Come la pensa un chimico. 1 parte.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura della Redazione del Blog della SCI

Questo post nasce da un altro post che qui sotto elenchiamo,

http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2016/08/18/caratteristiche-di-un-matematico/

il quale a sua volta parte da un altro post in inglese

https://medium.com/@jeremyjkun/habits-of-highly-mathematical-people-b719df12d15e#.zafsc2apv

che discute i modi di fare e di pensare degli “highly mathematical people”

Stimolato da queste letture il postmaster Della Volpe ha mandato il link di Codogno alla redazione e chiesto un parere; ne ha avuto varie risposte e la Redazione ha deciso di farne un post; sottolineiamo che non c’era una domanda specifica ma un quesito così generale che la risposta (quando c’è), come vedrete, tocca aspetti molto diversi del tema: come la pensa o si comporta o agisce un chimico? Fra l’altro habits è un termine a più facce e quindi è giusto che il taglio sia così eterogeneo. Va da se che stiamo chiedendo ai lettori di contribuire alla discussione e, se se la sentono, di scrivere dei brevi pezzi che riprenderemo nei post successivi. Stiamo discutendo di noi stessi, di come ci vediamo nel senso lato del termine.

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(in ordine di tempo)

nebbiaGiorgio Nebbia (che poi ha scritto un pezzo che sarà la 2 parte del post):

Molto divertente.

Perché non mandi a ciascuno di noi — o a chi vuoi — una domanda: “Secondo te quale sono le ‘caratteristiche’ del chimico ?”, invitando chi ne ha voglia a rispondere con 20 righe entro il … diciamo 1 o xxx settembre ?

“Caratteristiche” non sarebbe il termine esatto; “habits” non è neanche “abitudini”, ma sarebbe più giusto il modo o i modi di pensare, di ragionare, di comportarsi nella propria professione, piuttosto di “professarsi chimico”, che è insieme insegnare, fare ricerca, fare analisi, fare sintesi, perfino stasare un lavandino. Non riesco a trovare una parola italiana adeguata.

Si può insegnare “da chimico” anche fuori dall’Università o dalla scuola, parlando ad altri chimici, parlando a non-chimici, in un dibattito, scrivendo su un giornale popolare.

Se qualcuno risponde puoi magari farne un post.

campanella.pm.240.shLuigi Campanella:

Cari tutti, mi era sembrata un’ottima idea! Poi però cercando di rispondere mi sono reso conto che i miei modi di pensare ed agire non risentono della mia condizione di chimico,ma piuttosto di quella di ricercatore,se non addirittura di cittadino.

mauroicardiMauro Icardi:

Dal mio punto di vista credo che tre siano le cose che contraddistinguono il modo di porsi di un chimico. Ovviamente faccio riferimento alla mia esperienza personale.

Sono ormai alle soglie dei trent’anni di lavoro in laboratorio di analisi. Un laboratorio al servizio della gestione di processo di vari depuratori, che potrebbe dover fare (e me lo auguro) un ulteriore salto di qualità se finalmente potrà partire la gestione unitaria a livello provinciale del ciclo idrico.

Penso che occorra per primo essere sempre curiosi. Non dare niente per scontato, anche se ormai sono più di vent’anni che fai le stesse cose sugli stessi impianti. Ma le variazioni, le modifiche macroscopiche (variazioni di portata, precipitazioni piovose brevi e forti) modificano certamente la materia prima con la quale lavori.

Essere metodico ed ordinato ma non in maniera maniacale. Il laboratorio deve funzionare, non essere una specie di “santuario”.

Pensare che devi comunicare con chi ha della chimica ( e conseguentemente di te) idee a volte bizzarre. E convincerlo a fare determinate operazioni,anche se i risultati non saranno immediati.

