde” per raggiungere il proprio scopo ha destabilizzato il ciclo dei tre principali elementi C, N e P e lo ha fatto NON per risolvere il problema della fame, ma per massimizzare i profitti della catena produttiva e distributiva del cibo (per esempio incentrandosi sul consumo di carne); la scelta delle tecnologie è stata condotta con questo scopo come unico scopo NON per la soluzione dei problemi della fame ma per la massimizzazione del profitto delle grandi imprese capitalistiche che la conducono; se queste imprese fanno male dove potrebbero farne a meno, nei posti tipici dei ricchi, nel centro del paese più ricco del mondo, come potrebbero comportarsi diversamente in quelli poveri? Non basta dichiarare “cosa sarebbe bello” prof. Gessa, occorre vedere concretamente cosa si fa nel mondo. Le popolazioni degli USA non hanno in genere problemi di acqua, ma hanno mandato in overshoot, in sovraconsumo il loro acquifero, non per motivi di scarse disponibilità idriche, ma per produrre carne in eccesso (120 kg pro capite all’anno, 328 g al giorno) e trasmettere a tutto il mondo il modello “paninaro” dell’alimentazione insostenibile.

    (C)

    Qui abbiamo una serie di affermazioni che fanno una enorme confusione: Liebig aveva scoperto la importanza delle componenti inorganiche nel ciclo biologico, ma aveva anche scoperto e aveva sostenuto il ruolo altrettanto essenziale del RICICLO di tali elementi e quindi della importanza di non sprecare i rifiuti umani nel Tamigi per esempio; in quell’epoca, che il prof. Gessa conosce maluccio, Liebig aveva sottolineato ripetutamente che azoto e fosforo dovessero essere per quanto possibile riciclati; i concimi chimici che l’ottocento introdusse sulla base delle idee di Liebig venivano per esempio dalla reazione delle ossa con l’acifo solforico; i perfosfati che Cavour provò con scarso successo a produrre (la sua impresa duro’ pochi anni e fallì come ci racconta un collega di Bologna evidentemente sconosciuto a Gessa, in Studi sull’agricoltura italiana, vol 29 Fondazione Feltrinelli http://books.google.it/books/about/Studi_sull_agricoltura_italiana.html?id=7heWdB9guKIC&redir_esc=y) i perfosfati dell’Italia di allora assommavano a ben 5000 tonnellate nel 1878!! Il paese che ne usava allora di più nel mondo l’Inghilterra, il paese più avanzato dell’epoca ne usava meno di 200.000 tonnellate all’anno; e si trattava di materiali provenienti in gran parte da riciclo, che usavano come materia prima le ossa; oggi noi usiamo il fosfato inorganico che si avvia a diventare un materiale raro (ne abbiamo per 90 anni alla velocità attuale di consumo come ho notato nel post precedente) e ne usiamo, solo di questo concime, 170 MILIONI di tonnellate nel mondo! Ma come si fa prof: Gessa a mettere sul medesimo piano gli effetti di quantità cosi’ diverse di materiali? Lo si puo’ fare e lei lo fa sulla base di una concezione lineare, meccanica, ottocentesca della Natura: come diceva Mae West: Too much of a good thing is wonderful. ma quella era una battuta da avanspettacolo non una teoria scientifica!
    La natura non reagisce quasi mai in modo lineare!
    Al prof. Gessa che gentilmente mi ricorda che io sarei “ideologicamente condizionato” perché coscientemente marxiano, ricordo che egli difende incosciamente e di fatto le ragioni delle multinazionali della Chimica, ma il problema giustamente non si pone: il suo è il pensiero “unico” dell’epoca moderna e guai a chi la pensa diversamente!

