Polemiche di s…..picco!

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

Questo è un post un po’ speciale; a più voci; nello scorso numero de “La Chimica e l’Industria” il primo di quest’anno 2015, il vicedirettore Ferruccio Trifirò ha esordito con un lungo editoriale intitolato “Ormai è chiaro che non siamo alla fine dei combustibili fossili“; e questo ha stimolato almeno due risposte; la prima di Vincenzo Balzani una lettera aperta che vedete qui sotto; e una seconda a firma del Comitato Scientifico di Aspo Italia (la sezione italiana dell’associazione che studia il picco del petrolio); trovate questa seconda lettera dopo quella di Balzani;  l’editoriale originale di Trifirò, col permesso di CI e dell’autore è pubblicata in fondo; ma appena prima c’è una ulteriore brevissima risposta di Trifirò alla lettera di Balzani. Tutti questi testi sono in edicola sulla rivista della SCI, La Chimica e l’Industria, che però non è aperta al pubblico, ma solo agli iscritti; dato il loro interesse e col permesso della rivista  La Chimica e l’Industria (che è oggi inviata a tutti i chimici italiani,  insieme all’altra rivista dei chimici, Il Chimico Italiano, il periodico degli Ordini)  ripubblichiamo i vari testi.

Speriamo che queste diverse posizioni siano lo stimolo per un ampio dibattito; abbiamo bisogno di chiarire a noi stessi quale sia la situazione dell’energia nel nostro paese e nel resto del mondo; lo dobbiamo prima di tutto al nostro ruolo di scienziati e di cittadini di paesi democratici; discutere dei temi importanti è d’obbligo, prima di sentire le canzoni del festival di Sanremo; e, se ci pensate, anche quelle cose lì senza l’energia, che corre a fiumi perfino su quel palco, non potremmo permettercele.

Speriamo di ospitare quanto prima anche i commenti di Sergio Carrà, che come ci anticipa Trifirò non si faranno attendere, almeno su CI; e date le posizioni anti-picco e perfino anti-global-warming del prof. Carrà ci aspettiamo una ghiotta occasione di dibattito.

Oggi poi 13 febbraio è la Giornata del Risparmio energetico e quindi quale occasione migliore per discutere di energia e petrolio?

Buona lettura.

Claudio Della Volpe

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(pubblicata su CI di questo mese)

Lettera aperta al Direttore di La Chimica e l’Industria
Bologna, 25 gennaio 2014
Caro Trifirò,
Qualche giorno fa, mentre davo un’occhiata al numero settembre/dicembre della Chimica e l’Industria appena giunto sulla mia scrivania, nel quale è pubblicato il lavoro Energia: risorse, offerta, domanda, limiti materiali e confini planetari scritto con Margherita Venturi e Nicola Armaroli [1], sul computer mi è giunta la segnalazione della pubblicazione on line del numero 1/2015 della rivista. Una rapida scorsa all’indice di questo ultimo numero mi ha fatto sobbalzare: c’è un articolo intitolato Oramai è chiaro che non siamo alla fine dei combustibili fossili, scritto proprio da te, il direttore [2]. Mentre cercavo di collegarmi al sito, mi chiedevo: ma che novità è? Possibile che qualche scienziato abbia scritto che siamo alla fine dei combustibili fossili e che ora ci sia bisogno di un articolo del direttore di C&I per controbattere? Che scopo ha un articolo con un tale titolo?
Quando ho aperto il file dell’articolo, ho capito che, ovviamente, non volevi parlare di “fine dei combustibili fossili”, ma del famoso “picco del petrolio”. Già questa confusione semantica mi ha infastidito. Non voglio entrare nel dibattito sul picco del petrolio perché so che su questo punto ti hanno già risposto o ti risponderanno in modo esauriente i colleghi di ASPO. Voglio solo notare che quando si parla di argomenti importanti [3] bisogna usare le parole giuste, altrimenti c’è il rischio non solo di dire cose inesatte, ma, peggio, di ingannare il lettore. Ad esempio, come abbiamo già avuto modo di segnalare [1], è non solo sbagliato, ma ingannevole parlare di “Produzione sostenibile di idrocarburi nazionali” come fa il documento del Governo sulla Strategia Energetica Nazionale, quando tutti sanno che gli idrocarburi sono una fonte energetica non rinnovabile e, per di più, causa di seri problemi ambientali, climatici e sanitari. Ugualmente fuorviante è quanto ha scritto Romano Prodi in un articolo sul Messaggero del 18 maggio scorso: “sotto l’Italia c’è un mare di petrolio”. Il titolo del tuo articolo è sulla stessa linea perché convoglia lo stesso messaggio, così caro alle lobby petrolifere: “usate pure i combustibili fossili, perché ce n’é in abbondanza”
Confesso che anche altri punti del tuo articolo mi hanno disturbato. Parlare di “messaggi non ben documentati dei catastrofisti” in relazione al picco del petrolio suggerisce che,
come hanno notato i colleghi dell’ASPO, sei tu a non essere adeguatamente documentato e aggiornato. In effetti, l’unica dimostrazione che riporti a favore del fatto che il picco del petrolio è lontano è che il prezzo del petrolio è crollato. Ebbene, tu stesso in precedenti articoli [4-7] hai sostenuto che, come poi tutti sanno, il prezzo del petrolio dipende da una varietà di fattori incontrollabili, non di natura tecnica e scientifica.
A proposito di documentazione, voglio informarti che anche lo shale gas americano, tanto esaltato da alcuni economisti, si sta già avvicinando al suo picco (vedi figura) nonostante i più di 800.000 pozzi trivellati, tanto da far dire ad alcuni scienziati americani “We are setting ourselves up for a major fiasco” [8].

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Altra cosa strana. Nel tuo articolo [2] non nomini mai le “energie rinnovabili”, ma parli solo di non meglio precisate “fonti alternative”: forse con qualche nostalgia per il mancato ritorno dell’Italia al nucleare [6]? Non fai cenno della grande espansione in tutto il mondo di fotovoltaico ed eolico [1], ma elogi la trasformazione di due raffinerie di petrolio in raffinerie ad olio vegetale proveniente dalla Malesia (!). Tutto ciò senza far cenno a centinaia di studi che dimostrano, sulla base di ragioni etiche, sociali, ecologiche, energetiche ed economiche, “The nonsense of biofuels” [9] e il fatto che “The production of biofuels constitutes an extremely inefficient land use” [9, 10]. E’ vero che con la raffinazione dell’olio di palma della Malesia si sono salvati, per il momento, posti di lavoro, ma col tempo si capirà che si tratta di una decisione insensata per le molte ragioni sopra accennate. Tu stesso nel dicembre 2001 avevi scritto “se si utilizzassero materie prime agricole si abbandonerebbero al loro destino, per mancanza di cibo, milioni di abitanti in Africa e nel Far East” [4]. Certo, non bisogna lasciare nessuno senza lavoro e, per questo, occorre creare reti che ammortizzino lo shock e prendere altri provvedimenti in campo sociale ed economico (ad esempio, ridurre le disuguaglianze [11]); il problema non si risolve lasciando in funzione impianti inutili (molte delle odierne raffinerie e centrali termoelettriche) o convertirli in altri non solo inutili, ma anche dannosi per l’equilibrio del pianeta. Fra non molti anni ci sarà presentato il conto di questa e altre operazioni dei nostri illuminati petrolieri.
Ovviamente, non condivido il tuo entusiasmo per le “lungimiranti e preveggenti critiche rivolte da Sergio Carrà ai catastrofisti che insistono sottolineare i danni causati dall’uso dei combustibili fossili”. Ricordo solo che questi catastrofisti sono gli scienziati dell’’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) nel quale anche l’Italia, per fortuna, è rappresentata da persone competenti ed esperte.
Infine, vorrei concludere con un semplice ragionamento che sarei curioso sapere se condividi. Come dici tu, “non siamo alla fine dei combustibili fossili”; d’altra parte sarebbe insensato affermare il contrario. Ammetterai però che da diversi anni il costo energetico di estrazione dei combustibili fossili, espresso dal rapporto EROEI (Energy Return On Energy Investment) è in forte aumento: da un EROEI 10-20:1 per il petrolio convenzionale, si è passati a 4-7:1 per il petrolio ottenuto con ultra deepwater drilling, 3- 6:1 per le tar sands, 3-5:1 per heavy oil, 1,5-4:1 per oil shale (kerogen) [3]. Quindi è fuori di dubbio che nei prossimi decenni potremo ottenere sempre meno energia dai combustibili fossili, ed è anche fuori dubbio che il loro uso continuerà a causare danni all’ambiente, al clima e alla salute. Se è così (sei d’accordo?), più velocemente sviluppiamo le energie rinnovabili e meglio è per custodire il pianeta ed i suoi abitanti. Questo mi sembra debba essere il messaggio da diffondere in una rivista scientifica nel 2015, non quello di abbondanti riserve di combustibili fossili.
[1] V. Balzani, M. Venturi, N.Armaroli, Energia: risorse, offerta, domanda, limiti materiali e confini planetari, La Chimica e l’Industria, sett/dic 2014, 15-21. [2] F. Trifirò, Oramai è chiaro che non siamo alla fine dei combustibili fossili, La Chimica e l’Industria – ISSN – 2015, 2(1), gennaio 2283-5458.
[3] C. Rhodes, Peak oil is not a myth, Chemistry World, March 2014, 43. [4] F. Trifirò, Il petrolio: problema tecnico o politico? Chimica e Industria, 2001, 83(10), 11.
[5] F. Trifirò, Per fortuna s’innalza il prezzo del petrolio, Chimica e Industria, 2006, 88(8), 5. [6] F. Trifirò, E’ raddoppiato il prezzo del petrolio: cosa è successo nel frattempo? Chimica e Industria, 2008, 90(7), 4.
[7] F. Trifirò, Occorrre prepararsi all’alto prezzo del petrolio più che alla sua fine, Chimica e Industria, 2008, 90(9), 4.[8] M. Inman, The Fracking Fallacy, Nature, 2014, 516, 28-30. [9] H. Michel, The Nonsense of Biofuels,Angew. Chem. Int. Ed., 2012, 51, 2516. [10] V. Balzani, Qual’è il modo più efficiente per utilizzare l’energia solare? Sapere, 2014, giugno, 16-21.
[11] F. Fubini, Drastico allargamento delle distanze sociali: il patrimonio delle dieci famiglie più ricche è uguale al patrimonio dei 20 milioni di italiani più poveri, La Repubblica, 19 gennaio 2015.
Vincenzo Balzani
Università di Bologna

