Intervista a Maurizio Prato

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Gianfranco Scorrano, ex Presidente SCI

  mauriziopratoAbbiamo posto alcune domande a Maurizio Prato e crediamo che le risposte siano di interesse per molti dei nostri lettori. Maurizio Prato è Professore ordinario dal 2000 presso l’Università di Trieste, dopo aver iniziato la carriera di ricercatore a Padova nel 1983 ed essere poi diventato Professore associato a Trieste nel 1992. Ha trascorso anni di studio a Yale (Prof. Danishefsky,1986-87) e in California a Santa Barbara (Prof. Wudl, 1991-92). E’ stato visiting Professor all’Ecole Normale Superieure de Paris (2001) e ll’Università di Namur (2010). Ha ricevuto l’ERC Advanced Research Grant nel 2008 ed è divenuto membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei nel 2010.

1)    A 60 anni compiuti, la sua carriera le ha fatto attraversare varie esperienze in Italia e all’estero. Può riassumere la sua “avventura”?

La carriera di uno scienziato, analogamente a quanto probabilmente succede in      qualsiasi altra attività, si sviluppa attraverso una serie di esperienze, destinate a modellarne il profilo. Nel corso della mia carriera, ho avuto la possibilità di fare molte esperienze costruttive, grazie alle quali oggi posso dire di essere un chimico organico con abilità in scienza dei materiali e in alcuni aspetti della biologia.

Cresciuto in un gruppo molto forte, fra i migliori in Italia, ho potuto vivere e sfruttare alcuni importanti soggiorni negli Stati Uniti, sono stato costretto dagli eventi accademici a spostarmi in una nuova sede di lavoro e formarmi una nuova personalità scientifica: credo che tutte queste esperienze siano state fondamentali e abbiano contribuito a plasmare il grezzo materiale di cui ero fatto.

Sono nato a Lecce, da un professore universitario di letteratura greca e da una professoressa di ginnastica, che abbandonò la scuola per seguire l’educazione dei figli.

Mi spostai a Padova per studiare chimica, dove faticai non poco a ingranare e dove mi laureai nel 1978, con una tesi sui meccanismi di reazione, relatore il Prof. G. Scorrano.

Dopo la laurea, continuai a frequentare il Dipartimento a Padova, ma non esisteva ancora il dottorato di ricerca e non c’erano assegni. Dovetti quindi mantenermi per alcuni anni insegnando matematica nelle scuole medie, un’esperienza che ancora oggi giudico importante e formativa. Mi divertivo con i ragazzini risolvendo equazioni fino alle 13 e lavoravo in laboratorio tutti i pomeriggi fino alle 21-22.

Nel 1983, dopo cinque anni di precariato, riuscii finalmente a diventare ricercatore di ruolo. Nel 1986 ottenni una borsa di studio del CNR per frequentare l’università di Yale, nel laboratorio del professor Danishefsky. Desideravo, infatti, spostarmi dai meccanismi di reazione alla sintesi organica. A Yale il gruppo era formato da circa 40 persone, tutte di straordinario livello; ho potuto così toccare con mano come si lavora nei laboratori più avanzati del mondo.

Rientrato a Padova, cominciai a preparare semplici composti naturali, con l’aiuto di Michele Maggini nel laboratorio di Gianfranco Scorrano. Diventò presto evidente che quel tipo di lavoro (sintesi di composti naturali e metodologie sintetiche) nelle mie mani rendeva poco in termini di risultati, per cui raccolsi volentieri l’invito del prof. Scorrano e del prof. Modena di tornare negli Stati Uniti per imparare a lavorare sui materiali organici, che proprio in quegli anni cominciavano a diventare popolari.

Ebbi la fortuna di essere accettato nel laboratorio del prof. Wudl nella University of California at Santa Barbara, proprio nel momento in cui esplodeva la “chimica dei fullereni”. In quel periodo superai il concorso a professore associato e, non essendoci posti di ruolo a Padova, dovetti spostarmi a Trieste. Questi spostamenti vengono sempre accettati malvolentieri e anche io, all’inizio, pensavo di essere stato maltrattato. A Trieste non avevo un laboratorio, non avevo fondi di ricerca, mi sembrava di essere caduto in un buco nero. Lentamente mi rimboccai le maniche, ricevetti un ottimo finanziamento dall’Università di Trieste, grazie all’intervento dei prof. Graziani e Stefancich, e finalmente cominciai a lavorare a pieno ritmo. Oggi posso affermare che l’essermi spostato a Trieste non è stato un errore, o un’ingiustizia, ma una fortuna. È stato molto faticoso, ma è stato un passaggio necessario sulla strada che volevo percorrere. Credo che allontanarsi dalla sede in cui ci si è formati, per quanto difficile nell’accademia italiana di oggi, è importantissimo per forgiare la propria personalità e per raggiungere la piena indipendenza. Spesso in Italia si preferisce rimanere nello stesso posto e continuare le ricerche del proprio professore, pur di non faticare troppo e di non rinunciare alla quiete familiare e alle amicizie. Invece, lo spostamento di un’altra università aiuta a crescere e a formarsi in maniera autonoma e indipendente. Questo è quello che avviene nei paesi scientificamente più avanzati ed è quello che bisognerebbe introdurre sistematicamente anche in Italia.

