Bitul B’shishim (una parte in sessanta) (parte 1)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

Bitul B’shishim (una parte in sessanta)”, gli antichi colleghi … talmudici?

a cura di Federico Maria Rubino, Federico.Rubino@unimi.it

fmrubinoColgo l’occasione che mi ha fornito la pubblicazione, il 25 Luglio scorso, di un post sulla “Chimica nella Bibbia” [1] da parte del Prof. Nebbia, per ampliare la portata del mio brevissimo commento, che ha preso spunto dalla pratica degli antichi Ebrei e dei loro attuali discendenti in merito alle restrizioni dietetiche, ancora oggi una delle forme più caratteristiche di identificazione, per indagare su quanto possiamo considerare una delle più antiche testimonianze di “chimica analitica”.

Gli Ebrei nel mondo (comunque definiti in termini demografici, religiosi o culturali) sono oggi 14-15 milioni, in particolare concentrati nello Stato di Israele e negli USA, ciascuno con oltre 5 milioni di presenze, e rappresentati da minoranze, ciascuna inferiore in numerosità a 500.000 persone, in almeno altri 18 Stati e territori. Gli studi statistici in merito, ad esempio quello pubblicato con cadenza annuale dal Berman Institute (World Jewish Population [2]), identificano criteri differenti di inclusione, in particolare per gli effetti dei fenomeni di assimilazione culturale e di perdita identitaria che ad essi sono connessi. Un criterio tradizionale di inclusione è rappresentato dall’aderenza consapevole e più o meno assidua ai precetti dettati dall’osservanza religiosa, tra cui quelli relativi all’alimentazione e ad altri aspetti della cultura materiale quotidiana.

Hechsher_Safed_Rabbinate

Marchio kosher del Rabbinato di Safed

Il termine “kosher” (conforme alla legge, adatto, consentito, nello slang statunitense contemporaneo anche regolare, in senso estensivo, senza riferimento alla purità dei cibi o all’ortodossia ebraica; prevalentemente in senso contrario: not kosher, torbido) nell’ambito delle abitudini alimentari indica specificamente l’obbligo di astensione dal consumo, o dal semplice contatto, con determinati alimenti e addirittura con gli animali vivi. Un passo biblico della lettura liturgica della Torah (parashà) (Deut. 14:1-26) elenca gli animali proibiti sia in termini morfologici (tra quelli terrestri è consentito cibarsi solo di quelli con gli zoccoli spaccati e con un doppio tratto digestivo, i pesci permessi sono solo quelli con pinne e squame, i rettili, ovvero tutto ciò che striscia, sono proibiti) sia elencando specificamente le specie di gallinacei proibite (14:12-18); vieta inoltre il consumo di carne non dissanguata (12:16) e pone divieto di consumare carne e latte insieme.

In particolare, l’astensione dal consumo della carne di maiale è divenuto, dal Mediterraneo greco-romano all’Europa “cristiana”, tra quelle maggiormente emblematiche dell’identità ebraica, e la sua deliberata violazione vi è connessa come uno degli atti di antisemitismo più diffusi e odiosi. Denuncia Shylock (The Merchant of Venice, Act I Scene 3):

BASSANIO (32) If it please you to dine with us.

SHYLOCK (33-37) Yes, to smell pork; to eat of the habitation which / your prophet the Nazarite conjured the devil into. I / will buy with you, sell with you, talk with you, / walk with you, and so following, but I will not eat / with you, drink with you, nor pray with you.

La produzione di alimenti kosher, oltre a servire le necessità delle comunità ebraiche, ha assunto di recente un’importanza commerciale che supera la ristretta numerosità del gruppo di riferimento, al punto che, negli USA, solo il 25% circa degli acquirenti consapevoli di prodotti kosher (in misura preponderante, di carne macellata) è attualmente rappresentato da praticanti l’Ebraismo, mentre sempre maggiore è la quota di quanti la acquistano, nonostante il maggior prezzo, per ragioni differenti, tra cui la percezione di una qualità commerciale maggiore. Il loro attuale pregio deriva in parte dalla fiducia dei consumatori nel fatto che l’idoneità degli alimenti al consumo da parte dell’ebreo osservante (“kosherut”) è attribuita ad essi in funzione dell’adesione a specifiche di processo e di prodotto, verificata da addetti specificamente a questo addestrati e vincolati al rispetto delle norme da una specifica consapevolezza ancorata al credo religioso.

