19 luglio 1985: fluorite mortale.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Ovviamente il titolo è provocatorio, la fluorite è innocente e vedremo chi è il colpevole; mi riferisco all’episodio della val di Stava, nel Trentino dove vivo ormai da oltre 25 anni.

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Alle ore 12 22’ 55’’ del 19 luglio 1985 cedette l’arginatura del bacino superiore che crollò sul bacino inferiore che a sua volta crollò.

La massa fangosa composta da sabbia, limi e acqua scese a valle ad una velocità di quasi 90 chilometri orari e spazzò via persone, alberi, abitazioni e tutto quanto incontrò fino a raggiungere la confluenza con il torrente Avisio.

Lungo il suo percorso la colata di fango provocò la morte di 268 persone e il ferimento di altre 20, la distruzione completa di 3 alberghi, di 53 case d’abitazione e di 6 capannoni; 8 ponti furono demoliti e 9 edifici gravemente danneggiati. Uno strato di fango tra 20 e 40 centimetri ricopriva un’area di 435 mila metri quadri circa per una lunghezza di 4,2 chilometri. Dalle discariche fuoriuscirono circa 180 mila metri cubi di materiale ai quali si aggiunsero altri 40-50 mila metri cubi provenienti da processi erosivi, dalla distruzione degli edifici e dallo sradicamento di centinaia di alberi. La catastrofe della Val di Stava è uno fra i più gravi disastri avvenuti al mondo per il crollo di bacini di decantazione a servizio di miniere.

(Stava | Tesero: la ricostruzione e la memoria (1985-2010) – Capitolo “L’attività mineraria in Val di Stava” curato da Graziano Lucchi)

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Come può essere accaduta una cosa del genere nella moderna Italia di appena trent’anni fa?

Non voglio rivangare casi noti in Italia: il Vajont (9 ottobre 1963, 1910 morti), Molare (13 agosto 1935, 100 morti), Gleno (1 dicembre 1923 350 morti), non solo perché parliamo di molti più anni fa, ma anche perché stiamo parlando di dighe idroelettriche; mi basterà ricordare che DOPO Stava si sono verificati nel mondo 45 incidenti legati al crollo di dighe costruite per attività mineraria.

Come i nani della Terra di mezzo di Tolkien, gli uomini (e per loro alcune grandi aziende ed i loro dirigenti e tecnici) estraggono le enormi ricchezze della Terra, ma pagano un prezzo sempre maggiore e l’avidità verso quelle ricchezze ha un costo crescente.

In una bellissima presentazione (da cui sono tratte alcune immagini http://www.culturaevita.unimore.it/site/home/corsi-2012-2013/documento21024267.html) il collega Francesco Ronchetti di UniMoRE ricorda alcuni dei più famosi incidenti recenti:

– Sgorigrad e Vratsa, Bulgaria , (1 maggio 1966, 488 morti) Zn, Pb, U

– Aberfan (Galles, Inghilterra), (21 ottobre 1966, 144 morti, di cui 116 bambini) carbone

– Buffalo Creek (USA), (26 febbraio 1972) 125 morti, carbone

– Taoshi, (Cina) (8 settembre 2008), 300 morti, carbone

Il monte Toc era conosciuto per la sua instabilità, toc vuol dire marcio nel dialetto della zona; esattamente come taoshi in cinese vuol dire tarlato.

Capite? Le persone che abitavano nei luoghi devastati da una improvvida azione umana sapevano che la terra si sarebbe ribellata.

Ma vediamo meglio cosa c’entra la chimica, perché un poco c’entra anche la chimica, intesa come il settore di attività di chi operava a Stava e Prestavel, come di chimica industriale furono le operazioni mal condotte che portarono al disastro.

