Citazioni e memi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Ricostruire la storia dei memi (dal greco mímēma «imitazione»), cioè delle idee guida che hanno attraversato ed attraversano la nostra cultura non è facile, ma è molto stimolante. Esiste addirittura una disciplina, la memetica (parente della genetica), che serve a questo scopo, ma non ne sono un cultore; tuttavia devo confessare che mi affascina (per gli interessati una breve introduzione qui http://it.wikipedia.org/wiki/Meme).

Uno degli argomenti chiave di questo blog è la didattica e uno dei memi che contribuisce a diffondere è il concetto espresso dalla frase che compare ripetutamente nella testata e spesso citata da Vincenzo Balzani, che ha contribuito a divulgare quel concetto nella nostra comunità e più in generale in quella scientifica:

“La didattica non è riempire un vaso ma accendere un fuoco”

Vincenzo-Balzani-and-President-300x200Il senso appare abbastanza chiaro, anche se sono sicuro che se ne potrebbe discutere a lungo; la didattica, l’insegnamento e più in generale l’educazione non sono una attività in cui un docente versa delle informazioni precostituite nella testa di un discente, ma sono appunto un processo nel quale si stimolano prima di tutto le capacità critiche del soggetto discente, costruendo in lui la voglia di apprendere a partire dal suo concreto, stimolando il suo desiderio ed i suoi interessi (educare viene da e-ducere, tirare fuori); questo ha ovviamente delle conseguenze poi in tutti gli stadi dell’apprendimento, dalla tecnica didattica alla verifica medesima, che non può consistere in un banale test. In senso più generale la mente del fanciullo o del discente o la nostra non è né potrebbe essere tabula rasa, anche un neonato ha una ampia esperienza sia istintiva che di vita (ha almeno 9 mesi), ma il discente è al contrario un soggetto con cui interagire e questa interazione, come tutte le interazioni cambia entrambi i soggetti; d’altronde la cultura è per sua natura un processo è quindi non si tratta di instillarne i memi nella mente di un discente ma di lasciargliela scoprire sollecitandolo, motivandolo a parteciparvi ed a trovare una propria personale strada di acquisizione e partecipazione, per un processo che durerà tutta la sua vita: insegnare ad imparare, che potrebbe per certi aspetti essere un meme figlio del primo.

La domanda cui vorrei rispondere è qui però un’altra; chi ha pensato questo meme per primo? Da dove nasce questa frase? E qui si scopre un intero mondo, o in altre parole qui, analizzando un dettaglio, scopriamo di poter guardare alla cultura intera da uno spiraglio che ci si apre inaspettatamente, da una angolazione che ci consente di guardare da questo piccolo spiraglio una amplissima vallata.

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La citazione è riportata da Balzani (ma l’ho fatto ripetutamente anch’io) come una frase di Teofrasto; chi era costui? Uno scienziato naturalistico di epoca alessandrina, botanico, preside o meglio scolarca del Liceo di Atene, allievo di Aristotele, cui succedette nella direzione del Liceo nel 322 aC; era nato ad Ereso nel 371 a.C. e morì ad Atene nel 287 aC, siamo quindi in un periodo contemporaneo ad Alessandro il Grande, che cercò inutilmente di convincerlo a spostare la sede del Liceo nellla neofondata Alessandria. Che sarebbe poi diventata il centro della cultura dell’epoca.

Assegnazione credibile, ma non provata.

Non esiste infatti alcuna prova nei testi scritti attribuiti a Teofrasto e che ci sono rimasti di questa frase; avrebbe potuto pensarla e quasi certamente lo ha fatto come cerchero’ di provare in questo breve post, ma le cose sono più complicate.

