Il 25 aprile e la chimica. 2a parte.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Faccio seguito alla mia promessa di qualche giorno fa e carico qui i due articoli di Michele Giua e Mario Giacomo Levi comparsi durante l’anno 1945 su “La Chimica e l’Industria”[1][2]Articoli Giua e Levi. Sono due articoli scritti da due dei massimi esponenti scientifici della chimica italiana di quel periodo, ma anche da due persone schierate politicamente su posizioni molto diverse.

Michele Giua, esponente della sinistra, da sempre antifascista, punito per questo anche dal punto di vista accademico, partigiano attivamente impegnato nella lotta di liberazione, uno dei pochi che si rifiutò di sottoscrivere la dichiarazione di fedeltà, imprigionato, combattente nelle file di Giustizia e Libertà, poi padre costituente, in parlamento nelle file del PSI.

Mario Giacomo Levi, di religione ebraica, uno dei massimi esperti di combustibili in Italia, fino alle famigerate leggi razziali, allineato alla linea politica del fascismo, occupò un ruolo tecnologico centrale; il suo posto fu poi preso da Giulio Natta, futuro premio Nobel. Esiliato in Svizzera, dopo la guerra tornò in Italia e riprese l’insegnamento universitario.

I loro due articoli sono da leggere interamente, esprimono per molti aspetti due concezioni della scienza e della società; è complicato riassumerli, ci sono dentro tante sfaccettature e probabilmente come già C&I ha raccontato nel 2003 (n. 85 pag. 26 e 27) la Chimica, scienza centrale già allora, “bella e potente”[3] aveva un atteggiamento ambiguo nei confronti del potere; come ha scritto magistralmente Giorgio Nebbia raccontando la storia terribile di Haber, “non fidarsi mai di compiacere il potere” . Parecchie affermazioni dell’ultimo paragrafo dell’articolo di Levi mi hanno colpito per esempio l’affermazione che credo ancora molti oggi sottoscriverebbero:

25aprile21Per certi aspetti mi ricorda l’idea delle “mani invisibili del mercato” che sta dietro alla descrizione anche moderna del grande mercato capitalistico immaginato come il miglior “onesto” gestore delle risorse e dei problemi; penso che anche altri fra noi abbiano qualche dubbio su questo modello interpretativo della società umana moderna. Uno dei problemi che vedo è che anche Giua, pur rifiutando la taumaturgia mercantile sembrerebbe condividere, anche se solo per certi aspetti, una concezione di crescita potenzialmente illimitata.

La divisione sociale resta determinante, ma le risorse naturali non sono infinite, ne abbiamo avuta più di una dimostrazione in questi 70 anni, e il mercato da solo non è un gestore accorto; anzi.

Ma su questo potremo discutere meglio se qualcuno interverrà nei commenti.

Piuttosto vorrei raccontarvi qua una cosa diversa. Nel cercare i numeri di C&I di oltre 70 anni fa nella biblioteca della mia università mi è capitato in mano tutto il fascicolo degli anni 1944-45 e non sono riuscito a non sfogliarlo anche con una certa emozione.

Vorrei raccontarvi attraverso alcune immagini la storia di quegli anni che ho visto in filigrana.

Il numero romano che compare su tutte le pagine non è l’anno dell’era fascista, come si potrebbe pensare, ma solo l’anno trascorso dall’inizio delle pubblicazioni per C&I, il 1919.

Anzitutto mi appaiono due chimiche o se volete due industrie chimiche nettamente diverse fra di loro; da una parte aziende medio-piccole, dedite a compiti umili ma evidentemente importanti nell’industria di allora; l’industria Cucumo che produceva SIRE Macum, che riaffilava elettrochimicamente le lime e le “limole”:

25aprile22Si tratta di una attività che in realtà sopravvive anche ora, col nome più altisonante di affilatura 3D e che, in un mondo in cui l’usa e getta non era così diffuso, aveva certamente un ruolo maggiore. Certo è l’indizio di un modo più corretto di porsi rispetto all’uso delle risorse.

