Rifiuti e codici

E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

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Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

E’ ormai un concetto sufficientemente acquisito che l’ambiente sia ogni giorno più minacciato, e che l’attività umana stia producendo troppi rifiuti. Significativa è in questo senso la notizia che nel Pacifico sia stata identificata un’”isola” galleggiante formata da rifiuti per la maggior parte costituiti da materie plastiche.

Sono usuali le polemiche relative al modo migliore di gestirli e le battaglie combattute da comitati di cittadini contro discariche o inceneritori. Negli anni l’opinione pubblica si è sempre di più convinta della necessità di ridurre i rifiuti fino a pensare di poter arrivare a non produrne più (l’opzione rifiuti zero). Le campane per la raccolta differenziata sono ormai presenze familiari nelle nostre città.

I rifiuti, come da definizione del codice ambientale, sono beni che diventano tali appena decidiamo di sbarazzarcene, ritenendoli non più utilizzabili. Questa è la definizione ufficiale dell’art 183 D lgs 152/06: rifiuto: qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi;. Successivamente i rifiuti devono essere classificati con un codice europeo dei rifiuti (codice CER). Nel caso di materie plastiche esiste un codice 200139 si riferisce genericamente a “plastica”. Ma le prime due cifre (20) ci dicono che il rifiuto è urbano o assimilabile se proviene da siti di attività industriali o commerciali oppure dalla raccolta differenziata. Il codice 150102 si riferisce ad imballaggi in plastica anche provenienti da raccolta differenziata. Un imballaggio è diverso da un contenitore? A mio modo di vedere certamente. Ma nell’attribuire un codice ad un rifiuto, specialmente se pericoloso bisogna prestare molta attenzione. Tant’è vero che a volte si deve scomodare la giurisprudenza per chiarire questi dubbi.

http://www.corepla.it/documenti/db2983d6-64f4-4d17-814f-42b01927ec84/Nozione+di+imballaggio+-+i+chiarimenti+della+giurisprudenza.pdf

Passiamo ora ai codici di riciclaggio. Che sono altra cosa. La crisi economica in questo senso ha avuto un aspetto positivo, facendoci riscoprire la tendenza al riciclo ed al riuso di materiali che potrebbero essere ancora utilizzabili. Per effettuare però un riciclo corretto occorre differenziarli separandoli per tipologie di materiali.

codici1

I codici di riciclaggio rispettano la direttiva europea 94/62/CE. Le direttive europee vincolano lo stato membro al raggiungimento di un risultato, ma lasciano la competenza agli organi nazionali relativamente alla forma ed ai mezzi per ottenerlo.

Osservando questo elenco possiamo ricavare alcune importanti informazioni: le materie plastiche contrassegnate con i numeri che vanno dall’uno al sei sono facilmente individuabili. Il numero sette invece identifica le altre plastiche: rientrano in questa categoria tutti gli altri polimeri, per i quali non è stato previsto un codice specifico, o le loro combinazioni (ad esempio una vaschetta costituita da uno strato esterno di PET ed uno interno di PE-LD). Esempi di polimeri utilizzati per produrre imballaggi per i quali non è stato definito un codice di riciclo specifico sono: Polimetilmetacrilato (PMMA), Policarbonato (PC), Acido polilattico (PLA).

codici2

riciclo della carta, nastro ripiegato 3 volte ha  una sola faccia come il nastro di Moebius ma non è un nastro di Moebius classico

Questo simbolo non si riferisce genericamente al riciclaggio. In realtà queste tre frecce a nastro senza nessuna altra informazione si riferiscono alla carta riciclata.

Attenzione: si tratta di un nastro rigirato tre volte e quindi non è un nastro di Moebius classico, che è rigirato solo una volta, e che forse sarebbe stato più adatto come simbolo del riciclo della carta (ringrazio Leonardo Guidoni per la precisazione).

MobiusStrip-01

nastro di Moebius, ripiegato una volta ha una sola faccia

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simbolo della riciclabilità

Diverso ancora è il simbolo del generico materiale riciclabile, più sotto (comunque ruota in senso orario).