Per migliaia di anni la cultura e le conoscenze umane si sono trasferite per via orale; la scrittura nella sua forma moderna esiste solo da poche migliaia di anni (5-6000); anche se il simbolismo grafico è probabilmente molto più antico e risale ad alcune decine di migliaia di anni ed alle pitture rupestri, i cui materiali furono opera del protochimico Homo sapiens sapiens. Opere famose ci sono state tramandate almeno inizialmente solo per via orale (Iliade ed Odissea) ed hanno acquisito forma scritta solo a partire dal VI secolo aC. Successivamente la scrittura di molte opere ci è stata tramandata attraverso la copia a mano perché la stampa è una invenzione recentissima, di mano cinese, risalente almeno al 7-800 dC. La stampa a caratteri mobili risale ancora una volta alla Cina ed al 1300 dC, mentre la sua forma europea (carissimi gli europei all’epoca erano loro gli imitatori!! la cultura cinese, inutile parlarne male oggi, so che scandalizzerò qualcuno, ma è molto molto antica, i greci nostri padri erano selvaggi al loro confronto) risale solo al XV secolo e a Gutenberg. Attualmente ci rifacciamo ad una forma elettronica, o virtuale, come si dice, che è stata inventata a partire dal 1969 (arpanet).

Consideriamo che in tutti questi casi si potevano tranquillamente fare errori. Certo con Internet è rimasto più facile sia cercare sia imbrogliare che costruire errori anche involontari. Il falso, la copia anche involontaria sono stati e sono ancora la norma; con termine nobile una opera attribuita ad un autore, ma di cui si ha ragione di sospettare per più motivi di contesto (a partire dal contenuto e dalla sua coerenza od incoerenza con altre informazioni) la effettiva originalità viene chiamata pseudo-epigrafe, e molte opere famose sono pseudoepigrafi, di fatto le attribuiamo ad un autore, ma casomai sono solo finite nell’insieme tramandato delle sue opere perché ne stava leggendo e in qualche modo quel testo copiato a mano e preziosissimo si è mescolato con le sue carte, a sua volta tramandate in una polverosa biblioteca di papiri; oggi copiamo alla grande perché pare che il taglia e incolla l’abbiamo inventato noi; ma ricordo benissimo che la mia insegnante di latino e greco (la grande Maria Pia Siviero, quante cose mi ha insegnato!) ci parlava della contaminatio, ossia della copia, della imitazione a volte al limite del plagio come di procedura comune nella letteratura latina e greca. Memi anche questi.

Se cerchiamo su internet troveremo che le attribuzioni della frase in questione o di altre estremamente simili è molto, molto varia; ve ne elenco qui qualcuna:

– Francesco Gerardi, giornalista su http://www.insegnareonline.com/rivista/cultura-ricerca-didattica/scuola

220px-Montaigne-Dumonstier

la attribuisce a Montaigne (Michel Eyquem de Montaigne (Bordeaux, 28 febbraio 1533Saint-Michel-de-Montaigne, 13 settembre 1592) fu un filosofo, scrittore e politico francese):

“C’è una frase del grande Montaigne che parla dell’insegnamento, un pensiero davvero illuminante e che mi ha costantemente guidato durante tutta questa bellissima esperienza umana e didattica: “Insegnare ammonisce il grande pensatore non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco”.  

-il sito http://aforismi.meglio.it/aforisma.htm?id=8170 che è una raccolta elaborata di aforismi e frasi celebri la attribuisce a Francois Rabelais (Chinon, 4 febbraio 1494Parigi, 9 aprile 1553) è stato uno scrittore e umanista francese)

rabelais

Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.

Qui si nota una certa modifica del contenuto, perchè solo il bambino viene considerato un fuoco da accendere e non qualunque discente.

Come si vede abbiamo qua una proposta di origine francese del testo e risalente a pochi secoli fa; ancora più recente la attribuzione in lingua inglese:

The Mind Is Not a Vessel That Needs Filling, But Wood That Needs Igniting

Su molti siti inglesi questa frase viene attribuita al poeta e drammaturgo irlandese William Butler Yeats (W. B. Yeats (13 June 1865 – 28 January 1939).

yeats

Ma nemmeno in questo caso c’è un riferimento preciso ad un’opera dell’autore proposto.