Il giacimento di Prestavel si trova al confine sud del blocco dolomitico, quindi della zona di calda laguna preistorica che le ha viste crescere, a pochi chilometri da Cavalese e dal passo di Lavazè, sulle montagne della sinistra Adige; se si guarda questa zona dalle montagne che corrono lungo la destra Adige, per esempio dalla terrazza naturale che si trova sopra il lago di Caldaro, si nota subito il magnifico contrasto fra il Corno Bianco, più a Nord, e il Corno Nero, più a Sud che si guardano a traverso del passo di Oclini; la miniera di Prestavel si trova proprio nella zona alle spalle del Corno Nero (il Palone nella mappa). Stava è una frazione del comune di Tesero.

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La composizione così eterogenea delle vicine montagne è dovuta alla cosiddetta “linea di Trodena”, una faglia nella crosta terrestre, lungo la quale il Corno Nero (Cima Palone) si è innalzato mille metri più del Corno Bianco. Gli strati depositati sopra il porfido, sono stati lentamente erosi, perciò oggi esso raggiunge la stessa altezza della dolomia del Serla, che è molto più recente.

In quella zona centinaia di milioni di anni fa, si sono depositate centinaia di metri di strati mineralizzati e poi metamorfosati e spostati a volte di moltissimi chilometri dalla spinta della zolla africana che ha curvato e accumulato quei depositi ricchi di carbonati, silicati e come nel nostro caso fluoriti.

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La freccia rossa col cerchio indica nella mappa a scala maggiore la zona del disastro meglio rappresentata dal cerchio rosso nella mappa precedente.

La fluorite, come matrice di giacimenti metalliferi, è associata a minerali di Pb, Ag, Zn in rocce ricche di silice. Il deposito di Prestavel, fra i 1500 e i 1900 metri, contiene un minerale di fluorite, CaF2, molto concentrato, ma non è stato questo il primo minerale estratto in zona; fu invece l’argento, già nel 1528; per la fluorite si dovette aspettare il 1935 e poi il 1941, quando subentrò la Montecatini, uno dei nomi prestigiosi della Chimica italiana. Il nome della fluorite, che è poi diventato quello dell’elemento viene probabilmente proprio dal suo uso come fondente (dal latino fluere).

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Fino agli anni 50 il minerale veniva estratto nella valle del rio Gambis, gravimetricamente in ragione di 30 ton al giorno; questo metodo, che necessita di poca acqua, permetteva di produrre un minerale finale ricco al 60%, usato essenzialmente come fluidificante delle scorie fuse nell’industria siderurgica.

Per separazione o arricchimento gravimetrico dei minerali, si intende quel processo di separazione di materiali solidi basata sui loro diversi pesi specifici; il processo viene generalmente effettuato riducendo granulometricamente i solidi da separare alle dimensioni utili per consentire una sufficiente liberazione delle singole particelle, sotto forma di sospensioni liquide o mediante immersione delle particelle solide in liquidi densi o in ‘mezzi densi’ costituiti da acqua e da materiali fini ad alto peso specifico (magnetite, ferro silicio, galena, ecc.) in proporzioni controllate in funzione della densità di separazione richiesta. E’ un metodo in genere a bassa efficienza e che usa poca acqua.

Dopo quella data, mentre il mercato del fluoro cambiava natura, la Montecatini decise di modificare la strategia estrattiva per ottenere un minerale molto più ricco (fino ad oltre il 95%); il fluoro stava diventando un materiale strategico e i suoi usi aumentavano di conseguenza; circa la metà della fluorite estratta viene utilizzata nella produzione di acido fluoridrico e come conservante, fissativo e propellente nelle confezioni spray. L’altra metà viene utilizzata direttamente come fondente nell’industria siderurgica; una restante piccola percentuale è utilizzata nel campo della ceramica e della porcellana, del vetro, del cemento, come smalto e come componente di strumenti ottici di precisione.

Per fare questo introdusse il metodo per flottazione.

La flottazione come la separazione gravimetrica è una operazione unitaria della chimica industriale; è un metodo che separa i materiali rispetto alla loro capacità di galleggiare.

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Dalla Enciclopedia Treccani

Essa consiste nell’insufflare un gas (in genere aria) all’interno di una vasca agitata (detta “cella di flottazione”) dove è presente un liquido (in genere acqua) e uno o più componenti solidi in sospensione.