the jungleQuesta tendenza commerciale è particolarmente diffusa negli USA, il Paese nel quale minore è stata tradizionalmente l’attenzione all’igiene dell’ambiente e del cibo. Fu necessaria, all’inizio del ‘900, la pubblicazione, da parte dell’intellettuale progressista Upton Sinclair, di un romanzo-shock (The Jungle) [3], ambientato a Chicago e che rivelava, tra l’altro, episodi di incuria criminale nell’industria della macellazione (agghiacciante quello in cui un operaio cade e annega nella vasca d’acqua bollente per la sgrassatura del carniccio –il rendering– e viene convertito nel Puro Lardo Durham) e i rischi per la salute che questo causava, perché venisse costituita nel 1906 il Bureau of Chemistry, divenuto nel 1930 la Food and Drug Administration (FDA).

Sempre negli USA, l’interesse dei grandi produttori ad assicurarsi il mercato costituito da famiglie del ceto medio ebraico, con abitudini e capacità di spesa commercialmente appetibili, rese persino necessario l’adeguamento ai requisiti delle leggi alimentari ebraiche di prodotti ormai entrati in forma leggendaria nello stile dell’American way of life. La Coca-Cola Corporation di Atlanta, gelosa depositaria fin dal 1892 della formula segreta del farmacista Pemberton, dovette accettare nel 1935 di consentire a Rav Tobias Geffen di ispezionarne i costituenti per accertare se essa fosse adatta al consumo da parte degli Ebrei osservanti. La miscela conteneva, e contiene, una piccola quantità di glicerina, allora ottenuta da grassi animali, e quindi che rendeva la bevanda potenzialmente inaccettabile. Solamente in quell’occasione la Corporation dovette accettare di sostituire un ingrediente: da allora e tutt’oggi, la glicerina presente è di origine vegetale. Non è senza orgoglio che Carl Djerassi menziona l’episodio, facendolo narrare da Melanie Laidlaw, la protagonista del suo “Benjamin’s Seed”, convertitasi per amore a una forma estremamente liberale di ebraismo statunitense, al suo interlocutore, l’ebreo secolare Frankenthaler [4].

cocacolakosherAncora di recente, l’azienda ha dovuto modificare la provenienza del dolcificante zuccherino della bevanda, derivato dello sciroppo di mais (corn syrup), in quanto il vegetale di origine è definito “legume” dai criteri di classificazione della legge religiosa, e per questa ragione gli ebrei Askenaziti non la possono consumare durante la Pasqua (Passover): in quel periodo vengono messi in commercio lotti prodotti e imbottigliati a parte, il cui tappo giallo con la dicitura OU-P ne garantisce l’idoneità kosher ai consumatori.

A questo proposito, nel kosherut è emersa spesso la necessità di adattare alle specie viventi di nuova identificazione, quali quelle che giungeranno in Europa dal Nuovo Mondo, lo schema di classificazione dell’Antico Mediterraneo: la Bibbia elenca minuziosamente le categorie di cibi che non sono kosher, tra cui alcuni animali, uccelli e pesci (come il maiale e il coniglio, l’aquila e la civetta, il pesce gatto e lo storione), la maggior parte degli insetti e qualsiasi crostaceo o rettile. Il tacchino riuscirà ad assimilarsi all’oca e all’anatra [5], surrogati kosher dell’abominabile suino, e ad assumere il suo ruolo gastronomico, specie nella fascia padana settentrionale, in cui la Controriforma avrà confinato i relitti della popolazione ebraica italiana, talvolta una minoranza diffusa e radicata.

anisakisL’accettabilità della presenza di parassiti invertebrati (i nematodi Anisakis, presenti nel pesce crudo e capaci di costituire un rischio per la salute dei consumatori) nei pesci pescati è stata di recente oggetto di un infuocato dibattito, nel corso del quale sono state invocate le più recenti tecniche di indagine biologica e genetica, e la cui soluzione è ancora lontana dall’essere condivisa tra i principali enti di certificazione kosher negli USA [6]. Che il criterio adottato prescinda dalla pericolosità per la salute umana dei parassiti, ma sia dettato solo dalla preoccupazione di aderire al decreto dell’antica Legge è dimostrato dal fatto che una parte almeno dei partecipanti al dibattito si è dichiarata soddisfatta dalla constatazione che la presenza dei nematodi nel pesce non proviene da un fenomeno di contaminazione (inaccettabile in termini rituali) ma in quanto uno stadio “naturale” dello sviluppo del parassita in un organismo ospite.