Allora in conclusione: in Italia lo attribuiamo a Teofrasto o ad autori francesi; nei paesi di lingua inglese a Yeats (si trova l’attribuzione in 1987, Barnes & Noble Book of Quotations: Revised and Enlarged edited by Robert I. Fitzhenry, Quote Page 112, Barnes & Noble Books, Division of Harper & Row, New York); sono sicuro che cercando in altre lingue si troverebbero altre attribuzioni. Si tratta di un meme molto pervasivo e convincente.

Ma insomma come stanno le cose? Un pò di lumi li potete trovare in questo bel sito in inglese http://quoteinvestigator.com/, dove si studia l’origine delle citazioni e dove si cerca di ricostruire come il meccanismo di attribuzione sia arrivato a Yeats, probabilmente a causa di un errore di lettura in un libro del 1969. Lascio a voi la voglia di approfondire. In effetti l’unica citazione documentata della frase in questione si trova in Plutarco, proprio lui, Plutarco di Cheronea, Plutarco (in greco antico Πλούταρχος, traslitterato in Plùtarchos; Cheronea, 46 d.C./48 d.C. – Delfi, 125 d.C./127 dC) è stato un biografo, scrittore e filosofo greco antico, vissuto sotto l’Impero Romano, di cui ebbe anche la cittadinanza e dove ricoprì incarichi amministrativi. Studiò ad Atene e fu fortemente influenzato dalla filosofia di Platone (cosa che ci risulterà utile sapere nel seguito).

Head_of_a_philosopher_-_Archaeological_Museum_of_Delphi

Nei Moralia, una raccolta di parecchi testi a lui attribuiti, ma di cui alcuni pseudoepigrafi, in particolare nel testo L’arte di ascoltare scrive:

Alcuni allievi non vogliono avere seccature quando sono per conto loro, ma ne procurano all’insegnante, facendo continuamente domande sugli stessi argomenti, come uccellini implumi che stanno sempre a bocca aperta verso la bocca altrui e vogliono ricevere tutto già pronto e predigerito dagli altri. Così “la strada corta diventa lunga”, come dice Sofocle, non solo per loro, ma anche per gli altri: infatti, interrompendo di continuo l’insegnante con domande vuote e superflue, come se fossero in gita, intralciano l’andamento regolare dell’insegnamento, che subisce interruzioni e ritardi. Ai pigri, poi, raccomandiamo che, una volta che abbiano compreso i punti essenziali, mettano insieme il resto da soli, e guidino la ricerca con il ricordo (di ciò che hanno già appreso), e, dopo avere accolto la parola altrui come un principio ed un seme, la sviluppino e la accrescano. Infatti la mente non ha bisogno, come un vaso, di essere riempita, ma, come legna da ardere, ha bisogno solo di una scintilla che la accenda, che vi infonda l’impulso alla ricerca e il desiderio della verità.

(Plutarco di Cheronea, L’arte di ascoltare, 47 F – 48 C)

Finalmente abbiamo una citazione certa e riscontrabile. Ma ci basta? Chi era Plutarco?

Era uno studioso umanistico, storico, autore delle “Vite parallele”, conoscitore notevole sia di Teofrasto che di Platone, personaggio del tutto diverso da Teofrasto che era invece uno studioso di stampo naturalistico.

Partendo da una osservazione contenuta nel post http://quoteinvestigator.com/ sono andato alla ricerca della frase nei testi precedenti Teofrasto e qualcosa si trova. Non intendo qui che si trovi la stessa frase, ma si trovano probabilmente i predecessori di questo meme di cui parliamo.

platone

Ne La Repubblica di Platone, libro 7 è scritto:

«Se questo è vero», dissi, «dobbiamo concludere che l’educazione non è come la definiscono certuni che si professano filosofi.

Essi sostengono di instillare la scienza nell’anima che non la possiede, quasi infondessero la vista in occhi che non vedono». «In effetti sostengono questo», confermò.

