Le verità della comunità scientifica

 Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Alberto Bellini**

albertobelliniuniboUn comunicato stampa della Società Italiana di Igiene, sostenuto dall’Istituto Superiore di Sanità, ha riaperto la discussione sugli impianti di incenerimento rifiuti. La Società Italiana di Igiene afferma con forza sette verità scientifiche sulla gestione dei rifiuti:

  • Le discariche inquinano più degli inceneritori.
  • La gestione dei rifiuti non può prescindere da inceneritori di ultima generazione, che hanno un bilancio energetico positivo.
  • Lo studio epidemiologico Moniter evidenzia chiaramente l’assenza di rilevanti rischi sanitari acuti e cronici per chi vive in prossimità degli impianti.
  • Il trasporto dei rifiuti, lontano da dove essi vengono generati, ha costi e impatti ambientali rilevanti.
  • È fondamentale una strategia di lungo periodo, basata anche su educazione ambientale.
  • I rifiuti accumulati per strada sono un segno di degrado, ma non sono documentate emergenze sanitarie particolari nel caso della città di Roma.
  • La teoria dei rifiuti zero è illusionistica ma è un falso mito, non solo perché di fatto inattuabile ma per la dimostrazione che le raccolte differenziate oltre una certa soglia (attorno al 60%) rischiano di non essere efficaci.

moniter

L’Istituto Superiore di Sanità definisce Moniter (studio commissionato dalla Regione Emilia-Romagna per valutare gli impatti ambientali e sanitari degli inceneritori) un “lavoro scientifico che ha documentato l’assenza di rischio sanitario per i cittadini che vivono nelle zone limitrofe”. “Un dato, condiviso e convalidato anche dalla comunità internazionale, europea e extraeuropea, attraverso studi che dimostrano, inoltre, che i termovalorizzatori di nuova generazione producono emissioni la cui qualità dell’aria in uscita è sostanzialmente migliore a quella in entrata“.

Stupisce in queste affermazioni l’assenza di ogni dubbio e di riferimenti bibliografici che le sostengano. In realtà, come sostenuto dall’Associazione dei Medici per l’Ambiente[1] e da Medicina Democratica[2], lo Studio Moniter ha dimostrato con chiarezza un aumentato rischio di aborti spontanei e di nascite pre-termine nelle popolazioni esposte alle emissioni degli inceneritori, e un aumento di incidenza di linfomi Non-Hodking per l’area di Modena. Inoltre, Medicina Democratica aveva espresso riserve[3] sul metodo adottato nello Studio, dubbi e richieste alle quali il Comitato Scientifico di Moniter non ha ancora risposto[4]. Dubbi che riguardano il perimetro di indagine e l’assenza tra gli indicatori dell’esposizione di matrici animali e vegetali, indicatori più sensibili agli effetti di diossine e PCB.

Pur cercando di evitare una battaglia “ideologica” tra due fazioni “estreme”: chi considera gli inceneritori una panacea per la gestione dei rifiuti, e chi li considera fonti di inquinamenti inaccettabili in un contesto urbanizzato; il comunicato stampa di SITI e ISS appare fortemente indirizzato verso la prima fazione e contiene alcune contraddizioni.

Presentare gli inceneritori come soluzioni migliorative rispetto alle discariche, è auto-contraddittorio: gli inceneritori, infatti, richiedono discariche di servizio per trattare ceneri e scarti, pari a circa il 30% in volume dei rifiuti in ingresso. Analogamente, quando si contesta il trasporto dei rifiuti a lunghe distanze dal punto di produzione, si dimentica che le discariche di servizio per le ceneri degli inceneritori (tossiche e altamente pericolose) sono spesso a grande distanza dagli impianti stessi.

Immaginare che la raccolta differenziata dei materiali debba essere limitata al 60% significa annullare rapidamente le riserve di materie prime disponibili. Una direzione in aperto contrasto con le politiche comunitarie che puntano sull’economia circolare per superare le crescenti difficoltà di un’area territoriale senza materie prime. Secondo gli studi della Comunità Europea, un uso più efficiente delle risorse lungo l’intera catena produttiva potrebbe ridurre il fabbisogno di fattori produttivi materiali del 17%-24% entro il 2030, con risparmi per l’industria europea dell’ordine di 630 miliardi di euro l’anno[5]. Bruciare i materiali contenuti nei rifiuti significa dover estrarre nuove materie prime per produrre nuove merci (magari “usa e getta”) con un impatto ambientale che non è limitato al singolo impianto di incenerimento ma che percorre tutta la filiera produttiva, dall’estrazione, alla trasformazione, alla commercializzazione delle merci e si riattiva a ogni accensione.