Tra gli aspetti maggiormente peculiari della legge religiosa ebraica nei confronti del cibo, un antico precetto, le cui origini erano incomprensibili già agli Ebrei dell’Antico Mediterraneo, proibisce la mescolanza di sangue e di latte, basar bechalav, nella preparazione e nella consumazione dei cibi (niente cheeseburger, quindi): “Non cuocerai il capretto nel latte di sua madre”. (Es. XXIII, 13 – XXXIV, 26: Deut. XIV, 21).

Esodo 23, 13: Il meglio delle primizie del tuo suolo lo porterai alla casa del Signore, tuo Dio. Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre.

Esodo 34, 26: Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, la primizia dei primi prodotti della tua terra. Non cuocerai un capretto nel latte di sua madre».

Deuteronomio 14, 21: Non mangerete alcuna bestia che sia morta di morte naturale; la darai al forestiero che risiede nelle tue città, perché la mangi, o la venderai a qualche straniero, perché tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio. Non farai cuocere un capretto nel latte di sua madre.

Il precetto, reiterato quanto generico nella formulazione, ha sempre destato questioni interpretative volte ad adattarne l’osservanza negli scenari quotidiani di una storia oltre bi-millenaria [7]. Esso è privo di spiegazioni apparenti di carattere adattativo [8], mentre altre delle prescrizioni ebraiche di carattere dietetico ed igienico hanno mostrato di averne, pur non essendo quella adattativa la ragione autentica dell’osservanza “ne varietur” dei precetti nel pensiero religioso.

Secondo il precetto, quindi, gli alimenti e le materie prime per la loro preparazione sono pertanto necessariamente classificate in “carne” (basar), in “latte” (chalav), che costituiscono categorie tra loro del tutto incompatibili, e in alimenti che possono essere CONSAPEVOLMENTE mescolati con l’una o con l’altra categoria (alimenti neutri, o “parve”): il pesce, i latticini, le uova, la frutta e la verdura. Il fatto che i cibi parve devono essere (ed effettivamente sono) totalmente privi di latte è stato utilizzato per realizzare standard quantitativi per l’immuno-dosaggio delle proteine allergeniche del latte in prodotti come i gelati a base di “latte” di soya, destinati a consumatori sensibilizzati a questi potenti allergeni [9].

L’idoneità delle materie prime per la preparazione dei cibi ai fini dell’osservanza religiosa può essere in linea di principio garantita dall’attento controllo assicurato dal sistema comunitario (acquisto della carne dalle macellerie kosher, di cibi preparati recanti l’idonea etichettatura); al contrario, la preparazione domestica dei cibi oppure incidenti inavvertiti nella loro preparazione industriale possono comportare la contaminazione accidentale di quanto preparato.

“… la donna mi raccontò il fatto:

il mio ragazzo è appena tornato da scuola; si è scaldato nel tostapane un trancio di pizza col formaggio, avvolgendolo nella stagnola, poi lo ha scartato per mangiarselo. Io avevo messo sul fuoco una bella pentola di brodo di pollo per la festa. Il mio ragazzo ha appallottolato la stagnola e la ha lanciata in direzione della pattumiera … e la palla è atterrata nella pentola! Devo sbatter via tutto e ricominciare a preparare?”

“Mi ci faccia pensare, le risposi, e iniziai a scribacchiare un calcolo, il volume della pentola, quanto formaggio può essere rimasto attaccato alla stagnola … Muttar! (conforme) esclamai, e all’altro capo udii il sospiro di sollievo.” [10]

In questo caso, l’eventualità della presenza ACCIDENTALE di alimenti mutuamente non compatibili in una preparazione alimentare venne presa in esame e risolta nell’Antico Mediterraneo in vari modi. Ad essi corrispondono alcune delle discussioni più dettagliate, complesse ed estese della normativa rituale ebraica.