Ultimo mio personale “chiodo fisso”. Finchè puoi non smettere mai di reimpararla la chimica. Ma questo vale in generale. Non smettere mai di voler capire un pochino di più. Levi diceva che la chimica era ricca di metafore che si potevano applicare alla vita di tutti i giorni. Io credo che non si sbagliasse.

annarosaluzzattoAnnarosa Luzzatto (Annarosa è una biologa e fa parte da tempo della redazione):

A me pare che le posizioni di Luigi e di Mauro non siano da considerarsi in contrapposizione.

Le caratteristiche – o direi meglio, le regole – di un matematico indicate nell’articolo mi sembra corrispondano a quelle che un qualsiasi cittadino dovrebbe seguire se vuole mantenere un comportamento equilibrato e ragionevol, caratteristiche che dovrebbero essere particolarmente praticate e sentite da chiunque lavori in ambito scientifico.

L’articolo di Codogno però è solo un riassunto di un libro che spero più complesso, per cui non so dire se ci siano elencate anche caratteristiche davvero più sviluppate in un matematico. Infatti penso che, come dice Mauro, ci siano caratteristiche specifiche che risultano sviluppate in modo particolare in chi ha un certo tipo di approccio scientifico.

Nel mio caso, dato che la mia attività di ricerca era centrata principalmente sull’osservazione di ultrastrutture cellulari al microscopio elettronico a trasmissione, credo di aver sviluppato in modo particolare l’abitudine di osservare con particolare attenzione i particolari, cercando di coglierne soprattutto le “stranezze”, senza lasciarmi influenzare, per quanto possibile, dalla tendenza del cervello umano a “riconoscere”, in immagini poco chiare, strutture note e ben conosciute, come capita a chi individua volti ed immagini nelle nuvole o nei profili delle montagne.

Guardare è per tutti un’attività ovvia, mentre in realtà è molto complessa ed implica funzioni cerebrali molto evolute. Il cervello umano tende ad individuare  rapidamente le sagome note ed in particolare i volti umani, anche estrapolando da pochi elementi riconoscibili che possono invece indicare la presenza di strutture del tutto differenti.

Saper guardare senza estrapolare automaticamente figure note è una capacità che si impara con fatica e con lunga pratica. Questa capacità aiuta il morfologo, ma nella vita quotidiana può essere un intralcio: adesso che con l’età la mia acuità visiva è calata di molto, faccio più fatica di altri a interpretare il significato per esempio di un’immagine, in quanto sono predisposta a vedere singoli punti e linee come potenziali rappresentazioni di molteplici immagini differenti, quindi tardo a vedere quella ovvia che ad altri salta all’occhio al primo sguardo.

balzani1venturiVincenzo Balzani e Margherita Venturi:

Cari tutti,

facendo seguito al messaggio di Mauro anche noi proponiamo qualche idea sulle caratteristiche che deve/dovrebbe avere un chimico.

Il chimico sa che ci sono molecole belle, anche se non le ha mai viste

Il chimico sa che si possono interrogare le molecole fino a costringerle di rivelare la loro vera identità

Il chimico sa che le molecole, come le persone, possono essere più o meno “intelligenti”

Il chimico sa come convincere le molecole più intelligenti a compiere determinate azioni

Il chimico ama la Terra, unico luogo dove possiamo vivere, e si preoccupa di custodirla

Il chimico deve sempre ricordare che le interazioni delle molecole con l’uomo e con l’ambiente possono avere effetti imprevedibili

Il chimico è un grande esploratore della natura: questa sua caratteristica gli ha permesso e gli permette di capire come è fatto e come funziona il mondo, uomo compreso, scendendo a livello atomico e molecolare. Con il passare degli anni il chimico, forte dell’esperienza acquisita studiando le molecole e i processi naturali, è diventato un grande inventore: sfruttando questa caratteristica/abilità ha creato e crea continuamente molecole e processi artificiali capaci di cambiare il mondo (in bene, ma a volte, volutamente o imprevedibilmente, anche in male).

