Eternit e Bussi: diritto e giustizia sono cose diverse.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

“La prescrizione non risponde a esigenze di giustizia ma ci sono momenti in cui diritto e giustizia vanno da parti opposte”. Il sostituto procuratore della Cassazione Francesco Iacoviello usa queste parole davanti ai giudizi della Cassazione che dovranno emettere l’ultimo verdetto sul processo Eternit: oltre 2000 persone uccise dall’amianto “respirato” in quattro fabbriche. “Per me l’imputato è responsabile di tutte le condotte che gli sono state ascritte” sottolinea il magistrato, il problema è “che il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”. Ed è per questo che la pubblica accusa chiede di dichiarare prescritto il reato di disastro ambientale doloso di conseguenza, di annullare la condanna a 18 anni di carcere per l’unico imputato, il magnate svizzero Stephan Schmidheiny.Il Fatto Quotidiano 19 nov 2014:

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Ci sono cose che risultano legali ma ingiuste; e questa differenza fra legalità e ingiustizia ci indigna come cittadini prima di tutto; ma come chimici dobbiamo anche occuparci di tutto ciò che ha reso la nostra disciplina una parolaccia, un aggettivo negativo; spesso ce lo chiediamo; bene negli ultimi giorni ci sono stati due episodi che si assomigliano tantissimo e che ci hanno fatto fremere, imbarazzare, indignare, sia come cittadini che come chimici e che contribuiscono alla nostra fama di chimici avvelenatori, di ribaldi, di intellettuali senza scrupoli morali.

Il caso Eternit e il caso Bussi sul Tirino: due episodi di inquinamento ambientale, generati dalle attività pluridecennali di grandi aziende chimiche, con sequela di morti, con distruzione del territorio, inquinamento ambientale, con discariche a cielo aperto non eliminate, con responsabili che sono legalmente irresponsabili e in libertà; con la Chimica stampata sulla carta come la responsabile di qualcosa che è invece responsabilità dell’avidità e del profitto. E per non essere corresponsabili come Chimici dobbiamo per forza non solo raccontarne brevemente la storia, le storie, ma dire a gran voce, gridare: mai più, da subito a partire da quello che di analogo succede oggi. Già ma come fare?

Il caso Eternit è legato alle attività di produzione del cemento amianto, un materiale contenente l’amianto che è un silicato naturale le cui fibre se respirate possono dare luogo anche a distanza di anni ad uno specifico tipo di tumore.

La conoscenza di questo problema è antica, molto più delle attività della ditta in Italia; la ditta di proprietà del miliardario svizzero Schmidheiny.

E’ grave anzi gravissimo notare che tale personaggio abbia potuto seppure in passato svolgere ruoli ufficiali nell’ONU ed in altre organizzazioni internazionali che si occupavano di ambiente, un ridicolo ed insopportabile tentativo di greenwashing.

In altri paesi (Inghilterra (1930) e Germania (1943)*) le leggi hanno seppur parzialmente riconosciuto i danni potenziali dell’amianto ben prima del suo riconoscimento scientifico internazionale. Questo è avvenuto solo nel 1989 con 25 anni di ritardo sulla pubblicazione del lavoro fondamentale di Irving Selikoff (Annals of the New York Academy of Sciences Volume 132 ( 1965)) il quale nonostante i violenti attacchi dell’industria dell’amianto degli USA (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18184623) iniziò e portò a termine un fondamentale lavoro su decine di migliaia di lavoratori ammalati.

Irving-Selikoff

Quando dunque le fabbriche italiane furono costruite o entrarono in funzione la conoscenza del problema medico era mondiale e i produttori e i tecnici non possono dire non lo sapevo. L’Italia riconobbe il problema solo nel 1992 vietando la produzione ma non la vendita del prodotto.

