Ancora sull’Università italiana: una narrazione diversa .

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Guido Barone

Sul numero 3 de La Chimica & l’Industria 2014 ( e anche su questo blog) è apparso un articolo a firma di sei dei Componenti del Direttivo del Gruppo Senior della SCI (gruppo cui aderisco anche io) dal titolo “La trasformazione del mondo universitario italiano nella seconda metà del secolo passato fino ad oggi”. L’articolo è corposo e su molti punti si può essere d’accordo, ma mi permetto qui di avanzare alcune critiche sparse che cercherò di raccogliere per punti.

barone_fotoConsiderazione preliminare: essendo firmato praticamente dal Direttivo di un Organo formale della Società Chimica ed essendo stato pubblicato su di una rivista ufficiale della SCI stessa, questo articolo potrebbe aspirare a stabilire una verità storica sull’evoluzione delle Riforme dell’Università italiana; siamo però sempre nell’ambito della “Saggistica” e non della “Storia” (vedi la distinzione nell’articolo di Simonetta Fiori su Repubblica del 14/09/2014 con le citazioni di Judt e di Snyder).

Le considerazioni, che qui espongo quasi a caldo, soffrono ovviamente della frammentarietà della memoria. Avendo più tempo si potrebbe tentare di recuperare, se ancora ne esistono copie, altri documenti (decreti leggi a parte) pubblicati all’epoca.

Nel concreto, nel secondo paragrafo dell’articolo citato, sui primi provvedimenti legislative degli anni ’60, la mia impressione soggettiva è che gli Autori abbiano fatto uno schiacciamento prospettico, attribuendo alla famosa Legge 2314 (o Legge Gui, dall’allora Ministro della PI) cose che non c’erano, come i Dipartimenti e il Dottorato di ricerca. Nella Legge si accennava solo ai Diplomi brevi e alla possibilità di coordinamento tra più Istituti (allora strettamente monocattedra). Questo errore nasce probabilmente da un ricordo troppo generico delle forze in gioco in quel periodo di cui parlerò fra un attimo. Inoltre l’apertura alla iscrizione di diplomati provenienti da tutti gli Istituti Tecnici e professionali risale probabilmente al 1965 e non ad una legge del 1969, che invece prevedeva l’abolizione della Libera Docenza. Già negli anni precedenti valeva comunque la regola che gli Assistenti che non la conseguivano entro il decimo anno dovessero passare ad altre amministrazioni pubbliche (scuole secondarie o altro). Infine nell’articolo di Chim. & Ind. non si pone in evidenza che nella Legge Gui tutta la democratizzazione prevista era la presenza, molto limitata, nei Consigli di Facoltà di soli due Professori Incaricati e di due Assistenti Ordinari (!!!).

La Legge 2314 era stata presentata nell’ambito di un processo di rinnovamento e ammodernamento complessivo della società italiana auspicato dalle forze politiche che in quegli anni, in parte dal Governo, in parte dall’opposizione, stavano progettando il varo del primo Centro-Sinistra. Nell’Università si fronteggiavano da un lato la generazione dei Professori Ordinari e dei Rettori che avevano fatto carriera sotto il fascismo e che difendevano con le unghie e con i denti le loro posizioni di privilegio, spesso legate alle attività professionali esterne; o addirittura a fenomeni di corruzione interna e gestione allegra dei proventi delle Cliniche mediche e degli Studi professionali che sfruttavano i docenti precari, i borsisti e il personale non docente universitario. Dall’altro erano schierati i Professori Ordinari più giovani e fuori dai circuiti professionali, come molti scienziati e letterati: costoro avevano finito per prendere il sopravvento all’interno dell’ANPUR la loro associazione di categoria: solo alcuni di essi però esprimevano cautamente delle posizioni politiche per non rompere con l’ala ultraconservatrice ancora troppo potente. Decisamente politicizzati erano invece i parlamentini locali degli studenti, riconosciuti e finanziati dal Ministero PI e raccolti nell’Organismo Rappresentativo Universitario Nazionale ORUN: qui a livello nazionale prevalevano i cattolici di sinistra e i socialisti, seguendo il filo dell’evoluzione politica in atto. I gruppi neofascisti e qualunquisti avevano qualche forza solo locale, in particolare a Roma dove il Rettore li utilizzò spregiudicatamente, fino agli scontri che portarono all’uccisione dello studente Paolo Rossi (si chiamava proprio così !) che provocò una reazione molto forte a livello nazionale. Da allora la riforma cominciò a camminare più speditamente, appoggiata di fatto dalle forze progressiste interne all’Università, anche se il braccio di ferro era da un lato sulla democratizzazione e dall’altro sull’adeguamento delle strutture alla crescita degli iscritti (triplicati dopo il 1965). Da molti anni infatti, pur muovendosi su di un piano parallelo agli studenti e ai professori, anche l’Associazione Nazionale degli Assistenti (UNAU) stava conducendo la sua battaglia riformatrice, volta soprattutto ad eliminare le figure precarie (Assistenti Straordinari, Incaricati, Volontari), troppo alla mercé dei “baroni” più retrivi. Anche nell’UNAU prevalevano le posizioni di centro sinistra (socialisti e cattolici di sinistra) che trovavano appoggio nel Parlamento nelle corrispondenti forze politiche. L’obiettivo era di emendare in senso più democratico la Legge Gui. Più ambigua era la posizione del PCI la cui ala sinistra cercava di dare spazio alle istanze riformatrici provenienti dall’interno dell’Università, appoggiando di volta in volta gli emendamenti del PSI, ma riservandosi poi una opposizione finale alla legge 2314 nel suo complesso.

