Il 25 aprile e la chimica.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

E un richiamo gli folgorò la testa: Johnny qual è l’aoristo di lambano?”

da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

Oggi è 25 aprile, l’anniversario della liberazione dal nazifascismo, una delle date fondanti della Repubblica Italiana.

Il 25 aprile 1945 finiva il potere fascista in Italia, finiva la guerra e cominciava l’avventura della ricostruzione postbellica, nella quale la chimica avrebbe giocato un ruolo enorme, nel bene e nel male.

Seguire la storia della Chimica italiana prima, durante e dopo il fascismo non è facile; un bell’articolo lo trovate gratis in rete sulla Treccani online, non proprio aria fritta, scritto da Luigi Cerruti  ( Chimica e società: la mediazione politica

Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Tecnica (2013))

:

http://www.treccani.it/enciclopedia/chimica-e-societa-la-mediazione-politica_%28Il_Contributo_italiano_alla_storia_del_Pensiero:_Tecnica%29/

Il racconto ve lo consiglio è affascinante e deprimente insieme, segno dei tempi di allora, ma non solo, segno della debolezza di quegli uomini di scienza “che si fidano di compiacere il potere”, una cosa che tempo fa scrisse Giorgio Nebbia su questo blog.

Cosa fosse diventata la Chimica specie universitaria, durante il fascismo ce lo racconta sempre Cerruti:

Nel corso degli anni, l’atteggiamento discriminatorio ‘spontaneo’ dei cattedratici di chimica si organizzò sempre meglio. Durante l’istruttoria per la nomina delle commissioni concorsuali, il ministero dell’Educazione nazionale riceveva un foglio con l’elenco degli ordinari ‘papabili’, in cui, accanto a ogni nome, con il settore disciplinare di riferimento era indicata la data di iscrizione al Partito nazionale fascista (PNF). Un simile ‘suggerimento’ non aveva bisogno di commenti particolari, e fa comprendere come si siano potute realizzare carriere come quelle di Felice De Carli (1901-1965), allievo del già citato potente professor Nicola Parravano (1883-1938) e iscritto fin dal 1921 all’Associazione nazionalista italiana (ANI) di Enrico Corradini e Luigi Federzoni; come il suo maestro, De Carli passò nel 1923 al PNF, in occasione della fusione tra le due organizzazioni promossa da Federzoni.

Scrive in un appunto di lavoro (che mi ha gentilmente inviato ieri) e che poi divenne il bel libro sul PCB a Brescia Marino Ruzzenenti:ruzzenenti

“La chimica e l’industria” del marzo-aprile 1945 usciva priva dell’elenco completo del Comitato direttivo, come avveniva di consueto, nonchè dello stesso Presidente, Giovanni Morselli (Già il numero di gennaio-febbraio non prevedeva più la presidenza ma citava una <giunta del Comitato direttivo, formata dal solito Morselli, Livio Cambi e Gaspare De Ponti). Rimaneva nell’ultima pagina la firma del solo Direttore responsabile, Angelo Coppadoro.

Ma il cambiamento veniva rimarcato anche dall’articolo di fondo di prima pagina di Michele Giua, “ritornato a libera vita tra i colleghi chimici dopo oltre otto anni di carcere inflittogli dal fascismo”, articolo che interveniva su un tema davvero cruciale, cioè sul rapporto tra scienza, tecnica e politica.

Il professor Ruzzenenti, che ringrazio per la sua disponibilità, si riferisce nel suo appunto all’articolo di Michele Giua Scienza, tecnica e politica, in ”La chimica e l’industria”, Milano, marzo-aprile 1945, anno XXVII, nn. 3-4, pp.35-36.

Avrei voluto ripubblicarlo integralmente sul blog, ma non ho fatto in tempo; l’idea mi è venuta troppo tardi; cercherò di aggiungerlo nei prossimi giorni.

25aprile2Chi era il Michele Giua cui fu affidato il compito di scrivere di Chimica appena dopo la Liberazione? Dice Luigi Cerruti:

Nel 1922 egli disponeva di carte accademiche eccellenti, in quanto era un allievo della scuola di Paternò e un buon chimico organico; inoltre era stato il primo in Italia a introdurre nella chimica organica le teorie elettroniche elaborate oltreoceano. In quell’anno risultò secondo nella terna dei vincitori del concorso per la cattedra di chimica generale dell’Università di Perugia; ma era un attivo militante socialista, e non venne mai chiamato da nessun consiglio di facoltà, fino a che, nel 1935, non venne arrestato durante la retata torinese contro il movimento antifascista Giustizia e Libertà.

Giua che poi riuscì ad ottenere una cattedra solo nel 1949, è stato consultore nazionale (1945-46), deputato alla Costituente (1946-48) e senatore (1948-58) per il PSI; ma vediamo cosa dice nel suo articolo, seguendo il testo di Ruzzenenti:

Egli confutava che la scienza fosse soltanto “attivirà teoretica”, condividendo con Poincarè e Mach l’affermazione sul carattere nettamente <economico> della costruzione scientifica. “Essa rientra nell’attività pratica e come tale è sempre subordinata alla politica, intendendo con questo termine tutto l’insieme della vita sociale. … la potenza della scienza, intesa nel senso baconiano, non consiste in altro che nella sua utilità”. Ed in questo senso non vi sarebbe differenza sostanziale tra scienza e tecnica.