In tal modo i componenti che hanno maggiore affinità con il gas (aerofili) sono trascinati verso il pelo libero della vasca dalle bolle di gas (dando formazione ad una schiuma avente densità minore rispetto al liquido), mentre i componenti che hanno maggiore affinità con il liquido (idrofili) precipitano sul fondo (dando formazione ad una miscela detta “torbida”, avente densità maggiore rispetto al liquido).

Durante la flottazione è inoltre possibile aggiungere una particolare sostanza chimica, detta “agente flottante” (o “flocculante”), che si combina selettivamente con alcuni componenti solidi o liquidi per dare origine alla schiuma.

Questo metodo, mentre aumenta di gran lunga l’efficienza di separazione incrementando la purezza del prodotto, richiede enormi quantità di acqua ed anche una fase successiva di deposito della “torbida”, che si effettua in grandi vasche di decantazione. L’argine della discarica viene innalzato con la sabbia, separata dal fango residuato della lavorazione mediante centrifugazione in un apparecchio detto «ciclone». I limi più fini vengono depositati nel bacino di decantazione

Le nuove realizzazioni obbligarono a spostare la base di estrazione dalla valle del rio Gambis alla Val di Stava e al disboscamento di notevoli superfici necessarie alle nuove costruzioni.

Il primo bacino di decantazione a servizio dell’impianto di flottazione della miniera di Prestavèl fu costruito nel 1961 in località Pozzole, sul versante del monte Prestavèl che sovrasta la Val di Stava, su un terreno acquitrinoso con pendenza media del 25 per cento. Il fango residuato della lavorazione veniva portato al bacino di decantazione mediante una conduttura lunga circa 400 metri. Il bacino di decantazione entrò in esercizio nel 1962.

Per costruire il primo bacino di decantazione Montecatini acquistò nei prati di Pozzole diverse particelle di terreno di proprietà privata ed una particella di proprietà comunale.

L’argine di valle del secondo bacino fu costruito su terreno di proprietà di Montedison che era subentrata a Montecatini nella concessione mineraria e nella proprietà dei terreni. I successivi ampliamenti del secondo bacino furono realizzati con occupazione di suolo pubblico di proprietà del Comune di Tesero e con l’esbosco del terreno che veniva man mano occupato con il deposito dei fanghi residuati della lavorazione.

Nel 1969 il primo bacino aveva raggiunto un’altezza di oltre 25 metri.

Il secondo bacino di decantazione fu costruito nel 1969. L’argine di base fu impostato a monte del primo bacino, senza ancoraggio e senza alcun elemento drenante. L’argine fu innalzato inizialmente con il sistema centrale: man mano che il rilevato cresceva l’argine si allargava anche verso valle e venne a poggiare sui fanghi del bacino inferiore. Successivamente l’argine fu edificato con il sistema a monte.

Le condutture di sfioro erano state poste all’interno dei bacini e fuoriuscivano attraverso gli argini. L’acqua veniva restituita al torrente Stava.

Dal 1978 al 1982 le discariche non vennero alimentate. Al momento del crollo i bacini erano alti complessivamente oltre 50 metri e contenevano circa 300 mila metri cubi di materiale. Gli argini avevano una pendenza di 39 gradi.

(Stava | Tesero: la ricostruzione e la memoria (1985-2010) – Capitolo “L’attività mineraria in Val di Stava” curato da Graziano Lucchi)

Sono interessanti una serie di osservazioni:

i depositi di decantazione crescono per deposito della parte più massiva del sospeso nella “torbida”; tale accrescimento si può avere in tre modalità, come qui mostrato; di esse la più insicura è quella a monte, che fu proprio quella scelta nella parte finale della vita dei bacini; la stabilità peggiora man mano che aumenta la sua altezza, perché, crescendo, l’argine viene a poggiare sui limi all’interno del bacino in gran parte non ancora consolidati.

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Nel 1974, ossia oltre dieci anni prima del crollo, il Comune di Tesero chiese conferme sulla sicurezza della discarica al Distretto Minerario della Provincia Autonoma di Trento, responsabile per la sicurezza delle lavorazioni minerarie.

