Gender Studies su donne e scienza

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

di Sandra Tugnoli Pattaro*

Sandra PattaroI gender studies hanno preso avvio nei paesi di lingua anglosassone (USA, Canada, Gran Bretagna) tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 del Novecento, con la ripresa dei movimenti radicali femministi, in concomitanza con istanze contro-culturali denuncianti il razzismo, il colonialismo, il capitalismo della cultura occidentale, nonché gli usi ed abusi della scienza. Furono anni in cui il disagio e il disappunto si espressero attraverso manifestazioni di piazza, come quelle dei movimenti studenteschi, in azione nelle maggiori università americane ed europee (il ’68), e attraverso posizioni epistemologiche, come quelle postempiristiche anarchico-radicali di Paul Feyerabend.

È importante tenere presenti le radici politiche della riflessione epistemologica femminista, perché esse aiutano a capire le ragioni per cui, ancor oggi, persino entro le sue formulazioni più mature, critiche e disincantate, rimane sullo sfondo ancor vivo l’originario atteggiamento di ostilità nei confronti della scienza, il quale forse rappresenta il maggiore ostacolo intellettuale a un sufficiente distacco emotivo nell’affrontare i temi teorici generali.

La posizione femminista presenta varie tendenze, spesso in contrasto fra loro, ma riconducibili a tre correnti principali[1].

La prima corrente è quella dell’empirismo femminista (feminist empiricism), secondo cui il sessismo e l’androcentrismo costituiscono limiti sociali correggibili attraverso una maggiore aderenza alle norme metodologiche esistenti nella ricerca scientifica. Si tratta di rigettare la “cattiva scienza”, non la scienza nel suo complesso.

La seconda corrente è quella del femminismo potremmo dire tout court (feminist standpoint), che s’ispira alla riflessione hegeliana sul rapporto padroni-schiavi e alla sua successiva elaborazione da parte di Marx, Engels e Lukács. Essa sostiene che la prospettiva femminista è in grado di assicurare un fondamento moralmente e scientificamente alternativo e preferibile alle interpretazioni dominanti della natura e della vita sociale.

La terza corrente è quella del postmodernismo femminista (feminist postmodernism), che, pur appellandosi a fonti filosofiche disparate come Nietzsche, Derrida, Foucault, Lacan, Feyerabend, Gadamer, Wittgenstein, Latour, oggi allarga il proprio contesto di azione, accomunando la questione femminista a quella di tutti i gruppi emarginati e periferici. Questa corrente auspica che a) la tradizione scientifica debba essere contestata e trasformata più di quanto non si sia usualmente fatto; e b) contestazioni e trasformazioni vengano alimentate dal basso (dai gruppi periferici) e non, come è avvenuto finora, dall’alto. Kuhn ci ha reso consapevoli del fatto che la scienza è un’istituzione sociale, così come le ricerche sulla tecnica che le tecnologie non sono neutrali. Gli studi di genere femministi hanno spesso denunciato tali limiti, in particolare gli standard di oggettività e l’idea di razionalità della scienza, portando la critica al cuore della scienza stessa: il metodo di ricerca. La critica si focalizza non sui pregiudizi, ma sugli assunti le pratiche le culture delle istituzioni e su certe filosofie della scienza.

Il postmodernismo femminista rispecchia l’evoluzione dei gender studies negli ultimo 40 anni. Dalla metà degli anni ’70 a oggi molte femministe sono, infatti, passate da un atteggiamento trasformista a uno rivoluzionario, mirando a una “rivoluzione intellettuale, morale, sociale e politica più radicale di quanto i fondatori delle moderne culture occidentali potessero aver immaginato”[2].

Ne è seguito un ribaltamento di quesito circa il rapporto gender/science: dalla “women question in science” (che cosa fare circa la posizione delle donne nella ricerca scientifica?) si è passati alla “science question in feminism” (è possibile usare a scopi di emancipazione scienze in apparenza intimamente legate ai progetti “occidentali”, “borghesi” e “maschili”?), cui segue l’ulteriore quesito: è preferibile considerare la donna all’opera entro un modello di scienza tradizionale di stampo maschile o una scienza che cambia completamente aspetto, rivoluzionata dalla riflessione critica femminista?

Sulla liceità del cambio di quesito e sulle risposte a l’uno o l’altro, le posizioni femministe registrano divergenze, tensioni e contraddizioni. Molte scienziate che hanno pagato sulla propria pelle la conquista di riconoscimenti istituzionali scientifici sono preoccupate delle conseguenze di un’eventuale riorganizzazione dell’intera gerarchia sociale della scienza per liberare la scienza dall’androcentrismo. Altre protestano che usi ed abusi della scienza nulla hanno che fare con le caratteristiche della “scienza pura”. Altre ancora sono scettiche sul valore delle denunce femministe circa le connotazioni sessuali della scienza e dell’epistemologia, critiche che paiono loro estranee alla pratica scientifica.

[1] Ricostruite da Sandra Harding, The Science Question in Feminism, Milton Keynes: Open University Press, 1986, pp. 24-29. Cfr. anche S. Harding, Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities, Chapell Hill (NC): Duke University Press, 2008.

[2] Harding, The Science, cit., p. 10.

*Sandra Tugnoli Pattaro è stata professore ordinario di Storia della scienza presso l’Università di Bologna. I suoi principali interessi di ricerca (su cui ha scritto monografie e svariati saggi) sono l’epistemologia e la metodologia scientifica; la filosofia della natura e la medicina nel ‘500; la rivoluzione chimica; scienza, bioetica e diritto; gender studies.

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