E’ a causa di questo enorme ritardo dovuto anche alla lobby dell’amianto che ha lavorato come quelle del tabacco (o oggi quella dei fossili, del carbone e del petrolio o del gas)  con grande efficacia per difendere i profitti che le corti di giustizia che difendono il diritto prima della giustizia oggi non riescono a condannare i responsabili. Ritardo dovuto anche alla pochezza di una classe dirigente che è “pittata” con efficacia nel film La ricotta di Pierpaolo Pasolini (https://www.youtube.com/watch?v=SDVZT0EWQuY). Dice Orson Welles, intervistato in quel film del 1963 e che interpreta il regista del film immaginario raccontato da Pasolini: La società italiana? Il popolo più analfabeta. La borghesia più ignorante d’Europa.

pasolini_01

Nel film (http://www.pasolini.net/cinema_ricotta.htm) l’interprete del buon ladrone, Stracci muore di indigestione dopo essersi strafocato di ricotta, cercando di recuperare la sua atavica fame di poveraccio. Stracci rappresenta in modo lucido il popolo di poveracci, sottoproletari storicamente affamati e che in quel periodo di boom accettarono le produzioni più inquinanti del mondo pur di lavorare ed uscire dall’angolo della povertà e dell’emigrazione con la dignità del lavoro, come oggi fanno miliardi di uomini e donne del terzo mondo. Oggi noi siamo tutti i discendenti “morali” di Stracci e ne paghiamo le conseguenze, qui come a Bhopal.

L’INAIL che si era costituito parte civile nel processo Eternit sperava di recuperare qualcuno delle centinaia di milioni di euro (280 milioni) che il nostro paese ha pagato per le vittime dell’amianto alle famiglie degli uccisi. Un danno quindi che è fatto a tutti noi, almeno ai nostri interessi se non alla nostra anima o al nostro corpo.

Situazione analoga per Bussi, la cui storia abbiamo raccontato (per la penna di Giorgio Nebbia, http://wp.me/p2TDDv-kN).

Una discarica segreta di sostanze di sintesi molto varie costituita dalla Montedison, scoperta nel 2007 dalla guardia forestale, un inquinamento che ha contribuito ad intossicare l’acqua che dava da bere a 700.000 persone, ma nonostante questo la giuria ha derubricato a colposa la cosa e quindi ha prescritto la non procedibilità per avvenuta prescrizione del reato colposo. Ma come fa ad essere colposo un reato, degli atti dei quali i responsabili, 19 fra tecnici e dirigenti Montedison, potevano dire in modo documentato “non ci conviene intervenire”?

Il PM ha mostrato i documenti del 1993 quando una società esterna segnalò a Montedison la grave situazione di inquinamento, sottolineando che le attività erano inadeguate e proponendo investimenti sia per il risanamento che per lo studio degli effetti sulla salute. E su un appunto sequestrato, riconducibile ai vertici Montedison, rispetto allo studio e con riferimento alle vecchie discariche c’è scritto “non ci conviene”. Secondo quanto emerso e riferito dal pm, lo studio fu consegnato ad uno degli amministratori della società, oggi imputato, ma Montedison decise di non seguire le indicazioni e di fare internamente «noi», come si legge sull’appunto sequestrato. Gli investimenti ambientali da parte di Edison – avrebbe evidenziato il pm – furono ridotti da 36 miliardi di lire del 1991 a sei miliardi del 1994, ovvero un sesto.

(http://ilcentro.gelocal.it/pescara/cronaca/2014/12/19/news/discarica-dei-veleni-a-bussi-tutti-assolti-1.10527800)

Difesi anche dall’ex-ministro della Giustizia (ma sarebbe il caso di cambiare il nome del Ministero) Paola Severino i 19 se la son cavata; per il momento. Sostenendo che fra il 63 e il 71 le leggi non proteggevano l’ambiente dal fenomeno delle discariche e quindi la discarica non era abusiva.

Gli inquinati abruzzesi e le famiglie dei morti dell’amianto non demordono; e nemmeno noi. D’altronde perfino il Governo per bocca del ministro Galletti, il Ministro dell’Ambiente,  ha promesso di fare ricorso contro la sentenza Bussi
(http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/abruzzo/bussi-galletti-faremo-ricorso-_2085544-201402a.shtml); vedremo.