«Ma il discorso attuale», insistetti, «rivela che questa facoltà insita nell’anima di ciascuno e l’organo che permette di apprendere devono essere distolti dal divenire assieme a tutta l’anima, così come l’occhio non può volgersi dalla tenebra alla luce se non assieme all’intero corpo, finché non risultino capaci di reggere alla contemplazione dell’essere e della sua parte più splendente; questo, secondo noi, è il bene. O no?» «Sì ».

«Può quindi esistere», proseguii, «un’arte della conversione, che insegni il modo più facile ed efficace di girare quell’organo. Non si tratta di infondervi la vista, bensì , presupponendo che l’abbia, ma che non sia rivolto nella giusta direzione e non guardi là dove dovrebbe, di adoperarsi per orientarlo da questa parte».

In effetti questo, la negazione dell’idea che sia possibile instillare la conoscenza come una sorta di fluido da trasmettere si trova anche nel Simposio:

Platone, Simposio (175d-e).

Allora Agatone, che si trovava da solo sull’ultimo divano, gli disse subito: “Vieni qui, Socrate, mettiti accanto a me, che io possa apprendere subito per contatto diretto i tuoi pensieri là nel vestibolo; a qualcosa devono pure aver condotto le tue riflessioni, se no saresti ancora là”. Socrate si siede e fa: “Sarebbe una buona cosa, Agatone, se i pensieri potessero scivolare da chi ne ha più a chi ne ha meno per contatto diretto, quando siamo accanto, tu ed io; come l’acqua che, attraverso un filo di lana, passa dalla coppa più piena alla più vuota. Se è così, voglio subito mettermi al tuo fianco, perché la tua grande e bella saggezza possa riempire la mia coppa. Che per la verità è un po’ così, incerta come un sogno, mentre la tua sapienza è limpida e può sfavillare ancora di più, lei che ha brillato con lo splendore della tua giovinezza e ier l’altro ha fatto faville davanti a più di trentamila greci, che prendo tutti a miei testimoni!”

(Ma vi rendete conto di quanto ci sia di interdisciplinare in questo testo classico: come l’acqua che, attraverso un filo di lana, passa dalla coppa più piena alla più vuota.: come avviene? È un fenomeno capillare o di vasi comunicanti? Bellissimo! Si veda anche il seguente http://en.wikisource.org/wiki/Popular_Science_Monthly/Volume_16/February_1880/Ancient_Methods_of_Filtration)

Tornando a La Repubblica, nel testo platonico si dice anche:

«In conclusione», ripresi, «l’aritmetica, la geometria e tutta l’educazione propedeutica che va impartita prima della dialettica devono essere proposte sin dall’infanzia, senza però conferire all’insegnamento una forma costrittiva».

«E perché?» «Perché», risposi, «l’uomo libero non deve imparare nulla con la costrizione. Le fatiche fisiche, anche se sono affrontate per forza, non peggiorano lo stato del corpo, mentre nessuna cognizione introdotta a forza nell’animo vi rimane».

«è vero», confermò.

«Quindi, carissimo», continuai, «non educare i fanciulli negli studi a forza, ma in forma di gioco: in questo modo saprai discernere ancora meglio le propensioni naturali di ciascuno».

Non basta; possiamo risalire ancora più indietro di Platone, che non ci scordiamo è 428-348 aC; possiamo risalire a Eraclito che ci è noto solo attraverso un centinaio di frammenti e che comunque non era certo un modello di chiarezza tanto da essere soprannominato “l’oscuro” perfino da Socrate!

Dice Eraclito in uno dei frammenti (e attenzione ce lo riporta Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi):

eraclito

Eraclito, Frammenti Efeso, 535 a.C.Efeso, 475 a.C

« πολυμαθίη νόον (ἔχειν) οὐ διδάσκει· Ἡσίοδονγὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτις τε Ξενοφάνεά (τε) καὶ Ἑκαταῖον. » (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, IX, 1; frammento 40)

« Sapere molte cose non insegna ad avere intelligenza: l’avrebbe altrimenti insegnato ad Esiodo, a Pitagora e poi a Senofane e ad Ecateo»

 

Non riesco a risalire più indietro, ma siamo arrivati quasi 600 anni prima di Plutarco. Tenete bene in vista la parola di Eraclito: πολυμαθίη, in italiano polimazia.

