Niente chimica, niente articolo.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Può darsi che il titolo di questa notizia suoni un po’ misterioso ma se avrete la pazienza di leggerla per intero sono sicuro che tra poco vi apparirà più chiaro. Parleremo dei prodotti privi di agenti chimici o, come dicono gli inglesi, “chemical free”. Oggi, come tutti sanno, sono piuttosto ricercati, per gli usi più svariati. In quello alimentare e in quello cosmetico, ad esempio, la fanno da padroni.

chemicalfree

Dunque, per cominciare, diciamo subito che la diffidenza, se non il rifiuto, verso i prodotti chimici di sintesi è iniziata con la nascita della moderna industria chimica. Quando il chimico industriale francese Anselme Payen (1795-1871) mise a punto la sintesi industriale del borace ci fu qualche problema a commercializzarlo al posto di quello “naturale”. Fino al 1817 circa, il borace era importato prevalentemente dalla Cina o dall’India e poi veniva raffinato in Europa, con costi elevati. Quello di sintesi costava molto meno ma i consumatori lo rifiutavano perché non era leggermente colorato come quello naturale. Fu necessario, per un certo tempo, colorarlo artificialmente. L’intera storia, se vi interessa la potete leggere qui.
http://www.biblioteca.fci.unibo.it/payen_studi.pdf
Tornando ai giorni nostri, più volte si è discusso, specie tra noi chimici, di quale equivoco si nasconda sotto la dicitura commerciale “privo di agenti chimici” o peggio “senza chimica”. Alcuni di noi suggeriscono che si dovrebbe dire “tutto è chimica” o che la “chimica è dappertutto”. Non è, purtroppo, questione di slogan ma di cultura scientifica di base. Gli italiani, in grande maggioranza, ne sono carenti. Avete mai provato a convincere qualcuno che i composti e gli elementi chimici si trovano dovunque? Non è per niente facile. Il problema però non è soltanto italiano e ci si interroga ovunque, tra chimici, su come risolverlo efficacemente. Anche Alexander Goldberg, chimico del Weizmann Institute of Science, insieme al blogger esperto di chimica Chemjobber, hanno tentato di farlo. Sono partiti con l’intenzione di compilare un elenco di prodotti “chemical free” e, una volta finito il lavoro, l’hanno mandato alla prestigiosa rivista Nature. Questa ha ritenuto di pubblicarlo sul blog online http://blogs.nature.com/thescepticalchymist/
Quella riportata in basso è solo l’intestazione ma se avete fretta di dare un’occhiata all’elenco cliccate direttamente qui:
http://blogs.nature.com/thescepticalchymist/files/2014/06/nchem_-Chemical-Free.pdf
Non è molto lungo da leggere perché, come sapete, l’inchiostro non è “chemical free”.

12 thoughts on “Niente chimica, niente articolo.

  1. Complimenti per l’articolo che tratta un tema attualissimo, con un piacevole richiamo storico.
    Purtroppo ad oggi il lavoro da fare per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema è ancora molto, ed è complicato dalle campagne di disinformazione portate avanti dal business dei prodotti “chemical free”.
    Federchimica ha prodotto questo video che riesce bene a spiegare ai non addetti ai lavori che “Tutto E’ Chimica”! https://www.youtube.com/watch?v=28MxRV8WYWg

  2. Le grandi aziende e multinazionali, probabilmente quelle alimentari in testa, giocano molto sulla carenza di nozioni scientifiche di base tipiche del consumatore medio e tentano di invogliarlo a prendere un prodotto piuttosto che un altro sulla base di questi slogan. Nel far ciò, sono sicuramente sleali e non vi è nessun buon intento; leggo spesso di aziende alimentari costrette a modificare alcune diciture sulle confezioni su segnalazione di clienti e siti specializzati. Questo è segno che esiste qualche consumatore attento, ma rimane uno su mille. Rimane da capire se vi è qualcuno in grado di fermare le pubblicità ingannevoli e come.
    Riccardo, studente di Chimica.

  3. Già, già…
    Però spesso è anche viceversa, un opinione pubblica carente di informazioni scientifiche, ma talmente diffusa e radicata che orienta le scelte dei consumatori, e le aziende se vogliono continuare a vendere devono adeguarsi a criteri infondati. Esempio tipico il “domopak” che ora viene fatto senza PVC, con tanto di scritta sulla confezione. Il PVC non costituiva la minima fonte di rischio (casomai lo sono i plastificanti), ma è stato tanto demonizzato che le aziende si sono dovute adeguare…

    • Mi pare onestamente che ci sia del vero sia nel commento di Riccardo che in quello di Stefano, benché il primo appaia un po’ troppo deciso nell’attribuire le colpe a una sola parte. Ritengo che, senza rinunciare al giusto profitto, le aziende abbiano il compito etico di cooperare all’educazione del consumatore. Non sono poche quelle che hanno iniziato a farlo e speriamo che aumentino sempre di più.

