La tragedia di Bari e la nascita della chemioterapia

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Gianfranco Scorrano, già Presidente SCI

Siamo alla fine del 1943, l’Italia è spezzata in due, con il Sud occupato e sotto gestione britannica. Bari è un porto importante come centro di rifornimento per l’esercito alleato. E infatti è interamente pieno di navi cargo e le operazioni di sbarco sono impegnate anche di notte: addirittura non c’è neanche la precauzione di avere il coprifuoco.

I tedeschi, che occupavano il nord del paese, seguivano, con ispezioni aeree, il lavorio di scarico delle navi: si trattava sicuramente di materiali necessari per la successiva avanzata al Nord delle truppe alleate. Così organizzarono una squadriglia di aerei (105 Junker Ju 88 di cui almeno 85 arrivarono su Bari alle ore 19,30 del 2 dicembre 1943. Le luci del porto erano accese, i bengala lanciati dagli aerei contribuivano ad illuminare la scena, non vi erano aerei alleati a contrastare i tedeschi.

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Alle 19,45 l’attacco cessò: 28 navi erano affondate, 12 erano state danneggiate. Il bombardamento era stato reso più efficace dal fatto che le navi erano una vicino all’altra e quando una era colpita, subito l’incendio di bordo si trasmetteva a quelle vicine. Erano cariche di esplosivi e questi ovviamente esplodevano. In più, le bombe avevano spezzato un oleodotto, e nelle acque del mare si erano anche raccolti abbondante quantità di olio. I marinai che, caduti o buttatisi dalle navi, cercavano di raggiungere la riva dovevano attraversare questa superficie acquosa oleosa. Tra le navi affondate c’era l’americana SS John Harvey che portava un carico non denunciato e noto a nessuno, tranne il capitano della nave: 2000 bombe M47 ognuna da 30 kg di iprite. 200px-Sulfur-mustard-3D-balls

L’iprite è il bis(2-cloroetil)solfuro, un liquido che bolle a 217°C, incolore se puro ma di solito giallastro, di odore pungent, tanto da meritare il nome di gas mostarda per il suo odore di aglio o senape. L’iprite prende il suo nome da Ypres, la città del Belgio presso la quale i tedeschi la usarono come arma nella prima guerra mondiale. Infatti, essa provoca gravi lesioni: per esempio sulla pelle si aprono devastanti piaghe. Concentrazioni di 0,15 mg d’iprite per litro d’aria risultano letali in circa dieci minuti; concentrazioni minori producono gravi lesioni, dolorose e di difficile guarigione. La sua azione è lenta (da quattro ad otto ore) ed insidiosa, poiché non si avverte dolore al contatto. È estremamente penetrante ed agisce sulla pelle anche infiltrandosi attraverso gli abiti: nell’episodio sopra citato, i marinai che cercavano di guadagnare la riva, vennero a contatto con la massa oleosa in cui era sciolta l’iprite fuoriuscita dalla SS John Harvey bombardata e affondata. Ricoperti di olio, si recarono negli ospedali ma nessuno sapeva che avevano avuto contatto con l’iprite. Vennero così trattati superficialmente, senza essere lavati e senza cambiare i loro vestiti.

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Fu difficile per le autorità inglesi e americane tacere sull’origine del disastro, oltre al bombardamento tedesco. Con l’aiuto del Colonnello Stewart Alexander, inviato da Eisenhower, esperto anche di avvelenamento da iprite, furono iniziati adatti trattamenti e migliori precauzioni. Tuttavia oltre 600 vittime dell’avvelenamento da iprite, provenienti dalla zona del porto, vennero trattate e di queste 83 morirono. Circa 1000 cittadini di Bari morirono; non si può sapere quanti per avvelenamento e quanti per bombardamento.

Le distruzioni umane furono assai rilevanti.

(NdB: Il colonnello Stewart Alexander nella sua relazione finale notò che dalle autopsie dei morti per iprite si notava una notevole soppressione dei linfomi e dei mielomi. Questo rinforzò l’ipotesi che solo un anno prima Goodman e Gilman avevano fatto sull’impiego di derivati dell’iprite)

Negli stessi anni erano in corso studi sulle proprietà antitumorali dell’iprite e suoi derivati*. Fu notato che l’iprite poteva reagire con il DNA secondo lo schema sotto riportato e portare alla distruzione del medesimo:

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Furono fatti esperimenti e in effetti si vide che l’iprite poteva portare a riduzione dei tumori: era la prima volta che veniva trovato un prodotto chimico che poteva essere adoperato come antitumorale. Fino ad allora, contro i tumori vi erano solo le armi dell’intervento chirurgico o dei raggi X. Entrambi piuttosto poco efficaci.

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Tra i prodotti simili all’iprite fu sintetizzata l’iprite azotata (Bis(2-cloroetil)metilamine)

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Molto più efficace dell’iprite, questo prodotto divenne, con il nome di murina, il primo farmaco antitumorale. Forma, per attacco nucleofilo dell’azoto sul legame carbonio cloro, con schema analogo al derivato solforato, uno ione aziridinio che facilmente reagisce con i siti basici del DNA. Il DNA modificato non è più capaci di replicarsi

Purtroppo questi farmaci erano capaci di diminuire le dimensioni del tumore, che però dopo poco tornava a ricrescere. Però, dimostrato questo attacco possibile, aprirono, con la chimica, alla medicina nuove armi riassunte con l’aggettivo chemioterapico

Più informazioni si possono ricavare dal libro Veterans at Risk: The Health Effects of Mustard Gas and Lewisite ( 1993 ) http://www.nap.edu/openbook.php?record_id=2058&page=9

*Allen B. Weisse, Medical Odysseys: The Different and Sometimes Unexpected Pathways to Twentieth-Century Medical Discoveries, Rutgers University Press, 1991, p. 127, ISBN 0-8135-1616-1.

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