     2) Quali sono i più importanti successi ottenuti?

 

       Sono un leader riconosciuto e un punto di riferimento a livello internazionale della funzionalizzazione di nanoforme del carbonio. Il successo è arrivato con lo studio della reattività dei fullereni, ed è cresciuto quando siamo passati a esplorare la reattività dei nanotubi di carbonio. Questo lavoro, di pura chimica organica, ha aperto la strada verso collaborazioni costruttive con chimico-fisici, biologi, medici e ingegneri. Il risultato è stato l’accesso a un’interessante serie di applicazioni in vari settori interdisciplinari, soprattutto dell’energia (splitting dell’acqua, in collaborazione con Marcella Bonchio a Padova) e nella ricrescita tissutale (interazione fra neuroni e nanotubi di carbonio, in collaborazione con Laura Ballerini).

3) Ci sono state strade che avrebbe voluto esplorare?

 

Non so dire se ci sono altre strade che avrei voluto percorrere. Sono consapevole che il lavoro che stiamo esplorando può portare a risultati molto importanti, come ad es., la risoluzione di casi di lesioni di midollo spinale e la produzione di energia pulita. Forse, il vero rimpianto che ho è di essere arrivato a lavorare su questi importanti progetti in età matura, un’età in cui lo studio di argomenti nuovi risulta particolarmente faticoso. Mi piacerebbe avere vent’anni di meno per avere energie e capacità di approfondire con più efficacia queste strade, anche se vorremmo tutti avere molti anni di meno per tantissimi altri motivi.

     4) Cosa pensa che sarebbe da migliorare nel sistema italiano della ricerca?

Molte cose, ne cito solo alcune.

a) I giovani ricercatori non dovrebbero lavorare sempre nello stesso gruppo, soggetti all’autorità di un capo, ma dovrebbero essere messi in grado di mettersi alla prova ed esplorare le proprie idee in completa autonomia. Sono convinto che la creatività, le energie e lo spirito di iniziativa sono al massimo livello quando si hanno trent’anni. Spesso in Italia, i bravi giovani sono considerati proprietà del professore ordinario di riferimento e costretti a lavorare su idee stantie e obsolete.

b) I fondi di ricerca dovrebbero essere assegnati con regolarità e con assoluto rigore scientifico.

c) Dovrebbero esserci incentivi economici concreti per chi si sposta di università, e anche premi per la produttività scientifica. Non è possibile che tutti i professori universitari ricevano lo stesso stipendio basato solo sull’anzianità di servizio, indipendentemente dal loro impegno reale.

d) Dovrebbe esserci minore carico didattico per chi produce di più, viceversa chi produce di meno dovrebbe insegnare un maggior numero di ore.

5) Quale raccomandazione vorrebbe lasciare ai giovani che intraprendono la  carriera della ricerca?

Penso che nel corso dell’intervista si sia capito chiaramente cosa penso su questo argomento. I giovani non devono sottoporsi all’autorità di un capo, ma percorrere strade nuove in maniera completamente autonoma e indipendente, cercando di affrontare problemi importanti, magari partendo da tematiche vicine al loro interesse, piano piano allargando gli orizzonti. Vedo che oggi, per superare questo ostacolo, molti bravi giovani vanno a lavorare all’estero, anche perché, obiettivamente, risulta più facile cominciare la carriera in un paese che ti mette in grado di lavorare. Non sono contrario al fatto che i giovani vadano all’estero a lavorare, ma mi oppongo strenuamente all’emigrazione dei cervelli unita alla non emigrazione dei non cervelli.

prato2

In questi ultimi giorni vi è stata l’occasione di parlare di Maurizio Prato due volte: 1) La Facoltà di Scienze della Seconda Università di Roma ha voluto consegnargli, l’11 giugno 2014, la Laurea honoris causa in Scienze e Tecnologie dei Materiali (vedi foto) e Taddia in un post sul sito web della SCI ha notato che Prato è l’unico chimico italiano che compare nella lista (circa 200) dei chimici più citati al mondo, pubblicata da Thomson Reuters IP & Science il 18 giugno 2014.

One thought on “Intervista a Maurizio Prato

  1. Ce ne vorrebbero tanti come Maurizio Prato: ha saputo sfruttare molto bene la fortuna di essere capitato in uno dei gruppi più validi e potenti della ricerca nazionale ed ha avuto volontà e capacità di prendere il volo da questo nido privilegiato per raggiungere le vette che onorano la sua carriera e l’Italia. Bravo Maurizio!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...