Non sapete cosa è la polimazia? Beh siete in buona compagnia.

Trovate una disamina del termine qui (http://adrianomaini.tumblr.com/post/16784962829/la-polimazia-cenni-storici#.VANzVEg0c38)

Per quanto sia termine disusato ed ormai bandito da tanti vocabolari italiani la Polimatia o Polimazia ha attraverso i secoli costituito un caso nel mondo della speculazione. 

A livello puramente filologico il Battaglia, sotto voce annota ”Complesso di molte conoscenze su argomenti svariati e senza sistematicità; erudizione poco organica: in particolare nella terminologia kantiana, le acquisizioni razionali distinte dalla conoscenza dei fatti storici” [(dal Battaglia si ricava anche l’evoluzione etimologica del termine che sarebbe giunto in latino e quindi in italiano dal termine greco “polumatheia” a sua volta elaborato da un “polumathes” in italiano polimate vale a dire, definizione sempre tratta dal Battaglia “Che possiede una vasta dottrina o un’erudizione sterminata” con il termine greco coniato dalla fusione di “polùs” (= molto) con il verbo “manthano” (= imparo)].

La graduale evoluzione negativa dell’accezione polimatia si può scoprire nel pensiero di Giovanni Gentile che scrisse: “Il sapere concepito come materia d’insegnamento si rifrange e disperde, perché dà luogo all’erudizione, alla polimazia, che non è sapere” (in “Sommario di Pedagogia, Bari, 1923, II, p. 99).

giovannigentile

E abbiamo chiuso il cerchio; se perfino l’odiato Gentile rifiuta la polimazia, e dice qualcosa con cui non si può che essere d’accordo cosa rimane ad un moderno didatta contestatore? A voi la palla!

Nota: colgo l’occasione del commento di Leonardo Libero per aggiungere: La maieutica socratica e l’ironia che la accompagna hanno almeno due contatti con quel che dico: 1) la maieutica tira fuori da te discente la tua verità e questo concetto è ovviamente molto simile sia pur non identico a quello di Plutarco 2) l’ironia che è intrinseca alla maieutica è uno dei caratteri base analizzati da Teofrasto ne “I caratteri”; e infine la maieutica è la prova che l’idea base espressa da Plutarco esisteva già secoli prima che lui la esprimesse e Teofrasto, uomo di grande cultura e insegnante e scolarca di Atene non poteva non conoscerla.

Per approfondire:

http://it.scribd.com/doc/61911540/Eraclito-Vita-e-Frammenti-Traduzione-Di-Giovanni-Gentile-ITA

2 thoughts on “Citazioni e memi

  1. Caro Claudio, il tuo articolo ha fatto riemergere dai miei lontanissimi ricordi di Liceo la parola “maieutica”, che in greco antico significava “ostetricia” e che Socrate, figlio di una levatrice, usava per definire il suo metodo di insegnamento, finalizzato non ad inculcare i concetti nelle menti degli allievi, ma a “farveli nascere”, loro sponte. Grazie e cari saluti Leo

  2. Sapevo di aver dimenticato qualcosa di fondamentale! Grazie Leo; d’altronde a scrivere gli articoli di notte succede questo! Colgo l’occasione per una breve aggiunta: La maieutica socratica e l’ironia che la accompagna hanno almeno due contatti con quel che dico: 1) la maieutica tira fuori da te discente la tua verità e questo concetto è ovviamente molto simile sia pur non identico a quello di Plutarco 2) l’ironia che è intrinseca alla maieutica è uno dei caratteri base analizzati da Teofrasto ne “I caratteri”; e infine la maieutica è la prova che l’idea base espressa da Plutarco esisteva già secoli prima che lui la esprimesse e Teofrasto, uomo di grande cultura e insegnante e scolarca di Atene non poteva non conoscerla.

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