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Lettera del Comitato scientifico di ASPO Italia. (pubblicata su CI di questo mese)

logoaspoitalia_lowresNon capire cosa sia il picco del petrolio, ma parlarne comunque.

(ASPO-Italia, gennaio 2015.)

Nel suo recente articolo su C&I Ferruccio Trifirò da prova di non aver capito cosa sia il Picco del petrolio né quali siano i segnali che, ragionevolmente, ne indicano l’approssimarsi. Il picco del petrolio non è la fine del petrolio. Come abbiamo ripetuto fino alla noia per anni, il picco del petrolio è il massimo di produzione ed è dunque, paradossalmente, ma altrettanto ovviamente, il momento di sua maggiore disponibilità. Il problema si verifica nel momento in cui la produzione comincia a scendere. Abbiamo già avuto un picco e i suoi effetti sono stati piuttosto dirompenti. Secondo l’IEA il petrolio convenzionale ha raggiunto e superato il picco nel 2005- 2006 come previsto da Campbell e Laherrere nel 1998 nel loro articolo su Le Scienze intitolato “la fine del petrolio a buon mercato”. piccopardi3Il petrolio convenzionale è il petrolio più facile da estrarre e, dunque, meno costoso. Che l’analisi di questi due specialisti del settore possa essere definita catastrofismo è un fatto, per noi ricercatori, del tutto irrilevante ai fini del dibattito scientifico sulla questione energetica. Il tentativo di rivitalizzare la produzione del petrolio convenzionale, andando a sfruttare giacimenti fino ad allora subeconomici ha avuto, non sorprendentemente, un costo considerevole. Sappiamo che a partire dal 2005 i costi di estrazione sono aumentati ad una media dell’11% ogni anno, per un costo totale a carico delle compagnie petrolifere di 2500 miliardi di dollari e il risultato è stato un mero rallentamento del loro declino di 1 milione di barili al giorno (Mb/d). Vale la pena di dire che dal 1998 al 2005, con una spesa di 1500 miliardi di dollari, si aggiunsero alla produzione 8,6 Mb/d. L’ulteriore sforzo per la produzione di petrolio di scisto, che non è convenzionale, attraverso la tecnica del fracking ha vaporizzato altre centinaia di miliardi di dollari. Qualcosa di profondo deve essere cambiato. Secondo le stime di vari autori l’EROEI (Energy Return on Energy Investment) del petrolio-gas USA è diminuito da valori prossimi a 100:1 (significa che con l’equivalente di 1 barile se ne estraggono 100) nella prima metà del secolo XX a valori nell’intervallo 40-20 negli anni ’70, fino alla situazione attuale in cui ha raggiunto valori inferiori a 20 e spesso molto più bassi. Questa breve discussione del tema dovrebbe convincere il lettore che è tecnicamente sbagliato considerare la produzione di liquidi combustibili come una mera somma di volumi dato che i diversi volumi, o per caratteristiche intrinseche, o per diversi valori di EROEI hanno contenuti energetici differenti. Tale prassi semplificatoria veicola un messaggio ingannevole e nasconde la reale dinamica della disponibilità di energia da idrocarburi. E passiamo ad esaminare la questione del prezzo. Una prima fase inflattiva si è verificata in prossimità e subito dopo il picco del petrolio convenzionale. La crisi economica che è seguita ha ucciso la domanda facendo precipitare il prezzo in modo sostanziale nel biennio 2008- 2009. Senza mai farlo tornare al minimo pre crisi di 20 $/b (corretto per l’inflazione). In seguito il prezzo medio si è assestato e dal 2010 è rimasto abbastanza alto da indurre i consumatori occidentali all’autocontrollo, ma non abbastanza da rendere totalmente redditizi i progetti estrattivi più complessi. Questa dinamica era già pienamente dispiegata alla fine della primavera scorsa quando con il petrolio appena sotto i 100 $/b le compagnie petrolifere iniziavano già a tagliare sugli investimenti. Il crollo del prezzo iniziato a settembre ha chiaramente messo fuori mercato la maggior parte della produzione ad alto costo, ma siccome i costi sono generalmente già stati sostenuti la produzione non inizierà a calare immediatamente. Le imprese petrolifere più deboli stanno affrontando tempi difficili mentre le più solide stanno provvedendo ad annullare o mettere in standby progetti di estrazione futuri. Il che prefigura un calo futuro della produzione. Se questo possa essere definitivo o innescare un nuovo ciclo di rialzo è materia di contesa alla quale volentieri ci sottraiamo sicuri che il futuro mostrerà quello che deve. Il fatto è che con il picco del petrolio convenzionale siamo entrati in una era completamente nuova dal punto di vista energetico, una fase di instabilità dei prezzi e della fornitura. In pratica il prezzo basso mostra si un’abbondanza di materia prima, ma l’abbondanza è determinata da una domanda debole e quindi indica un generale debolezza dell’economia globale. Da scienziati riteniamo irresponsabile fare propaganda di ottimismo quando sappiamo benissimo che la dipendenza della nostra società dal petrolio e dalle risorse fossili in generale, è tale che non prepararci per il declino per tempo, cioè con anni di anticipo, è un rischio enorme. A questo si dovrebbe aggiungere un vasto capitolo sulla necessità di uscire dal paradigma fossile per motivi strettamente ambientali, ma questa non è la sede in cui introdurre questo aspetto.

Il comitato scientifico di ASPO-Italia

24 gennaio 2015

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Risposta di Ferruccio Trifirò comparsa in questo numero di CI

Nel mio articolo ci sono già le risposte alla tua lettera ed è bene rendersi conto che ci sono settori diversi che hanno bisogno di energia: industria, trasporto e riscaldamento domestico. Il petrolio è utilizzato quasi tutto per il trasporto e solo un 10% per materie prime per la chimica, per questo quando si parla di petrolio che sta per finire occorre
pensare alle alternative ai carburanti ed in minor misura a quelle per la chimica.
Per quanto riguarda il riferimento a Sergio Carrà mi limito a segnalare la correttezza della sua previsione dell’assenza di un incombente depauperamento delle risorse di idrocarburi,
mentre per quello che concerne le sue opinioni sulle conseguenze di tale fatto ti rimando all’articolo che sarà pubblicato in uno dei prossimi numeri de La Chimica e l’Industria, dove
mostra oltre alla lungimiranza e preveggenza anche un cartesiano buon senso.