In una lettera personale Giorgio Nebbia che voi tutti conoscete mi scriveva qualche tempo fa :

hai ragione Claudio a dire che dovremmo commentare perché la sentenza del processo Eternit riguarda aspetti anche chimici e tecnico-scientifici. Purtroppo, a quanto pare, la prescrizione è stabilita dalle norme del codice penale, modificate nel 1975 e nel 2005. Purtroppo non so leggere delle norme che contengono continui riferimenti aarticoli di altre leggi. Secondo me, le modifiche al codice penale sono state fatte senza tenere conto di fatti tecnico-scientifici, come quello che certe esposizioni sul posto di lavoro e della popolazione a certi agenti manifestano i danni dopo un periodo di induzione che può durare molti anni (anche idrocarburi e ammine aromatici, forse anche coloranti per capelli).

La responsabilità sta quindi nel fatto che l‘inquinatore non ha tenuto conto che i processi e i prodotti hanno effetti nocivi lontani nel tempo, anche dopo anni, sulla base di conoscenze scientifiche note ai tempi in cui ha svolto la produzione. Se uno guadagna soldi producendo certi prodotti deve anche essere informato sulle conseguenze e deve essere punito, anche a molti anni di distanza, se non ne tiene conto. Questo credo che valga anche per l’esposizione a un eccessivo numero di radiografie mediche.

Occorrerebbe un controllo tecnico-scientifico nel processo di scrittura delle leggi. Chi sa quanti altri casi esistono. Le stesse statistiche dei “morti sul lavoro” (o anche morti per incidenti stradali) non tengono conto che si può morire mesi o anni dopo l’incidente, nel qual caso la morte viene contabilizzata per altre cause.

Un appello dei chimici ? Ci vorrebbe qualcuno che sappia leggere le norme del codice penale per suggerire di togliere quelle che riguardano la prescrizione per reati che manifestano i loro effetti lontano nel tempo.

Il governo Renzi e il Parlamento sanno adesso cosa fare. E se non fanno nulla saranno corresponsabili. Noi da parte nostra dobbiamo esser vigili nei luoghi dove viviamo e lavoriamo ed alzare alta la nostra voce contro tutti gli abusi che in nome del PIL ma contro le leggi della Chimica e del buonsenso vengono perpetrati ai danni delle persone e l’ambiente.

per approfondire:

Annals of the New York Academy of Sciences Volume 132 ( 1965).

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/18184623

New Solut. 2007;17(4):293-310. doi: 10.2190/NS.17.4.f.

Science is not sufficient: Irving J. Selikoff and the asbestos tragedy.

*interessante articolo sulla medicina nazista

http://archive.adl.org/braun/dim_14_1_nazi_med.html#.VJawF0AID9A

3 thoughts on “Eternit e Bussi: diritto e giustizia sono cose diverse.

  1. Vorrei evidenziare una differenza tra il danno provocato da un’esposizione a sostanze tossiche limitata nel tempo, per esempio in un ambiente di lavoro, e quello molto prolungato dovuto ad una discarica. Nel primo caso, se c’è reato, può essere stato commesso molto tempo fa, e la cronicità o la lunghezza dell’induzione delle patologie possono ritardare la sua scoperta o l’evidenza della sua gravità, per cui è giusto chiedere una revisione delle regole della prescrizione. In proposito il mio parere conta poco, perché non ho competenze giuridiche, ma credo che il meccanismo della prescrizione andrebbe cambiato profondamente anche per altri motivi, primo fra tutti il fatto che attualmente è un incentivo a tirare in lungo i processi da parte di imputati che altrimenti sarebbero giudicati colpevoli.
    Il caso di una discarica mi sembra diverso. Chi ha mandato in discarica rifiuti tossici contravvenendo alla legge (anche a leggi promulgate in seguito) sa che i rifiuti sono lí e in molti casi continuano a fare danni, all’ambiente e/o alla salute degli abitanti. Non è un reato non rivelare l’esistenza del pericolo? E questo reato non viene commesso ogni giorno dal colpevole, finché qualcun altro non se ne accoge e denuncia il fatto? Se non è un reato (e di nuovo la mia ignoranza giuridica mi lascia in dubbio) secondo me dovrebbe diventarlo, cioè dovrebbe essere istituita questa nuova fattispecie di reato contro l’ambiente. A quel punto la questione della prescrizione passerebbe in secondo piano.