00451_1

Mi sono riservato qualche considerazione a parte sulle posizioni dell’Associazione Nazionale dei Professori Universitari Incaricati (ANPUI): anche questa era una associazione di categoria, ma le sue posizioni erano più radicali e generali di quelle espresse dall’UNAU e dall’ANPUR. Ne parlo perché molti di noi non eravamo assistenti, ma solo incaricati annuali esterni e quindi docenti precari, ma con gli stessi obblighi didattici dei Professori Ordinari. Ne parlo soprattutto perché nel gruppo dirigente la maggioranza era formata da noi chimici oltre che da qualche fisico e letterato. E’ da questo gruppo che vennero fuori le proposte del Dottorato, del Dipartimento e del “Docente Unico” (per analogia con la carriera dei Magistrati), figura poi ripresa a vario titolo anche di recente. La nostra insistenza, appoggiata più debolmente da Professori Ordinari rinnovatori e Assistenti, portò a vari incontri con il Ministro che alla fine ci trascinò persino ad un incontro con il Presidente del Consiglio di allora Aldo Moro. Non ne sortì nulla, ma l’impressione era che il Ministro Gui avesse compreso almeno in parte le nostre ragioni e la nostra buona fede, ma si rendeva conto che se si toccava appena un poco più a fondo il suo disegno, questo sarebbe diventato intrinsecamente contraddittorio. Alla fine lo scontro sociale e la estremizzazione delle lotte studentesche portarono a crisi di governo e all’abbandono della legge 2314. Nel novembre 1969 si tentò un Congresso di unificazione tra UNAU e ANPUI, sperando di avere maggior forza per imporre il rilancio di un nuovo Disegno di Legge che recepisse le proposte che avevamo portato avanti come ANPUI, ma il timore che prevalessero istanze troppo radicali portò ad un rimescolamento delle posizioni: la fusione non ebbe luogo, le due vecchie associazioni di categoria si sciolsero, dando però vita a due nuove diverse formazioni: l’ANRIS con posizioni di centro destra e l’ANDS, di sinistra, che riprendeva le proposte dell’ANPUI ma accoglieva anche le istanze di tutti i ricercatori precari. barone1(vedi al riguardo “Alfonso Maria Liquori e il Risveglio scientifico a Napoli negli anni 60” di P. Greco, L. Mazzarella e G. Barone, Saggi Bibliopolis, Cap VI,6, 2013, recensito mesi addietro sia su Chim&Ind che su questo Blog). Le nostre proposte furono in un primo momento riprese da un DdL del nuovo Ministro Fiorentino Sullo, ma nello stile di questo personaggio si trattò di una fuga in avanti e una bolla di sapone. (Per la cronaca, Sullo si era reso protagonista anche di un’altra fuga in avanti molto pericolosa per l’establishment, che prevedeva l’abolizione della proprietà privata dei suoli edificabili!!!! I suoi conterranei De Mita e Mancino lo fecero rapidamente fuori politicamente).

Nel frattempo il Governo introdusse la figura del Professore Aggregato con minori poteri degli Ordinari (ma molti Colleghi con qualche ambizione di carriera si rifiutarono di essere parcheggiati in questo che alcuni definirono “cimitero di elefanti”). Quindi il Governo stabilizzò a tempo indeterminato tutti i professori incaricati, in precedenza confermati per almeno tre anni consecutivi. Di fatto quasi tutte le Facoltà si aprirono nel 1973 a questa categoria di docenti che in molte situazioni (ma non sempre) ebbero anche un’azione propulsiva nell’innovazione didattica e della ricerca. Si dovette arrivare alla legge 382/1980 del Ministro Ruberti che introdusse appunto i Dipartimenti, il Dottorato e il cosiddetto Docente Unico su due fasce (?!?): P. Ordinari e P. Associati. Questo risultato fu contrattato con i sindacati universitari aderenti alle Confederazioni dei lavoratori, che di fatto erano succeduti alle associazioni di categoria. La 382/1980 introdusse la figura del Ricercatore che riassorbì ope legis quasi tutte le figure precarie. Su questo provvedimento che introdusse anche l’autonomia universitaria distorta lascerei campo alle considerazioni riportate nell’articolo del Direttivo Senior su Chim. & Ind..

