Codici, merci e rifiuti: più ombre che luci (seconda parte)

 Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Benito Leoci

(la prima parte di questo post su http://wp.me/p2TDDv-12O)

 Rifiuti

A partire dalla fine degli anni ’70 in Europa, ma anche negli Stati del Nord America, esplode una frenetica attività legislativa per fronteggiare i crescenti problemi provocati dall’inquinamento ambientale. L’aumento delle popolazioni, l’industrializzazione spesso selvaggia sulla spinta dell’aumento dei consumi, influiscono sempre più sull’ambiente, danneggiando spesso in maniera irreversibile la qualità dell’aria, delle acque e del suolo. Sulle riviste scientifiche, ma anche sulla stampa e sugli altri mezzi di comunicazione, appaiono termini e concetti spesso nuovi, mai uditi in precedenza dall’uomo comune non addetto ai lavori, quali diossina, PCB, piogge acide, eutrofizzazione, metilmercurio, esaclorofene, talidomide, ecc. E dagli USA arrivano libri che descrivono fenomeni ancora più allarmanti: primavere silenziose, il cibo che uccide, ecc. Per combattere o almeno contrastare il progressivo peggioramento dell’ambiente si ricorre allo strumento più semplice ovvero a quello giuridico con l’adozione di norme denominate di “comando e controllo”. Sarebbe troppo lungo ricordare il fiume di norme emanate in quegli anni, nell’ultimo ventennio del 20° Secolo, sia in Europa che nel Nord America e nei paesi più industrializzati dell’estremo oriente. Sta di fatto che all’inizio del terzo millennio si comincia a notare che nonostante le norme e le sanzioni connesse, il peggioramento dell’ambiente continua inesorabile insieme all’inarrestabile crescita delle popolazioni e all’eccessiva proliferazione di norme e regolamenti. Lo strumento giuridico non solo si dimostra insufficiente ma, se utilizzato male, addirittura controproducente.

rifiuti1

Nel nostro paese, nell’ultimo ventennio del 20° secolo, sulla scia dell’allarme lanciato dagli studiosi e dagli organi di informazione in genere, l’attività legislativa anche spinta da norme europee pubblicate a getto continuo, diventa frenetica, con norme spesso poco chiare e in contraddizione tra di loro, sicchè qualcuno arriva ad avvertire che l’ambiente muore anche per troppa attenzione. Il 2002 il Ministro dell’Ambiente pro-tempore arriva ad ammettere (18) che “troppe leggi finiscono inevitabilmente per diventare comunque inidonee al conseguimento degli obiettivi: neanche la Pubblica Amministrazione sa più come applicarle e farle rispettare”. Ammissione provocata sia “dall’iperproduzione legislativa ed eccessi burocratici”, sia dalla constatazione che “le imprese italiane (ma anche quelle degli altri paesi europei) devono compilare ogni anno 3 milioni di moduli impiegando 50 milioni di ore di lavoro e spendendo oltre 700 milioni di Euro”. Continua detto Ministro, ricordando il proliferare di “registri, formulari, moduli, albi speciali e iscrizioni farraginose, contraddittorie e sbagliate che penalizzano gli imprenditori e possono costituire anche uno stimolo alla violazione delle regole”. Non si può non convenire con queste osservazioni, solo che dopo circa 10 anni nulla è cambiato, il proliferare delle leggi continua e quelle errate precedenti non vengono migliorate. A rimanere immutato è il Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER) che riporta i codici dei rifiuti. Codici che sulla carta dovevano semplificare la vita degli operatori (forze di polizia, produttori di rifiuti, pubblici amministratori, ecc.), ma che in realtà hanno accresciuto la confusione e il lavoro di chi è costretto ad utilizzarli. Vediamo il perché, non prima di aver sottolineato che l’ambiente è l’unico settore ove l’introduzione di codici abbia peggiorato la situazione precedente, accrescendo incertezze e dubbi.

rifiuti4

I CER

L’elenco dei rifiuti contrassegnati da un codice nasce nel lontano 1994, con la decisione della Commissione della Comunità Europea n. 94/3/CEE (19), seguita subito dopo dalla decisione n. 94/904/CEE relativa all’elenco dei rifiuti pericolosi (20),con lo scopo di attribuire ad ogni fattispecie un codice, da riportare su tutti i documenti riguardanti le varie fasi della loro gestione: stoccaggio, trasporto, recupero o smaltimento. Entrambe queste decisioni entrano nella legislazione italiana come allegato A, punto 2 (relativo al Catalogo Europeo dei Rifiuti) e allegato D (relativo ai codici dei rifiuti pericolosi) al Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Quest’ultimo, che attua le direttive 91/156/CEE sui rifiuti, 91/689/CEE sui rifiuti pericolosi e 94/62/CEE sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggi, sostituendo il DPR n. 915/82, non ha lasciato un buon ricordo (21)anche perché rimandava per la risoluzione di molti problemi a regolamenti futuri che non sono mai stati emessi. Problemi mai risolti nemmeno dal decreto successivo (D. Lgs. n. 152/06), noto come Codice dell’ambiente.