    • Caro Stefano visto che tiri in ballo il PVC ti racconto una storia; io mi occupo di bagnabilità e il PVC è stato per anni indicato come un materiale che dovrebbe mostrare proprietà acido-base di Lewis, elettron accettrici in particolare, dovrebbe essere un acido di Lewis; la cosa è stata per anni discussa da chi si occupava di teoria acido-base delle superfici; finchè insieme ad altri colleghi decisi di vederci chiaro e feci una serie di analisi XPS trovando che anche nel PVC privo di plastificanti si trova un sacco di ossigeno in superficie; questo impedisce al PVC di mostrare proprietà elettron-accettrici; ma da dove viene quell’ossigeno? Viene dagli emulsionanti usati nella produzione industriale comune; per trovare le famose proprietà acide di Lewis occore avere un PVC polimerizzato in massa, ormai non lo fa nessuno e privo ovviamente di plastificanti; dopo parecchi tentativi riuscimmo a trovarne qualche centinaio di grammi in una azienda di Marghera e pubblicammo un lavoretto a riguardo (quasi 15 anni fa ormai); i polimeri sono un ottimo esempio di come la Chimica sia stata usata come strumento di profitto prima che come strumento di soluzione dei problemi; perfino oggi i film cui fai riferimento non portano nelle indicazioni sul contenitore nè il polimero che li compone, nè gli addtivi usati; e siamo nel continente del REACH; in definitiva è chiaro, tutto è chimica e non a caso il post di Marco Taddia ha fatto 1000 contatti in un giorno, ma il problema rimane; cosa fare per togliere alla Chimica quell’aura di sporco e fetente che le pesa sopra? Secondo me solo la massima trasparenza può rimediare al malfatto degli ultimi 100 anni; il benfatto (che è anche tanto, tantissimo) da solo non basta a rimediare.

  4. Marco chiede: “Avete mai provato a convincere che composti ed elementi si trovano dovunque?” Tutti coloro che insegnano forse hanno sperimentato l’ambiguità della parola Elemento. Ho scritto qualche cosa su questo blog un po’ di tempo fa.
    Lo sguardo stupefatto dei ragazzi della mia classe iscritti al I anno di università quando cerco di condividere con loro l’idea che composti ed elementi sono sostanze, la dice lunga sulla difficoltà di comunicare e quindi di provare a modificare l’immagine (negativa) della Chimica.
    Sono convinta che le cose potrebbero cominciare a cambiare se noi Chimici, persone a conoscenza dei fatti, cercassimo di fare comprendere il nostro lessico senza pretendere che il nostro interlocutore faccia, da solo, il lavoro di decodifica.
    Se a tutti fosse chiaro che cos’è una sostanza, e se a tutti fosse chiaro che il “borace” è una sostanza composta con alcune precise regole di composizione, a tutti dovrebbe essere chiaro che indipendentemente dai modi con cui si è ottenuta, naturale o artificiale, si tratta della stessa identica COSA (sostanza)
    In definitiva l’immagine positiva o negativa della Chimica dipende dalla possibilità che hanno le persone di comprenderla nella sua essenza.
    Forse sembrerà di parte, ma ho sentito anche qualcun altro dire che la “Chimica se la comprendi la ami!”

  5. Cara Silvana, ti ringrazio per l’utile commento. Davvero, come dici tu, non si può pretendere che l’interlocutore faccia da solo il lavoro di decodifica ma penso che non bastino l’abilità e la competenza dell’insegnante perché i suoi interlocutori giungano ad assimilare concetti che hanno richiesto secoli per essere chiariti. A volte ho l’impressione che non si ricordi abbastanza, anche ai nostri ragazzi, che istruirsi ha un prezzo. Vuol dire fatica, applicazione e tempo dedicato. Insomma, la cultura esige un impegno personale che nessun insegnante, manuale, programma o tecnica didattica può sostituire. Un saluto sincero, M.