Quindi veniva analizzata criticamente come nel campo della chimica nell’ultimo ventenio la ricerca scientifica avesse “brillato per mancanza di originalità”: “…le soluzioni date ai diversi problemi riferentisi all’industria dell’azoto, dell’alluminio, dello zinco, dei combustibili, della cellulosaeec. sono tutte elaborazioni di processi già noti, salvo qualche particolare adattamento alla natura delle materie prime nazionali”.

“La causa prima di questa degenerazione … è stata l’asservimento alle necessità dello Stato totalitario”…

“Ne sono esempi evidenti l’autarchia industriale e le applicazioni di guerra”

   Esaminando poi i diversi casi di autarchia -Italia, Germania, Giappone e U. R. S. S. -, rilevava come quella messa in atto dal Fascismo fosse “antieconomica, cioè costruita in base a processi più costosi di quelli che lo scambio internazionale mette a disposizione dei popoli civili, … un non senso e i popoli che vi si adattano sono condotti inevitabilmente al disastro.” . Diverso sarebbe stato invece il caso dell’U. R. S. S. “perchè l’Unione sovietica offre un esempio particolare di autarchia imposta e dalla necessità di difesa del regime socialistico che costituisce l’ingresso nella storia di una massa enorme di popolo mantenuto per secoli in uno stato di schiavitù, e da quella di sfruttare economicamente tutte le risorse nazionali, particolarmente del sottosuolo.”

Il Giua andava quindi alla conclusione: “… quindi si può senz’altro affermare che la scienza e la tecnica per il loro carattere utilitario saranno sempre legate alla politica degli Stati. Perchè questo legame non sia dannoso all’umanità, nè crei disastri simili a quelli che si sono verificati in meno di un triennio, è necessario non già che la scienza e la tecnica modifichino la loro natura, ma che gli Stati indirizzino e l’una e l’altra verso finalità socialmente utili. Per raggiungere un tale risultato occorre però che la <politica> si umanizzi, che gli Stati cioè pongano al bando la guerra come mezzo per la soluzione dei conflitti internazionali.” Ma poichè “uno dei prencipi del marxismo pone la guerra tra le condizioni di vita degli Stati capitalistici” … “non resta altra soluzione che un cambiamento sostanziale che elimini le antinomie sociali insite nell’attuale regime capitalistico e instauri un sistema di vita civile fondato sulla democrazia del lavoro”.

Personalmente pur condividendo alcune delle conclusioni di Giua ritengo che le cose siano perfino più forti e radicali: perchè anche il contenuto teorico della scienza secondo me risente della struttura sociale; scienza e società interagiscono fortemente dentro e fuori la testa degli uomini; senza una società libera la scienza non può veramente svilupparsi.

Brecht ne “la Vita di Galileo” fa dire a Galileo:

Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale…

Alla fine di quell’anno 1945, comunque le cose erano già velocemente cambiate; e sulle medesime pagine de La chimica e l’Industria arrivò una risposta alle posizioni di Giua.

MarioGiacomo Levi, già titolare della cattedra di chimica industriale al Politecnico di Milano fino al 1938, quando venne allontanato perchè ebreo, costretto nel 1943 a rifugiarsi in esilio in Svizzera e che nel dopoguerra sarebbe diventato Presidente della Società Chimica Italiana.

25aprile3(MARIO GIACOMO LEVI, L’industria chimica italiana e le possibilità del suo avvenire, in ”La chimica e l’industria”, Milano, novembre-dicembre 1945, anno XXVII, nn. 11-12, pp. 189-195)

Dice Ruzzenenti: Il Levi tracciava un ampio e dettagliato panorama, comparto per comparto, dello stato della grande industria chimica in Italia, delle sue potenzialità di ripresa e delle possibili prospettive.

Ne emergeva un quadro realistico, con evidenti arretratezze determinate dall’oggettiva mancanza di materie prime, aggravata dall’ossessione autarchica dell’ultimo decennio del fascismo.

Infatti, proprio sul problema delle materie prime si soffermava per ribaltare del tutto l’impostazione del passato regime. Affermava infatti, citando Einaudi, che “il problema delle materie prime non esiste: le materie prime sono nella terra dove la natura le ha poste in quantità ingenti e largamente sufficienti ai bisogni umani; non esistono quindi, e se esistono sono solubili, problemi naturali di materie prime.”

