Re carbone abdica (parte 2).

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

la prima parte di questo post è qui

Nella prima parte di questo post, che ricorda la chiusura della principale miniera europea di carbone,  abbiamo approfondito le cause e i meccanismi con i quali il carbone è divenuto la base dell’economia inglese. Al massimo del suo uso nel 1913, alla vigilia della prima guerra mondiale iniziò il distacco dal carbone con l’introduzione di cannoniere alimentate solo con olio combustibile, un segno dei nuovi tempi. I motivi che favorirono la sostituzione del carbone sulle cannoniere presto divennero i motivi  per sostituirlo dappertutto: densità energetica, ruolo tecnologico nella mobilità, etc.

Poi ci sono gli aspetti sociali. Consideriamo che la mitica classe operaia inglese aveva nei minatori un punto di forza enorme, con oltre 1 milione di addetti. Il costo crescente della forza lavoro nelle miniere, legato prima di tutto ai dispositivi di sicurezza necessari ad impedire un numero enorme di morti sul lavoro, ma anche la forza di ricatto sociale che un sindacato organizzato può esprimere quando è saldo in un settore chiave sono stati fra gli elementi che poi hanno deciso le strategie energetiche e lo smantellamento delle miniere soprattutto quelle al chiuso, dove il ruolo umano è più difficilmente sostituibile.kingcoal11

Gli scioperi dei minatori inglesi hanno in un certo senso sancito due fasi importanti della lotta sociale in Europa; nel 1926 lo sciopero generale di 9 giorni in Inghilterra fu iniziato e guidato dai minatori che allora erano oltre un milione; la sua sconfitta, ottenuta anche grazie a leggi liberticide e all’uso del’esercito, sancì la sconfitta del movimento sociale rivoluzionario dopo la prima guerra mondiale e aprì definitivamente al governo delle destre ed alle dittature fasciste in tutta Europa. Dopo di allora il numero dei minatori si ridusse, ma soprattutto il settore carbonifero ebbe un crescente bisogno di investimenti statali ed aiuti per reggere la pressione del mercato e delle altre tecnologie. Nel 1984, il governo Tatcher cercò di realizzare il programma di rinuncia alle nazionalizzazioni e di interruzione dei sostegni ai settori in crisi da parte dello Stato inaugurando la stagione politica della liberalizzazione selvaggia attuale, che è poi sconfinata nel 1989, con la caduta del Muro, nella cosiddetta globalizzazione, distruggendo ogni tipo di difesa sociale conquistata negli anni del 2 dopoguerra. I minatori inglesi si opposero per un anno scioperando in 170.000 sui 200.000 rimasti dagli anni precedenti; la loro sconfitta, ancora una volta caratterizzata da molti scontri fisici, morti e feriti segnò ancora una volta la nuova stagione economica mondiale. D’altronde l’Inghilterra della Tatcher stava cambiando pelle dal punto di vista energetico, prima di tutto rafforzando l’importazione di carbone che nel 2000 supererà la produzione interna e poi tramite l’uso del nucleare e del residuo petrolio del Mare del Nord: kingcoal13

Come si vede il petrolio britannico ha da un pezzo superato il picco e nel 1999 il gas ha superato il carbone; oggi è la sorgente dominante del mercato energetico inglese che vede una piccola quota delle rinnovabili.

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La produzione inglese residua è tutta affidata alle miniere a cielo aperto che sono però parecchio più inquinanti dal punto di vista ambientale.

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La situazione mondiale vede ancora un peso significativo del carbone con un totale complessivo della produzione di poco meno di 7.7 Gton/anno (primo produttore la Cina per quasi il 45%),ed una percentuale nel settore energetico della potenza primaria media che sfiora il 27%. Le riserve assommano a poco meno di 980 Gton.