Il Distretto Minerario incaricò della verifica di stabilità la stessa società mineraria, la Fluormine appartenente all’epoca al gruppo Montedison/Egam, che la effettuò nel 1975.

Pur trascurando una serie di indagini indispensabili, la verifica permise di accertare che la pendenza dell’argine del bacino superiore era “eccezionale” e la stabilità era “al limite”. La risposta della società mineraria al Distretto Minerario e di questo al Comune fu tuttavia positiva e portò all’ulteriore ampliamento del bacino di monte. L’accrescimento dell’argine avvenne con una minore pendenza grazie alla realizzazione di un gradone o berma.

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Come e chi abbia potuto scegliere di costruire una struttura così potenzialmente pericolosa a monte di una zona ampiamente abitata e mantenerla con così scarsa attenzione e grande trascuratezza è la domanda a cui rispondere.

Dopo il processo che seguì il disastro si appurò che la causa del crollo fu la cronica instabilità delle due discariche e in particolare del bacino superiore, già modificato dopo la richiesta del 1974; tale instabilità discendeva da errori di progettazione, costruzione e gestione che si susseguirono durante tutta la vita delle discariche, che non furono MAI analizzate in modo tecnicamente corretto dagli uffici preposti.

Qualche anno prima di crollare i bacini apparivano così:

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 Dalle slides di Francesco Ronchetti.

I bacini erano stati costruiti su terreno inadeguato (25% di pendenza, acquitrinoso); erano stati costruiti con pendenze eccessive delle pareti di contenimento (80%, 40°), quello superiore poggiava in parte sulla base del bacino sottostante, il bacino sottostante era accresciuto nel modo meno stabile, le tubazioni erano posizionate in modo inadeguato; chi le aveva costruite non usò della “ordinaria perizia e diligenza”; in 20 anni le discariche non furono mai controllate seriamente.

Due bacini già stracolmi, che avrebbero dovuto servire solo per gli scarti di Prestavel, e invece arrivarono a raccogliere scarti dalle cave di Bergamo, di Corvara, di Sarentino, tutti stipati assieme.

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L’argine dunque è collassato perché la troppa acqua ha provocato la perdita di ogni resistenza nei terreni, sia pur in presenza soltanto di sollecitazioni statiche. Si è verificata la liquefazione per filtrazione causa la saturazione progressiva degli argini a seguito della risalita di acqua dai depositi fluvioglaciali sottostanti: il terreno praticamente si è fluidificato, comportandosi come una massa viscosa. La forza di gravità ha fatto il resto, costringendo l’ammasso fangoso a scivolare verso valle.

Come un castello di sabbia quando ci mettete troppa acqua, le forze di tensione superficiale hanno ceduto e il fango è andato giù: 180.000 metri cubi, un cubo di quasi 60 metri di lato.

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Per la tragedia di Stava ben 12 furono le condanne penali, ma tra benefici di legge, condoni ed annullamenti per nessuno si aprirono veramente le porte del carcere”. Lo afferma Daria Dovera, perito di parte civile.

Con il processo del 2004 i danni sono stati liquidati nel modo seguente:

133 milioni di euro a favore dei 743 danneggiati (268 morti quindi se volete circa mezzo milione di euro a defunto); di questi i due terzi (79) sono stati pagati dalle strutture pubbliche (PAT e Stato) e solo i rimanenti 54 dai privati coinvolti (Edison, ENI e Finimeg, Prealpi Mineraria è fallita e non ha pagato); inoltre i tre privati hanno pagato anche alla PAT 42 milioni per soccorsi, ripristino e ricostruzione; in definitiva il disastro è costato almeno 175 milioni di euro, di cui i privati (privati per modo di dire dato che Montedison ed ENI hanno o hanno avuto consistenti partecipazioni pubbliche) hanno sborsato 96 milioni.

Ma cosa ha portato a questa serie di errori e di omissioni?

Il Trentino di oggi appare una terra benedetta, attrattiva ed efficiente, blindata da una autonomia perfino troppo favorevole; ma cosa è stato il Trentino per secoli?