Affermare che la qualità dell’aria in uscita agli inceneritori è migliore di quella in ingresso, significa attribuire ai sistemi di abbattimento fumi un merito superiore a quello di Prometeo stesso: la distruzione di materia. In realtà, quei sistemi producono scarti tossici (in aria e in acque) e la combustione produce particolato ultra fine i cui effetti sulla salute sono unanimente riconosciuti[6]. D’altra parte, se un inceneritore avesse queste straordinarie proprietà, perché non costruirne uno di fianco a ogni ospedale?

Attendiamo ora le controdeduzioni della Società Italiana di Igiene e dell’Istituto Superiore di Sanità alle analisi di ISDE e Medicina Democratica. La comunità scientifica è attesa a un ruolo attivo e indipendente. Le affermazioni assolute sono lontane dal metodo scientifico, e le opinioni di decisori politici o di esperti di altri settori dovrebbero essere ignorate. Il condizionale è d’obbligo se la comunità scientifica abdica al suo ruolo di terzietà e analisi.

A mio parere, per la gestione dei rifiuti occorre una riforma strutturale, che si può sintetizzare in quattro punti.

  • Riduzione e prevenzione dei rifiuti, promuovendo l’immissione a consumo di materiali riciclabili, attraverso incentivi economici, ad esempio, fissando un contributo ambientale, inversamente proporzionale alla riciclabilità del prodotto.
  • Tariffe proporzionali alla produzione di rifiuti non riciclabili, per declinare il principio comunitario, chi più inquina più paga.
  • Piano pluriennale per la realizzazione di impianti di selezione e recupero dei materiali secchi (carta, plastica, vetro, metalli) e per il trattamento della frazione organica.
  • Piano pluriennale per gli impianti di smaltimento.

L’obiettivo delle prime tre azioni è la riduzione il rifiuto residuo indifferenziato al di sotto della soglia di 100 kg per abitante per anno, nel medio periodo – eg 2025. In questo modo, la quota di materiale da smaltire attraverso discariche e inceneritori sarebbe pari a circa 6 milioni di tonnellate ogni anno (nel 2014 è stata pari a circa 14.5 milioni di tonnellate). Assumendo che 80% del residuo venga trattato con inceneritori, sarà necessaria una capacità complessiva inferiore a 5 milioni di tonnellate. I 42 inceneritori attualmente operativi hanno una capacità complessiva pari a circa 6 milioni di tonnellate. Quindi, il piano di cui al punto (4) dovrà prevedere una riduzione ed equa distribuzione degli impianti, attualmente concentrati in Lombardia (13), Emilia-Romagna (8), Toscana (5). Una disomogeneità destinata a produrre tensioni sociali, e a non favorire un’efficiente gestione dei rifiuti. Emblematici alcuni dati riportati dallo studio di settore sui rifiuti di Cassa Depositi e Prestiti[7]: (1) le esternalità (costi sanitari e ambientali) associate al settore rifiuti sono pari a 157 € per ogni 1.000 € di valore aggiunto generato, mentre sono in media pari a 24 € per il totale delle attività economiche; (2) la percentuale di materia smaltita in discarica è inversamente proporzionale alla quota procapite degli investimenti per impianti. Nel paese le distanze rimangono enormi, si passa, infatti, da 45 € per abitante investiti in Emilia-Romagna nel periodo 2004-2008 a meno di 5 € in Calabria; la quota di rifiuti smaltiti in discarica è pari al 6-7% in Friuli Venezia Giulia e Lombardia, e pari a oltre 80% in Sicilia e Lazio[8].

Economia-circolare

La riduzione degli inceneritori è un’operazione necessaria per promuovere il recupero di materia e l’economia circolare, poiché essi sono impianti molto rigidi che richiedono una quantità fissa di materia. Realizzare un inceneritore significa ipotecare il futuro, ovvero prevedere che per i prossimi 20-30 anni sarà disponibile un’elevata quantità di materia non riciclabile e non separata alla fonte. Un’opzione che contrasta con le dinamiche economiche e industriali che vedono un’elevata sovra capacità impiantistica (in particolare in Nord Europa) e una costante riduzione di materiale indifferenziato. Queste dinamiche dovrebbero mantenersi e anzi esaltarsi per effetto delle politiche sull’uso razionale delle risorse che prevedono il disaccoppiamento tra produzione e consumo di materie prime e per effetto delle politiche ambientali che promuovono la raccolta differenziata di qualità. Politiche che si estenderanno per ragioni economiche e ambientali, ovvero per limitare l’uso di materia prima e risorse naturali, già oggi, in molti casi, vicino ai limiti di sfruttamento. Tra il 1900 e il 2009 il consumo di materiali da costruzione, metalli e minerali, energie fossili e biomassa è passato da meno di 10 a circa 70 miliardi di tonnellate all’anno[9].

