La depurazione delle acque come arte (parte 2)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

Nel primo articolo, dopo avere preso spunto per parlare della depurazione delle acque reflue da un romanzo, facevo notare come una vasca di ossidazione di un impianto di depurazione sia un reattore biologico. Il chimico che si occupa del controllo di processo deve, nel tempo, imparare a riconoscere quelli che possono essere i segnali di un possibile malfunzionamento dell’impianto oltre che dalle analisi giornaliere che esegue, anche osservando durante i sopralluoghi esterni se si notano segnali che possono far pensare ad anomalie nella fase di areazione ed ossidazione biologica. E deve anche prestare attenzione a percepire eventuali odori che gli possano far capire se nell’impianto si stia verificando uno scarico “anomalo”, cioè lo sversamento nella rete fognaria di inquinanti o scarichi che per la loro composizione possono essere nocivi o tossici per il reattore biologico stesso. Purtroppo ancora oggi persiste il malcostume di liberarsi illegalmente di qualche refluo che dovrebbe avere destinazione diversa (trattamento direttamente su depuratore aziendale o smaltimento come rifiuto). Invece la pratica di risparmio su questi costi aziendali, scaricando oneri e problemi sul depuratore centralizzato, ed in ultima analisi sulla collettività in molti casi ancora persiste. La crisi attuale temo possa invogliare a continuare in questo comportamento illegale e incivile. Gli impianti di depurazione più grandi e centralizzati possono in qualche caso avere in ingresso impianto delle stazioni automatiche di analisi per diversi parametri ( ossigeno disciolto, temperatura, ammoniaca, nitrati, conducibilità). Ed è in questo caso più agevole capire che si sta verificando una situazione critica  e porvi rimedio. Per esempio destinando il flusso anomalo alle vasche di omogeneizzazione, deviando o bypassando il flusso. Ma molti impianti di piccole dimensioni spesso non ne sono forniti. Quindi l’esperienza ed il “naso” del chimico possono fare la differenza. “Guai se un chimico non avesse naso” scrive Primo Levi nel capitolo “Arsenico” del suo “Il sistema periodico”. Il naso, la capacità di osservazione e la prontezza di riflessi del chimico sono in questo caso più che mai necessari. Alcuni scarichi sono facilissimi da identificare. Per esempio quelli di idrocarburi per l’effetto di galleggiamento di film oleosi che molte (troppe) volte abbiamo visto dopo  naufragi di petroliere, e per il caratteristico odore.

Altri scarichi come quelli di composti inorganici a base di cromo o ferro o cadmio possono essere identificati dal colore del refluo.

Altri tipi di scarichi sono molto riconoscibili, ma a volte occorre fare un po’ di attenzione. I tensioattivi si presentano con immagini tipo queste, che si riferiscono al problema delle schiume nel Fiume Olona in provincia di Varese. Lo scorso anno la risoluzione di questo problema anno ha impegnato per mesi gli enti di controllo, i gestori degli impianti, e anche le associazioni ambientaliste della zona.
 Quando situazioni come queste si presentano negli impianti occorre attivarsi per salvaguardare il reattore biologico. Ma qualche volta occorre distinguere se il problema per esempio della grande presenza di schiume sia dovuto allo scarico anomalo, o invece a problemi di altra origine. Per esempio il malfunzionamento del ricircolo della miscela areata nella vasca di ossidazione, che può far formare schiume sulla superfice della vasca di ossidazione. Sono situazioni ovviamente rare, ma mi sono capitate. E occorre sapere distinguere l’aspetto delle schiume da tensioattivi da quelle invece che indicano disfunzioni nella tipologia e nel comportamento dei microrganismi che costituiscono il fango attivo. Quando si è alle prime armi non sempre si riesce a distinguere immediatamente l’aspetto di una schiuma sottile biancastra e persistente presente sulle unità di trattamento (attribuibile ad eccesso di tensioattivi), da una schiuma marrone che spesso straborda dalle vasche di ossidazione, (bulking da filamentosi) oppure ancora schiuma spessa e grigiastra che indica invece il bulking viscoso. Ma le capacità di osservazione possono venire in aiuto, ed ovviamente l’esperienza. Oltre all’utilizzo dell’osservazione microscopica dei fiocchi di fango attivo al microscopio.
 Identificato il problema il chimico che controlla il processo torna a fare ricorso a tutte le nozioni apprese nel tempo. Per risolvere il problema può semplicemente dosare reagenti coagulanti (a base di sali  trivalenti di Alluminio o Ferro), oppure effettuare dosaggi controllati di disinfettante (ipoclorito di sodio). Intervenire con modifiche di gestione (variazione del rapporto di ricircolo della miscela areata per variare il carico del fango), fino a suggerire modifiche dell’impianto con l’adozione dei selettori. Cioè bacini di contatto rapido tra il liquame in ingresso ed il fango di riciclo, posto all’ingresso della vasca di areazione. Quest’ultima soluzione è ovviamente quella che richiederà un certo tempo di realizzazione.
Da queste altre informazioni si può capire come affermare che la depurazione sia un arte non sia del tutto fuori luogo.  Arte ormai praticata e codificata in innumerevoli testi specifici.  Forse meno antica di quella di cui ci raccontava Primo Levi quando ci parlava del mestiere del chimico che si occupa di vernici, e che faceva risalire addirittura a Noè che riceve le istruzioni da Dio per rivestire l’arca di pece. Ma anche chi si occupa di depurazione può far risalire le origini dell’arte che pratica ai bacini di sedimentazione delle acque che risalgono agli egizi.
Quindi il chimico che si occupa di depurazione si deve attivare per preservare il reattore biologico. Che se ben gestito e ben funzionante gli permetterà di avere nel sedimentatore finale una buona separazione del fango attivo dal liquame depurato. Qui le strade dei principali processi dell’impianto di depurazione si dividono: la linea acque dalla linea fanghi. Il terzo ed ultimo racconto sull’arte della depurazione tratterà proprio della linea di trattamento dei fanghi residui.

4 thoughts on “La depurazione delle acque come arte (parte 2)

  1. A proposito di citazioni bibliche, nel II Libro dei Re (capitolo II, 19-22), si legge quanto segue:

    Gli abitanti della città dissero a Eliseo: «Ecco è bello soggiornare in questa città, come tu stesso puoi constatare, signore, ma l’acqua è cattiva e la terra è sterile». Ed egli disse: «Prendetemi una pentola nuova e mettetevi del sale». Gliela portarono. Eliseo si recò alla sorgente dell’acqua e vi versò il sale, pronunziando queste parole: «Dice il Signore: Rendo sane queste acque; da esse non si diffonderanno più morte e sterilità». Le acque rimasero sane fino ad oggi, secondo la parola pronunziata da Eliseo.

    Se non si è provveduto altrimenti, perché non proclamare S. Eliseo protettore di tutti coloro che si occupano di depurazione?

  2. Interessante articolo sul trattamento delle acque industriali! Ho apprezzato soprattutto come è stata delineata la figura del chimico che si occupa di depurazione, figura quanto mai fondamentale per monitorare il corretto funzionamento degli impianti!

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