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D’altronde il carbone non è solo una fonte energetica ma anche una fonte di materia prima; la CECA, la comunità europea del carbone e dell’acciaio , il germe della moderna UE a 27, fu fondata per gestire il carbone come materia prima; il carbone infatti è una sostanza che viene usata come potente riducente ad alta temperatura nella estrazione dei metalli dai loro minerali, prima di tutto il ferro, nell’altoforno; con la introduzione del riciclo del ferro che oggi raggiunge la percentuale del 40% si risparmiano per ogni ton riciclata:1,135 ton di minerale di ferro, 0,635 ton carbone, 0,055 ton di calcare e il corrispondente inquinamento. Molti altri metalli oltre il ferro necessitano del carbone come riducente, perfino l’alluminio (l’eccezione più importante insieme ai metalli del 1 gruppo) è stato recentemente ridotto carbotermicamente (processo ARP); la carbotermia è la procedura industriale mediante la quale il carbonio viene ossidato mentre il metallo viene ridotto.

Nonostante negli ultimi anni il costo molto basso del carbone abbia portato ad un incremento significativo del suo uso nel mondo per scopi energetici è chiaro che i suoi effetti ambientali, climatici e di inquinamento sono nefasti, si tratta della sorgente fossile più inquinante dal punto di vista climatico per unità di energia prodotta; per questo motivo il carbone DEVE essere abbandonato come riserva di energia primaria mentre può essere usato invece come materiale riducente o come sorgente di carbonio, diciamo genericamente per usi chimici ma non per usi energetici, e questa può essere considerata almeno in prima battuta una strategia ragionevole per tutti i fossili: usarli come sorgente di materia prima lasciando all’agricoltura il compito di produrre cibo, e rinunciando all’uso del carbonio come sorgente primaria di energia.

Il basso costo dei fossili e in primo luogo del carbone non contiene affatto i costi di smaltimento dei prodotti di combustione. Se noi pensiamo ad una centrale nucleare è normale per noi considerare i costi di smaltimento dei prodotti della combustione nucleare che rimangono radioattivi per millenni; bene anche per le combustioni dobbiamo pensare allo stesso modo; smaltimento dei rifiuti della combustione non vuol dire solo disfarsi delle ceneri, ma prima di tutto gestire i gas combusti per ridurre od eliminare il loro effetto ambientale, sulla salute (pensiamo agli ossidi di azoto di cui abbiamo parlato qui) e soprattutto climatico, un effetto che dura per molto tempo e mediante il quale abbiamo modifcato stabilmente la composizione atmosferica dato che al momento contribuiamo complessivamente (fra combustioni e deforestazione) ogni anno con circa 15Gton di CO2, (+2ppm).

Al momento tali costi non gravano sul prezzo del carbone (e se è per questo nemmeno del petrolio o del metano, che non è affatto pulito da questo punto di vista). Il carbone non è morto; ha solo abdicato, ma conserva idee di rivincita, sfruttando l’assenza di reali controlli sui costi ambientali, di salute (Vado Ligure insegna) e climatici del suo uso; dobbiamo smettere di usarlo a fini energetici e ridurne l’uso al solo settore chimico propriamente detto (ovviamente con i dovuti controlli). In questo settore probabilmente il carbone nelle sue varie forme può darci un contributo che può durare quello si per migliaia di anni ancora.

Qui si potrebbe aprire una discussione, ma occorrerebbe fare i conti esatti sugli effetti energetici, ambientali e sull’alimentazione della chimica verde in confronto a quelli della chimica basata sui fossili (per esempio quanto verde può essere la carbotermia o che alternative ci sono alla carbotermia), che non può essere fatta in questo post. La faremo più avanti, ma è chiaro che, soprattutto dopo Parigi 2015, il carbone usato a scopi energetici deve essere fermato: nessuna nuova centrale e liberarsi di quelle vecchie.

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5 thoughts on “Re carbone abdica (parte 2).

  1. Grazie per queste informazioni. Le fonti di energia sono la base dello sviluppo economico di qeusti ultimi 2-3 secoli. Saperne di più è estremanete importante. Buon Anno, PDG

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