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Editoriale originale di Ferruccio Trifirò comparso nello scorso numero di CI:

ORAMAI È CHIARO CHE NON SIAMO ALLA FINE DEI COMBUSTIBILI FOSSILI
di Ferruccio Trifirò
In questa nota sarà ricordato che non esiste a breve tempo nessun picco del petrolio e saranno esaminati gli aspetti positivi dell’aumento del prezzo del petrolio e gli aspetti negativi della sua diminuzione

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Con il prezzo del petrolio che è sceso a 50 dollari al barile, valore cha aveva più di dieci anni fa, oramai è chiaro che non abbiamo raggiunto il picco del petrolio né tantomeno quello degli altri combustibili fossili ed abbiamo riserve per molti anni a venire. Tuttavia possiamo affermare che l’elevato prezzo del petrolio negli anni passati ed i messaggi non ben documentati dei catastrofisti sul raggiunto picco del petrolio hanno avuto come effetto positivo la ricerca di nuovi pozzi in zone diverse, di fonti alternative,    l’aumento    della    resa dell’estrazione del petrolio dai pozzi, un aumento dell’efficienza energetica nei diversi settori di utilizzo dei combustibili fossili, una diminuzione degli sprechi e delle emissioni tossiche nelle diverse combustioni che ha fatto diventare il loro effetto negativo sull’ambiente meno pressante. Infatti molte raffinerie sono state chiuse per la diminuzione del consumo di petrolio in questi ultimi anni in Europa ed in Italia; in particolare quella di Marghera che per fortuna (per la manodopera locale) è stata trasformata in raffineria ad olio vegetale e quella di Gela che sarà trasformata ad olio vegetale per salvare l’occupazione locale, sviluppando una nuova tecnologia messa a punto dall’eni, dando anche un sostegno economico alla Malesia, che ha grandi quantità di olio di palma inutilizzato, invece che ai soliti Paesi produttori di petrolio. L’utilizzo dello shale gas e la produzione di petrolio da parte degli Stati Uniti che ha raggiunto lo scorso ottobre quella dell’Arabia Saudita, senz’altro sono stati altri fattori che hanno contribuito all’abbassamento recente del prezzo del petrolio.
Ma se nel passato l’aumento del prezzo del petrolio poteva non essere considerato negativo, l’abbassamento attuale può, come ricercatori, non essere ritenuto positivo, anche se diminuiscono i soldi che escono dalle nostre tasche, perché potrebbe bloccare tutte le ricerche su fonti alternative e fare chiudere gli impianti delle tecnologie alternative sviluppate in questi ultimi anni e concentrare i nostri soldi solo nei Paesi arabi. La ricerca di fonti alternative è il più utile deterrente per evitare un ulteriore aumento del prezzo del petrolio. Per spiegare meglio questa posizione che può sembrare nichilista (che si preoccupa per un suo ribasso e si rallegra per un suo rialzo), ho ritenuto utile ricordare alcuni editoriali che ho scritto su questa rivista diversi anni fa sul petrolio, che mi pare possano essere validi tutt’ora, e che riporterò integralmente di seguito1,2,3,4,5, e i due articoli e la conferenza tenuta all’Accademia Nazionale dei lincei sul petrolio di Sergio Carrà nel 20136,7,8, che era stato lungimirante e preveggente, criticando la posizione dei catastrofisti sulle riserve di petrolio e sui suoi effetti negativi sull’ambiente.
In ogni caso, per il principio di precauzione, diminuire il consumo di combustibili fossili può avere un effetto positivo sui cambiamenti climatici e, come aveva suggerito Benedetto XVI ai partecipanti al convegno di Durban, che non avevano trovato un accordo sull’abbattimento dei gas serra, la soluzione vincente è quella di cambiare gli stili di vita.
La Chimica e l’Industria    – ISSN 2283-5458- 2015, 2(1), gennaio
Attualità
trifi2Dicembre 2001 – Il petrolio: problema tecnico o politico?
Dopo l’11 settembre scorso, il petrolio è diventato di nuovo centrale nelle analisi dei media, nei commenti degli opinionisti e nelle preoccupazioni della gente. Ma non è chiaro se il problema sia tecnologico o politico, se siamo al declino dell’era petrolio e se si può ipotizzare, adesso, una terribile guerra per il suo controllo.
I grandi consumatori di petrolio, ciascuno utilizzante circa il 27% della produzione mondiale, sono oramai tre: il Nord-America, l’Europa (Occidentale e Orientale) e il Far-East. Tra l’altro è prevedibile che essi in futuro consumeranno maggiori quantità di carburanti per trazione e meno olio combustibile. La produzione attuale di petrolio è coperta per il 27% dai paesi del Golfo Persico, per il 15% dal Nord-America e per circa 8% da ciascuna delle altre geografiche (Sud-America, Europa, ex Urss, Far-East e Africa). Non si può dire che ci sia qualcuno, in questo momento, che possa dettare leggi nel mondo del petrolio. Le industrie petrolifere, grandi accusate del cinismo più sfacciato, sono responsabili
solo del 20% della produzione di petrolio, mentre l’altra accusata, l’Opec ne copre il 40%. È solamente per le riserve di petrolio che si nota la schiacciante predominanza dei paesi del Golfo e in particolare dell’Arabia Saudita. Questi paesi possiedono il 67% delle riserve note, contro il 10% del Sud America e meno del 5% per ciascuna delle altre aree (L. Maugeri, Il petrolio, Sperling & Kupfer e http://www.OPEC.org). Bisogna inoltre aggiungere, e questo aspetto viene spesso dimenticato, che nei paesi del Golfo Persico il costo di estrazione del petrolio è inferiore ai quattro dollari al barile, mentre in altre zone può raggiungere i quindici dollari. Infine in molti paesi arabi, da più di vent’anni, non si scavano più nuovi pozzi e quindi le loro riserve di petrolio potrebbero essere molto maggiori di quelle conosciute, mentre le industrie petrolifere si stanno svenando da anni in costose ricerche in tutte le parti del mondo. È vero che è stato trovato petrolio nel Kazakhstan e soprattutto nel mare Caspio e anche in Siberia, ma non è in gran quantità, come si è creduto, e i costi d’estrazione e di trasporto sono elevati. Ci sono diverse ipotesi sui possibili oleodotti che dovrebbero veicolare questo petrolio verso i consumatori, nel giro di cinque anni: una di queste ipotesi che in questi giorni è molto attuale, è il passaggio attraverso l’Afghanistan, ma questo paese non è per nulla la porta di un nuovo Eldorado. Quindi è bene non illudersi: nei prossimi vent’anni i paesi del Golfo saranno la sola fonte di petrolio a basso prezzo per l’umanità. Solo una stabilizzazione del suo prezzo, sopra i 30 dollari al barile, potrebbe spingere la ricerca di nuovi pozzi in altre aree geografiche o a utilizzarne altri già scoperti, ma il cui sfruttamento adesso è antieconomico.
Dopo la prima grande crisi petrolifera, quella del 1974, che ci aveva spinti a ripensare al carbone, a ristudiare la Fischer-Tropsch ed a riflettere seriamente sulla nostra debolezza strategica nei riguardi del reperimento delle materie prime, molte cose sono cambiate. A fine ottobre il prezzo del Brent (estratto nel Mare del Nord), uno dei petroli di riferimento, che è anche fra i più pregiati, è di venti dollari al barile, fra i valori più bassi dal 1974. Inoltre sulla base delle riserve accertate, sappiamo che si può andare avanti tranquillamente, ai consumi attuali di petrolio, almeno per trent’anni. In aggiunta sono stati messi a punto processi di sintesi di diesel a partire da gas naturale al prezzo equivalente di ventidue dollari al barile e nuovi processi catalitici di trasformazione di frazioni pesanti, così da poter creare raffinerie destinate solo ai carburanti e quindi ottimizzare meglio l’uso del petrolio. Sono state sviluppate tecniche di estrazione di petroli viscosi, che permettono di “raschiare” il fondo dei pozzi e recuperare il petrolio residuo. Infine il gas naturale oramai è entrato nella produzione di energia e gli alcani leggeri ad esso associato possono essere utilizzati per produrre materie prime e direttamente intermedi per la chimica. Non siamo quindi alla difesa dell’ultimo pozzo di petrolio, nessuno ci sta strozzando con gli alti prezzi o ci lesina il petrolio che desideriamo e abbiamo alternative, sia per la produzione di energia sia per quella di carburanti sintetici. Ma allora perché il petrolio è considerato così centrale e strategico nelle analisi fatte dopo l’11 settembre scorso? È il timore che potremmo dipendere nel prossimo futuro, se i prezzi rimarranno bassi, da un solo paese o area geografica per il rifornimento del petrolio, situazione che non si è mai verificata nel passato.
È consigliabile, quindi, ridurre i consumi di petrolio, utilizzare fonti alternative per la produzione di energia e produrre carburanti sintetici a partire da gas naturale. Altre vie alternative saranno difficili: se si
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Attualità
consumasse più carbone, si andrebbe contro il protocollo di Kyoto; se si utilizzassero materie prime agricole si abbandonerebbero al loro destino, per mancanza di cibo, milioni di abitanti in Africa e nel Far East; se si ritornasse massicciamente sul nucleare, chi li sentirebbe i cittadini vicini agli impianti! Dovremo quindi ancora rimanere sul petrolio e spostarci sul gas naturale, sperando di non dover convivere nel prossimo futuro, con una spada di Damocle sulla testa, per l’unicità dei fornitori di materie prime. Noi chimici le soluzioni le abbiamo trovate. Il problema oramai è solo politico.
Ottobre 2006 – Per fortuna s’innalza il prezzo del petrolio. Così la chimica riparte Quando il prezzo di un barile di petrolio aveva raggiunto il prezzo di 30 dollari, mi ero sentito in dovere di scrivere un articolo, commentando che quel valore avrebbe dovuto portare a trasformazioni epocali. Infatti, era noto, che con il petrolio a 35 dollari al barile sarebbe diventato economico produrre carburanti sintetici a partire da gas di sintesi provenienti da metano o carbone. In realtà non sono avvenuti molti cambiamenti, salvo due iniziative per produrre diesel sintetico da gas naturale (GTL) in Qatar e Nigeria, l’annuncio della realizzazione di un impianto pilota dimostrativo di GTL a partire da gas di sintesi realizzato dall’Eni a Sannazzaro de’ Burgondi, la possibile realizzazione di un impianto di MTO (methanol to olefins),
concorrente agli steam cracking di frazione petrolifere, in Nigeria, di un impianto di produzione di acido acetico da etano, di formaldeide da metano in Arabia Saudita e di acrilonitrile da propano in Giappone. Questi progetti sottolineavano che l’era degli alcani leggeri come materie prime per la chimica era arrivata. In questi mesi è stato raggiunto il valore di 74 dollari al barile (sceso a 61 dollari in questi ultimi giorni) e, con lo spettro dei 100 dollari alle porte, mi chiedo ancora una volta quali cambiamenti dovremmo aspettarci.
L’alto prezzo del petrolio è senz’altro un forte incentivo al risparmio energetico e all’utilizzo di materie prime rinnovabili, anche se queste ultime non potranno che sostituire una modesta frazione, tuttavia significativa in quantità assoluta (10-20%), di quelle fossili. Per prevedere quali potrebbero essere i prossimi cambiamenti è però necessario capire che l’innalzamento del prezzo del petrolio non è dovuto, secondo quanto affermato da esperti Eni, né alla mancanza di petrolio a bassa densità e con poco zolfo (quello che in Europa chiamano Brent e negli USA Wti) né a quella di petrolio denso e con zolfo (quello chiamato non convenzionale), perché per entrambi si stimano riserve per almeno cinquant’anni, bensì alla mancanza sia di ricerca di nuovi giacimenti sia di capacità di raffinare petrolio non convenzionale. Eni, per esempio, come altre industrie, è già in possesso delle tecnologie necessarie per trasformare petrolio non convenzionale, di provenienza, tra l’altro, diversa dal Medio Oriente, in combustibile e quindi proprio l’innalzamento del prezzo del petrolio potrebbe favorirne l’entrata in massa, incentivando gli investimenti in questa direzione. L’elevato prezzo del petrolio dovrebbe, inoltre, far riflettere gli utilizzatori finali delle materie prime fossili sul loro uso ottimale: sarebbe meglio preservare il petrolio per il trasporto e per la chimica, il gas naturale per il riscaldamento domestico e per la chimica ed il carbone per l’energia.
