Noterelle sull’energia elettrica (parte 2)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Abbiamo visto nella prima parte che la struttura produttiva dell’energia elettrica in Italia è ampiamente surdimensionata. O almeno lo è stata e lo è rispetto alla situazione tecnica effettiva del sistema industriale e alle richieste di mercato.

Per un paese che ha avuto al massimo bisogno di una potenza di 57GW (qualche ora del 2007) e che di solito non supera la richiesta di 50 GW (solo per poco più di 100 ore nel 2013), avere un set di impianti che al momento garantiscono oltre 80GW nel solo settore termoelettrico, oltre 45GW nel settore rinnovabili (includendo qui idro, geotermico, eolico e FV) è una dimensione del tutto assurda; ricordiamo inoltre che a causa delle condizioni di prezzo del mercato europeo l’Italia trova conveniente importare quasi un sesto delle sue necessità dall’idro soprattutto ma anche dal nucleare di Svizzera e Francia, per 50TWh all’anno.

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Dati Terna 2013.

Per il nucleare i prezzi bassi dipendono dal fatto che le centrali nucleari sono un sistema di produzione rigido, poco elastico, e, data una bassa efficienza termodinamica dell’ordine del 30%, devono funzionare sempre nelle condizioni corrispondenti; ma anche chi usa il nucleare di notte, come tutti, ha meno necessità di energia elettrica e cosa se ne fa di un eccesso di produzione? Lo accumula se può o lo vende a qualcuno che lo accumula: e questo avviene anche con i nostri vicini che hanno fatto questa scelta; a proposito, se l’avessimo fatta pure noi cosa ce ne faremmo di notte? Bah? (a parte gli altri problemi). Per l’idro si presenta in certe condizioni una situazione analoga di eccesso di potenziale produttivo, in pratica occorre vuotare i proprii serbatoi (chessò si prevede che pioverà intensamente o si scioglieranno le nevi) e quindi i prezzi scendono diventando concorrenziali e consentendo il riempimento di serbatoi oltrefrontiera: l’acqua scende da una parte e risale dall’altra per poi ridiscendere definitivamente al momento dell’uso; ogni volta c’è una significativa dissipazione, ma si sa il mercato se ne frega della termodinamica (o è viceversa!?).

Anche tenendo conto dei problemi di dissipazione sulla rete, di manutenzione e di malfunzionamento che riducono la potenza efficace istantanea si tratta di una potenza installata assolutamente sovradimensionata e che ha portato ad una situazione paradossale: troppi impianti, ma costosi, il grosso usa gas, ma lo paga troppo, da un monopolista di mercato come ENI (rileggetevi la dichiarazione di Ortis nel post precedente), gli altri usano come combustibile materiali che dovrebbero andare in discarica ma invece vengono considerati “assimilati” alle rinnovabili. Il risultato è che abbiamo pagato per tanti anni e continuiamo a pagare molto per una energia ambientalmente sporca.

Solo negli ultimi 5 anni la situazione è cambiata, ma con molte luci e ombre, con la massiccia introduzione di un settore eolico e FV di tipo moderno.

Ma come si è arrivati a questa situazione? Un ruolo centrale lo ha svolto uno dei primi provvedimenti di “liberalizzazione del mercato” iniziato nel 1992 e denominato comunemente CIP6.

In base a questo badate provedimento amministrativo (non legge, altrimenti sarebbe andata in controllo all’occhiuta UE che su queste cose è duretta), i benefici della legge 9/92 a favore di energie rinnovabili vennero regolamentati e definite le energie assimilate.