Il chimico deve sapersi muovere con agilità e cognizione di causa fra i livelli submicroscopico, macroscopico e simbolico: è infatti in grado di interpretare il mondo dei fatti e delle evidenze (livello macroscopico) in termini di interazioni fra molecole e atomi (livello submicrescopico) e viceversa, e di dare una rappresentazione sintetica di entrambi i livelli mediante simboli ed equazioni (livello simbolico)

rinaldocervellatiRinaldo Cervellati:

Desidero fare un brevissimo intervento sulle caratteristiche che dovrebbe avere un chimico, riprendendo quanto scritto da Mauro a proposito della capacità di comunicare.

Poichè sappiamo tutti quanto sia distorta l’immagine della chimica che ha il pubblico, anche (se non sopratutto) perchè è sempre più la “cenerentola” delle materie scolastiche a tutti i livelli, la capacità di comunicazione, nella maniera più semplice e senza formule o equazioni è dovrebbe giocare un ruolo fondamentale nelle caratteristiche del chimico.

La mia esperienza con amici e conoscenti che spesso mi chiedono info, ad es su come perchè si usa il bicarbonato per “lucidare” oggetti in argento è che la più convincente è il paragone con un antiruggine: la patina brunastra che ricopre l’argento è dovuta all’azione dell’ossigeno dell’aria, il bicarbonato è in grado di sciogliere questo materiale. Se la persona ne vuole sapere di più, allora entro nel merito. Una spiegazione semplice anche se mi chiedono perchè si prende il bicarbonato contro l’acidità di stomaco. Un pò più difficile quando mi chiedono qualcosa sulle droghe: eroina,  cocaina, crack, ecc. c’è tanta confusione su questo argomento. Sono sempre riuscito a far capire le differenze senza entrare nel tecnicismo.

oidualcClaudio Della Volpe:

Vorrei concentrarmi non tanto sul modo di pensare scientifico-generale , ma sull’habit sociale sul comportamento sociologico tipico del chimico italiano attuale e direi che a questo riguardo: siamo pochi, scarsamente presenti sul piano culturale, tendenzialmente chiusi in noi stessi e nella nostra comunità.

Siamo una piccola comunità in Italia; su circa 6 milioni di laureati siamo attorno a 100.000; di questi sono iscritti ad associazioni culturali o professionali una minoranza, (non più di 13.000) anche se devo riconoscere che esistono alcune piccole ma fattive organizzazioni culturali (per esempio Chimicare e anche dei siti web di singoli molto attivi); ancora più ristretto è il gruppo di chimici che si esprime e che scrive o partecipa alle discussioni; non ci sono chimici professionalmente divulgatori sui mass media anche se ci sono molti autori di libri divulgativi, di riviste o persone attive anche politicamente; altrove abbiamo chimici che sono diventati famosi o hanno raggiunto ruoli politici perfino; in Italia, dopo gli anni 60 le cose sono state molto ma molto più limitate. Perchè? Perchè pur essendo dotati almeno nelle loro figure carismatiche di quelle doti che si sono dette finora i chimici sono nell’angolo?

Una possibile risposta è quella proposta da Cerruti in uno storico articolo della Treccani: che ci sia stato un episodio o se volete una serie di episodi (li trovate sul blog raccontati da Scorrano e da Guido Barone) che hanno in qualche modo “bloccato” la nostra partecipazione alla vita culturale del paese e in genere quella degli scienziati di stampo naturalistico; paradossalmente questo non era avvenuto nè durante il fascismo, nè appena dopo; fino agli anni 60 la chimica e i chimici anche forse grazie al Nobel di Natta e al ruolo culturale/politico di alcuni sono stati sempre presenti sul versante dei media, ma anche nell’immaginario collettivo. Cosa è successo dopo? Dopo la prima metà degli anni 60 c’è stato una sorta di periodo oscuro che ha coinciso con gli episodi riguardanti Marotta e Ippolito di cui abbiamo parlato in alcuni post e di cui parla per esempio Cerruti. Ci sono poi stati anche i grandi episodi di inquinamento, Seveso prima di tutti, ma qualcosa era già cambiato. E qui veniamo a quella che Pietro Greco chiama una anomalia di fondazione: la Chimica è l’unica scienza che ha lo stesso nome di una industria.

