Come la pensa un chimico. 2 Parte.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Giorgio Nebbia

la prima parte di questo post è qui.

Nelle settimane di agosto ho ripensato a lungo come rispondere all’invito di Claudio (Lettera del 20/08/2016 12:42) ossia di suggerire quali possono essere gli “habits”, come dice il nostro collega matematico (https://medium.com/@jeremyjkun/habits-of-highly-mathematical-people-b719df12d15e#.n1peqypz6), del chimico. Finalmente mi è venuta in mente la ricetta che un vecchio (ma allora non avrà avuto più di 50 anni) bidello (così si chiamavano quegli straordinari servitori dello stato che pulivano i laboratori e le aule di lezione, mettevano in ordine la vetreria, che peraltro ogni studente o assistente o professore doveva lavarsi da solo, consigliavano e facevano coraggio agli studenti) mi diede quando misi per la prima volta, avevo venti anni, piede in un laboratorio.

Per fare il chimico occorrevano varie cose che lui elencava in un ritornello in bolognese, intercalato da pittoresche espressioni che non posso ripetere: attenzione, scienza, pazienza, fortuna e memoria; lui aggiungeva anche che bisognava aver passione per le ragazze. E Gaetano Benazzi, voglio ricordare il suo nome e sono forse l’ultimo sopravvissuto fra quelli che l’hanno conosciuto, di pazienza ne doveva avere tanta per gli affettuosi scherzi che noi ragazzotti gli facevamo.

Attenzione

Il successo di una analisi o di una sintesi dipende dall’attenzione a quello che si sta facendo; una distrazione può anche costare la vita: prendere una boccetta per un’altra, miscelare sostanze che danno luogo a sostanze esplosive, portare vicino ad una fiamma solventi infiammabili, eccetera.

Stare attenti ai dettagli; anche un precipitato apparentemente insignificante può nascondere una sostanza nuova che meritava di essere studiata; l’andamento anomalo di una analisi può indicare la presenza di un’altra sostanza.

Scienza

La conoscenza è indispensabile. Affrontare qualsiasi lavoro di laboratorio cercando di sapere tutto quanto è possibile su quello che hanno fatto i nostri predecessori, quelli che hanno scritto un secolo fa o in una sconosciuta rivista russa o finlandese.

A questo proposito la prima cosa da fere è “la bibliografia”, quella che poi sarebbe in parte confluita nella pubblicazione, a riprova che l’autore ha fatto fare un passo avanti alle conoscenze precedenti.

Si tratta di una vera e propria indagine storica che ai miei tempi si faceva attraverso quelle straordinarie collezioni dei Chemical Abstracts e dei Chemisches Zentralblatt (se ne è parlato in un blog di qualche tempo fa: https://ilblogdellasci.wordpress.com/brevissime/tassonomia-bibliografica/). Lunghe file di volumi pesanti e rilegati che contenevano dei brevi riassunti degli articoli pubblicati quasi dovunque, con straordinari indici per autore, per nome della sostanza, per brevetto.

Oggi i chimici hanno a disposizione raffinati strumenti telematici, ma in ogni caso nell’esplorazione del passato occorrono le altre doti, attenzione, pazienza, memoria.

Spesso la soluzione di un problema è sepolta in poche righe di un articolo che aveva tutt’altro titolo, o di un brevetto e non bisogna trascurare niente a costo di riempire pagine e pagine di “schede”.

Pazienza

Sono stato un modesto chimico perché sono privo di questa indispensabile attitudine; non aspettavo mai che una soluzione fosse andata a secco perfettamente, per avere più presto il risultato di una analisi ero disposto a saltare un passaggio utile o indispensabile, talvolta per non far aspettare la moglie non ripetevo l’esperimento per controllare se veniva nello stesso modo.

Se un trattato (penso a quelle favolose “bibbie” di sintesi chimiche o di analisi) dice che bisogna aspettare dieci minuti, bisogna ubbidire; fermarsi a sette minuiti può mandare a monte il lavoro di un’intera giornata.