L’amico Leonardo Libero, classe 1927, da sempre innamorato delle rinnovabili così racconta nel suo blog:

“Il “Cip6” ha avuto anche conseguenze oltreconfine. Esso ha infatti violato una direttiva comunitaria che esclude dalle fonti rinnovabili ciò che non è biodegradabile. Il governo furbetto dell’aprile 1992 (NdA:Andreotti!!!) lo aveva perciò emanato come atto amministrativo, perchè non ne venisse a conoscenza – non subito, almeno – l’Unione Europea, alla quale i Paesi membri devono notificare soltanto le nuove Leggi. Uno scopo raggiunto non per sempre, com’era prevedibile: l’UE lo ha saputo sì solo 11 anni dopo, ma su quel tema ci ha poi inflitto ben 4 procedure di infrazione ed una lettera di messa in mora.”*

Il Comitato Interministeriale Prezzi (CIP) adotta il 29 aprile 1992, un provvedimento amministrativo che applicando i principi della legge 9 deciderà di fatto il mercato dell’energia elettrica e la strategia energetica del nostro paese per quasi 30 anni; esso stabilisce prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e assimilate. Sono considerati impianti alimentati da fonti assimilate:

– gli impianti in cogenerazione

– gli impianti che utilizzano calore di risulta, fumi di scarico e altre forme di energia recuperabile in processi e impianti

– gli impianti che usano gli scarti di lavorazione e/o di processi industriali

– gli impianti che utilizzano fonti fossili prodotte solo da giacimenti minori isolati.

In pratica bruciare immondizia, oli pesanti e perfino comuni fossili da fonti “isolate” è equivalente a metter su un impianto di energia rinnovabile. Non vi meraviglierà sapere che in media il 70-75% della spesa CIP6 è stata fatta per le assimilate, mica per le vere rinnovabili, cosicchè oggi ci troviamo a dover fare un recupero, a rincorrere, invece di essere all’avanguardia in Europa.

Si tratta, ad esempio, del tar, detto ‘olio combustibile pesante’ e che si ottiene come scarto della raffinazione del petrolio. Il tar invece di essere utilizzato per fare bitume diventa combustibile per produrre energia elettrica.

Il CIP 6/92 promuoveva lo sfruttamento delle Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) o assimilate da parte di impianti entrati in funzione dopo il 30 gennaio 1991 e garantiva l’acquisto dell’energia da parte di ENEL a prezzi incentivati, lasciando libera in questo modo la quantità offerta. Il prezzo della cessione di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili veniva stabilito da due componenti:

– componente di costo evitato: costo dell’impianto, di esercizio, di manutenzione e acquisto combustibile;

– componente di incentivazione: basata sulla stima dei costi aggiuntivi per ogni singola tecnologia.

Negli anni successivi queste componenti sono state rivalutate ma quasi mai in senso favorevole al consumatore finale.

Ora la cosa strana o forse la cosa non-strana è che le informazioni sul Cip6 sono molto carenti nel primo periodo di funzionamento, una decina di anni che va dal 1992 al 2001. Per quel periodo nemmeno una inchiesta parlamentare è riuscita ad appurare quanti soldi sono andati nel Cip6(-i)nza fondo (i.e.:Cip senza fondo!!!).

Analisi occhiute le trovate solo dopo e da parte di critici feroci del provvedimento che ormai mostrava la sua vera faccia. Vi potrei consigliare tre documenti, l’inchiesta parlamentare, il libro di Mucchetti Licenziare i padroni? e infine il documento di Confartigianato “Oneri corrono sul filo” (vedi link alle fine di questo testo).

Mettendo insieme le varie fonti ufficiali ed ufficiose, ho costruito una stima dell’energia acquistata con CIP6 di 80 miliardi di euro dal 1992 al 2021, quando avranno termine gli effetti del CIP6, di cui più del 70-75% speso in assimilate che sono stati usati così: invece del costo per portare in discarica i “combustibili” assimilati i beneficiari hanno costruito un impianto; ci hanno bruciato il materiale, ne hanno ricavato energia che l’ente addetto, acquirente unico, ha comprato al prezzo incentivato CIP6, tale energia è stata messa sul mercato dove i medesimi produttori avrebbero (e hanno) potuto riacquistarlo (ma non si sa in che percentuale esatta) a prezzo ridotto se erano grandi utenti, lucrandoci ulteriormente; in definitiva un vantaggio multiplo, il cui totale va ben al di là del costo di acquisto che corrisponderebbe a 12 miliardi di euro equivalenti fino al 2001 e successivamente a dati ufficiali rintracciabili qui ad altri 68 miliardi di euro: percentuale per le sole assimilate 56 miliardi di euro.