Si legge nell’allegato A, punto 2 del D. Lgs. n. 22/97, che il “Catalogo vuole essere una nomenclatura di riferimento con una terminologia comune per tutta la Comunità allo scopo di migliorare tutte le attività connesse alla gestione dei rifiuti. A questo scopo il CER dovrebbe diventare il riferimento di base del programma comunitario di statistiche sui rifiuti…”. Gli scopi del CER quindi dovevano essere quelli del miglioramento di tutte le attività di gestione dei rifiuti oltre a consentire l’elaborazione di statistiche a livello comunitario. Vedremo come questi ambiziosi propositi siano stati in gran parte disattesi. Già la partenza non è delle migliori. Gli interessati infatti non fanno in tempo a capire i meccanismi necessari per l’utilizzo dei CER che l’elenco viene profondamente modificato per effetto di un’altra decisione della Commissione della CEE, la n. 2000/532/CE (22) che propone un nuovo catalogo noto come “CER 2000”, in sostituzione del precedente. Col CER 2000 si aboliscono 280 codici presenti nel precedente e si introducono 470 nuovi codici, con grande costernazione degli interessati, specie dei produttori o detentori di rifiuti che si sono trovati nella necessità di modificare i codici precedenti sia per compilare registri di carico e scarico, sia i MUD, sia i formulari di identificazione e, soprattutto, di accertare se fra i rifiuti gestiti vi erano quelli da riclassificare come pericolosi. Le aziende che avevano poi come attività la gestione dei rifiuti hanno dovuto anche modificare l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali (23).

L’individuazione del codice da attribuire a un rifiuto in molti casi non è semplice ed è ancora più difficoltoso, in alcuni casi, capire se si tratta di rifiuto pericoloso o meno. Tralasciamo quest’ultimo aspetto perché esuleremmo dagli scopi della presente nota, per dare un’occhiata all’iter da seguire per individuare i codici e le lacune, errori, incongruenze presenti nel catalogo. Vogliamo però soffermarci sul confine (del tutto inutile) posto al Catalogo che è designato per l’appunto “Europeo”. Come dire che non si è interessati ai rifiuti, o alle merci che poi diventano rifiuti, prodotti o provenienti dagli USA, dalla Cina e così via. Ma non è così perché il legislatore affida ai produttori o ai possessori, che possono essere cinesi, indiani, ecc., l’incarico di individuare il codice. Ma allora perché Europeo?

rifiuti3

La conformazione del Catalogo e l’attribuzione di un codice

L’attribuzione di un codice ad un rifiuto, navigando nel Catalogo, è compito che spetta, come accennato, al produttore o in mancanza al detentore dello stesso. Nessuno può inventare un nuovo codice che non sia previsto dal Catalogo che per sua natura è impostato sulla presunzione della conoscenza dei cicli produttivi di tutte le merci fabbricate nel mondo. Il fatto che si tratta di una presunzione non è sfuggito agli estensori del Catalogo che sono corsi ai ripari introducendo codici factotum che, come vedremo fra breve, sono quelli che terminano con “99”.

I codici che contrassegnano i rifiuti elencati nel Catalogo sono dunque formati da tre coppie di numeri. La prima che va da 01 a 20 rappresenta il capitolo e indica generalmente la fonte (criterio “derivativo”) dalla quale si genera il rifiuto o, meglio, per alcuni tipi, il ciclo produttivo. Ma non sempre. Seguono questa logica i capitoli che vanno da 01 a 12 e da 17 a 20. Chissà perché il salto da 12 a 17. Il produttore di rifiuti per individuare i codici relativi ai propri rifiuti deve iniziare la ricerca in questi capitoli. Se il lavoro è infruttuoso deve esaminare i capitoli 13, 14 e 15 che invece sono collegati ad alcuni tipi di rifiuti: oli esausti, solventi, refrigeranti, imballaggi, ecc.(criterio “nominale”). Vi è infine un capitolo “tampone” salva elenchi, il 16, a cui si deve ricorrere quando non si riesce a codificare il rifiuto utilizzando tutti gli altri capitoli: si tratta di veicoli fuori uso, scarti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, prodotti fuori specifiche, esplosivi, catalizzatori, ecc. Vengono elencati a caso senza seguire alcun ordine. Anche le fonti dei rifiuti che vengono riportati nei vari capitoli non sono ordinati, ma vengono elencati a caso, sicchè si deve procedere con calma esaminandoli tutti. Queste sono le istruzioni che si trovano nell’introduzione dell’allegato D alla parte IV del D. Lgs. 152/06, prima citato.