    (D)

    La nota sui romani non risponde alla mia nota: i Romani erano sei volte meno di noi e coltivavavano altro, ma capisco che oltre che riaffermare le proprie posizioni Gessa non possa fare: cosa mi puo’ rispondere? Avevano ridotto le paludi; certo e noi le abbiamo sostituite con le autostrade e le discariche; le foreste primigenie dei Romani erano la parte determinante del territorio, nel nostro caso sono piccole zone chiuse in un recinto.

    (E)
    Sono convinto che la Chimica sia come tutte le attività umane una attività a due facce, una attività duale usabile per il bene e per il male, che ha GIA’ prodotto cose buone e cattive; ma col passare del tempo quelle negative tendono a sopravanzare quelle positive, soprattutto perché noi chimici non siamo stati pronti a denunciare i problemi: ricordo solo quelli degli ultimissimi giorni: caso di Porto Tolle, caso della discarica di Bussi, caso dei kit Abbott, l’ultimo rapporto IPCC, il caso dei terremoti emiliani vedi il rapporto ICHESE; tutti casi in cui l’uso della Chimica ha portato ad enormi problemi, alcuni dei quali al momento non risolvibli; non si tratta ripeto ancora una volta di una chimica che se usata male potrebbe avere effetti disastrosi, ma di una Chimica che ha GIA’ avuto effetti disastrosi: 10mila chilometri quadrati del solo territorio italiano sono INUSABILI perchè irreversibilmnete inquinati e non abbiamo i soldi per ripulirli.

    (F)

    Quanto al caso del termostato planetario il prof. Gessa non riesce ad accettare una semplice verità: l’espressione “termostato planetario” significa non un termostato di casa ma più grosso, ma “i meccanismi di retroazione di Gaia”, i cicli degli elementi etc.; senza di essi lungo la storia del Pianeta la temperatura sarebbe variata ancor più ma comunque in modo diverso: ho già postato una volta una grafico che riproduce con esattezza ciò che sta accadendo: lo linko qui: è un grafico che rappresenta il legame temperatura CO2 negli ultimi 400.000 anni https://ilblogdellasci.files.wordpress.com/2013/12/carra3.png parte del post che scrissi in polemica con Sergio Carrà.
    La semplice verità egregio prof. Gessa è che le glaciazioni pleistoceniche non sono il meccanico e lineare risultato dei cicli astronomici; tali cicli sono esistiti certamente anche quando non ci sono state glaciazioni che si sono rese evidenti solo in certi periodi; e perché? E ancora perché la loro intensità è variata nel corso del Pleistocene? Sa rispondere? La risposta è che le piccole variazioni di irradiazione sono in grado di interagire profondamente con quello che ho chiamato il “termostato planetario”, ossia con i cicli di retroazione del sistema climatico, il quale riduce (o anche amplifica) gli input astronomici a seconda di molte e complesse circostanze: la posizione del ciclo di Wilson, ossia la dinamica delle zolle continentali e quindi la forma dei continenti, la struttura delle correnti marine, l’abbondanza relativa di anidride carbonica, l’estensione della biosfera, e infine il meccanismo delle radici da cui è partita questa discussione, etc. Le glaciazioni del Pleistocene NON sono la semplice conseguenza dell’irradiazione variabile quindi ma il complesso risultato di un sistema di controlli e retroazioni che vede al centro i gas serra, il ciclo biologico e le reazioni di assorbimento e produzione di tali gas dalla crosta profonda. Solo una scienza ottocentesca, lineare e superficiale potrebbe addebbitare le glaciazioni alla riduzione o all’aumento di irradiazione solare COME TALE; noi viviamo nel secolo della termodinamica irreversibile e della retroazione, il nome con cui abbiamo ri-etichettato la “dialettica hegeliana” e non possiamo dimenticare il ruolo della complessità.

    .

  2. Come fa a dichiarare rispettosi i romani del periodo di Augusto se gli archeologi hanno trovato rifiuti come le scarpe nei pozzi che costruivano? Rispettosi forse nei propri confronti, ma non può parlare di rispetto per l’ambiente, quello dei romani era solo interesse personale come al giorno d’oggi. E poi, territorio insalubre per chi? Per gli esseri umani? E gli altri esseri viventi non contano?

