Hanno scelto l’ignoranza.

Stavolta ripubblichiamo un appello di un gruppo di ricercatori europei contro le politiche europee della ricerca, che al di là delle singole situazioni e dell’apparenza sono più attente a ridurre la spesa sul breve periodo che ad affrontare le questioni che pure la ricerca scientifica pone e i problemi che potrebbe aiutare a risolvere sul lungo periodo. L’appello ha trovato spazio sulle pagine di varie riviste e giornali fra i quali Nature, il nostro Le Scienze e nelle strade francesi e spagnole. Il testo originale dell’appello con la possibilità di sottoscriverlo lo trovate qui. Fra i commenti della redazione del blog mi piace segnalare una citazione di Silvana Saiello, una storia che i nostri governanti farebbero bene a leggere con attenzione e che trovate in coda a questo testo.(cdv)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

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Scienziati di diversi paesi europei descrivono in questa lettera che, nonostante una marcata eterogeneità nella situazione della ricerca scientifica nei rispettivi paesi, ci sono forti somiglianze nelle politiche distruttive che vengono seguite. Quest’analisi critica, pubblicata contemporaneamente in diversi quotidiani in Europa, vuole suonare un campanello d’allarme per i responsabili politici perché correggano la rotta, e per i ricercatori e i cittadini perché si attivino per difendere il ruolo essenziale della scienza nella società.

I responsabili delle politiche nazionali di un numero crescente di Stati membri dell’UE hanno completamente perso contatto con la reale situazione della ricerca scientifica in Europa.

Hanno scelto di ignorare il contributo decisivo che un forte settore della ricerca può dare all’economia, contributo particolarmente necessario nei paesi più duramente colpiti dalla crisi economica. Al contrario, essi hanno imposto rilevanti tagli di bilancio alla spesa per Ricerca e Sviluppo (R&S), rendendo questi paesi più vulnerabili nel medio e lungo termine a future crisi economiche. Tutto ciò è accaduto sotto lo sguardo compiacente delle istituzioni europee, più preoccupate del rispetto delle misure di austerità da parte degli Stati membri che del mantenimento e del miglioramento di un’infrastruttura di R&S, che possa servire a trasformare il modello produttivo esistente in uno, più robusto, basato sulla produzione di conoscenza.

Hanno scelto di ignorare che la ricerca non segue cicli politici; che a lungo termine, l’investimento sostenibile in R&S è fondamentale perché la scienza è una gara sulla lunga distanza; che alcuni dei suoi frutti potrebbero essere raccolti ora, ma altri possono richiedere generazioni per maturare; che, se non seminiamo oggi, i nostri figli non potranno avere gli strumenti per affrontare le sfide di domani. Invece, hanno seguito politiche cicliche d’investimento in R&S con un unico obiettivo in mente: abbassare il deficit annuo a un valore artificiosamente imposto dalle istituzioni europee e finanziarie, ignorando completamente i devastanti effetti che queste politiche stanno avendo sulla scienza e sul potenziale d’innovazione dei singoli Stati membri e di tutta l’Europa.

Hanno scelto di ignorare che l’investimento pubblico in R&S è un attrattore d’investimenti privati; che in uno “Stato innovatore” come gli Stati Uniti più della metà della crescita economica è avvenuta grazie all’innovazione, che ha radici nella ricerca di base finanziata dal governo federale. Invece, essi mantengono l’irrealistica aspettativa che l’aumento della spesa in R&S necessaria per raggiungere l’obiettivo della Strategia di Lisbona del 3% del PIL sarà raggiunto grazie al solo settore privato, mentre l’investimento pubblico in R&S viene ridotto. Una scelta in netto contrasto con il significativo calo del numero di aziende innovative in alcuni di questi paesi e con la prevalenza di aziende a dimensione familiare, tra le piccole e medie imprese, con senza alcuna capacità d’innovazione.

Hanno scelto di ignorare il tempo e le risorse necessarie per formare ricercatori. Al contrario, facendosi schermo della direttiva europea mirante la riduzione del personale nel settore pubblico, hanno imposto agli istituti di ricerca e alle università pubbliche drastici tagli nel reclutamento che, insieme alla mancanza di opportunità nel settore privato, stanno innescando una “fuga di cervelli” dal Sud al Nord dell’Europa e al di fuori del continente stesso. Questo si traduce in un’irreversibile perdita d’investimenti e aggrava il divario in R&S tra gli Stati membri. Scoraggiati dalla mancanza di opportunità e dall’incertezza derivante dalla concatenazione di contratti a breve termine, molti scienziati stanno pensando di abbandonare la ricerca, incamminandosi lungo quella che, per sua natura, è una via senza ritorno. Invece di diminuire il deficit, questo esodo contribuisce a crearne uno nuovo: un deficit nella tecnologia, nell’innovazione e nella scoperta scientifica a livello europeo.