  2. Nella mia veste di vecchio insegnante di chimica, parlando con i comuni cittadini mi riesce sempre più difficile sostenere la tesi dell’intrinseca bontà di tale scienza, di fronte agli episodi di gravi danni ambientali di cui è costellata la storia, anche recente, dell’industria chimica. Il caso di Bussi conferma inevitabilmente l’opinione che la chimica sia sinonimo di inquinamento e che gli inquinatori godano di una sostanziale impunità. Purtroppo, non mi sembra che i chimici italiani, in buona parte, si indignino troppo di sentenze del tipo di quelle dell’Eternit e di Bussi. Per scuotere questa indifferenza, occorre che gli organi direttivi e i membri più autorevoli della Società Chimica Italiana prendano decisamente posizione, appoggiando nelle sedi opportune (come La Chimica e l’Industria o la stampa nazionale) quanto espresso da Claudio Della Volpe in questo blog. Inoltre, se le norme del codice penale non sono adeguate per la punizione di reati ambientali che manifestano la loro azione a lunga scadenza, queste vanno modificate. Ciò richiede conoscenze scientifiche che i parlamentari, in genere, non possiedono. A mio parere, sarebbe utile istituire in seno alla Società Chimica Italiana (magari presso la divisione di Chimica dell’Ambiente e dei Beni Culturali) un gruppo di lavoro che possa fornire al parlamento (in particolare, alla commissione Giustizia e alla commissione Ambiente e Territorio della Camera) consulenza scientifica per la redazione di leggi che consentano un’azione penale più adeguata contro i reati di inquinamento e disastro ambientale. È chiedere troppo alle scarse forze dei chimici?

  3. Il collega Braccini nel suo breve intervento ha toccato molti punti degni di nota. il primo riguarda l’annoso problema che deriva dal confondere la chimica con gli effetti drammatici che essa può causare quando viene usata male, spesso non dai chimici e molto spesso a solo scopo di lucro. Come giustamente dice Braccini è ora che i chimici si muovano e facciano sentire la loro voce con l’aiuto di tutti i canali istituzionali, oltre che in prima persona (aggiungo io) non perdendo occasione di divulgare i grandi benefici che questa disciplina ha offerto e offre alla società. Questo naturalmente non significa negare gli errori che sono stati fatti e che forse verranno ancora fatti; occorre però spiegare che per rimediare a questi errori è necessario potenziare ancora di più la ricerca chimica, perchè solo con un ulteriore sviluppo della conoscenza sarà possibile risolvere i danni che, ripeto, nella maggior parte dei casi sono stati causati non da chimici.
    Ci vorrà, quindi, un gran impegno in ambito divulgativo e, con piacere, ho notato che ultimamente i chimici ce la stanno mettendo tutta, come si evince dal post di Taddia pubblicato in questo blog sui premi letterari per la divulgazione scientifica.
    I chimici dovono muoversi anche con i politici dice Braccini e io sono perfettamente d’accordo con lui, ma non è facile farsi ascoltare da chi non vuol sentire. Per esempio, in quest’ultimo periodo Vincenzo Balzani con alcuni colleghi ha preparato un appello contro il decreto Sblocca Italia e ha scritto una lettera al Primo Ministro e agli altri ministri italiani direttamente coinvolti: risultato? Nessuna risposta da parte di nessuno! Un vecchio adagio recita “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, giusto per ribadire quanto appena detto.
    Sono però fermamente convinta che occorra non demordere ed infatti in seno alla Società Chimica Italiana è nato un gruppo di lavoro che ha proprio il compito di affrontare i problemi etici, sociali ed ambientali in cui è coinvolta la chimica; forse non arriverà a far sentire la sua voce a livello parlamentare, ma farà tutto il possibile per “smuovere le acque”.
    Margherita Venturi

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