    • Una modesta osservazione al punto E) della risposta di Claudio Della Volpe laddove, riferendosi alle “cose” prodotte dalla chimica, scrive: “col passare del tempo quelle negative tendono a sopravanzare quelle positive, soprattutto perché noi chimici non siamo stati pronti a denunciare i problemi”. Purtroppo, oltre a denunciarli, bisognerebbe anche risolverli, magari in maniera realistica ed economicamente accettabile. Fare è ancora più difficile che parlare. Cito in proposito la conclusione dell’editoriale di Mark Peplow nel numero speciale dedicato all’energia di Chemistry World organo ufficiale della Royal Society of Chemistry (2007). Peplow così scriveva: Chemistry really can save the world – but scientists must be canny about selecting the most commercially realistic way of achieving that.

      • Caro Marco si potrebbe cercare di NON provocare problemi, prevenirli, il che nella maggior parte dei casi corrisponde semplicemente a rispettare il buon senso, a non violare le leggi e ad usare quella ragionevole capacità di prevenire i danni al sistema naturale ed alla salute umana che i chimici hanno; il caso Porto Tolle, il caso Brescia, il caso Bussi sono lì ad indicarci la strada; i chimici SAPEVANO ma non hanno fatto nulla, non si sono nemmeno metaforicamente incatenati alle loro burette!! mi fa poi semplicemente sorridere la tua citazione: “the most commercially realistic way of achieving that.” ossia anche tu ed RCS siete vittima del pensiero unico: chi è che avrebbe deciso che il commercio e l’economia OSSIA IN PAROLE POVERE IL PROFITTO E LA RICCHEZZA (opportunamente mascherati da “esigenze sociali” o “posti di lavoro” o “esigenze del progresso”)vengono PRIMA della scienza o comandano al posto delle esigenze della salute e dell’ambiente?misteri del pensiero unico che mette la scienza al servizio del profitto, come dato di fatto, perfino con tanto di citazione della illustre RCS. Beh noi sappiamo fare di meglio, ne sono certo, si potrebbe chiederlo a chi ha permesso di spargere PCB nel centro di Brescia, piombo tetraetile nella periferia di Trento e mercurio nella valle che porta l’acqua a Pescara. Per fortuna dove i chimici sono stati inerti interviene a volte la magistratura, ma preferirei che fossimo noi a farlo, e questo blog ha anche questo fine porre fine al sonno della ragione.

  3. Caro Claudio, sei proprio convinto che il sottoscritto e addirittura la RSC siano vittime del pensiero unico? Ascolta Bertrand Russell: “In ogni cosa è salutare, di tanto in tanto, mettere un punto interrogativo a ciò che a lungo si era dato per scontato.”
    Ciao e presto, M.

    • E’ proprio quello che dovrebbero fare i Chimici di fronte al fatto che la logica applicata nel testo che hai citato Marco ci ha portato dopo 250 anni dove siamo; il “commercio” ha dominato le nostre vite e il nostro modo di operare, la crescita infinita basata su una scienza trionfante e una energia a basso costo ci ha consentito FINORA di farlo; adesso è il momento di chiedersi: ma come mai l’atmosfera stessa si ribella al nostro operare? Sono io che posso citare Russell, sono io che posso rivendicare un cambio di logica, perchè finora i chimici come tu fai adesso hanno accettato questa medesima logica della scienza trionfale che tutto risolve, ma ogni sistema ha dei limiti e quindi la frase di Russel vale giusto per te o per Gessa; tu hai citato la certezza del “commercially realistic”, io invece metto il punto interrogativo; non credi? Russell si riferisce proprio a quelli come te che accettano il pensiero trionfante, non a quelli come me che si battono per instillare il dubbio

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