La sfida della molecola

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

Il titolo di questo post è tratto da un racconto di Primo Levi contenuto nel libro uscito da Einaudi nel 1981 dal titolo “Lilit ed altri racconti” che raccoglie testi già pubblicati per la maggior parte su giornali e periodici.

lilithNel racconto viene descritta in maniera molto particolareggiata la gelificazione di una resina sintetica all’interno di un reattore industriale.

Primo Levi come ben si sa lavorò per la maggior parte della sua carriera presso un’industria di smalti e vernici a Settimo Torinese, nelle vicinanze di Torino.

La rilettura di questo racconto mi smuove molti ricordi e per diverse ragioni. A Settimo Torinese ho trascorso la mia giovinezza insieme alla mia famiglia, e successivamente dopo il mio trasferimento in provincia di Varese per tre anni ho lavorato anche io in una azienda dove venivano prodotte vernici e resine sintetiche.

levi21Mi ricordo perfettamente che il proprietario mi chiese se conoscessi il Dott. Levi (cosi si espresse) quando sostenni il colloquio di assunzione, visto che provenivo dalla stessa città dove lui aveva lavorato per molti anni, fino al pensionamento per poi dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Molto a malincuore dovetti dirgli di no. Era il febbraio del 1987. Levi era ancora in vita. La notizia della sua morte la sentii al giornale radio proprio mentre ero rientrato a casa dei miei genitori da Varese. Era l’undici di Aprile di quello stesso anno, un sabato. La notizia mi lasciò un profondo senso di malinconia. Non avevo ancora portato con me i libri che più amavo, e nella libreria guardai i risvolti di copertina dei suoi libri dove la data di morte ancora non compariva.

Nel racconto vengono descritte situazioni che ogni chimico che lavora nell’industria o in laboratorio ha potuto sperimentare personalmente. In particolare uno dei due protagonisti prova un fortissimo senso di delusione e frustrazione perché durante il suo turno di lavoro la reazione di polimerizzazione che gli è affidata non va a buon fine, e provoca la gelificazione dell’intera massa di reazione pari ad otto tonnellate di prodotto. E confida queste sue sensazioni con l’altro personaggio del racconto in cui si può riconoscere proprio Levi. Il racconto prosegue con la descrizione delle operazioni preliminari di caricamento e pesatura con le bilance automatiche, e il controllo del reattore durante le ore di turno.levi22

Non so se attualmente nell’industria chimica vengano ancora usati, ma quando vi ho lavorato io le rampe di temperatura della reazione venivano gestite tramite una camma eccentrica a punteria calettata su un orologio meccanico, e il procedere della reazione nel tempo veniva poi tracciato su un registratore rotante che può in qualche modo ricordare il tachigrafo di un camion.

nockenwelle_aniUn sistema sostanzialmente analogico che credo sia stato ormai sostituito da controlli computerizzati. Alla fine della reazione dopo i controlli di qualità che in sostanza erano controlli della viscosità a tempi prestabiliti si poteva procedere allo scarico del reattore al suo lavaggio ed alla predisposizione per le successive “cotture” (questo è il termine con cui si indicavano le reazioni di produzione delle resine, usato anche nell’industria della birra per indicare la reazione di fermentazione).

Analogamente a quanto Levi aveva già scritto riguardo alla distillazione: “Distillare è bello. Prima di tutto perchè è un mestiere lento, filosofico e silenzioso, che ti occupa ma ti lascia tempo ad altro, un po’ come l’andare in bicicletta.”, anche in questo racconto il protagonista nel tempo morto, prima che il procedere della reazione lo impegni con i primi controlli di viscosità inizia a pensare ad altro.

Ma non alle proprie cose o alla fidanzata. Inizia a pensare alle molecole roteanti all’interno di quel reattore.

Questo è un brano particolarmente significativo. “Insomma io me ne stavo tranquillo, non c’era motivo di preoccuparsi. C’era ancora da aspettare due ore prima di cominciare coi controlli e ti confesso che io pensavo a tutt’altro. Pensavo…beh si, pensavo a quella confusione di atomi e molecole che c’erano dentro quel reattore, ogni molecola come se stesse lì con le mani tese, pronta ad acchiappare la mano della molecola che passava lì vicino per fare una catena”.

Questa parte del racconto è quella fondamentale. Richiama alla mente i momenti in cui nel lavoro quotidiano ci formiamo un’immagine di quello che sta avvenendo in un reattore industriale come narrato in questo racconto, ma anche se stiamo lavorando in laboratorio in semplici operazioni di titolazione o nell’uso di strumentazioni di laboratorio più sofisticate.

levi23Nella nostra formazione di chimici abbiamo imparato a costruire dei modelli di molecole nelle loro varie rappresentazioni. Le più belle ed eleganti da questo punto di vista sono le formule di struttura. E poi le rappresentazioni spaziali di modelli molecolari che oggi si possono trovare in commercio per uso didattico.

Come chimici abbiamo sempre lavorato seguendo un filo rosso di conoscenza che parte da Democrito e attraversa i secoli per arrivare fino a giorni nostri. Cercando di penetrare le leggi della materia e verificando in maniera pratica quello che in tutto questo tempo si era teorizzato e poi verificato prima sperimentalmente, e poi nell’applicazione pratica del lavoro quotidiano.

Questa forma mentis è, a mio parere uno stimolo fondamentale. Negli anni del mio lavoro presso l’industria varesina di vernici mi veniva in mente mentre in laboratorio mi dedicavo alla produzione di piccole quantità di resina alchidica in un piccolo reattore da dieci chili, un tempo usato per le sperimentazioni su impianto pilota. Capitava anche a me di immaginare questa danza di molecole appena la prima molecola di acqua di condensazione veniva eliminata dalla massa di reazione. E sia pure per quantità di prodotto ridotte ho provato sensazioni molto simili a quelle del protagonista del racconto, Rinaldo. Cambiavano solo le dimensioni del problema, otto tonnellate di resina polimerizzata ed inservibile nel racconto, pochi chili nel mio.

Inutile dire che questo articolo è un invito a leggerlo questo racconto, per capire fino in fondo una ulteriore lezione ed una morale che si trova in chiusura di esso. In primo luogo l’etica del lavoro e l’impegno di narrare della chimica, sia essa di ricerca o di lavoro quotidiano. Ma anche la metafora su cui ognuno potrà riflettere del prevalere del caos sull’ordine che ci sforziamo di conseguire in ogni momento della nostra vita. Ancora una volta la chimica ci offre una chiave di lettura che va oltre il suo orizzonte di disciplina che studia composizione e trasformazioni della materia, per sfiorare argomenti di carattere filosofico. Con il suo vasto bagaglio di metafore.

 

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