La chimica ha sempre ha avuto un rilancio con la comparsa di nuove materie prime; è stato così nel passato, prima, quando furono disponibili enormi quantità di aromatici sottoprodotti della distillazione del carbone per ottener coke per l’industria metallurgica e, poi, per le olefine ottenute dagli scarti della raffinazione del petrolio.
Quindi risparmio energetico, utilizzo di petrolio non convenzionale, valorizzazione degli alcani leggeri presenti nel gas naturale ed utilizzo di materie prime rinnovabili, avranno un rilancio da un alto prezzo del petrolio e così la chimica potrà di nuovo ripartire. La catalisi accompagnata da nuove tecnologie reattoristiche sarà il motore di questa trasformazione.
Non possiamo cha augurarci che il prezzo del petrolio superi i 100 dollari al barile!
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Attualità
Settembre 2008 – È raddoppiato il prezzo del petrolio cosa è successo nel frattempo? In un editoriale di due anni fa mi ero augurato che il petrolio raggiungesse il prezzo di 100 dollari al barile, perché prevedevo che così sarebbe ripartita la chimica e sarebbero stati realizzati nuovi investimenti nel settore. Adesso che il petrolio ha raggiunto i 147 dollari al barile e punta ai 200, è giusto chiedersi che cosa sia cambiato nel mondo e nel nostro Paese.
Occorre sottolineare che il petrolio è legato direttamente ed in maniera quasi totalizzante ai carburanti liquidi, mentre influenza indirettamente e marginalmente la produzione di energia. Il petrolio è legato all’energia indirettamente perché il suo prezzo trascina quello del gas naturale e direttamente per l’utilizzo dei residui di distillazione che
possono venire bruciati o gassificati, ma queste due fonti sono importanti per la produzione di energia elettrica solo nel nostro Paese, risultano, invece, marginali per gli altri Paesi. Anche se il petrolio non è centrale per l’energia elettrica e termica, in realtà il maggiore numero di novità in questi ultimi due anni è arrivato proprio da questo settore, sotto la spinta emotiva del suo prezzo elevato e dei cambiamenti climatici e quindi dall’esigenza di abbattere la CO2 emessa. L’innalzamento del prezzo
petrolio è coinciso, infatti, con il rilancio del nucleare in Italia e nel resto del mondo e con il coinvolgimento anche di aziende petrolifere, come l’Eni e la Total, alla loro costruzione. In Italia il governo ha deciso che saranno costruite centrali nucleari di terza generazione, quelle più moderne, a più basso costo e più sicure, anche se non si sa dove saranno costruite e conservate le relative scorie. Ci sono 13 centrali nucleari tutte intorno alle Alpi, entro un raggio di 250 km dal nostro confine… fa sorridere l’aver chiuso le nostre centrali per problemi legati alla sicurezza. Il nucleare però non è per il domani, ma per il dopodomani, non risolve i problemi attuali dell’energia e neanche quelli dell’immediato futuro. Il nostro Paese attualmente dipende per l’energia in maniera preponderante dal gas naturale e ci si è accorti finalmente che non è più possibile, per motivi economici e soprattutto strategici, rimanere legati per il suo rifornimento solo a due gasdotti provenienti dall’Algeria e dalla Russia. La buona notizia è che saranno costruiti 4 o 5 terminali per metano liquefatto nei prossimi anni. Un’altra buona notizia è che è entrata in marcia la centrale a carbone pulito di Civitavecchia che utilizza una tecnologia di ultima generazione, un impianto unico in Europa, la cui apertura è stata osteggiata per molti anni e che produrrà il 4% dell’energia nazionale e sarà a regime nel 2009. Si è parlato, nel nostro Paese, anche di aquiloni e di palloni di elio o ad idrogeno che si muovono ad alta quota utilizzando le correnti e che producono energia a basso prezzo, in maniera continua, senza deturpare il paesaggio. Inoltre sono state costruite nel frattempo nuove centrali fotovoltaiche, per esempio una è stata costruita vicino a Bologna, una delle più grandi in Italia, costituita da 450 pannelli, e sono previsti nella sola Emilia Romagna altri 200 progetti di questo tipo. Un’altra buona notizia, dopo lo scempio dei rifiuti di Napoli, è che saranno costruiti dei termovalorizzatori che, oltre alla distruzione pulita dei rifiuti, produrranno calore ed energia elettrica. Infine l’ultima notizia raccolta è che l’Enel costruirà entro il 2012 al largo delle coste siciliane una centrale eolica con 150 turbine, la prima nel Mediterraneo. Ci si sta quindi muovendo, anche nel nostro Paese, nella diversificazione delle fonti di energia e di produzione di calore per il riscaldamento domestico, strategia che è l’unica vincente.
Cosa è successo di nuovo nel settore dei carburanti liquidi? Ci sono stati diversi eventi che hanno evidenziato che questo settore è quello che dipende di più dal petrolio, come hanno dimostrato i numerosi scioperi che si sono svolti in tutta Europa da parte di operatori nel settore dei trasporti ed anche i problemi economici che sono emersi nel trasporto pubblico ed in quello aereo, dove sono stati ridotti il numero di voli e si è manifestato interesse a cambiare la flotta con aerei a minore consumo di carburanti. Ma qui il problema è puramente politico, occorre detassare le attività lavorative che sono influenzate molto dal prezzo dei carburanti, ricordando che il 65% del suo prezzo è dovuto a tassazione e solo il 17% al prezzo del petrolio. Non ci sono state, invece, novità, in quello che si era augurato nel precedente editoriale e che avrebbe fortemente coinvolto la chimica, ossia nella sintesi di combustibili liquidi a partire dal gas naturale o dal carbone; anche l’impianto previsto da gas naturale in Nigeria dell’Eni non è stato realizzato. Probabilmente i costi sono ancora elevati, il prezzo del petrolio non è stabile e la richiesta di forti
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investimenti richiede più tempo per decidere. Ma è arrivata, però, la notizia che l’Eni ha costruito due impianti pilota, uno a Milazzo e uno a Mantova, per provare la tecnologia CPO (ossidazione parziale di metano) per produrre gas di sintesi in maniera alternativa e successivamente combustibili liquidi più economici, via reazioni Fischer-Tropsch o via metanolo. Inoltre l’Eni ha realizzato a Taranto un impianto dimostrativo da 1.200 barili al giorno di trattamento di frazioni pesanti e ha intenzione di realizzare un impianto da 23.000 barili al giorno della stessa tecnologia a San Nazzaro de’ Burgondi in Lombardia. A integrazione di questa scelta strategica l’Eni sarà probabilmente coinvolta nella caratterizzazione e forse anche nello sfruttamento del più grande giacimento al mondo di petrolio pesante nella valle dell’Orinoco in Venezuela.
È utile ricordare che le riserve di petrolio pesante, scisti e sabbie bituminose, quasi per nulla utilizzate adesso, ammontano a 2.000 miliardi di barili, circa come quelle di petrolio convenzionale. Si può, quindi, concludere che il nostro Paese si sta preparando anche a difendersi dagli effetti negativi sui carburanti liquidi dell’innalzamento del prezzo del petrolio ed anche al declino delle sue riserve, cercando alternative al petrolio convenzionale.
Non ci sono stati, invece, nuovi sviluppi nella produzione di biocarburanti, se non la notizia che tre autobus viaggiano alimentati da bioetanolo a La Spezia: c’è stata anzi una levata di scudi contro queste scelte ritenute responsabili dell’aumento del prezzo dei prodotti agricoli per l’alimentazione ed è stata questa la più grossa novità. C’è in aggiunta un’accusa della Banca Mondiale contro quei Paesi che danno sostegni economici alla produzione di biocarburanti ed inoltre non si è più sentito parlare della costruzione a Livorno da parte di Eni e UOP di un impianto di idrogenazione di oli vegetali per produrre “green diesel”.
Nel settore chimico l’unica novità di rilievo è arrivata dalla Cina, dove sarà costruito un impianto gigante di MTP (methanol to propylene) per produrre propilene da trasformare in polipropilene a partire dal carbone, via gassificazione a gas di sintesi e successiva produzione di metanolo. Il propilene attualmente viene ottenuto da frazioni di petrolio e gas naturale. Non ci sono, invece, molte notizie su nuove iniziative di risparmio energetico e di carburante e di aumento dell’efficienza energetica nei diversi settori, ed è, invece, proprio su questo che occorre intervenire subito. Questo, però, è più difficile perché comporta cambiamenti di stile di vita.
In conclusione con l’aumento del prezzo del petrolio trasformazioni stanno avvenendo in tutti i settori, eccetto che sul risparmio, anche se per il momento, l’effetto più marcato e macroscopico è quello sulle nostre tasche, sui mercati finanziari e sulla borsa.
Ottobre 2008 – Quale futuro per la chimica?
Su quali materie prime utilizzare in futuro, c’è un grande dibattito in tutti i Paesi e su tutte le riviste tecniche e non, ma questo dibattito coinvolge essenzialmente il problema della produzione di carburanti e di energia, toccando marginalmente la sintesi di prodotti chimici. È opinione diffusa che fra vent’anni l’utilizzo dei combustibili fossili per la produzione di energia elettrica e termica sarà fortemente ridotto e che metano, idrogeno e etanolo saranno i carburanti maggiormente utilizzati; quindi il petrolio potrebbe essere conservato per la chimica. In aggiunta la produzione chimica si differenzia da quella dei carburanti, perché è di due ordini di grandezza inferiore, possiede un maggiore valore aggiunto, e quindi c’è sempre un vantaggio economico ad entrare in chimica, e i processi di produzione sono più complessi, quindi non facilmente realizzabili da tutti i
Paesi. Inoltre la chimica di base (polimeri e fertilizzanti) ha una produzione di due ordini di grandezza superiore rispetto a quella della chimica secondaria, perciò per questo settore, a maggior ragione, non ci saranno problemi di reperibilità di materie prime nel prossimo futuro. Le materie prime che si possono prendere in considerazione in una strategia futura per l’industria chimica sono quelle già adesso utilizzate e cioé: il petrolio convenzionale (con riserve a basso costo di estrazione), il gas naturale, il carbone, le biomasse. Queste materie prime hanno attualmente un peso diverso a seconda della zona geografica e del tipo di prodotto ottenuto, però si può senza esitazioni affermare che la maggior parte del carbonio e dell’idrogeno presente nei prodotti chimici che utilizziamo tutti i giorni, proviene dal
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petrolio. Altre materie prime che potrebbero anche essere prese in considerazione nel futuro sono il petrolio non convenzionale (scisti e sabbie bituminose e petrolio pesante), gli idrati di metano, il metano presente nelle miniere di carbone: le riserve di queste materie prime sono molto superiori di quelle utilizzate attualmente (anche se sono molto elevati i costi energetici di estrazione) e si potranno anche prendere in considerazione sia la CO2 recuperata dagli impianti di combustione, sia l’idrogeno proveniente