Terra di confine e di emigrazione, terra di montagna dura e matrigna, zona di confine con scontri e guerre; terra di vita difficile e grama.

Nel giugno 86 una commissione nominata dal Consiglio dei Ministri scriveva:

Un errore di localizzazione così macroscopico può trovare giustificazione soltanto nella scarsa considerazione generale che all’epoca il mondo della produzione e quello preposto alla gestione del territorio mostravano verso i problemi della salvaguardia dell’ambiente e della sicurezza civile”.

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E’ un autogol perchè una scelta simile non ha giustificazione;

certo ha delle cause.

Al momento della localizzazione, negli anni 50 e 60 l’attenzione era concentrata sullo “sviluppo industriale del paese”, sulla crescita dell’apparato produttivo; l’ambiente e la sicurezza non avevano voce in capitolo; anche nel Trentino di allora, che come molte regioni italiane soffriva storicamente di sottosviluppo, era terra di emigrazione, il Trentino che non aveva nemmeno una Università, che sarà fondata poi solo nel 1962, aveva un trascorso industriale in via di dismissione dove prevalevano iniziative “distruttive” del territorio come la SLOI e la Carbochimica (http://wp.me/p2TDDv-aQ) che hanno lasciato una sequenza di morte e distruzione di persone e territorio.

Non diversamente dalla Calabria di Belvedere di Spinello (http://wp.me/p2TDDv-gw) era una terra dove la grande industria la faceva da padrona delle risorse naturali ed umane e qualunque iniziativa produttiva era benvenuta. Le istituzioni pubbliche, esprimendo il comune sentire dei cittadini che le avevano elette, erano succubi di quella politica e vendettero con piacere sottocosto un pezzo di territorio pregiato per fare le vasche di decantazione, senza curarsi delle conseguenze potenziali di vasche costruite oltre cento metri di dislivello a monte di centri abitati.

Recita la decisione finale del tribunale: Se a suo tempo fosse stata spesa una somma di denaro e una fatica pari anche soltanto a un decimo di quanto si è profuso negli accertamenti peritali successivi al fatto, probabilmente il crollo di quasi 170 mila metri cubi di fanghi semifluidi non si sarebbe mai avverato

I morti di Stava da un abisso di trent’anni ci urlano: state attenti!

Noi, gli “scienziati” abbiamo il dovere di raccogliere quel grido ed applicare la giusta attenzione alle innumerevoli Stava che ancora ci sono; e ce ne sono; a partire dai problemi che vengono dal riscaldamento globale e della sempre più affannosa ricerca di risorse minerali (gas, petrolio in primis); la crescita infinita non è possibile e dobbiamo avere come prospettiva la stabilità NON la crescita quantitativa, lo sviluppo sociale e dell’uguaglianza, non l’accumulazione della ricchezza individuale.

« […] i nani non sono eroi, bensì una razza calcolatrice con un gran concetto del valore del denaro; alcuni sono una massa infida, scaltra, e pessima da cui tenersi alla larga; altri non lo sono, anzi sono tipi abbastanza per bene come Thorin e compagnia, sempre però che non vi aspettiate troppo da loro. » (Lo Hobbit, cap.1, JRR Tolkien)

documentazione:

Stava | Tesero: la ricostruzione e la memoria (1985-2010) – Capitolo “L’attività mineraria in Val di Stava” curato da Graziano Lucchi

http://sottosopra.g2k.it/clientfiles/Associazione_113/files/Stava/Miniere/Industria%20mineraria%20nel%20TAA%20_%20Miniera%20di%20Prestavel.pdf

https://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=2&ved=0CCgQFjABahUKEwiRtbGD9ufGAhVL3SwKHSs1Dgc&url=http%3A%2F%2Fwww.culturaevita.unimore.it%2Fsite%2Fhome%2Fcorsi-2012-2013%2Fdocumento21024267.html&ei=ivmrVZHICcu6swGr6rg4&usg=AFQjCNFlga1otTAKMyBr97CcQobgc8wdog&bvm=bv.98197061,d.bGg

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