Comprendere la Terra

 Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Recensione a “Terra. Storia di un’idea” di Marco Ciardi (Laterza, 2013 – pp. 139, Euro 12,00)

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Se c’è un personaggio che può occupare un posto d’onore nella celebrazione della Giornata della Terra, questi è senz’altro il grande naturalista ed esploratore Alexander von Humboldt (1769-1859). Ho avuto occasione, alcuni anni fa, di scrivere per “La Chimica e l’Industria” qualcosa in merito a una sua lettera autografa conservata fra i cimeli del nostro Dipartimento. Seppure interessante come documento storico, quella non è una lettera importante, sicuramente è assai meno preziosa di quella spedita da Berlino il 24 ottobre 1834 e destinata all’amico Karl August Varnhagen von Ense (1785-1858). Con essa, Alexandre von Humboldt lo mise al corrente dell’ intenzione di pubblicare il Cosmos, ossia la sua opera più importante e monumentale destinata a contenere in forma organica la maggior parte del sapere scientifico dell’epoca. A dire il vero esitava sul titolo, consapevole che suonasse “pretenzioso e un po’ ricercato”, adatto tuttavia a sintetizzare il concetto di cielo e terra. Il fratello Wilhelm (1767-1835), filosofo e letterato, che purtroppo morì l’anno dopo, era d’accordo su quel titolo. Alexandre si lasciò andare a qualche altra confidenza e, quasi per prevenire qualche critica, enumerò anche alcuni difetti del suo stile concludendo però che aveva cercato di “descrivere e ritrarre la realtà nel modo più scientifico possibile, senza mai smarrirmi nelle aride regioni del sapere astratto”. Aggiungeva che “un libro sulla natura deve suscitare la stessa emozione che suscita la natura stessa”. Nelle prime pagine dell’opera, von Humboldt riportava le sue “riflessioni sui differenti gradi di piacere offerti dal quadro della natura e dallo studio delle sue leggi”. Scriveva ad esempio: “colui che, attraverso i secoli passati, è in grado di risalire la corrente del nostro sapere fino alla sua fonte primigenia , imparerà dalla storia come per migliaia d’anni l’uomo abbia faticosamente cercato di riconoscere, in mezzo al continuo mutare delle forme l’invariabilità delle leggi naturali e sia riuscito, con la forza dell’intelletto, a ridurre a poco a poco in suo potere buona parte del mondo fisico”. Il volumetto di Marco Ciardi, professore associato di Storia della Scienza e delle Tecniche all’Università di Bologna, risale proprio la corrente del nostro sapere sulla Terra, anzi della stessa “idea” di Terra. Cerca di mostrare come sia cambiata l’idea di Terra dal Seicento ai giorni nostri grazie alla scienza, ponendosi nel contempo una domanda che può lasciare perplesso qualcuno. L’autore si chiede: “siamo certi che la consapevolezza di questo cambiamento sia oggi diffusa e generalizzata?”. Il libro riproduce in copertina la celeberrima foto scattata il 7 dicembre 1972 in occasione dell’ultima missione Apollo che portò gli uomini sulla Luna. Nella foto si vede la cosiddetta Blue Marble ovvero “La Biglia Blu” che è la nostra unica casa. A dire il vero, qualche volta la nostra Terra ci fa paura. Oggi facciamo festa per lei ma circa due anni fa (maggio 2012), quando le nostre case ondeggiavano paurosamente e per alcune notti si dormiva vestiti, non credo che in tanti pensassero a Lei come un luogo molto ospitale e sicuro. Ma dobbiamo convincerci che questo è sbagliato, che Lei è un organismo vivo, da conoscere tramite i mezzi della scienza, anche per difenderci quando si agita e limitare i danni. Il libro di Ciardi serve anche a prendere un po’ più di confidenza con “La Biglia Blu” e a capire che le risorse per la nostra sussistenza sono limitate (cap. 8) e vanno usate con giudizio. Dice Ciardi: “Cerchiamo di ricordarci bene le proporzioni del calendario geologico” e aggiunge: “Rispetto alla Terra, paragonata sulla scala di un anno, ogni nostra esistenza non è molto più lunga di uno schiocco di dita. Utilizziamo questo tempo con raziocinio”. Se fossimo consapevoli della nostra piccolezza saremmo, forse, meno impauriti e quindi più sereni.

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