All’interno di questo ultimo simbolo si può inserire un numero che come abbiamo visto identifica il materiale (per esempio il numero 03 per il PVC). Il numero non ci dà però informazioni relativamente a come è stato prodotto l’oggetto riciclabile,cioè se da materie prime, oppure da plastica già riciclata. Per poterlo sapere il produttore può inserire una R prima della sigla del tipo di polimero (per esempio RPET).

Per quanto riguarda la produzione di un oggetto i fabbricanti sono invitati ( e non obbligati) ad indicare sempre secondo la già vista direttiva 94/62/CE il materiale con cui è fabbricato l’oggetto.

Per esempio su un normale barattolo di polietilene che uso in laboratorio per prelevare campioni trovo sul fondo stampigliati questi simboli:

codici4

Simbolo del materiale (polietilene) all’interno di un esagono.

Avrebbe potuto però essere anche all’interno di un cerchio.

codici5

Poi il simbolo del codice di riciclaggio.

codici6

C’è poi il simbolo che indica che il mio barattolo di polietilene è adatto all’uso alimentare.

codici7

Il barattolo avrà un suo fine vita. Trovo quindi anche il simbolo dell’omino che (diligentemente) usa il cestino.

codici8

Tutti questi simboli su un semplice barattolo da 250 ml che uso quotidianamente. Comincio a pensare che forse tutti questi simboli siano pensati per dare informazioni importanti ma che tutti insieme possano alimentare la confusione. Nello scrivere questo articolo però mi sono imbattuto navigando in rete in questo lavoro molto ben fatto del Dott. Angelucci che mi è parso come una bussola in questo mare di informazioni.

Mi sembra giusto segnalarlo .

http://www.isavemyplanet.org/capitoli/simboli%20rifiuti%20Mar11.pdf

Dalla lettura si capisce come le normative si accavallino, si intersechino e si sovrappongano. Normative,direttive,consorzi. Obbligo o volontarietà. Siamo circondati da oggetti che a volte acquistiamo in maniera quasi compulsiva. Poi ci disfiamo degli stessi ed ecco che materiali utili o potenzialmente tali spesso diventano rifiuti inutilmente. Questo comportamento va certamente scoraggiato. Nel bel libro di Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli “Energia per l’astronave terra” si trova un brano che mi ha sempre molto colpito relativamente alla moda e al consumismo : “La moda rende socialmente inaccettabile ciò che è ancora materialmente utilizzabile”.

Incoraggiare l’uso della materia seconda, il riuso, il riciclo può o meglio potrebbe essere reso più semplice anche rendendo meno numerosi i simboli e evitando di confonderci. Semplificando norme e procedure. La mia esperienza di lavoro nel settore rifiuti è ormai piuttosto distante nel tempo. Mi ha lasciato il ricordo di un lavoro al quale mi sono appassionato, ma che mi riporta alla mente l’ossessione burocratica.

Cerco di immaginarmi quello che può pensare il cosiddetto uomo della strada. Forse questo.

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Ma ridurre riciclare e riusare è fondamentale per noi ed il nostro pianeta che trabocca di rifiuti.

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Cercando di liberarci come diceva Nicholas Georgescu Roegen dalla “sindrome circolare del rasoio elettrico”, che consiste nel radersi più in fretta per avere più tempo per lavorare ad un rasoio che permetta di radersi più rapidamente ancora, in maniera da avere ancora più tempo per progettare un rasoio ancora più veloce, e così via all’infinito. Da questo circolo vizioso si può e si deve uscire.