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Il grafico è costruito con i dati veri tra 2001 e 2010 dalla pagina del GSE, con le previsioni ufficiali GSE e Terna tra 2011 e 2021; per i primi anni la stima di 12 miliardi fatta da Confartigianato e da altri è distribuita con una ipotesi di crescita lineare.

E chi sono stati i beneficiari di questo incredibile provvedimento amministrativo che ha pesato e pesa ancora sulla nostra bolletta energetica? Leggiamo dalla relazione di Confartigianato:

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I maggiori beneficiari dei contributi CIP6 su fonti assimilate sono il gruppo Edison, la Sarlux del gruppo Saras (Moratti) e il gruppo Erg (Garrone) che, insieme, vendono al GRTN-GSE i tre quarti (74,5%) dell’energia elettrica CIP 6 da fonti assimilate.

La natura oligopolistica del mercato dell’energia dominata da pochi grandissimi gruppi sia in produzione che in acquisto garantisce loro la forza politica per chiedere ed ottenere quel che vogliono.

Perchè non è l’unico beneficio il CIP6.

Volete saperne un’altra?

Dopo il blackout del 2003, dovuto lo sappiamo non ad un problema di generazione, ma soprattutto anche se non solo, ad accordi e gestione del mercato internazionale degli scambi, è stata introdotta l’interrompibilità; ossia nei contratti dei grandi acquirenti si è inserita una clausola (valida 3 anni ma poi estesa) che in cambio di una riduzione del prezzo dell’energia consentiva al gestore di rete di interrompere la fornitura; ma chi ha pagato i costi e i danni delle ipotetiche interruzioni?

Gli interrompibili sono 166 grandi utilizzatori che sono stati remunerati con un costo che al momento si aggira su oltre 600 milioni di euro all’anno pagati da tutti sui consumi normali. Quante interruzioni ci sono state?

Ecco qua un grafico:

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Come vedete il numero di interruzioni medie per tutti gli utenti nella parte Nord del paese dove sono concentrati gli apparati industriali è bassa (media italiana sempre inferiore a 4) ed è andato diminuendo nel tempo, per esempio in Lombardia, di gran lunga la regione più industrializzata del paese abbamo avuto nel medesimo periodo meno di due interruzioni all’anno nello stesso periodo; ci sono alcune importanti eccezioni o meglio c’erano (come l’ALCOA della Sardegna che ha chiuso l’impianto). Nonostante i miei sforzi non sono riuscito a trovare informazioni dettagliate sui danni effettivi subiti dai 166 grandi utenti. A chi giova la interrompibilità, una interrompibilità il cui costo medio per grande utente è AUMENTATA nel tempo da 2 a oltre 4 milioni di euro l’anno? Certo qua non stiamo parlando dei produttori ma degli utilizzatori del sistema, ma la questione è sempre la stessa: mercato dominato da pochi grandi player.

Non vi basta? Non siete abbastanza scandalizzati? Volete sapere come funziona il borsino elettrico? Adesso ve lo racconto.

La borsa elettrica è un sistema organizzato di offerte, di vendita e di acquisto di energia elettrica. La borsa elettrica, prevista dal decreto legislativo n. 79/1999 di liberalizzazione del mercato elettrico, è stata istituita in Italia a partire dal 1º aprile 2004 ed è oggi gestita dal Gestore del Mercato Elettrico. La vendita di energia elettrica viene effettuata ogni giorno per il giorno successivo ricorrendo ad una contrattazione su base oraria dove l’incontro tra domanda e offerta viene effettuata attraverso il sistema del prezzo marginale.

Semplificando, tale meccanismo remunera i produttori pagando a tutti il prezzo di equilibrio tra domanda e offerta, che è pari al prezzo dell’offerta più costosa tra quelle accettate per soddisfare la domanda.

