Quella inspiegabile magia

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

Venticinque anni di lavoro in Laboratorio possono sembrare noiosi. Quasi la rappresentazione della ripetitività. Eppure non è cosi, almeno per me. E quando capita di dover tornare ad eseguire analisi utilizzando tecniche che possono sembrare antiquate, sorpassate dalle tecnologie recenti, è proprio in quel momento che si rinnova quella che io definirei l’inspiegabile magia del rapporto personale con le analisi di un tempo.

Nel settore del trattamento delle acque l’analisi del BOD5 è fondamentale. Il consumo di ossigeno che i microrganismi aerobi utilizzano per decomporre le sostanze organiche. E il consumo di ossigeno deve essere misurato e riferito al campione di acqua in esame.

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In commercio si trovano kit di semplice utilizzo, sistemi manometrici che misurano il consumo di ossigeno misurando la depressione nello spazio di testa di una bottiglia. Si può misurare l’ossigeno consumato dopo cinque giorni con un ossimetro portatile.

Ma può accadere che si decida di ricorrere all’analisi volumetrica per determinare l’ossigeno disciolto all’inizio ed alla fine dei cinque giorni necessari per questo test. Il metodo per determinare l’ossigeno disciolto è una titolazione iodometrica. Tornano alla mente con un pizzico di nostalgia ricordi che non sono mai passati. Conviene però ripassare la teoria. Dunque vediamo: lo ione Mn2+ in soluzione alcalina è ossidato dall’ossigeno disciolto nell’acqua, secondo la reazione:

O2 + 2 Mn2++ 4 OH → 2 MnO(OH)2

Il composto formatosi, trattato con un acido forte in presenza di ioduro, libera una quantità equivalente di iodio:

MnO(OH)2 + 4 H+ + 2 I – → Mn2+ + I2 + 3 H2O

Lo iodio liberatosi è titolato con tiosolfato di sodio:

I2 + 2 S2O32- → 2 I – + S4O62-

Il punto finale della titolazione si determina con la salda d’amido.

Questa è la teoria. Nel frattempo si preparano le soluzioni, il solfato di manganese, la soluzione alcalina di ioduro di sodio-sodio azide.

Si pesano i reattivi, si sciolgono. Si usano le dovute precauzioni (la soda sviluppa calore quando la sciogli in un matraccio). Si aspetta che si raffreddi la soluzione prima di portare a volume. Ci si ricorda di una frase che torna alla mente dai vecchi libri ormai consumati e macchiati per l’uso. Cioè che è “il menisco inferiore che deve traguardare la linea di fede”. Ci si ricorda delle raccomandazioni ricevute durante le prime esperienze in laboratorio. Osservare il menisco alla stessa altezza degli occhi per evitare gli errori di parallasse.

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Quando si è terminata la preparazione dei reattivi arriva poi il momento di eseguire l’analisi. Pronte le bottiglie con tappo a smeriglio. Riempite completamente. Devi ricordarti di introdurre i reattivi al di sotto del livello del campione. Se si formano bolle d’aria ricordati di eliminarle battendo con il tappo a smeriglio sul collo della bottiglia. Capovolgi le bottiglie e fai formare il precipitato. Poi lasci che depositi una volta. Ripeti l’operazione una seconda volta e poi aggiungi l’acido solforico . Così hai liberato lo iodio. Il procedimento ti dice di scartare i primi 100 cc dalla bottiglia, e poi di titolare. Il tuo campione nella bottiglia si è colorato di arancione. Inizi a titolare. Naturalmente prima hai avvinato la buretta con la tua soluzione di tiosolfato. Poi al riempimento hai verificato che non vi fossero bolle d’aria. Tutto a posto? Si.

Procedi con la titolazione fino a quando non vedi il giallo paglierino. E ora di aggiungere l’indicatore. Il tuo campione si colora di un bell’azzurro intenso. Continui a titolare. Goccia dopo goccia. Il colore sbiadisce pian piano. Un’ultima goccia ed è completamente incolore. Stop. Chiudi il rubinetto e prendi nota con attenzione del valore.

Poi eseguirai i calcoli ed esprimerai il risultato.

Tutto questo non è altro che la cronaca di quanto accaduto solo la scorsa settimana in Laboratorio. Analizzare uno standard in BOD confrontando metodo potenziometrico e metodo per titolazione.

Questo secondo metodo sembra laborioso. E certamente in parte lo è. Lasciare che tutto il lavoro di misurazione dell’ossigeno consumato lo faccia il manometro differenziale oppure una sonda potenziometrica è comodo. Indubbiamente. Ma riscoprire certe nozioni pratiche, sapere di non avere perso la manualità nelle operazioni di laboratorio è una bella sensazione.

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E questo fascino non è una sensazione riservata solo alla nostra categoria. Qualche mese insieme alla collega abbiamo regalato una buretta di pellet ad un amico che lavora in uno studio dentistico. Francamente non ricordo a cosa gli servisse. Non per fare analisi. Solo per dosare una quantità prefissata di un certo prodotto. Bene questa buretta è stata vista quasi con stupore dai colleghi di questo nostro amico.

L’immaginario collettivo dei non chimici. Ma credo anche il nostro. Che è legato a mio parere più che ad una sala piena di gascromatografi, ad un laboratorio con burette, distillatori, matracci. Con la vetreria. Con le bottiglie di Ranvier.

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Si è proprio un inspiegabile magia.

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