dalla dissociazione dell’acqua, sia i rifiuti plastici. Perfino Mendeleev caldeggiava che il petrolio non fosse utilizzato per la combustione perché è un prodotto di valore troppo elevato. A conferma di questa scarsa preoccupazione nel mondo chimico circa i limiti all’approvvigionamento delle materie prime, si può constatare che grandi cambiamenti nell’industria chimica finora non sono avvenuti, nonostante diversi anni fa si dicesse che il prezzo del barile di petrolio che avrebbe innescato il cambiamento era di 35 dollari. Questo valore limite è stato spostato a 50, poi a 80, in seguito a 100: ora siamo arrivati a 147 e la chimica non ne sembra traumatizzata. Forse si aspetta che si stabilizzi il prezzo del petrolio, infatti è gia sceso in meno di un mese sotto quota 90, ma quello che frena ogni possibile cambiamento è il fatto che non siamo in realtà vicini alla sua fine o a una diminuzione della sua offerta e i costi di produzione dei primi intermedi con le nuove materie prime sono ancora molto costosi. Per potere utilizzare nuove materie prime occorre abbassarne il prezzo e l’ideale sarebbe ottenerle come sottoprodotti di altre industrie, in particolare di quella dei carburanti, come succede attualmente per il petrolio, o che vengano prodotte in grandi impianti per il loro utilizzo, per esempio come carburanti, come si verifica per l’etanolo. Per la chimica non c’è nessun limite a breve termine al reperimento delle materie prime, ci sono solo opportunità diverse che localmente possono essere sfruttate, per produrre prodotti a ridotto impatto ambientale ed anche a minor prezzo.
trifi5Novembre 2008 – Occorre prepararsi all’alto prezzo del petrolio più che alla sua fine Appena due mesi fa in un editoriale, commentando il fatto che in due anni il prezzo del petrolio era raddoppiato raggiungendo il valore di 147 dollari al barile e che secondo il parere di molti esperti stava puntando a 200, avevo scritto che non c’era assolutamente da preoccuparsi, almeno per la produzione di energia elettrica e per il riscaldamento, perché oramai diverse erano le alternative, rinnovabili e non, al petrolio sviluppate nel mondo ed anche nel nostro Paese. Un mese fa, in un numero dedicato ai limiti delle risorse e quindi al previsto raggiungimento del picco del petrolio, ancora nell’editoriale, avevo ricordato che anche per la chimica non c’era assolutamente da preoccuparsi per l’approvvigionamento futuro
delle materie prime, perché le quantità di petrolio utilizzate sono molto inferiori di quelle destinate alla produzione di carburanti ed inoltre è possibile sfruttare altre fonti fossili con tecnologie già ben collaudate o fonti rinnovabili per le quali, per le quantità in gioco, non c’è grande concorrenza con l’alimentazione. Adesso, solo dopo due mesi, ci troviamo con il prezzo del petrolio più che dimezzato a 61 dollari, invece che puntare sui 200 come molti catastrofisti avevano profetizzato, e ci si chiede se possiamo scrivere di non preoccuparsi anche per la produzione di carburanti, l’utilizzo principale di questa materia prima fossile, e se possiamo sperare che il famoso picco del petrolio, che avverrà inesorabilmente, si stia però allontanando nel tempo.
La prima cosa che risulta evidente è che l’alto prezzo del petrolio fosse dovuto solo a speculazione finanziaria, che non fosse condizionato dalla domanda e dall’offerta, e che quindi il petrolio non si sta affatto esaurendo, così come tutte le altre fonti fossili attualmente utilizzate. L’aumento del prezzo, infatti, non era coinciso con una diminuzione della sua offerta, ma solo con un aumento della sua domanda da parte di India e Cina. Anzi alcuni mesi fa l’Arabia Saudita aveva acconsentito ad aumentarne la produzione e solo ora che il prezzo si è dimezzato l’OPEC (l’associazione di produttori che copre il 40% della produzione mondiale di petrolio) ha deciso di diminuirla, così come Iran e Venezuela avevano richiesto, già quando era andato sotto i 100 dollari. L’estrazione del petrolio costa circa 5 dollari al barile nel Golfo Persico, 20 dollari nel mare Nord e 35 dollari in giacimenti di petrolio pesante, quindi per i Paesi produttori i margini di guadagno sono ancora abbondanti. Proprio questo dovrebbe spingere alla ricerca di nuovi giacimenti, al
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migliore sfruttamento di quelli esistenti, a trovare alternative per la produzione dei carburanti e a migliorare l’efficienza energetica dei motori. E quindi, in definitiva, è proprio l’elevato prezzo del petrolio che aiuta a prepararsi con saggezza ed in largo anticipo alla sua inesorabile fine. È bene ricordare che le riserve accertate di petrolio convenzionale sono 1.028 miliardi di barili, mentre quelle di altre fonti fossili in miliardi di barili di petrolio equivalente sono 1.080 per il gas naturale, 1.950 per il petrolio non convenzionale, 6.100 per gli idrati del metano, 1.000 per il metano associato al carbone e 5.000 per il carbone. Il mondo consuma circa 30 miliardi di barili all’anno, quindi è facile verificare quanti anni dobbiamo aspettare per la scomparsa del petrolio, tuttavia ci sono anche altre riserve fossili prevedibili. Infatti, quelle riportate sono le riserve accertate, ma le stime recenti dell’AIE hanno valutato riserve di almeno altri 1.600 miliardi di barili. Basti pensare che in Italia abbiamo trovato petrolio in Basilicata a 4.000 metri di profondità ed a Trecate (BG) a 6.000 metri e questi sono tra i pozzi più profondi al mondo. Esplorazioni a tappeto sono state fatte solo negli Stati Uniti ed in Canada, ma pochissime negli altri Paesi ed alcune sono iniziate solo dopo il 2006 con l’innalzamento del prezzo del petrolio, un forte incentivo a cercarne dell’altro. Le stime accertate di riserva di petrolio attualmente sono superiori a quelle di trent’anni fa ed il picco di petrolio ipotizzato da Hubbert si è spostato nel corso degli anni. Secondo Leonardo Maugeri, direttore “Strategie e sviluppo” dell’Eni, cercare la cifra definitiva delle riserve di petrolio è un mistero come il santo Gral, perché è realmente difficile valutare con sicurezza la quantità di petrolio nel sottosuolo: infatti non ci sono dei laghi sotterranei, facili da caratterizzare, ma in gran parte ci sono strati di roccia imbevuti di petrolio e non ci sono ancora tecniche affidabili per la valutazione accurata di tali quantità.
Secondo il presidente dell’Opec, l’algerino Chakib Khelil, di riserve di petrolio ce ne sono per almeno 50/100 anni e che più che il picco del petrolio ai Paesi produttori fa paura il picco della domanda, ossia la riduzione delle richieste di petrolio, perché si sarà passati ad altre fonti energetiche, e per il petrolio succederà come per il carbone, del quale sono rimaste ancora enormi riserve, da quando è stato soppiantato dal petrolio. Khelil inoltre crede che la teoria del picco del petrolio proposta da Hubbert sia vanificata dal fatto che quest’ultimo non ha tenuto conto del progresso tecnologico che ha aumentato le riserve ed ha permesso di trovare petrolio in posti prima mai pensati (per esempio al largo in fondali marini) e di sfruttare meglio i giacimenti ora attivi.
C’è attualmente un grande impegno delle industrie petrolifere, compresa l’Eni, nella ricerca per aumentare l’efficienza di estrazione ed il recupero dei giacimenti in esaurimento, nel mettere a punto nuove tecniche per individuare e sfruttare giacimenti collocati in profondità, nel trasportare gas naturale da lunghe distanze e nel trasformarlo in situ in prodotti liquidi ed infine nell’estrarre in maniera economica petrolio pesante e trasformarlo in petrolio convenzionale. Solo il 35% di petrolio può essere estratto dai giacimenti con le tecnologie attuali, ma nel futuro questa cifra aumenterà senz’altro; inoltre solo il 30% dei bacini sedimentari dove può essere trovato petrolio è stato accuratamente investigato. Quindi è chiaro che un giorno il petrolio finirà, ma questo momento sembra ancora molto lontano. Non solo le riserve di petrolio sono maggiori di quanto previsto, ma possiamo ottenere carburanti liquidi da gas naturale, da carbone, da rifiuti, da biomasse e da sabbie e scisti bituminosi con tecnologie ben collaudate e potranno essere messi sul mercato carburanti meno inquinanti alternativi al gasolio ed alla benzina, come il metano, l’etanolo, il DME, il biodiesel e l’H2. È dunque importante razionalizzare da subito i consumi di carburante e per questo
dobbiamo tenere conto anche delle ipotesi di chi vede il picco del petrolio molto vicino, perché questi messaggi possono essere una forte spinta al risparmio. È utile ricordare che nei progetti di sostenibilità di molte industrie chimiche c’è proprio l’impegno di mettere a punto nuovi materiali che rendano gli autoveicoli più leggeri per ridurre i consumi di energia e di utilizzare trasporti più leggeri per i loro prodotti. Avvicinandosi al picco del petrolio non solo occorre risparmiare sulle quantità di carburanti utilizzate, ma anche investire nella ricerca di nuovi carburanti alternativi o in nuove vie di sintesi a partire da materie prime non tradizionali, perché questa e l’unica via per calmierare il prezzo del petrolio. Il vero prezzo del petrolio è quello dei prodotti alternativi che possiamo mettere a punto. Non è alla fine del petrolio che dobbiamo prepararci, in maniera prioritaria, ma al suo elevato prezzo. Così, come teme il presidente dell’OPEC, se troveremo alternative ai carburanti attuali e alle loro vie di sintesi, potranno rimanere in futuro enormi quantità di petrolio non vendute, che, se il prezzo sarà accettabile, potremo utilizzare per la chimica.
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Adesso, però, la paura è nell’abbassamento del prezzo del petrolio perché questo frena i progetti sui carburanti alternativi.
Conclusioni
Molte delle previsioni che erano state fatte nel passato non si sono avverate. Sembrava che dovesse ripartire il nucleare in Italia ed in Europa ma non è ripartito. Sembrava che dovesse partire la sintesi di carburanti liquidi da gas naturale ed una chimica da paraffine e non sono partite. Sarebbe dovuta partire una nuova centrale a carbone a Porto Tolle, la più avanzata al mondo con sequestrazione della CO2, ma non è stata autorizzata. Si sarebbero dovuti realizzare molti rigassificatori ma sono stati realizzati solo i due di Adria e Livorno. Sarebbe dovuto arrivare altro gas naturale con nuovi gasdotti ma la loro costruzione non è ancora terminata. Sta per partire la realizzazione delle due bioraffinerie di Marghera e Gela a partire da olio vegetale, ma solo perché la Comunità Europea ha imposto di utilizzare una percentuale ben definita di biocarburanti per il 2020. In campo chimico ci sono stati diversi utilizzi di biomasse come materie prime, ed il nostro Paese ha dato un contributo significativo, ma non perché costassero di meno o fossero più disponibili, ma per la migliore qualità dei prodotti e per la semplificazione dei processi di trasformazione. Solo in Italia si è sviluppata una produzione significativa di energia elettrica mediante fotovoltaico a seguito di notevoli incentivi statali. Per il futuro, per adesso, non si possono fare previsioni.
BIBLIOGRAFIA 1 F. Trifirò, Chimica e Industria, 2001, 83(10), 11. 2F. Trifirò, Chimica e Industria, 2006, 88(8), 5. 3F. Trifirò, Chimica e Industria, 2008, 90(7), 4. 4F. Trifirò, Chimica e Industria, 2008, 90(8), 4. 5F. Trifirò, Chimica e Industria, 2008, 90(9), 4. 6S. Carrà, Chimica e Industria, 2013, 95(7), 72. 7S. Carrà, Chimica e Industria, 2013, 95(8), 87. 8S. Carrà, Convegno “La sfida del Terawatt: quale ricerca per l’energia del futuro?”, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma, 5-6 novembre 2013.
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22 thoughts on “Polemiche di s…..picco!