Il meccanismo è più chiaro con un esempio: ipotizziamo che la domanda chieda 10 Wh. I produttori sono più di uno, ed il primo offre 5 Wh a 1€, il secondo 4 Wh a 2€ ed il terzo 1 Wh a 3€. Il totale delle unità domandate ed offerte è così pari a 10 Wh, che verranno pagate tutte e 10 a tutti i produttori al prezzo più alto offerto, ovvero 3€, per un totale di 30€. (da Wikipedia)

Nella teoria economica Il costo marginale rappresenta l’aumento del costo totale causato dalla produzione di un’unità ulteriore.

Finchè il costo marginale non uguaglia il prezzo, l’impresa ha convenienza ad aumentare la produzione; quando il MC invece supera il prezzo, l’impresa non ha più convenienza a produrre una quantità extra di prodotto ad un costo superiore al prezzo.

Quindi costo marginale e prezzo marginale sono identici, ma c’è un ma.

Questo avviene solo in regime di concorrenza perfetta, che è una situazione del tutto teorica e ben lontana dalla realtà del mercato elettrico che invece si può definire un mercato oligopolistico, cioè con pochi grandi produttori.

Cosa avviene in tal caso nella teoria marginalista? La stessa teoria arriva a concludere una cosa ben diversa dalla idealità del meccanismo del borsino elettrico.

In concorrenza perfetta l’impresa massimizza i propri profitti quando il prezzo (che in concorrenza perfetta corrisponde al ricavo marginale ottenuto sulla vendita di un’unità addizionale) è uguale al costo marginale di produzione. Questo perché l’impresa considera i prezzi come dati, non avendo alcun potere di mercato.

Invece, in monopolio e oligopolio le imprese hanno potere di mercato e possono scegliere il livello di prezzo o quantità tale da massimizzare i propri profitti. In particolare, sceglieranno la quantità in corrispondenza della quale i ricavi marginali eguaglino i costi marginali. A differenza della concorrenza perfetta, in mercati in cui le imprese hanno potere decisionale, la curva di domanda per la singola impresa non è più piatta, ma inclinata negativamente (nel monopolio, la curva di domanda della singola impresa corrisponde con la domanda di mercato, essendo l’impresa l’unica esistente nel mercato). L’impresa sa che da un lato, vendendo un’unità addizionale, otterrà il prezzo pagato dai consumatori su quella unità, ma sa anche che, per vendere quell’unità, a causa della inclinazione della curva di domanda, è necessario ridurre il prezzo non solo su quell’unità, ma su tutte le unità precedenti (non è prevista la possibilità di discriminare). Dunque, il ricavo marginale si compone di due fattori: uno positivo, il prezzo, e, uno negativo, vale a dire lo sconto che l’impresa dovrà praticare su tutte le unità inframarginali per vendere un’unità addizionale. Di conseguenza, il ricavo marginale è inferiore rispetto al prezzo. Ma poiché l’impresa in monopolio eguaglia il ricavo marginale al costo marginale, ne consegue, per transitività, che il prezzo sarà maggiore del ricavo marginale. La differenza tra prezzo e costo marginale perciò rappresenta un indicatore assoluto del potere di mercato dell’impresa. Maggiore è questa distanza, maggiore sarà il potere dell’impresa all’interno dei mercati.