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Hanno scelto di ignorare che la ricerca applicata non è altro che l’applicazione della ricerca di base e non è limitata a quelle ricerche con un impatto di mercato a breve termine, come alcuni politici sembrano credere. Invece, a livello nazionale ed europeo c’è una forte pressione per concentrarsi sui prodotti commercializzabili che non sono altro che i frutti che pendono dai rami più bassi dell’ intricato albero della ricerca: anche se alcuni dei suoi semi possono germinare in nuove scoperte fondamentali, affossando la ricerca di base si stanno lentamente uccidendone le radici.

Hanno scelto di ignorare come funziona il processo scientifico; che la ricerca richiede sperimentazione e che non tutti gli esperimenti avranno successo; che l’eccellenza è la punta di un iceberg che galleggia solo grazie alla gran massa di ghiaccio sommerso. Invece, la politica scientifica a livello nazionale ed europeo si è spostata verso il finanziamento di un numero sempre più limitato di gruppi di ricerca ben affermati, rendendo impossibile la diversificazione di cui avremmo bisogno per affrontare le sfide della società di domani. Inoltre, questo approccio basato sull’eccellenza sta aumentando il divario nella R&S tra gli Stati membri, poiché un piccolo numero di istituti di ricerca ben finanziati sta sistematicamente reclutando questo piccolo e selezionato gruppo di vincitori di finanziamenti.

Hanno scelto di ignorare la sinergia critica tra ricerca e istruzione. Anzi, hanno reciso il finanziamento della ricerca per le università pubbliche, abbassandone la qualità complessiva e minacciandone il ruolo di soggetti atti a favorire lo sviluppo di pari opportunità. E soprattutto, hanno scelto di ignorare il fatto che la ricerca non ha solo il compito di essere funzionale all’economia, ma anche di incrementare la conoscenza e il benessere sociale, anche per coloro che non hanno le risorse per pagarlo.

Hanno scelto di ignorare tutto questo, ma noi siamo determinati a ricordarglielo perché la loro ignoranza può costare il nostro futuro. Come ricercatori e come cittadini, formiamo una rete internazionale per promuovere lo scambio d’informazioni e di proposte. Ci stiamo impegnando in una serie d’iniziative a livello nazionale ed europeo per opporci fermamente alla distruzione sistematica delle infrastrutture di R&S nazionali e per contribuire alla costruzione di un’Europa sociale costruita dal basso. Sollecitiamo gli scienziati e tutti i cittadini a difendere questa posizione con noi. Non c’è altra possibilità. Lo dobbiamo ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli.

Amaya Moro-Martín, Astrophysicist; Space Telescope Science Institute, Baltimore (USA); EuroScience, Strasbourg; spokesperson of Investigación Digna (for Spain).
Gilles Mirambeau, HIV virologist; Sorbonne Universités, UPMC Univ. Paris VI (France); IDIBAPS, Barcelona (Spain); EuroScience Strasbourg.
Rosario Mauritti, Sociologist; ISCTE, CIES-IUL, Lisbon (Portugal).
Sebastian Raupach, Physicist; initiator of “Perspektive statt Befristung” (Germany).
Jennifer Rohn, Cell biologist; Division of Medicine, University College London, London (UK); Chair of Science is Vital.
Francesco Sylos Labini, Physicist; Enrico Fermi Center, Institute for Complex Systems (ISC-CNR), Rome (Italy); editor of Roars.it.
Varvara Trachana, Cell biologist; Faculty of Medicine, School of Health Sciences, University of Thessaly, Larissa (Greece).
Alain Trautmann, Cancer immunologist; CNRS, Institut Cochin, Paris (France); former spokesman of “Sauvons la Recherche”.
Patrick Lemaire, Embryologist; CNRS, Centre de Recherche de Biochimie Macromoléculaire, Universités of Montpellier; initiator and spokesman of “Sciences en Marche” (France).

Disclaimer: The views expressed by the signatories are not necessarily those of their employers.

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Una storia per i governanti europei proposta da Silvana saiello e tratta da Abraham Pais
Il danese tranquillo.
Niels Bohr: un fisico e il suo tempo (1885-1962)

rutheford

2 thoughts on “Hanno scelto l’ignoranza.

  1. Temo che l’ignoranza l’abbiamo scelta non solo alcuni politici ma anche tanti cittadini, impoveriti materialmente dalla crisi e intellettualmente dai modelli sociali dominanti.

    Dal Rapporto Annuale Federculture 2014 (Italia), emerge un quadro non proprio incoraggiante:
    – Per il secondo anno consecutivo, nel 2013 diminuisce la spesa culturale delle famiglie italiane: -3%.
    Un calo che interrompe un lungo periodo nel quale, passando dai 55 miliardi di euro del 2000 ai 71,5 del 2011, la spesa in cultura aveva registrato un incremento del 30%.
    La contrazione consecutiva degli ultimi due anni, 2012 e 2013, comporta un crollo del 7%.
    -La stessa inversione di tendenza investe anche la fruizione culturale. Tra il 2002 e il 2011 in tutti i settori si registravano valori in crescita che, nel biennio 2012-2013 si trasformano in un vistoso crollo: teatro -15,5%, mostre -12,8%, concerti -14,4%.
    -Male anche i finanziamenti. Complessivamente l’intervento pubblico nella cultura (Stato e amministrazioni locali) negli ultimi dieci anni è diminuito di oltre 1,6 miliardi. Gli investimenti dei privati (sponsorizzazioni, erogazioni liberali, investimenti delle fondazioni bancarie) nel settore culturale dall’inizio della crisi, 2008, ad oggi sono calo

    Come ha scritto R.it, Affari&Finanza, Osserva Italia (14 settembre 2014)
    “Il problema vero è stimolare il consumo di cultura…..i dati dell’Eurobarometro pubblicati dalla Commissione Europea a fine 2013 dimostrano una contrazione generale dei consumi culturali nell’UE, segno di come gli europei siano sempre meno disposti ad investire tempo e denaro in attività culturali”.