 

[1] Comunicato stampa Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia, 17 agosto 2016, “replica a comunicato della Società Italiana di Igiene su inceneritori”.

http://www.isde.it/wp-content/uploads/2016/08/2016.08.17-Replica-a-SItI-su-presunta-utilità-ed-innocuità-degli-inceneritori-di-III-generazione-Comunicato-Stampa-ISDE-Italia.pdf

[2] Medicina Democratica, “Il mito di Prometeo offusca la visione della Società Italiana di Igiene”, 17 agosto 2016

Il mito di Prometeo offusca la visione della Società Italiana di Igiene

[3] Medicina Democratica, “Osservazioni sullo studio Moniter”, a cura di Agostino Di Ciaula e Patrizia Gentilini, gennaio 2012.

http://www.medicinademocratica.org/wp/wp-content/uploads/2016/08/osservazioni-Moniter-MD.pdf

[4] Progetto MonITER, “Verbale della seduta del comitato scientifico del 16 marzo 2012”

http://www.medicinademocratica.org/wp/wp-content/uploads/2016/08/CS120316.pdf

[5] Commissione delle Comunità Europea, “Verso un’economia circolare: programma per un’Europa a zero rifiuti”, 2 luglio 2014, COM(2014)398.

[6] WHO Regional Office for Europe, OECD (2015). Economic cost of the health impact of air pollution in Europe: Clean air, health and wealth. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe

[7] Cassa Depositi e Prestiti, “Studio di settore: Rifiuti”, febbraio 2014.

[8] ISPRA, “Rapporto Rifiuti Urbani”, 2015.

[9] Senato della Repubblica, Servizio Studi Dossier Europei, “Le proposte sull’economia circolare”, 19 gennaio 2016.

 

**Alberto Bellini è professore associato presso l’Università di Bologna.
I suoi principali interessi di ricerca sono nell’ambito della conversione statica di energia da fonti energetiche rinnovabili, degli azionamenti elettrici digitali e della diagnostica preventiva delle macchine elettriche.
È stato coordinatore del progetto europeo Life+ RELS sulla gestione dei rifiuti.
È autore o co-autore di oltre 100 articoli scientifici, di 3 brevetti industriali e di un testo didattico.

2 thoughts on “Le verità della comunità scientifica

  1. Da riciclatore prossimo al 100% e con forte tendenza a riuso ed ‘elusione’ dei consumi di imballaggi, mi permetto di esprimere un’opinione. Ho l’impressione che il diavolo stia nei dettagli e che abbiano un po’ di ragione entrambi, cioè che lo studio Moniter documenti un aumento di patologie, ma che non sia sufficiente per attribuirle con valore scientifico agli inceneritori. Un po’ come nella cosiddetta ‘terra dei fuochi’ l’aumento di patologie non può ancora essere attribuito scientificamente alle discariche abusive http://www.lescienze.it/edicola/2016/05/03/news/nella_terra_dei_fuochi-3069794/
    Sulla problematica in generale preferisco gli inceneritori alle discariche (naturalmente a valle della migliore raccolta differenziale possibile, che che oltre al riciclaggio permette agli inceneritori di funzionare nelle condizioni di massima efficienza e minimo inquinamento), tuttavia la Pianura Padana essendo uno degli ambienti più inquinati d’EUropa (quindi del mondo) da polveri sottili e ossidi d’azoto, non è certo l’ambiente ideale dove installare inceneritori.

    • Per quanto riguarda Moniter, esso stabilisce una correlazione statisticamente rilevante tra nascite pretermine e residenza (della gestante) in prossimità degli inceneritori. Questa correlazione è stata ritenuta “non preoccupante”, poiché il valore di incidenza medio è comunque inferiore (anche nelle aree più prossime agli inceneritori) alla media nazionale. In ogni caso, credo sia necessario precisare questo, in attesa delle risposte del comitato scientifico di Moniter alle richieste di Medicina Democratica. Ovvero, Moniter in realtà stabilisce chiare relazioni causa – effetto.

      Sulla problematica in generale, mi pare siamo d’accordo, con alcune precisazioni. Per ottenere la “migliore raccolta differenziata possibile” servono azioni educative, economiche e normative. Dichiarare che gli inceneritori producono a valle un aria migliore di quella in ingresso, non mi pare un buon viatico e, soprattutto, non riesco a capire come sia dimostrato dal punto di vista scientifico.

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