Consentitemi però ancora due considerazioni relative alla seconda metà e alle considerazioni finali dell’articolo dei Colleghi Senior di cui diversi punti sono per altro condivisibili.

  1. A) Mobilità dei docenti e “sprovincializzazione”: al di là di imporre ai figli dei professori di fare carriera in altre università (non in nuove, create appositamente !!!), non si può invocare il sistema americano senza prevedere che un giovane docente o ricercatore possa cambiare università a patto che gli venga messo a disposizione un adeguato finanziamento iniziale e spazi adatti per costruire nuovi laboratori sperimentali ben attrezzati (non a tutti basta una buona biblioteca ed una scrivania!). Questo concetto va ribadito con forza nei confronti del Governo, ma anche della Confindustria: a lungo è stata coltivata, da parte delle forze politiche riformiste, l’illusione che le Piccole e Medie Industrie potessero costituire l’asse portante del rilancio del Sistema Paese, con solo un poco di fondi e libertà di ristrutturarsi licenziando. Gli investimenti in R&S, debbono servire, come per la Grande Industria, ad assumere i rischi dell’innovazione e della concorrenza internazionale (non a finanziare la pubblicità!!). Quanti reali successi ebbero a suo tempo i Progetti Finalizzati del CNR ? o servirono in gran parte a finanziare la ricerca universitaria e la pubblicità delle Imprese?
  2. B) Il disastro del 3+2: se ne è parlato con posizioni contraddittorie anche durante il XXV Congresso SCI, tra chi voleva migliorarli (ma non si diceva in che direzione) e chi voleva ritornare alla vecchia Laurea a ciclo quinquennale. E’ inutile che fingiamo di frustrarci solo per l’egoismo e la pigrizia del sistema universitario: la Laurea breve fu inventata come evoluzione dei diplomi per venire incontro, ma con 10-15 anni di ritardo (!!), alle esigenze dell’industria europea che già all’epoca della loro istituzione non ne aveva più bisogno. Nota bene: disastri maggiori che a Chimica e a Chimica Industriale sono stati combinati nelle vecchie Lauree quadriennali, dove la compressione a tre anni potrebbe avere successo, ma per le quali la magistrale biennale è diventata un riempitivo in cui si ripetono cose già studiacchiate e che gli studenti credono già di padroneggiare. Questo è un rischio che si sta correndo anche nelle nostre Lauree. E’ forse di nuovo troppo tardi, ma bisogna pensare probabilmente ad una Laurea quadriennale con un percorso professionalizzante definito da subito (i fisici hanno istituito la Laurea breve in Optometria, ad esempio) e che preveda anche insegnamenti formativi di base in economia e in management. Per chi ci volesse ripensare e volesse optare per la ricerca di base o per quella industriale. Si potrebbe prevedere una biforcazione al 2/3 anno con qualche penalizzazione di recupero. Ma ancora una volta bisogna convincere, oltre che il Governo, la Confindustria a stimolare i suoi associati a sviluppare forme di aggregazione o di cooperazione tra le PMI per sostenere l’assorbimento e l’utilizzo ottimale delle potenzialità culturali dei vari tipi di laureati senza regalarli alla concorrenza estera. Il percorso quadriennale di base dovrebbe invece sfociare comunque in un Dottorato (di 4/5 anni secondo la specializzazione e il tipo di Tesims)

In cauda venenum: Considerazione finale molto cattiva: Non è che qualcuno degli estensori dell’articolo su Chim.&Ind. abbia una qualche rimossa nostalgia della 2314 o della Università di Elite ??

per approfondire: http://www.bnnonline.it/index.php?it/290/fondo-documenti-di-storia-contemporanea-movimento-studentesco-napoli-1967-1970

3 thoughts on “Ancora sull’Università italiana: una narrazione diversa .

  1. Piccola notazione “storica” riguardante la Legge 382/80. Il Ministro dell’epoca era Adolfo Sarti (Ruberti era Rettore della Sapienza e vi rimase fino al 1987).