Il consolidamento della tradizione ebraica, nelle forme attraverso le quali essa è pervenuta al presente, rappresenta il frutto di un processo plurisecolare, assai complesso nel suo articolarsi tra “centro” giudaico e “periferie”, babilonesi, egiziane ed ellenistiche e strettamente intrecciato alla storia dell’Antico Mediterraneo. Secondo quanto appartiene alla memoria storica ebraica, ed è stato ricostruito sulla base dell’evidenza documentale sopravvissuta, la prima codifica scritta delle prescrizioni rituali, fino ad allora trasmesse, parallelamente al consolidamento dei testi scritturali (quelli che, in forme testualmente differenti, fanno anche parte dell’Antico Testamento delle Chiese cristiane), in forma orale attraverso una successione di maestri e di allievi, risale al II secolo della nostra era. Con la definitiva perdita della relativa compattezza “nazionale” basata sull’esistenza, a Gerusalemme, del Tempio e del suo personale religioso, distrutto l’uno durante la repressione della rivolta da parte dell’imperatore Tito (sono le rovine corrispondenti al Muro del Pianto), uccisi o dispersi gli altri, studiosi e commentatori si assunsero l’onere di mantenere la compattezza nazionale, basandola sul mantenimento delle pratiche rituali possibili anche nelle terre di emigrazione, ove Ebrei erano storicamente presenti, dalla Spagna all’India e alla Cina. Essi, gli amoraim, oratori, successori dei tannaim, ripetitori, erano in termini intellettuali i discendenti diretti del partito farisaico (di evangelica, quanto fraintendente memoria), più popolare rispetto all’aristocrazia sadducea e di conseguenza il candidato naturale alla leadership nelle nuove condizioni. Lunghe genealogie di studiosi produssero, nel corso di oltre dieci secoli, commenti e interpretazioni, adeguamenti alla realtà loro contemporanea e richiami alla memoria del passato, che ne fanno oltretutto una delle fonti di indizi sui costumi e sulle conoscenze dell’Antico Mediterraneo più completa ed ininterrotta.

199px-Shulchan_Aruch

Frontespizio dello Shulchan Aruch, pubblicato a Venezia nel 1574

Nel 1300 Rabbi Jacob ben Asher compilò un massiccio e fondamentale trattato di legge ebraica, halacha, sotto il nome di Arba’ah Turim. Esso venne successivamente incorporato nello Shulchan Aruch (“La Tavola Apparecchiata”), una codificazione assai recente (nella scala dei tempi della tradizione ebraica), in quanto redatta e pubblicata a stampa a Venezia nel 1565 dal rabbino sefardita Yosef Caro. La sezione Yoreh De’ah di quest’ultimo contiene la materia relativa alle proibizioni rituali in materia alimentare. Un riassunto in inglese accessibile in rete [11] si rivela utile per cogliere alcuni aspetti tecnici (chimici!) dell’antica discussione, mentre i dettagli del testo originale, o delle sue versioni nelle lingue moderne, sono più difficilmente accessibili in lingua moderna, e solamente tramite le biblioteche. I capitoli di più immediato interesse per la purità rituale degli alimenti, per quanto riguarda il controllo delle vie di contaminazione dei cibi e l’assenza in essi di sostanze proibite, sono trattati nei capitoli 6-9 del riassunto citato.

bibbia1

Il Capitolo 6 considera il criterio della separazione fisica tra le sostanze tra loro incompatibili e con quelle “parve” come sufficiente a garantire la conformità rituale. Il Capitolo 7 prende in esame l’assorbimento di sostanze proibite, e in particolare vengono esaminati come criteri che modificano l’entità dell’assorbimento il tempo e l’estensione della superficie di contatto, e la natura chimica della fase liquida coinvolta. Qui per la prima volta emergono indicazioni di carattere quantitativo: il tempo di immersione massimo consentito è di 24 ore, ma nel caso di salamoie è limitato a 18 minuti e la proporzione massima della superficie del cibo che può restare immersa è di un sessantesimo. Nel Capitolo 8, questa specifica proporzione è indicata anche per consentire o negare l’accettabilità del cibo a seguito dell’accidentale mescolanza, ovvero dopo aver rimosso quanto macroscopicamente evidente della sostanza indesiderata: la presenza di un residuo nella proporzione di una parte su sessanta (in volume, pari all’1,5% circa) di una sostanza alimentare non consentita in una preparazione non la rende inaccettabile sotto il profilo rituale.