  1. Aggiungo il mio modesto contributo all’interessante discussione.
    A mio avviso il prezzo attuale del petrolio è soprattutto dominato da strategie finanziarie e geopolitiche che vogliono mettere in crisi i piccoli petrolieri da shale gas che, proprio perché piccoli, sono fortemente indebitati con piani di rientro incompatibili col petrolio sotto i 75USD o addirittura oltre.
    La mia personale previsione è che, appena questi piccoli produttori falliranno (e i primi hanno già cominciato a farlo) verranno acquistati, armi e bagagli, a prezzi di realizzo dai soliti noti (compagnie petrolifere, fondi sovrani, ecc.) per metterli fuori mercato e/o impiegarli appena i prezzi saranno [resi] di nuovo interessanti.
    È come al poker: quando hai poco in mano e tanto in tasca, puoi sempre esporti di più di chi ha qualcosina in mano e pochissimo in tasca…
    Un motivo per cui non gioco (essendo della seconda categoria in relazione alle tasche!).
    È altresì evidente che l’aumento dei costi ha spinto verso una rivoluzione positiva, di efficienza nel consumo, di nuovi modi di produrre da fonti rinnovabili ma questa rivoluzione non è né compiuta né valida per tutti gli usi dell’attualmente insostituibile petrolio.
    È evidente che se riusciremo a tagliare l’uso energetico di questo, potremo avere più tempo per sviluppare alternative sostenibili al problema dei trasporti (e delle fonti di energia semplici da gestire, quali i combustibili liquidi) e alle materie prime per la chimica che, oggi, non sono ancora certamente sostituibili con fonti rinnovabili equivalenti per costi e per prestazioni.
    Io, come molti, sono per una visione corale che non punta “sulla soluzione”, anche perché la versatilità del petrolio sarà difficile da sostituire con una sola soluzione, ma che ponga sul tavolo varie opzioni strategiche da perseguire, non ultima tra queste un ritorno alla parsimonia e al riuso, e a politiche realmente incentivanti al disegno di beni e prodotti a basso impatto e di facile riciclaggio e recupero, e non basata su sovvenzioni a “cose” fatte con materiali riciclati di bassa qualità e pessime prestazioni.
    Non nascondo altresì la mia propensione, comunque prevista esplicitamente dalle norme europee sebbene bellamente disattesa in buona parte dell’Italia, a spingere esaurita la possibilità di riciclo e recupero materiale dei rifiuti, di impiegarli come combustibile.
    La parte biologica e rinnovabile presente farà ila sua parte, ma anche le frazioni plastiche non recuperabili altrimenti, quantomeno eviteranno di bruciare altro petrolio, gas o carbone.
    Anche perché se gli scarti combustibili dei rifiuti, li buttiamo nelle discariche, non sono una grande dote per i nostri figli.
    Come sempre ottimo lo spunto e aspetto con interesse l’evoluzione della discussione.
    Tomaso Munari