  6. Ammetto che ho esaminato l’intera lista…tutta d’un fiato!
    Volevo lasciare un’osservazione dato che frequentemente rilevo anche io episodi di informazioni parziali o, peggio, distorte. Quello del “Chemical Free”, secondo me, è un concetto ignobile nato direttamente dalla violenza compiuta dai media (e da chi, in generale, si occupa di (dis)informazione) su parole come “OGM”, “Biologico” e “Biodegradabile”. Mi pare di vedere una sorta di ragnatela che lega tutti questi concetti; inizialmente è nata la paura per gli OGM (pubblicizzati come oscure modifiche fatte da scienziati, figure mitizzate quasi aliene, portatori chissà di quale irreparabile male). Per rispondere a questa crisi, a questa privazione della “privacy sul genoma”, che aveva reso le persone come nude di fronte alla possibilità della scienza di alterare realtà ovvie come sé stessi (paure alla “Il Sesto giorno”), credo che sia stata proprio la comunità scientifica a sbilanciarsi sul “biologico”. La paura e l’oscurità degli alimenti OGM quindi è stata ottenebrata dalla luce vitale e dal verde naturale del “biologico”. I media non si sono fatti cogliere impreparati e hanno fatto un eccellente lavoro (dal loro punto di vista). Basta entrare in un negozio qualsiasi per essere sommersi da questo suffisso che ormai antecede qualunque prodotto: legumi, frutta, verdure, cereali ecc (la cosa più sconvolgente che ho potuto leggere è stato il bio ferro). Poi la storia ha preso una strada in discesa, e le cose sono andate (secondo me) troppo velocemente. Il pubblico non ha avuto il tempo per istruirsi e la comunità non ha avuto il tempo di informare. Sacchetti della spazzatura venduti per biodegradabili, ma che nascondono un 10% di PET; o peggio PET-30 di origine vegetale, che pace ai brasiliani che l’hanno brevettato, ma che di vegetale al momento dello smaltimento ha ben poco…
    Credo che la colpa non sia prettamente delle aziende, né tanto meno del marketing come è stato sostenuto in precedenza. Purtroppo l’istruzione del popolo è qualcosa che va oltre al lavoro marginale di “scienziato” e la divulgazione siffatta spesso diviene ardua da diffondere correttamente.

    Questo commento è per raccontare come, secondo me, ci troviamo di fronte un destinatario (inteso come il “popolo”) che non riesce, per ora, a coglie il vero significato di parole complesse come chimica buona, ma che ha nella mente solo brutte accezioni a riguardo. La comunità scientifica, e qui concludo, non può che continuare a sostenere l’idea di biologico, chimico e tutto ciò che compete alla quotidianità con professionalità ed oggettività, senza mai farsi opprimere o peggio demoralizzare se a volte, che l’etanolo ci protegga, leggiamo slogan antitetici come “Chemical Free”.

    • per non essere manichei occorre anche ricordare che un qualche ruolo nel fatto che chimico è una parolaccia ce l’hanno i problemi ambientali indotti dall’uso scriteriato di prodotti di sintesi, sono cose di cui abbiamo ripetutamente discusso su questo blog; non si può solo dire: ma come sono ignoranti “gli altri” il popolino, che ci sta, ma anche come siamo stati trascurati e anche in molti casi schiavi di una visione economicistica del mondo e perfino in alcuni casi complici di iniziative tragiche noi chimici. Se per esempio 10.000 kmq di questo paese sono al momento irrreversibilmente inquinati la responsabilità di qualche chimico ci sarà pure o no?

      • Sono pienamente d’accordo! Forse sono stato compreso malamente o più probabilmente mi sono espresso male. Non volevo dividere i “sapienti” dagli “stolti” anzi, proprio il contrario, volevo far notare come anche la comunità scientifica non sia riuscita (sebbene molti abbiano fatto un meraviglioso lavoro) a tenere il passo tra innovazione e informazione. Non volevo né sopraelevare una ipotetica classe scientifica né, a maggior ragione, offendere chi non ha voluto/non ha potuto informarsi riguardo i mille argomenti che ci sono da seguire. Sono uno di quelli che sostiene che tutto abbia una visione duale (mai completamente giusta e mai completamente sbagliata), proprio per questo avevo dato “un po’ la colpa ai media, un po’ alle aziende e un po’ alla comunità” nessun singolo, credo, è responsabile di come va il mondo; il fenomeno è molto più grande. Scusate il fraintendimento e grazie per avermi dato la possibilità di chiarire

    • Caro Riccardo M., benvenuto sul nostro blog. Sono lieto che tu abbia accolto l’invito a partecipare alla discussione inviando un contributo così vivace ed interessante. Non siamo più abituati a sentir parlare di “popolo” e quasi mi sorprende che lo faccia un ragazzo giovane come te. Ho associato la tua insistenza su questo termine, nel presente contesto, con l’espressione che la lingua inglese impiega al posto della nostra “divulgazione scientifica”. Loro parlano di “scientific popularization” che, tra l’altro, a me piace molto di più.
      Vedi che i conti tornano con quello che dici tu? Hai ragione a ricordarci che si tratta un’impresa ardua e che non basta essere scienziati per essere in grado di portarla a termine con successo. Purtroppo, alcuni considerano “the scientific popularization” un’attività di serie C, anzi D.
      I frutti sono sotto i nostri occhi. So bene che ti senti portato a tentare questa strada. Mi raccomando di insistere e non lasciarti scoraggiare dalle difficoltà o dalle incomprensioni altrui. Ciò che vale resta. Spero che il blog sopravviva abbastanza a lungo per vederti tra i suoi collaboratori. Arrivederci a presto, MT

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