    • Bene ha fatto Guido Barone a sottolineare che l’articolo firmato da alcuni soci senior appartiene al campo della saggistica (di parte) e non della storia. Null’altro che un insieme di rispettabili opinioni, alcune condivisibili, la maggior parte discutibili. Tuttavia per la sede in cui è stato pubblicato la prima volta (l’organo ufficiale della SCI) e la provenienza (il Direttivo dei Senior) comporta conseguenze che forse gli stessi autori non hanno valutato a fondo. Contribuisce , in altre parole, a gettare ulteriore discredito sull’Università e sulla classe politica italiana. Lo si capisce dal commento dello studente Riccardo (mio allievo) il quale scrive “Mi sbaglio o, con il puro senno oggettivo e materialista, è consigliato implicitamente (neanche troppo) di distaccarsi dalle Scuole (intese come università) italiane?
      Non ti sbagli, caro Riccardo, sbagliano coloro che ti hanno indotto a pensarlo.
      Aggiungo che su C&I l’articolo del Direttivo andava pubblicato, come succede per il blog, precisando che non rappresenta le opinioni della SCI.
      Come ha fatto Barone, ma in misura più ridotta, formulo alcune considerazioni “sparse” relative a passaggi dell’articolo in discussione, ricordando che se il Parlamento è intervenuto con leggi varie sull’Università ci sono motivi precisi. Uno di questi è che parte della sua classe dirigente (gli Ordinari) si è dimostrata più attenta alla conservazione dei privilegi e all’estensione della sua influenza piuttosto che al bene dell’Istituzione e all’interesse del Paese.
      I Senior scrivono: “Sempre in ossequio alla democrazia i Rettori, che prima erano votati soltanto dagli ordinari, vengono votati da un certo punto in poi da ordinari, associati e rappresentanti dei ricercatori oltre che da rappresentanti del personale non docente. Ciò comportò una grave perdita di qualità a scapito delle infiltrazioni della politica che era pressoché assente o del tutto marginale negli anni 50-70 in ambito universitario.
      Chiedo ai firmatari, così critici della democrazia accademica, di chiarire l’affermazione sulla “grave perdita di qualità”. Si riferiscono alla qualità dei Rettori eletti con tale sistema, dell’Università in generale o ad altro? Non credono che se la politica (come dicono loro) era assente negli anni 50-70 dall’Università c’erano altre forze che influenzavano, magari più pesantemente e talvolta dietro le quinte, la vita universitaria e le carriere?
      A proposito delle tanto deprecate “stabilizzazioni”, chi doveva formulare i giudizi di idoneità? Erano o no gli stessi professori ordinari?
      A proposito della legge 910, 1969 che rese possibili le iscrizioni alle Università dei diplomati di qualunque scuola (non solo i licei, ma anche le scuole tecniche) non credete che l’Università debba essere anche per i figli dei operai? Costoro, a volte, frequentavano le scuole tecniche perché i loro genitori pensavano di non essere in grado di mantenerli agli studi, non per scelta.
      Un saluto ai Senior da uno di loro…

      • Caro Barone,
        Grazie del commento sul lavoro dei Senior al quale le tue informazioni aggiungono anche la parte “sindacale” di cui noi non abbiamo parlato.
        Però, se me lo permetti, mi pare che la memoria non ti sia stata d’aiuto. Dici infatti:
        “Nel concreto, nel secondo paragrafo dell’articolo citato, sui primi provvedimenti legislative degli anni ’60, la mia impressione soggettiva è che gli Autori abbiano fatto uno schiacciamento prospettico, attribuendo alla famosa Legge 2314 (o Legge Gui, dall’allora Ministro della PI) cose che non c’erano, come i Dipartimenti e il Dottorato di ricerca”

        Riporto dall’ elenco dedotto dal “Capitolo IV di “linee direttive del piano di sviluppo pluriennale della scuola per il periodo successivo al 30 giugno 1965” presentato alle Camere il 2 ottobre 1964” contenuto in Gui Luigi, La pubblica istruzione in Italia dal 1962 al 1968 – volume III, Roma, Abete, 1990, alcuni dei punti saldi proposti da Gui e poi inclusi nella legge GUI:
        • predisporre per gli studenti una preparazione su tre livelli: un primo livello di diploma a carattere tipicamente professionale, un secondo livello analogo alla laurea attuale a carattere insieme scientifico e professionale, e un terzo livello, quello del dottorato di ricerca, a carattere esclusivamente scientifico; (poi art. 3 della 2314)
        • totale ristrutturazione delle strutture universitarie esistenti da conformare ai tre livelli offerti; (vedi sopra)
        • introdurre il titolo dottorale di pura ricerca che avrebbe comportato la più grande innovazione della struttura accademica; (vedi sopra)
        • l’istituzione dei dipartimenti;
        (poi art 7 della 2314)
        C’è ovviamente altro: il testo è accessibile su internet. Certo si tratta di quasi cinquanta anni fa, comunque…..
        Cari saluti
        Gianfranco Scorrano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...