Sta di fatto che la chimica italiana ha messo i remi in barca rispetto al passato. L’atteggiamento medio del chimico è stato segnato da una scarsa partecipazione alla vita culturale e politica del nostro paese, si è chiuso in se stesso e l’immaginario collettivo ha messo la chimica fra “i cattivi”; solo negli ultimi anni le cose stanno lentamente cambiando, ma rimane questa profondissima cicatrice culturale che si accompagna anche ad una riduzione del peso della Chimica nella scuola. La Chimica come tecnica, o al massimo come Meccanica quantistica applicata, una sorta di riduzionismo culturale che ci tiene come soggiogati. Sono poche le voci che si levano contro questa concezione riduzionistica della Chimica, che sottolineano invece che la Chimica è la scienza dei processi, dei sistemi che reagiscono, dell’equilibrio dinamico, della retroazione. In definitiva i chimici dovrebbero essere come detto sopra da alcuni di noi fra i massimi esperti della bellezza e della complessità della Natura, e loro entusiasti difensori ma di fatto ora e nel nostro paese sono tutt’altro.

(continua)

4 thoughts on “Come la pensa un chimico. 1 parte.

  1. Due sono le “attitudini” che includerei (mio modesto parere).
    Un/a chimico/a sa che la chimica non è intuitiva. Bisogna studiarla, e molto bene, per capire come si trasforma la materia. Credo che questo ci porti a non fermarci a considerazioni superficiali ma a guardare “dentro” a tutti i fenomeni che ci circondano.
    Altro chimipensiero: nessuna reazione ha una resa pari al 100%, ci sono sempre parti non reagite oppure sottoprodotti. E qualche volta i sottoprodotti sono ancora più interessanti dei prodotti. Credo che questo ci porti a considerare tutte le conseguenze di una azione e non soltanto a quella/e principale/i.

  2. Questo post è veramente stimolante. Professionalmente mi relaziono spesso con professionisti della sanità (medici, ingegneri clinici, infermieri, epidemiologi) e, avverto, presentandomi come chimico, il risveglio un certo timore sopito relativo alla nostra bella scienza (ricordi di università legati allo studio della chimica), ma anche un certo rispetto professionale. Per cui spesso mi chiedono informazioni riguardo a questa o quella molecola (vedi il bicarbonato di Rinaldo Cervellati). Perciò, per ritornare all’oggetto del post e alla riflessione di Claudio Della Volpe, ritengo che come chimici dobbiamo approfittare di questo “rispetto professionale” che ancora qualcuno ci tributa e ripartire da lì, da quelle cattedre di chimica improvvisate, per far risplendere nuovamente la nostra bella scienza.

  3. Io ribalterei la faccenda e analizzerei come io (professionista) ho interpretato ed interpreto la professione del chimico (chimico ricercatore, chimico analista, chimico consulente, ecc.).
    Io, personalmente, con il mio carattere preciso, metodico, scrupoloso ho cercato di fare mio il bagaglio culturale e professionale di chi mi ha preceduto per essere in grado di affrontare sempre nuove sfide, stimolanti e a 360° per diversificare e arricchire le mie conoscenze. Ho cercato e cerco di fare squadra, gruppo coinvolgendo, di volta in volta, i miei collaboratori con l’entusiasmo e l’amore che ho per questa materia dalle mille sfaccettature.
    Cerco di esplicitare la mia professione non solo per dovere, ma soprattutto per piacere. Quindi un buon chimico deve studiare ed aggiornarsi costantemente per avere solide basi e fondamenta, e poi con competenza, passione, curiosità, entusiasmo ed elasticità mentale deve uscire dagli schemi e spaziare nel vastissimo mondo della chimica che è vivo e vita.

    Dott. Biagio Naviglio
    Presidente Ordine Chimici Campania

  4. Pingback: Come la pensa un chimico. 2 Parte. | il blog della SCI

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