Shulchan Aruch Part II: Yoreh De’ah (http://www.torah.org/advanced/shulchan-aruch/archives.html)

prescrizione Rif.
If forbidden food (or an object that has absorbed forbidden food within the past 24 hours) is in contact even momentarily with hot liquid in a utensil that has been on a fire, or with salty liquid for 18 minutes, or with any liquid for 24 hours, permissible food that was in contact with the liquid for that period of time becomes forbidden unless the forbidden components are less than 1/60 of the total. 69:1,9,11,15,18; 70:6;98:4; 104:1-2; 105:1-3
In estimating 1/60 only food below the surface of the liquid is considered 94:1; 98:4; 99:1,4; 105:1
If the components are near a fire and hot but not in contact with liquid, and an object that has absorbed forbidden food touches permitted food, it becomes forbidden unless the forbidden components are less than 1/60 of the total; 68:4,9; 105:4-5,7-8
Even in cases where the forbidden component is less than 1/60 of the total, if it can be recognized or separated it must be removed; and if it is attached to or first entered a permitted component, that component is forbidden and must be removed if it can be recognized 69:11; 72:2-3; 73:6;90:1; 92:2-4; 94:3; 98:4; 106:1-2
If forbidden and permitted foods are mixed together thoroughly the mixture is permitted if no one forbidden component is more than 1/60 of the total 98:1,6,9; see 99:1-2,4
In defining a component, things that have the same name are regarded as the same whether or not they taste the same; see 98:2.
For some types of forbidden foods amounts different from 1/60 are required; for other types any amount makes a mixture forbidden see 98:7-8
If an intrinsically forbidden component can be detected by its taste or by its effect on the mixture or if a forbidden component can be recognized but cannot be removed

the mixture is forbidden even if the component is less than 1/60 e.g., 87:11; 102:1104:1,3

98:8; 105:14It is forbidden to mix forbidden food with permitted food to produce a permitted mixture;94:5-6;101:6It is forbidden to use a utensil that has absorbed forbidden food if the utensil is sometimes used for less than 60 times as much permitted food 99:7;122:5If food that is only temporarily forbidden or that can be made permitted without much effort is mixed with any amount of permitted food of the same type, the mixture is forbidden until the forbidden component becomes permitted; but if it is mixed with permitted food of a different type, or is not intrinsically forbidden, or became forbidden only after it was mixed, or can be recognized and removed, the mixture is permitted if the forbidden component is less than 1/60 of the total 102:1-4If they were cooked together the result is forbidden unless the forbidden food is less than 1/60 of the total of the food that is in doubt 109:2, and see 111:7a person is allowed to add permitted food to the mixture before cooking it to ensure that the forbidden portion is less than 1/60). If a piece of forbidden food becomes mixed up with pieces of permitted food of a different type and cannot be distinguished, it is not regarded as permitted unless it is less than 1/60 of the mixture 109:1but if it is more than 1/60 the mixture is not regarded as entirely forbidden, and if more permitted food is added to it until the forbidden portion becomes less than 1/60 the mixture becomes permitted 92:4In cases involving a Biblical prohibition we rule stringently when doubt arises, but we rule leniently in certain cases of “double doubt” see 110:4,8-9If the prohibition is only rabbinical we rule leniently even in cases of “single doubt” when it is possible that the thing in question is not forbidden at all 111:1-6A mixture is forbidden if the amounts are in doubt; see 98:2-3.(References to chapter and paragraph numbers (x:y) in the Shulchan Aruch are given throughout.) Shulchan Aruch, Copyright (c) 1999 Project Genesis, Inc. 

Un ruolo importante nella verifica dell’accettabilità rituale dei cibi ricoprono i criteri organolettici e sensoriali, mentre non appaiono indicati metodi diretti di saggio per le diverse sostanze alimentari. Secondo questi criteri organolettici, una diluizione sufficiente a “perdere” il segnale sensoriale della presenza, “il gusto” di un componente inammissibile, se esso proviene da fonti spurie quali il lavaggio delle stoviglie consente di effettuare il bitul, ovvero la nullificazione della traccia di cibo incompatibile ancora presente, ad esempio di latte in una preparazione di carne, o destinata ad essere consumata con un cibo a base di carne.