Le altre due coppie di numeri indicano all’interno di ciascun capitolo il particolare tipo di rifiuto. Ma non bisogna farsi troppe illusioni, perché le indicazioni sono per lo più generiche. Per esempio all’interno del capitolo 02 (Rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, silvicoltura, caccia e pesca, trattamenti e preparazione di alimenti) col codice 020100 troviamo l’indicazione “rifiuti prodotti da agricoltura, orticoltura, acquacoltura, selvicoltura, caccia e pesca” del tutto identico a quanto indicato nel capitolo (salvo quelli derivanti dal trattamento e preparazione di alimenti) sicchè diventano del tutto superflui i codici successivi, visto che qualsiasi rifiuto prodotto dalle attività citate può essere codificato col 020100. Non è chiaro poi quali sono i rifiuti derivanti dalla caccia. Forse si tratta dei bossoli che molti cacciatori abbandonano nei boschi. Andrebbero raccolti dallo stesso cacciatore e indicati col detto codice se portati allo smaltimento. In realtà spesso vengono raccolti e riutilizzati dagli stessi, ma in tal caso non si tratta di rifiuti. E che dire dei codici 020102 e 020202 che indicano gli “scarti dei tessuti animali”? Probabilmente il legislatore voleva richiamare alcuni tipi di SOA (Sottoprodotti di Origine Animale), forse le pelli, i muscoli, il grasso e pochi altri. Ma proprio questi raramente diventano rifiuti in quanto trovano specifiche utilizzazioni. E perché non indicare anche gli altri tipi di SOA (ossa, sangue, intestini, stomaci, polmoni, ghiandole, ecc.) certamente più suscettibili di diventare rifiuti? Comunque sia gli scarti di tessuti animali che gli altri tipi sono disciplinati da apposite norme (23) e quindi sottratti generalmente alla normativa dei rifiuti. Si nutre il sospetto che coloro che hanno approntato le liste del CER ignoravano del tutto l’esistenza dei SOA.

rifiuti2

Ma vi sono altre osservazioni che accrescono ulteriormente i sospetti circa la superficialità se non ignoranza di coloro che si sono occupati della formulazione dei CER. I codici 16 04 (seguiti da 01, oppure 02, oppure 03) si riferiscono agli esplosivi di scarto, i quali non dovrebbero essere interessati dalla disciplina dei rifiuti in quanto regolamentati da precise norme (D. Lgs. 7/1997di recepimento della direttiva 93/15/CEE, il decreto n. 272/2002 regolamento di esecuzione del D. Lgs. 7/1997, D. Lgs. 58/2010 di recepimento della direttiva 2007/23/CE) e dal TULPS per le parti ancora in vigore (25). Si tratta di codici asteriscati che indicano quindi la pericolosità del rifiuto. Con molta buona volontà può essere utilizzato solo il codice 16 01 10 quando si tratta degli “air bag” delle automobili fuori uso, purchè non venga isolata la carica esplosiva. Si ricorda a questo proposito che gli esplosivi sono già contraddistinti da codici: numero di identificazione e codice di classificazione (art. 19 del D.M. 19 settembre 2002, n. 272). Le cariche esplosive degli air bag per esempio sono classificati (secondo l’art. 82 del TULPS come modificato dall’art. 12 del D. Lgs. 272/2002) esplosivi del gruppo E (numero di identificazione 0084 o meglio 0503).

Esaminando altri codici, si incontra il 061304 che si riferisce ai rifiuti derivanti dalla lavorazione dell’amianto. Si badi rifiuti non contenenti amianto ma quelli prodotti dalla lavorazione (per esempio quando si producevano tessuti ininfiammabili). Altri codici indicano i rifiuti della fabbricazione di amianto-cemento (101309 e 101310). E’ inutile ricordare che la fabbricazione di oggetti contenenti amianto è stata proibita in Italia dalla legge n. 257/1992 (G.U. Serie Generale n. 87/1992) e successivamente da una serie di regolamenti dell’UE.