      • Ho già spiegato il senso di questa frase, che non deve ovviamente essere presa alla lettera. Leggere bene prima di scrivere.
        E’ caso mai singolare che proprio io, adesso oggetto degli attacchi dei soliti catastrofisti ambientali, o se preferite ambientalisti catastrofici, invece di chiacchierare ho svolto ricerche sull’utilizzo di grandi quantità di CO2 per produrre idrocarburi. Purtroppo manca l’interesse dell’industria su questo argomento. Adoperativi allora piuttosto per suscitarlo.

      • Professor Pernicone come gestore del blog la invito a scrivere un articolo sull’utilizzo di grandi quantità di CO2 per produrre idrocarburi; stia pur sicuro che da termodinamico sarò in grado di apprezzarne la sostenibilità termodinamica e di plaudire a qualcuno che sia riuscito a portare l’EROEI della Fischer-Tropsch sopra 1.

      • Informo cortesemente che gli idrocarburi da CO2 si fanno via metanolo.
        Per quanto riguarda EROI sono rimasto a quelli omerici. Non sembra però che sia un dato così affidabile. Comunque se la CO2 è così disastrosa si può anche spendere un po’ di energia (solare?) per eliminarla.

      • Egregio collega lei aveva scritto in data 1 marzo la frase: “invece di chiacchierare ho svolto ricerche sull’utilizzo di grandi quantità di CO2 per produrre idrocarburi”; ora ci informa che la cosa avviene tramite alcool metilico; io rimango dell’avviso che sarebbe il caso che lei ci raccontasse un po’ di più sul tema, scrivendo un post; le rinnovo l’invito, se se la sente, ovvio; così capiremmo se basta “un po’” di energia per eliminarla; per quanto attiene all’EROI o EROEI esiste una ampia letteratura internazionale sul tema; per esempio questo: Sustainability 2011, 3, 1796-1809; doi:10.3390/su3101796;se trova il coraggio di esporre le sue ricerche al blog, siamo qui; buona lettura; la saluto prof. Pernicone.

  2. C’è una differenza sostanziale fra depauperamento (depletion) che riguarda lo stock e scarsità (scarcity) che riguarda il flusso. Il primo è un fenomeno ineludibile di ogni risorsa non rinnovabile (o rinnovabile sfruttata ad un tasso superiore a quello di rigenerazione). Quindi il depauperamento degli idrocarburi è iniziato con l’estrazione del primo barile di olio e del primo metro cubo di gas. La scarsità/abbondanza, come detto, riguarda il flusso e determina il prezzo di mercato. E’ ovvio che nei tempi lunghi il depauperamento dello stock vada ad influire sul flusso e, quindi, anche sul prezzo di mercato. Ma la dinamica e i tempi di questo influsso sono complessi e difficilmente prevedibili come mostrano gli scarsi successi di chi si occupa di proiezioni di prezzo (solitamente usando modelli poco realistici).

    Mi perdonerete se ritorno sul mio post che è stato ospitato in questo blog dieci giorni fa.
    https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/02/04/il-picco-del-petrolio-nonostante-tutto/

    In quel post scrivevo che un picco del petrolio lo abbiamo già sperimentato alla metà degli anni ’10 e si tratta del picco del petrolio convenzionale. Le ricadute di questo picco devono ancora essere comprese pienamente, ma in molti siamo convinti che abbia avuto un ruolo importante nella crisi economico finanziaria che è seguita. In ogni caso sarebbe opportuno che chi nega il processo di depauperamento commentasse questo aspetto invece di trincerarsi dietro affermazioni apodittiche sull’assenza di “un incombente depauperamento delle risorse di idrocarburi”.

    Dal 2005 la crescita della produzione di combustibili liquidi è stata coperta da categorie di liquidi di diversa natura e, soprattutto, costo rispetto al petrolio convenzionale. Il grafico che propongo qui sotto sovrappone i volumi di produzione delle diverse categorie di petrolio dal 1980 ad oggi, in base al costo di estrazione crescente.

    Questo grafico suggerisce che il declino del convenzionale (alias legacy oil, alias cheap oil, alias affordable oil) è stato compensato dall’aumento di categorie più costose.
    Ora può darsi che il miglioramento delle tecnologie di fracking possano abbassare ulteriormente il costo di estrazione, e sicuramente il calo del prezzo ha determinato una corsa al taglio dei costi in un settore industriale, quello del fracking, pesantemente indebitato e bisognoso di un continuo flusso di capitali. Ma la tecnologia può vincere una battaglia, non la guerra. La guerra, alla fine, la vince la geologia. Ne ha già vinta una con il convenzionale che, è bene ricordarlo, è la categoria di petrolio che ha alimentato il sistema industriale nel secolo scorso.

    I costi della rivitalizzazione del convenzionale nel perido 1999-2013 sono stati ingenti, con un tasso di crescita annuo composto pari all10.9%, da confrontare con quelli del periodo 1985-1998 che erano in media dello 0.9%. Il costo complessivo delle operazioni upstream sono state pari a 4000 miliardi di dollari (G$). 350 G$ nelle sabbie bituminose, 2500 G$ nei giacimenti convenzionali, e altre centinaia di G$ nel fracking. Il risultato è che la produzione di convenzionale è stata meramente rallentata scendendo di più di 1 milione di barili al giorno (Mb/d) rispetto al massimo di circa 70 Mb/d del 2005. A mo’ di confronto nel periodo 1998- 2005 si erano spesi 1500 G$ aggiungendo alla produzione 8.6 Mb/d. Se questi dati non indicano il depauperamento delle risorse di petrolio non so cosa si debba aspettare per dire che il Re è nudo.

    Forse con il declino dell’EROEI degli idrocarburi l’avvicinarsi del precipizio dell’Energia Netta? Non mi voglio ripetere e ingombrare eccessivamente questo spazio, quindi lascio ad un paio di riferimenti bibliografici la spiegazione di questi aspetti.

    http://www.researchgate.net/publication/259079397_EROI_of_Global_Energy_Resources_Preliminary_Status_and_Trends

    Per quanto riguarda il nesso fra questione energetica e questione climatica (che è un sottoinsieme della questione più generale dell’ecologia di Homo sapiens) invito chi non avesse ancora avuto l’opportunità, di leggere la lettera di lettera di Christopher McGlade e Paul Ekins su Nature.

    http://www.nature.com/nature/journal/v517/n7533/full/nature14016.html

    La cui conclusione è abbastanza semplice: se vogliamo mettere mano alla questione delle emissioni al fine di evitare un’evoluzione catastrofica del riscaldamento climatico (cioè rimanere entro i 2 °C di media globale) una gran parte delle riserve di combustibili fossili dovranno rimanere dove sono.

    In fin dei conti anche se fosse vera nel senso indicato da Trifirò l’abbondanza di combustibili fossili non sarebbe una buona notizia perché è giunto il momento di farne a meno.
    Qualcuno pensa che l’economia non possa sopportare questo sacrificio, allora sarà l’economia a dover cambiare perché sicuramente non lo faranno le leggi fisiche.
    Luca Pardi

  3. Sono sconvolto dal fatto che esistano nel 2015 scienziati che negano con una frasetta dei lavori cosi complessi con risposte cosi chiare. Trifirò e Carrà, ciò che dite mette i brividi. Punto. Senza se e senza ma

  4. Poiché ho ricevuto critiche per il mio precedente forse troppo conciso intervento, posso precisare che “voler tornare all’età della pietra” è solo un comune modo di dire per indicare chi, per i motivi più vari, vorrebbe arrestare lo sviluppo o addirittura farlo arretrare. Poiché in una tale evenienza i primi a rimetterci sarebbero proprio gli investimenti nella ricerca scientifica, mi permetto di non capire gli scienziati che assumono tali posizioni.