In pratica il meccanismo del borsino lungi dall’essere “teorico”, (lo sarebbe solo in regime di concorrenza perfetta) favorisce le politiche di cartello ed istituzionalizza che il prezzo marginale è SUPERIORE al costo marginale, e questo non è la cosa migliore per il consumatore. Occorrerebbe penalizzare i produttori inefficienti obbligandoli a vendere ad un prezzo almeno uguale ai loro veri costi, anche perchè di fatto il prezzo da loro proposto contiene comunque un profitto, che se vogliamo che essi abbiano una spinta a migliorare deve essere azzerato o ridotto; di fatto il borsino non ha portato alcun effetto fino a quando non sono arrivati in campo i “nostri”, ossia i produttori di rinnovabili i quali, SI BADI, non sono certo stinchi di santo ma godendo di un vantaggio ineguagliabile, vendendo cioè ad un prezzo nullo sul borsino mettono fuori mercato i peggiori produttori fossili; la cosa ha scatenato l’effetto atteso: i produttori fossili sono andati da chi ha il potere a chiedere un cambiamento delle regole in corso d’opera, dopo che il governo aveva fatto regole scritte valide per vent’anni. Quello che non si potè contro i produttori CIP6, per giunta semplicemente rispettando le norme europee, ossia ridurre i loro assurdi sovrapprofitti si puo’ ora contro i più deboli produttori rinnovabili, ma questa storia ve la racconterò nella terza parte del post.

In conclusione il mercato elettrico italiano è un mercato oligopolistico, fatto di pochi grandi player che lo controllano assolutamente grazie a regole scritte di fatto per loro e non per l’efficienza del sistema complessivo.

*********************

Note

*Dei costi della CIP 6 fanno parte (e credo sarebbe opportuno citare) le sanzioni comminateci dalla UE per le 4 procedure di infrazione (2004/43/46, 2005/50/61, 2005/40/51, 2005/23/29) e per per la lettera di messa in mora, che non devono essere bruscolini, stando a Wikipedia ( http://it.wikipedia.org/wiki/Procedura_di_infrazione ):

“Le sanzioni pecuniarie per l’esecuzione delle sentenze rese al termine di una procedura di infrazione sono state fissate recentemente dalla Commissione con la Comunicazione SEC 2005 n. 1658.[1] La sanzione minima per l’Italia è stata determinata in 9.920.000 euro, mentre la penalità di mora può oscillare tra 22.000 e 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nel pagamento, a seconda della gravità dell’infrazione a monte.”

Da leggere:

http://leg16.camera.it/561?appro=334#paragrafo1699

http://documenti.camera.it/leg16/dossier/testi/AP0028.htm

http://books.google.it/books/about/Licenziare_i_padroni.html?id=HMhHUyAiFscC&redir_esc=y

http://www.confartigianato.it/PubblicazioniIntranetUpload/1_13/20070116%C2%A7122111%C2%A7456171222/Alleg.to%201%20Oneri%20corrono%20sul%20filo.pdf

4 thoughts on “Noterelle sull’energia elettrica (parte 2)

  1. Estremamente interessante, come la prima parte d’altronde ( e come di solito sono gli articoli del blog).
    Ho un solo una “critica” sulla maniera deteriore in cui è considerata l’energia recuperata dai rifiuti (combustione o fermentazione).
    Premetto per sgomberare il campo da dubbi di sorta, dare il CiP6 alla parte non rinnovabile del rifiuto urbano è stata una vera porcata, ma la frazione organica biodegradabile è una fonte rinnovabile e come tale deve essere considerata.
    Rrecuperare energia dai rifiuti, soprattutto dalle frazioni organiche spesso putrescibili, non solo è un obbligo normativo ma è anche una soluzione fondamentale alla problematica ambientale costituita dalle discariche.
    infatti è molto peggio seppellire in discarica rifiuti (leggi fare avvenire le reazioni di biodegradazione in un reattore che perde e privo di controlli) piuttosto che fare avvenire le reazioni in un reattore controllato quale è un impianto di incenerimento o un di gestore anaerobico…
    Poi non chiamiamola immondizia…!

  2. Sono d’accordo con Tommaso infatti ho sottolineato l’aspetto fossili soprattutto. La parte organica del rifiuto meriterebbe un discorso piu’ ampio data la presenza di componenti come P e N che sarebbero da recuperare totalmente. Tale porzione e’ stata anche legislativa mente separata dal resto solo di recente e mi risulta con notevoli contraddizioni come il fatto che gli scarti di giardino pubblico che sono equiparati al residuo e non all’organico

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