Potremmo indicare altre incongruenze, dimenticanze, errori nell’attribuzione dei codici ma sembra più utile soffermarsi nell’impostazione generale del catalogo. Il criterio di ripartizione dei capitoli, come indicato, oltre a presentare una illogica successione, provocata dal criterio “della provenienza” utilizzato, comporta anche la necessità di ripetere in più capitoli gli stessi rifiuti. Per esempio i metalli ferrosi si ritrovano sotto i capitoli 12, 16, 17, 19 (stranamente non si ritrovano fra i rifiuti urbani, nel capitolo 20). E queste ripetizioni (che si ritrovano anche per altri materiali: carte e cartoni, plastiche, bitumi, ecc.) farebbero supporre assurdamente che il ferro che si trova come rifiuto della lavorazione di superfici metalliche sarebbe diverso da quello derivante dai veicoli fuori uso o dalle demolizioni di costruzioni. Detta ubiquità può provocare e provoca nell’interessato la necessità di scegliere fra più codici, quando è incerta l’individuazione del capitolo. In altri casi sarà costretto ad utilizzare codici diversi per lo stesso tipo di rifiuti. Un’impresa autorizzata alla raccolta dei rifiuti, per esempio, per codificare i rifiuti da imballaggi in carta e cartone dovrà usare il codice 150101 se gli stessi vengono raccolti presso un ipermercato (o come raccolta differenziata nel comuni) o il codice 200101 se raccolti da una pubblica piazza o via. Naturalmente per decidere deve controllare se detti rifiuti derivano da imballaggi o meno.

Il capitolo 20 fa comunque sorgere altri dubbi e incertezze. Nelle intenzioni del legislatore dovrebbe servire per codificare solo i rifiuti urbani (quelli prodotti dalle abitazioni e dallo spazzamento delle strade, inclusi quelli derivanti dalla raccolta differenziata, purchè non derivanti da imballaggi aggiungiamo noi). Consegue che i codici da 01 a 19 si riferiscono ai rifiuti speciali che sono quelli prodotti da attività produttive di qualsiasi tipo. C’è però una complicazione: fra i rifiuti urbani il legislatore, nel D. Lgs n. 152/06, così come nelle leggi precedenti, comprende anche “i rifiuti di qualunque natura e provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche…” (art. 184, comma 2, punto d). Ne deriva che se un rifiuto speciale contrassegnato con un codice (da 01…. a 19….), in dipendenza dell’attività produttiva (o delle caratteristiche possedute), viene abbandonato su una pubblica via, il suo codice cambia per assumerne un altro fra quelli compresi nel capitolo 20, se lo si trova. Dunque il rifiuto è sempre quello ma il codice cambia secondo le circostanze o il luogo in cui si trova. E’ come se un motore, una rivoltella, un libro dovessero assumere codici diversi secondo il luogo in cui si trovano…

A complicare ulteriormente le cose spesso intervengono circolari del Ministero dell’Ambiente che cercano di interpretare alcuni codici del catalogo, nel tentativo di aiutare i funzionari della PA addetti ai controlli o coinvolti per altri motivi (26). Per le siringhe abbandonate in luoghi pubblici dai tossico dipendenti, una circolare ministeriale (27) indica l’utilizzo del codice 180103* (“rifiuti pericolosi che devono essere raccolti e smaltiti applicando precauzioni particolari”). Trattandosi però di rifiuti urbani il codice dovrebbe essere individuato fra quelli del capitolo 20 ove però non vi è traccia, salvo che non si voglia utilizzare quello terminante con la coppia “…99”. Codici utili per ogni evenienza.

Ritornando al produttore o possessore interessato ad individuare il codice adatto per indicare i propri rifiuti, se la ricerca è infruttuosa, può dunque ricorrere ad un codice che termina con la coppia 99, presente in tutti i capitoli, contrassegnati con la dicitura “rifiuti non specificati altrimenti”. Al momento dell’utilizzo detta dicitura va sostituita con il nome attribuito al rifiuto dal produttore (o detentore) che il legislatore evidentemente non ha previsto. Questi codici presenti nel catalogo sono molto numerosi, circa 70 e testimoniano il sospetto da parte di coloro che hanno approntato i codici, di aver omesso o dimenticato molti rifiuti. E’ superfluo far notare che il ricorso al codice terminante col 99, scrivendo a fianco il nome del rifiuto, toglie il fine e l’utilità del sistema di codificazione che è quello di evitare descrizioni con le ambiguità connesse.