A fianco a queste aziende esistevano poi i giganti dell’epoca; una di esse Siemens, ritornerà nella nostra storia ed è molto indicativo quali fossero le sue visioni del mondo; ogni numero de “La Chimica e l’Industria” la Siemens aveva una o due pagine di pubblicità, fino al numero 3-4 del 1945, che corrispose da una parte all’interruzione momentanea della pubblicità, ma anche alla messa sotto controllo amministrativo della Siemens Italia. La Siemens come azienda fu coinvolta a livello internazionale nelle questioni dell’uso di lavoro schiavistico nei campi di sterminio e ne riparleremo fra un momento.

Queste aziende avevano certamente una visione mondiale e estremamente moderna; guardate queste due immagini pubblicitarie, che hanno un contenuto incredibile se si pensa che sono di oltre 70 anni fa:

25aprile23 25aprile24Avete notato l’inquietante simboletto che rassomiglia terribilmente alla svastica? Molte aziende insospettabili hanno in effetti collaborato in qualche modo col nazismo. La Duma di Mosca ha chiesto di recente a quelle aziende di chiedere scusa.

La Siemens scompare dalla pubblicità dopo questa data; compaiono invece una serie di annunci mortuari che fanno riflettere; alcuni di essi li trovate nell’elenco di Gianfranco Scorrano, altri no.

Vediamone alcuni.

Nel numero 7-8 compare Gianfranco Mattei, morto più di un anno prima durante la lotta partigiana; l’articolo è firmato da G. Parravano, da non confondere con Nicola Parravano, che fu di fatto il boss della chimica italiana durante il fascismo e morì poi nel 1938.

25aprile25

Sotto l’annuncio per Mattei compare piccolo piccolo quella di una collega, che seppure naturalizzata italiana e iscritta alla Società Chimica di allora fu di fatto espulsa dalla società scientifica dopo le leggi razziali e resa apolide; questa manca nell’elenco di Scorrano, ma se lo meriterebbe perchè di fatto fu cittadina italiana e iscritta alla nostra associazione di allora. Si tratta di Rosa Kaminka.

25aprile26Allorquando, nel 1938, le leggi razziali promulgate dal regime fascista colpirono i cittadini italiani di origine ebraica privandoli dei diritti civili  e politici, Rosa Kaminka in quel momento cittadina italiana abitante a Vercelli fu radiata dall’Associazione italiana di chimica di Roma di cui era socia. (http://www.russinitalia.it/dettaglio.php?id=97); fuggì poi in Francia dove morì.

Nel numero 11-12 troviamo una serie di altri casi di morti “politicamente scorrette” avvenute prima dell’aprile 1945 e mai fino ad allora rivendicate.

25aprile27Qui sopra vedete Umberto Ceva, morto in carcere, apparentemente suicida, ben 15 anni prima (sic!) e mai prima commemorato, per ovvie ragioni politiche, ma vedete anche fra le righe il nome di un altro “chimico” arrestato, Vincenzo Calace; ma si tratta di un caso di eccesso di zelo. Entrambi, militarono nella lotta antifascista e non alla fine ma dal principio come Michele Giua. Calace, che non sembra fosse un chimico, ma un ingegnere meccanico, più fortunato di Ceva sopravvisse all’arresto e al confino e dopo la guerra partecipò attivamente alla vita politica italiana.

Ancora più sotto Ernesto Reinach, morto quasi due anni prima, fondatore della Oleoblitz, esperto di lubrificanti portato a morire a 90 anni in un vagone. Non era un chimico, anche se ci lavorava; trovate la sua storia qui.

Ma credo che il caso più eclatante fra i tanti annunci mortuari sia quello di Roberto Lepetit, industriale chimico, ma anche partigiano e antifascista, morto in un campo di concentramento nel quale anche la Siemens usava i deportati come minatori e scavatori. Roberto morì a pochissimi giorni dalla liberazione, il 4 maggio 1945 nel campo di Ebensee, un sottocampo di Mathausen, scavando le gallerie dove si costruivano armi e dispositivi bellici di vario genere.