E’ verosimile che questa prescrizione rappresenti la più antica –o tra le più antiche- testimonianza di un approccio “quantitativo” alla composizione delle sostanze complesse, che ne fa la prima testimonianza di “chimica analitica”, almeno per quanto riguarda il nostro antenato intellettuale, l’Antico Mediterraneo.

A conti fatti, tuttavia, la proporzione di uno in sessanta appare elevata, in particolare per quanto riguarda la principale interdizione, ovvero la mescolanza di carne e di latte, o di latte con cibo parve: basta verificare empiricamente che il rapporto di 1:60 tra latte (2 mL) e caffè (lungo, 120 mL) rende la miscela immediatamente distinguibile allo sguardo da un caffè “senza latte” (in questo caso, tuttavia, rimane comunque l’interdizione halachica, che rende la miscela proibita se il componente proibito, quale che ne sia la proporzione, la rende palesemente differente, per gusto o per altre proprietà, dal componente maggioritario, consentito). Vale la pena però di considerare che la sensibilità del saggio bromatologico di Villavecchia-Fabris, impiegato da fine ‘800 per distinguere dagli oli alimentari gli oli industriali (dal 1929 denaturati attraverso l’aggiunta obbligatoria del 5% di olio di sesamo) consente di cogliere un’adulterazione di circa una parte su 20 (il 5%, pari a una parte su 400 di olio denaturante).  (continua)

Riferimenti.

  1. https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/07/25/chimica-nella-bibbia/
  2. http://www.jewishdatabank.org/
  3. Upton Sinclair, The Jungle (1906) at: https://archive.org/details/jungle00sincgoog (trad. It. La Giungla. NET, 2003)
  4. Carl Djerassi, Menachem’s Seed (1998) Penguin Paperbacks.
  5. http://www.kashrut.com/

http://www.kashrut.com/articles/turk_intro/

http://www.kashrut.com/articles/turk_part1/

http://www.kashrut.com/articles/turk_part2/

http://www.kashrut.com/articles/turk_part3/

http://www.kashrut.com/articles/turk_part4/

http://www.kashrut.com/articles/turk_part5/

http://www.kashrut.com/articles/turk_ref/#ID=218

  1. http://forward.com/articles/160736/a-kosher-can-of-worms/ 10/
  2. e-brei.net/uploads/Halacha/BasarVeChalav.pdf]
  3. Alcune spiegazioni avanzate: Perché la Legge vietava di cuocere un capretto nel latte di sua madre? (http://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1200003059):

Sotto la Legge mosaica era proibito cuocere un capretto nel latte di sua madre. (De 14:21) Questo divieto è menzionato due volte in relazione all’offerta delle primizie a Geova. —Eso 23:19; 34:26. È stato ipotizzato che ciò avesse qualche nesso con usanze pagane, idolatriche o magiche. Ma al presente non esistono prove valide a sostegno di questa tesi.

Un’altra ipotesi è che questa legge sottolinei la necessità di aderire al giusto e appropriato ordine delle cose. Dio ha provveduto il latte materno per nutrire i piccoli. Usare il latte per cuocere il capretto al fine di mangiarlo sarebbe a danno del piccolo e quindi l’opposto di ciò che Dio si era proposto nel provvedere il latte.

Una terza possibilità è che questo comando avesse lo scopo di incoraggiare la compassione. Ciò sarebbe in armonia con altri comandi che vietavano di sacrificare un animale se prima non era stato con la madre almeno per sette giorni (Le 22:27), di scannare un animale e il suo piccolo nello stesso giorno (Le 22:28) o di prendere dal nido la madre insieme alle uova, o ai suoi piccoli (De 22:6,7).

[…] secondo la tradizione, infatti, il motivo per cui il latte non va mescolato alla carne è che il primo è un alimento creato per dare la vita, mentre la seconda proviene da un animale morto. (http://www.ucei.it/giornatadellacultura2012/default.asp?cat=6&cattitle=ebraismo&pag=4&pagtitle=la_kasherut)

  1. Hefle SL, Lambrecht DM. Validated sandwich enzyme-linked immunosorbent assay for casein and its application to retail and milk-allergic complaint foods. J Food Prot. 2004 Sep;67(9):1933-8.
  2. e adatt. Da: http://www.star-k.org/kashrus/kk-ABISSELBITUL.htm
  3. http://www.torah.org/advanced/shulchan-aruch/archives.html


 

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