Conclusioni

Anche un semplice esame dei codici riportati nel catalogo, pone in evidenza una lunga serie di omissioni, incongruenze, errori dovuti probabilmente all’assenza, nelle commissioni o uffici che si sono occupati della loro elaborazione, di competenze idonee (quali quelle possedute da docenti universitari di Tecnologie dei cicli produttivi, da ingegneri o chimici industriali con idonee esperienze, ecc.) a fronteggiare le complesse problematiche di individuazione derivanti dal composito universo dei rifiuti, tra l’altro in continua evoluzione.

Il sistema utilizzato per codificare i rifiuti, organizzato per lo più secondo la fonte di provenienza (criterio “derivativo”), non è condivisibile per il semplice motivo che porta a doppioni o ripetizioni dello stesso rifiuto prodotto da diverse attività produttive, con conseguente confusione e incertezze. Il ricorso, in aggiunta, ai codici dei capitoli 13 – 16 (criterio “nominale”) è la prova più evidente del fallimento o almeno dell’insufficienza del criterio derivativo. La necessità di utilizzare una codificazione semplice ed efficiente non è da trascurare. Gli agenti del NOE o di altre forze di polizia quando fermano un autotreno carico di rifiuti si avvalgono principalmente dalle indicazioni dei CER per controllare il carico e i documenti connessi di trasporto. Come è poi possibile elaborare statistiche in presenza di codici confusionari, incerti e spesso del tutto errati?

Infine, nel mentre era prevista una ovvia revisione periodica dei codici per i necessari aggiornamenti, occorre registrare che l’elenco attualmente in vigore, risalente al 2000 non è stato più aggiornato. Forse anche per questo gli interessati ricorrono sempre più frequentemente ai codici con terminali “99” di cui si è detto.

 

 

18. Si legga la presentazione a “La nuova disciplina e classificazione dei rifiuti, CER 2002” dell’Unioncamere e CONAI, Edizioni Hyper, Venezia, 2002.

19. Adottata a seguito dell’art. 1, lettera A della direttiva n. 75/442/CEE, modificata dalla direttiva n. 91/156/CEE.

20. Adottata in base all’art. 1, paragrafo 4 della direttiva n. 91/689/CEE.

21. Subito dopo la pubblicazione battezzato, dall’arguzia partenopea, come il decreto dei pazzi, visto che il 22, nella Cabala Napoletana è appunto il numero dei pazzi.

22. A sua volta modificata dalle decisioni 2001/118/CE, 2001/119/CE e 2001/573/CE.

23. Quest’Albo ha cambiato nome diverse volte da quando è stato istituito (con legge 29 ottobre 1987, n. 441). Attualmente si chiama Albo dei Gestori Ambientali. Le ditte per poter esercitare come attività la raccolta e trasporto dei rifiuti devono essere iscritti in questo Albo.

24. In Italia il D. Lgs. 1 ottobre 2012, No 186, “Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (CE) n. 1069/2009 recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano e che abroga il regolamento (CE) n. 1774/2002, e per la violazione delle disposizioni del regolamento (UE) n. 142/2011 recante disposizioni di applicazione del regolamento (CE) n. 1069/2009 e della direttiva 97/78/CE per quanto riguarda taluni campioni e articoli non sottoposti a controlli veterinari in frontiera” (G.U. No 255 del 31 ottobre 2012). In Europa la Council Directive n. 1774/2002 (attualmente Council Directive n. 1069/2009, in vigore dal 4 Marzo 2011 e il Regolamento EU n. 142/2011).

25. Per maggiori notizie si rimanda a Cinardi A. (2012), Fuochi pirotecnici ed esplosivi da mina, EPC Editore, Roma.

26. Il Ministero dell’Ambiente o meglio l’Albo dei gestori ambientali è intervenuto varie volte per indicare le modalità di utilizzo di alcuni codici (per es. circolare n. 8388 del 22 dicembre 1999, n. 7665 del 15 dicembre 2000, n. 2937 del 22 aprile 2003, n. 4670 del 29 luglio 2004, n. 1175 del 29 luglio 2005, n. 1464 del 16 luglio 2009, n. 95 del 24 gennaio 2012, ecc.) finendo spesso col confondere la precisa distinzione imposta dal catalogo fra i rifiuti speciali e quelli urbani.

27. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Albo Nazionale delle imprese che effettuano la gestione dei rifiuti, delibera 7665 del 15 dicembre 2000.

http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/benito-leoci-codici-merci-rifiuti-2/

http://notiziario-di-merceologia.blogspot.it/2014/04/b-leoci-codici-merci-e-rifiuti.html

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...