    Scuola e Università hanno bisogno non soltanto di soldi ma anche di idee e di insegnanti bravi e coraggiosi capaci di andare controcorrente.
    http://www.unipd.it/ilbo/content/la-societa-dellignoranza

  2. Di solito anzi quasi sempre, amo leggere le notizie e commentarle davanti allo specchio, per pigrizia e per non infastidire il prossimo. Ora leggendo l’ultimo blog che invita a sottoscrivere un appello ai responsabili della Comunità di aver più attenzione verso la ricerca, anche quella cosiddetta di base, supero lo stato inerziale e traggo lo spunto per ricordare come stiamo regredendo, attraverso un processo irreversibile, agli anni nei quali parlare di ricerca era peccato.
    Perché peccato? Ecco la spiegazione.
    Alla fine del ’68(1968) e all’inizio del ’69, il sottoscritto ricercatore del CNR e facente parte dell’ANR (Associazione Nazionale dei Ricercatori) venne a scoprire insieme ad altri colleghi di un rapporto sullo stato della ricerca in Italia fatto dall’OCSE o OCDE, come si preferisce. Perché affermo: scoprimmo! Per il semplice fatto che una copia, in francese, era caduta nelle mani di un nostro collega che era stato per motivi di studio in Francia. La domanda che uno si pone: in Italia è mai pervenuto? Risposta: si.
    Allora? Il governo consigliò (o meglio ordinò) al Presidente del CNR, al quale era pervenuto, di non divulgarlo. Perché? Per il semplice fatto che le critiche alle autorità politiche italiane responsabili della ricerca erano impietose. Ricordo che i fondi per lo sviluppo della ricerca in Italia oscillavano tra lo 0.6/0.7 del PIL.
    Alla richiesta di noi ricercatori di divulgarlo si rispose negativamente. Il clima era già acceso per la dura contestazione fatta nelle Università, per cui questa scintilla fece scoppiare la rabbia negli addetti ai lavori. Fu occupato il CNR, il rapporto edito dal personale di ricerca. L’atto non era da gentlaman, ma quando da una parte si usa la scure non si risponde con il fioretto, ma con la clava.
    Credo che l’occupazione, pure nella sua “non liceità”, sia stata benefica perché da parte dei responsabili politici fu mostrata una maggiore attenzione, sempre limitata, ai problemi della ricerca anche in connessione con lo sviluppo economico del Paese. Debbo dire che da allora le risorse per il settore ricerca iniziarono ad aumentare fino ad arrivare ad un picco del 1,33 rispetto al PIL. Certo molto inferiore a quanto succedeva nei nostri partners europei (Francia, Inghilterra, Germania).
    Ora ci sono i pentiti rispetto agli avvenimenti da me citati. io non lo sono sia per natura, sia perché il fatto, a mio parere, portò a benefiche conseguenze anche se parziali.
    Ultima riflessione il processo irreversibile ci sta riportando verso gli anni ’60 e, tra un po’, se ci saranno bacchettate nei confronti del nostro Paese, bisogna tacere oppure rispondere sono affari nostri?
    Purtroppo tra equilibrio economico, giustizia e legge elettorale e riforme dell’Università, Enti di Ricerca, siamo distratti dai problemi reali. Assurdamente ci troviamo nella situazione del principio di indeterminazione di Heisemberg dove Dx Dv rappresentano l’uno l’incertezza della posizione e l’altro quella della velocità.
    Al posto della x mettete Risorse e della v Riforme, la conseguenza è tanto più ci sono Risorse, tanto meno si parla di Riforme; viceversa: tanto meno ci sono Risorse, tanto più si parla di Riforme. Purtroppo da circa 20 anni si parla di Riforme e tanto meno di Risorse.
    I Romani, gran popolo di ingegneri, combattenti, ma anche politici, si erano inventati prima il cives Romani cioè i popoli scocciatori che venivano fatti cittadini romani, per il circo: distraevano il popolo con le lotte tra gladiatori e contro le belve.
    E’ ovvio che queste riflessioni sono parziali non avendo un contradditorio che possa indicare le mie lacune o inesattezze.
    Comunque sono a disposizione, avendo superato la buca potenziale (degli scienziati) della mia pigrizia, a confrontarmi, anzi suggerisco alla SCI di organizzare una mattinata, una giornata su questi argomenti.
    Con i più cordiali saluti
    Romano Cipollini
    già Presidente del Comitato Scienze Chimiche CNR

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