25aprile28Nel lager di Ebensee, situato a est di Salisburgo, dal novembre 1943 i deportati lavoravano per la Siemens–Bau-Union alla costruzione di un officina sotterranea, destinata alla produzione missilistica delle V2, ma a causa di ritardi ed errori di progettazione non fu mai realizzata.

Dall’agosto del 1944 i deportati furono impiegati per l’installazione di una raffineria, entrata in funzione nel febbraio 1945 e probabilmente fu lì che trovò la morte Lepetit.

Lepetit fu come in altri rari casi , come Adriano Olivetti, un personaggio che vide al di là della propria appartenenza di classe e pagò con la vita questa sua capacità.

Una storia più accurata la trovate qui. La Lepetit ha continuato ad esistere dopo la guerra ed è poi stata acquistata dalla Dow.

Poi ci sono i piccoli accadimenti della guerra, la mancanza di carta, i bombardamenti continui che provocano molti problemi:25aprile29 25aprile210

Quanto è cambiata la chimica italiana in 70 anni? E quanto sono cambiati i chimici? A voi la risposta.

[1] Michele Giua Scienza, tecnica e politica, in ”La chimica e l’industria”, Milano, marzo-aprile 1945, anno XXVII, nn. 3-4, pp.35-36.

[2] MARIO GIACOMO LEVI, L’industria chimica italiana e le possibilità del suo avvenire, in ”La chimica e l’industria”, Milano, novembre-dicembre 1945, anno XXVII, nn. 11-12, pp. 189-195

[3] Luigi Cerruti, Bella&Potente La chimica del Novecento fra scienza e società, pp. 512, Editori Riuniti, Roma, 2003

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

2 thoughts on “Il 25 aprile e la chimica. 2a parte.

  1. Ho letto con emozione i due begli interventi di Claudio della Volpe sulla chimica e il 25 aprile. Sono il più vecchio dei lettori di questo blog e sono entrato in un laboratorio chimico a lavorare, ancora studente, nell’estate del 1946 quando era ancora vivo il ricordo del periodo fascista e della guerra. Erano tornati sulle cattedre universitarie quei professori che pochi anni prima si facevano vedere in camicia nera; alcuni avevano continuato a lavorare in silenzio durante il fascismo, altri avevano sfruttato le amicizie fasciste per scalzare qualche collega approfittando delle leggi razziali, come nel caso della squallida storia di Celestino Ficai contro Leone Padoa, assassinato poi nel campo di Auschwitz. Altri hanno pagato con la vita il coraggio di resistere al fascismo. E’ bene sfogliare le ormai fragili pagine delle riviste chimiche degli anni trenta e quaranta del secolo scorso; è bene ricordare episodi di coraggio e di viltà di quegli anni, anche all’ombra delle provette e dei Kipp, perché le tentazioni del potere economico e politico sono sempre intorno a noi.

  2. Ottimo post, Claudio: “Don’t let their Memory fade” è il motto della Royal British Legion e dovrebbe essere di esempio anche a tutti gli italiani. Possiedo la prima edizione del libro di Michele Giua “Storia della Chimica”, sottotitolo: Dall’alchimia alle dottrine moderne, Chiantore, Torino, 1946. Scrive Giua nella Prefazione (datata 7 novembre 1945): “Non poche pagine di questa mia Storia sono state scritte tra l’infuriare della guerra partigiana, tra tanti tormenti e tante vittime della ferocia nazifascista. Ma come negli anni precedenti, pur essi tormentati, ero venuto raccogliendo il materiale per questa Storia, così nella elaborazione successiva di essa non mi ha mai abbandonato il pensiero che solo nel lavoro l’uomo può ritrovare il meglio di se stesso.” In queste frasi ben si collega, fra l’altro, la festa del 25 aprile con quella del 1 maggio.

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