… “Non è il possesso naturale delle materie prime che basta a dare la ricchezza, come non è il difetto delle stesse materie che produce la povertà: le uniche vere fonti capaci di dare ricchezze durature e di distribuirle nel mondo, annullandone le povertà, sono i commerci e gli scambi onesti di materie prime e di prodotti finiti, le industrie che consumano e che trasformano, i cervelli e le braccia che operano, gli uomini che fraternizzano e che collaborano”. Veniva qui delineata la nuova prospettiva neoliberale in cui si intendeva, da parte delle classi dominanti, ricostruire in Occidente l’economia e la società.

Una prospettiva che, in onore del clima del tempo, teneva conto delle domande nuove di democrazia che la lotta di Liberazione aveva espresso.

In questo contesto Levi poneva il problema dei grandi oligopoli chimici che, come l’italiana Montecatini, “presentano inconvenienti e pericoli” per cui “ad essi gli orientamenti politici dell’Europa di domani saranno per lo meno in parte contrari”.

Dopo averne elencati i cinque principali vantaggi ne riconosceva anche gli inconvenienti:

“1. i grandi raggruppamenti industriali sono potenze nello stato: essi possono in certi momenti orientarne la politica fino al punto di consigliargli imprese politicamente rischiose o di farlo precipitare in una guerra;

  1. essi tendono a costituire per determinati prodotti un regime di monopolio eliminando la possibilità di libere concorrenze;
  2. essi possono utilizzare la propria forza per costrigere tecnici, impiegati ed operai ad accettare condizioni di lavoro favorevoli all’impresa, ma inadeguate alla vita, comprimendo il mercato del lavoro.”

Rispetto a questo problema Levi prendeva in considerazione le possibili soluzioni prospettate da chi caldeggiava o la nazionalizzazione o la socializzazione delle grandi imprese. Ma, ritenendole ambedue irrealistiche o impraticabili, concludeva che “la soluzione intermedia sia possibile e la migliore: quella di lasciar vita ai grandi organismi realizzandone tutti i vantaggi, ma esercitando su di essi la sua vigilanza lo Stato.”

Era la risposta alle posizioni di Giua sulla base della divisione del mondo che si andava delineando e nella quale l’Italia faceva parte del settore allora legato al “libero mercato”.

Mi fermo qua; nei primi 6 mesi dopo la guerra si era già delineato nell’ambito chimico il quadro futuro, anche se a grandissime linee, un conflitto fra una crescita che appariva  inarrestabile  e infinita forse perfino a tutti e un warning, tutto sommato debole sulll’uso privatistico delle risorse medesime; credo che oggi certe tendenze si siano chiarite e le cose siano in un certo senso al di quà e al di là di questa discussione; oggi è in questione non solo la privatezza dei fini, che si è manifestata ripetute volte nella distruzione o nel danno dei beni comuni ma anche l’infinità delle risorse: il pianeta non è infinito e la crescita materiale nemmeno.

Ma vi giustifico la citazione iniziale di Fenoglio.

Beppe_Fenoglio_cropped

Beppe Fenoglio, scrittore e partigiano, non è scrittore facile e non è autore molto conosciuto; ma si da il caso che io abbia in questo momento uno studente di dottorato un pò particolare, Luciano Celi che su Fenoglio ci ha scritto un libro.

Il Partigiano Johnny è un libro di Fenoglio, pubblicato postumo nel 1968 e che non ha una fine ben precisa, ha avuto almeno due stesure e sulla fine del romanzo ci sono opinioni discordanti;  ma quel che ho capito io è che il libro di Fenoglio non ha una fine per l’ottimo motivo che la Resistenza, intesa come la lotta per liberarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento, per Fenoglio non ha mai fine; non so, nessuno sa, se Johnny muoia o no, ma so che il 25 aprile 1945 è un giorno simbolico, un giorno che non finisce mai, per cui mai sapremo se Johnny muoia o no; Johnny, che è un pò la parafrasi di Fenoglio è con noi se lottiamo come lui ha lottato; se no è morto.

Il 25 aprile è un giorno simbolico. Ma ogni altro giorno è buono per lottare; la chimica è una scienza ed una tecnologia umana potentissima, e proprio per questo ha necessità di essere conosciuta e bene e difesa e liberata per diventare forza di liberazione a sua volta; l’alternativa fra liberare la scienza e non liberarla è tutto sommato semplice e ce la raccontano Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli :

(Energy for a sustanaible world Wiley 2011):

“Per vivere nel terzo millenio abbiamo bisogno di paradigmi sociali ed economici innovativi e di nuovi modi di guardare ai problemi del mondo. Scienza, ma anche coscienza, responsabilità, compassione ed attenzione, devono essere alla base di una nuova società basata sulla conoscenza, la cui energia sia basata sulle energie rinnovabili, e che siamo chiamati a costruire nei prossimi trent’anni. L’alternativa, forse è solo la barbarie.”

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

 

3 thoughts on “Il 25 aprile e la chimica.

  1. Ottimo post per celebrare il 71° anniversario della Liberazione sul blog SCI! Bravi tutti e un caloroso abbraccio a Luigi !

  2. Pingback: Il 25 aprile e la chimica. 2a parte. | il blog della SCI

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