Un esperimento va ripetuto fino a che non da sempre lo stesso risultato; la fretta può far credere di avere ottenuto un risultato che invece non c’è. Forse questa dote, non necessaria per lo storico o il filosofo, è essenziale in tutte le scienze sperimentali (oltre che utile nella vita quotidiana e familiare).

Fortuna

La chimica è una gara con la natura, una nemica bella e maligna. Si possono passare dei mesi a percorrere una strada che non porta in nessun posto o si può essere colpiti da una noticina o da un fatto apparentemente insignificante che contiene la soluzione cercata.

Si può osservare un fatto importante e poi dimenticarlo o trascurarlo. Jack Good, un matematico, scrisse un giorno che occorrerebbe conservare e rileggere i quaderni degli appunti di chi ci ha preceduto perché spesso contengono delle “half-backed ideas”, idee-mezzo-cotte-e-mezzo-crude, magari intuizioni buone, che un chimico ha avuto in un certo momento e poi non ha avuto tempo o voglia di approfondire.

Ricordando che, come ha scritto Pasteur, “il caso aiuta la mente preparata”.

Memoria

E’ una dote utile sempre, ma indispensabile per il chimico perché la bella e maligna natura con cui deve gareggiare per tutta la vita fa spesso lo scherzo di far apparire un lampo, un’osservazione, di ascoltare una lezione o di leggere un articolo che contengono una osservazione che sarebbe utile ricordare a distanza di tempo.

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“Fare” il chimico (il verbo “fare” si applica al chimico molto più che al fisico o allo storico o al letterato), è salire una scala percorsa da tanti altri, dietro di noi, ciascuno dei quali ci ha bisbigliato qualche cosa, sapendo che ci sono altri sul gradino successivo ad aspettare che noi gli si racconti quello che abbiamo visto, una scala senza fine.

Date per scontate queste attitudini, la vita del chimico è una continua sorpresa e divertimento come scrisse quel nostro collega (*): «I chimici sono uno strano genere di mortali, spinti da un impulso quasi folle a cercare il loro piacere fra fumo e vapore, caligine e fiamme, veleni e povertà: eppure fra tutte queste calamità vivo così bene che non cam­bierei la mia esistenza neanche con quella del re di Persia».

(*) Johann Joachim Becher (1635-1682), Acta laboratorii chymica monacensis: seu physica subterranea, 1669

 

2 thoughts on “Come la pensa un chimico. 2 Parte.

  1. Conosco da molto tempo l’amico Giorgio e lo leggo sempre con piacere: questa è una “pennellata” simpatica e veritiera della “pasta” del chimico in cui mi riconosco!!!
    Fabio Olmi

  2. Mi permetto di intervenire in coda a questo post per dire che anch’io ho studiato chimica e che sono stato impegnato in attività di ricerca in ambito accademico. Alcuni miei progetti hanno aspettato a lungo, anche dieci-quindici anni, prima che li sviluppassi in maniera pressoché completa, il che è avvenuto solo dopo avere accumulato le necessarie informazioni, soprattutto sperimentali. Da qualche anno, anche per vicende familiari, sono andato in pensione. Da quel momento ho cominciato a coltivare a tempo pieno interessi letterari, che negli anni lavorativi avevo un po’ messo in disparte. Penso che un chimico sia anche questo: una persona paziente, dotata di intuito e di lunga memoria, che sa aspettare che i tempi maturino prima di sviluppare un progetto. Spesso solo un lavoro certosino porta a risultati soddisfacenti. Aggiungo che anche in ambito letterario ho dovuto adeguatamente documentarmi. A tal proposito, vi propongo una curiosità. Rileggendo l’Antolologia di Spoon River, a cui De André si è ispirato, ho notato che la canzone Il Chimico, che viene proposta dal prof. Nebbia nel filmato, fa riferimento, nel testo originale di Lee Masters, a un farmacista (druggist) e non a un chimico (chemist). Da chimico, quale occasione migliore per parlarne nel mio blog (per i curiosi, https://raffrag.wordpress.com/2013/05/14/palabra-en-el-mundo/)?
    Cordiali saluti.
    Raffaele Ragone

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