    • a mio parere vuole tornare all’età della pietra chi insiste su metodi e tecnologie arretrati e che hanno mostrato i loro limiti; l’uso della combustione data circa 1 milione di anni e l’uso dei fossili alcuni secoli; visti i danni ambientali e climatici che hanno provocato sarebbe veramente un tornare all’età della pietra continuare ad usarli perfino accrescendone il ruolo; l’unica strada è di ridurne l’importanza e sviluppare le tecnologie rinnovabili: eolico, fotovoltaico, geotermico, idro e così via;secondo un recente articolo di Nature citato peraltro da Luca Pardi occorre lasciare sotto terra una buona quota delle riserve conosciute per evitare di superare il limite di aumento globale della temperatura superficiale di 2°C sopra i valori di riferimento del secolo XIX; valori che in alcune zone del pianeta, fra cui il nostro paese per esempio sono stati già superati. Non è detto che quello che ha funzionato in passato funzioni anche in futuro. La crescita quantitativa presenta limiti insuperabili dato che la biosfera è finita; giustamente lo sviluppo è altro; può essere qualità della vita; molte analisi dimostrano che aumentare quantitativamente il reddito o il benessere economico non corrisponde ad un effettivo miglioramento quando si superino certi valori critici e già elevati di reddito e di patrimonio.

      • Si sentono sempre ripetere i medesimi argomenti e non voglio adesso polemizzare sulla dubbia teoria del global warming.
        Dico solo che un Paese a vocazione turistica come il nostro non può riempirsi di ridicole pale eoliche e che su geotermico e idroelettrico molto è già stato fatto. Il fotovoltaico ben venga, una volta aumentata la sua efficienza.

      • L’unica cosa che si sente ripetere sono i dubbi sulla teoria del GW privi di argomentazioni. La scienza va avanti e giustifica ogni giorni dì più i dati ottenuti.
        Poi c’è chi arriva senza competenze, conoscenze e sentenzia! Vabbeh….

      • Pernicone rimango sempre sbalordito a sentire castronerie di questo tipo, ma me ne faccio una ragione; mettere in dubbio il GW è come mettere in dubbio il legame chimico; la climatologia è una scienza con migliaia di studiosi e il GW non è una teoria, è un fatto; io insegno chimica fisica del clima da qualche anno, le prove non solo del GW, quello ripeto è un fatto acclarato ma sulla responsabilità umana sono talmente tante che chi nega queste cose dimostra solo di essere ignorante: negli ultimi 160 anni per esempio la temperatura media del nostro paese è aumentata di 2.4°C.I “medesimi” triti pseudoargomenti sono quelli di chi, certamente IGNORANDO le più elementari nozioni di climatologia, vuole negare l’evidenza; ripeto è come se lei mettesse in dubbio il legame chimico o perfino l’esistenza degli atomi, e per riprendere l’argomento iniziale queste erano questioni che d’altronde erano messe in dubbio alla fine dell’800 da gente come Ostwald, quindi non mi meraviglio affatto che lei spari cose del genere

      • Chi è a corto di argomenti spara insulti. Essere paragonato a Ostwald però non dispiace.

      • Io non l’ho paragonata a Ostwald, ho solo detto che se perfino Ostwald che tanto ha dato alla chimica poteva arrivare a negare la teoria atomica alla fine dell’800 (perchè di fatto gli sconvolgeva la concezione del mondo) una persona completamente ignorante di climatologia potrà pur dire che il GW è una “teoria dubbia”; la realtà è che lei non ha mai studiato il tema o ha dato un solo esame a riguardo, ci scommetto; posso sapere che competenze ha per affermare che la teoria del GW è “dubbia”?

      • Contesto che una persona, scienziato o meno, possa parlare soltanto degli argomenti di cui è specialista. Io, ad esempio, dovrei parlare soltanto di catalizzatori. Assurdo. Rivendico per ognuno il diritto di parlare di ogni argomento che, direttamente o indirettamente, possa influenzare la propria esistenza. Ciò premesso, è ovvio che ho letto articoli di vari esperti, pro e contro l’origine antropica del GW (che il GW sia un dato sperimentale credo che nessuno lo contesti). Nessuno mi ha convinto. Come uomo di scienza, credo di essere capace di rendermi conto dei problemi scientifici anche se al di fuori delle mie competenze. Pertanto ho legittimamente concluso che l’origine antropica del GW è dubbia. Dalle sue scomposte reazioni sembra che abbia detto che è sbagliata. No, ho solo detto che è dubbia, senza prendere una precisa posizione in merito. I lettori giudicheranno che credito dare a chi crede nelle teorie scientifiche come se fossero il Vangelo.
        Et de hoc satis.

      • Secondo gli scienziati che ci lavorano e secondo le maggiori società scientifiche del mondo la relazione fra GW e origine antropica è provata con una affidabilità superiore al 95%; stiamo parlando di una affidabilità che supera quella di dati sperimentali pubblicati con una deviazione standard pari a 2*sigma; lei prof. Pernicone quando pubblica un dato usa di solito quale livello di affidabilità 1 o 2 sigma? Personalmente io mi limito ad 1 sigma. Ma conosco parecchi colleghi che usano due sigma. Avere dubbi su dati di questa qualità e raccolti per di più da migliaia di ricercatori, conditi con un lavoro teorico che dura ormai da oltre un secolo, equivale a dire che si mette in dubbio l’equivalente della legge di azione di massa; chiunque può avere l’opinione che vuole ma se un non specialista ritiene che tutti gli specialisti del mondo di una certa branca sbaglino le loro conclusioni in questo caso i motivi che deve addurre

        prima di tutto a se stesso

        dovrebbero essere ben più solidi di una opinione generica, basata sulla sua generica competenza di scienziato. A parte che mi incuriosisce sapere quali sono gli specialisti del clima che pubblicano e che dicono che l’origine antropogenica del GW è dubbia; giusto per curiosità chi sarebbero prof. Pernicone? E quali sono i motivi per cui secondo lei l’origine è dubbia per lei mentre è sicura al 95% o più per il 97% dei climatologi ATTIVI? Aggiungo una cosa: questo approccio di considerare una disputa ciò che NON è una disputa fra scienziati non è corretto, l’unica disputa esiste fra neghisti interessati, petrolieri e simili e il mondo della scienza.

  5. La realtà va rovesciata, chi è a corto di argomenti (non per stupidità, ma spesso perché parla per sentito dire, e gli piace solo una parte del sentito dire) generalmente vede solo gli insulti. Per questo quando si parla di queste cose si devono limitare gli accenti polemici ed evitare gli insulti. A meno che non si faccia tesoro dell’irritazione! Spesso l’irritazione reciproca che certe posizioni provocano può essere più utile a capire il proprio punto di vista che quello altrui. Personalmente ho fatto tesoro di questa indicazione che ho sentito formulare dall’antropologa Marianella Sclavi (http://www.pratika.net/portal/formazione/510-le-sette-regole-dellarte-di-ascoltare-di-marianella-sclavi.html) ma sicuramente ha una storia più lunga. Ogni volta che qualcuno mi irrita su un argomento ci scavo sopra invece di correre a rispondere per le rime, tanto per provare che sono più bravo e intelligente io (atteggiamento molto comune in politica e nell’accademia). Nel merito della questione sollevata da Pernicone, in modo irritante, quello che posso dire è che anche questa questione va rovesciata. Il problema non è che ci sono scienziati che auspicano il ritorno all’età della pietra. Ci sono scienziati convinti, con molteplici gradazioni di convinzione e molteplici risposte possibile, che l’umanità nel suo complesso sia in overshoot ecologico. E in questo mondo dagli overshoot ecologici si rientra sempre. Le modalità di rientro (dolce), sempre secondo questi scienziati, non prevedono il perseverare nell’uso dei mezzi che questo overshoot hanno causato. Fra questi, ovviamente, i combustibili fossili. La formulazione è rozza perché l’overshoot andrebbe sviscerato oltre che nelle sue componenti biofisiche ed economiche anche in quelle sociali locali e globali, formulazione che ci porterebbe troppo lontani. E’ chiaro che il mio punto di vista è che non sia possibile crescita (lo sviluppo non si sa cosa sia) infinita in un sistema finito. E ripropongo la domanda che la settimana scorsa il prof. Tartaglia ha posto alla conferenza di presentazione del libro di Ugo Bardi “Extracted”: “Perchè è così difficile capire una cosa tanto ovvia?”.
    In cauda venenum: fra le cose non-sostenibili del nostro tempo c’è proprio il turismo per cui la “vocazione” è, anche quella, un attributo abbastanza irrilevante. Sempre, e rigorosamente, dal mio punto di vista; denudato dall’irritazione maieutica che mi provocano le parole di Pernicone.

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