3 thoughts on “Rifiuti e codici

  1. Ho sempre avvertito una certa qual distanza tra gli annunci di volontà europea e l’effettivo sentire di tale volontà nei livelli inferiori delle amministrazioni. La necessità di spostarsi verso un’economia del riutilizzo e del riciclo é spesso affermata così come la “scala di preferibilità di gestione dei rifiuti” (non produzione, riciclaggio, combustione, messa in discarica). Si diceva anche, in un documento, che un’economia compiutamente circolare fosse foriera di tanti posti di lavoro. In realtà mi pare che, in assenza di una “spintarella” che renda economicamente favorevole un’atteggiamento atto al riciclaggio fin dalla produzione non si riuscirà a spostarsi del tutto in quella direzione. Non si spiega perché ci si trova di fronte a materiali misti che non si sa dove gettare come carta plastificata, o che la normativa sul riciclaggio della plastica valga solo per gli imballaggi, o che accanto alle sporte di bioplastica obbligatorie nei supermercati si trovino solo sacchetti per la verdura di plastica. E se trovo che una società volta al massimo riciclaggio possibile non sarebbe in contrasto con il paradigma di crescita economica attuale, una che si spostasse decisamente sul riutilizzo e sul risparmio di materiali potrebbe esserlo. Ma forse non é così, la crescita non é basata solo sulla quantità di merci. Esiste anche quella immaterile, dei servizi. Non saprei, qui sguazzo nella mia ignoranza. Ciao.

  2. Interessante e stimolante.
    Un quesito all’esperto: normalmente gli imballaggi e i contenitori vuoti -da gettare in ossequio alle norme che hanno trasformato cucine, balconcini e cortiletti condominiali in nano-discariche ovviamente differenziate- hanno ben contenuto qualcosa, e ne mantengono visibili tracce (l’ultima leccata di yogurt, alcune tenaci gocce di succo di frutta, uno strato viscoso di detersivo liquido, …). Massima sotto il cielo è la confusione: i contenitori di plastica sporchi da conferire separatamente per un immaginario riciclo vanno lavati (in qualche istruzione sembrerebbe di si)? e in questo caso, qualcuno ha pensato a … ecobilanciare anche i litri di acqua sprecata e il tempo perso? Alcune istruzioni diffuse dai Comuni o da volonterosi araldi della raccolta differenziata con nomi vagamente simpatici, “il riciclone”, differenziano e ridifferenziano ad nauseam, al punto che la carta, politenata, del prosciutto, col suo bravo velo di grasso del prosciutto medesimo soffre di una crisi di identità, e non sa se suicidarsi nella carta, nella plastica o nell'”umido”. Va da sè che i Comuni, in affannosa ricerca di dinero sonante, non lesinano multe a botte di cento euri per ogni minima, vera o presunta, trasgressione all’iper-riciclo. Qualcuno ha informazioni sound in merito?
    Grazie e, ancora, complimenti
    FMRubino

    • Le rispondo citando la mia esperienza personale. Io pulisco i contenitori per esempio dello yogurt semplicemente con un panno umido. Le bottiglie di plastica le schiaccio, ma ho ridotto moltissimo il loro uso in quanto bevo acqua di rubinetto. Utilizzo i prodotti sfusi dove possibile. Sciacquo le bottiglie di vetro con poca acqua perché personalmente detesto l’odore alcolico che sento nei cassonetti di raccolta. Lo faccio per abitudine personale. Non le so dire se è mai stata fatta una valutazione in tal senso. Posso certamente dirle che si può fare un uso parsimonioso dell’acqua. Io ho lasciato il lavoro nel settore rifiuti ormai dal 1987, e dal 1990 mi occupo di ciclo idrico e depurazione. Quindi credo che la mia esperienza sia ormai maggiormente orientata a questo. Anche se c’è sempre un punto di contatto con la realtà dei rifiuti anche lavorando in un impianto di depurazione. Le consiglierei però di andare sul sito della trasmissione “Scala Mercalli” che sta per iniziare il suo secondo ciclo. Li troverà i filmati delle puntate dello scorso anno. Nella puntata dedicata ai rifiuti troverà un interessante servizio su quello che si è riusciti a fare in Italia, in particolare nel vicentino (se non ricordo male) dove la raccolta differenziata funziona davvero in maniera molto efficiente.
      Cordiali saluti.

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