Sopravvivenza delle Società Scientifiche.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Luigi Campanella, ex Presidente SCI

campanellaDopo l’incontro tenuto a Roma e dedicato al futuro della SCI non molto è avvenuto.

Mi rendo conto delle difficoltà a trasformare le idee in atti concreti in una situazione spesso consolidata, ma credo sia necessario rimboccarsi le maniche per tornare a crescere.

La questione della sopravvivenza delle Società Scientifiche non è solo un problema della SCI. In una società in cui le risorse per la cultura sono sempre di meno e sempre più spesso quelle sacrificate, in una società in cui i giovani sempre più spesso cercano di realizzare un rapporto con la società civile soltanto attraverso gli strumenti telematici, in una società in cui di fatto c’è stato un salto generazionale nel processo di rinnovamento del quadro guida delle istituzioni, è abbastanza logico che l’associazione scientifica soffra. Cosa fare per cercare di mitigare e contrastare questa tendenza?

Creare situazioni eccezionali per interesse e qualità da stimolare l’adesione, ma per fare questo è necessario investire risorse e quando queste si riducono questa strada risulta difficilmente perseguibile a meno di non aumentare le quote di iscrizione, creando però – vista la situazione generale – una sorta di “resistenza economica” nei più giovani.

L’alternativa – puntando sull’incremento delle entrate – è aumentare il numero di soci cercando quasi di catturarli da comunità limitrofe a quelle tradizionali .

Aumento degli iscritti: come da più parti viene detto la SCI sempre più tende a divenire una Società accademica perdendo il suo connotato di Società Scientifica. La Scienza non è esclusiva dell’Accademia: l’Industria, gli Enti di Ricerca, le Accademie, i professionisti, le associazioni culturali, i servizi di Stato, gli insegnanti delle scuole hanno titolo e capacità per fare ed occuparsi di Scienza.

Come coinvolgerli nella SCI?

we-need-you-albert-einstein-pictureNon c’è una formula magica ma certamente l’articolazione divisionale basata su classificazioni accademiche non è forse quella ideale. Una riconsiderazione cercando una maggiore corrispondenza alle attività produttive e merceologiche, a riferimenti tematici più che disciplinari. Alcuni gruppi interdivisionali rappresentano questa esigenza (si pensi alla Sicurezza, si pensi alla Green Chemistry, si pensi alle Biotecnologie ai Biomateriali).
Credo però che l’operazione più necessaria sia quella del potenziamento del rapporto con il territorio, dove la promozione dell’arruolamento è diretta, dove si può svolgere un’attività significativa sul territorio indispensabile per nuove iscrizioni. È poi necessario che la Governance non sia esclusivamente accademica.

I casi di dirigenti industriali o di Enti di Ricerca o altri sono sempre più rari.  Altre azioni che possono intraprendersi o intensificarsi riguardano l’organizzazione di workshop tematici alternativi a congressi divisionali, la realizzazione di eventi da realizzare presso istituzioni non accademiche in una sorta di meeting itinerante, la creazione di uno sportello informativo per la scuola e in particolare per gli insegnanti (comunicazioni, informazioni, elaborazioni), la promozione di possibili occasioni per incontri fra soci dello stesso tipo di provenienza istituzionale.

 

2 thoughts on “Sopravvivenza delle Società Scientifiche.

  1. Condivido molto le considerazioni (amare) del prof. Campanella. Insegno in un grande ITI e Liceo delle Scienze applicate e credo di essere l’unico insegnante iscritto alla SCI! Solo nel decennio passato capitava di avere qualche collega iscritto, soprattutto alla Divisione di Didattica chimica. pensionati quelli ….. nessun ricambio. Erano i tempi in cui si partecipava ai congressi della DD (Pisa, Verbania, Bari …) perché ancora per poco purtroppo, a qualcuno interessava l’insegnamento della chimica fatto come si deve. E per questo l’aggiornamento e lo scambio di riflessioni con i colleghi è indispensabile. Le scuole, inoltre, ancora un pochino, valorizzavano questo impegno didattico e formativo tanto da sostenerlo anche se con poche risorse. da tempo ormai, nessuno sembra sentire l’esigenza di associarsi e sarebbe necessario indagare perché. Qui mi limito a suggerire qualche aspetto su questo tema che, in realtà, richiede ben altro approfondimento.

    1. Nelle scuole, da tempo ormai, l’insegnamento e la didattica sembrano essere diventati residuali. La “qualità” di un istituto è definita da criteri dove la qualità dell’insegnamento non sembra essere compreso. In questo panorama, dove sembrano prevalere progetti, attività, iniziative che non sono inseriti in un vero e proprio progetto culturale (nonostante i PTOF di rito), l’approfondimento, la ricerca, la cura della didattica rischiano di essere miseramente perdenti.

    2. Una causa dell’invisibilità della SCI agli occhi dell’insegnante della superiore a indirizzo chimico va cercata anche nella struttura stessa della scuola secondaria (e non solo di quella). Essa è, infatti, ancorata all’insegnamento disciplinare, “gesso e lavagna”, dove il tempo scuola si limita alle ore di lezione e di riunione. Invece la scuola dovrebbe essere un luogo aperto per tutta la giornata dove, accanto ai momenti di formazione “tradizionale” sia data la possibilità a gruppi di allievi, con alcuni insegnanti, di accedere ai laboratori per condurre attività sperimentale, ricerche, realizzare progetti con la collaborazione tecnica, scientifica, culturale e strumentale del territorio. L’attività di ‘”alternanza scuola-lavoro” (tanto sbandierata) rischierà di fallire miseramente proprio perché nel sistema scolastico siamo lontani dall’aver coltivato il terreno della cultura del progetto, della didattica laboratoriale, dello studio di “casi” reali superando le analisi dal matraccio preconfezionato dall’insegnante; per questo ci troviamo drammaticamente impreparati. Si vive il paradosso che, da un lato avanzano le richieste d’innovazione didattica e, dall’altro, queste innovazioni faticano o addirittura non possono trovare posto in un’istituzione che è organizzativamente bloccata, culturalmente cristallizzata al fare scuola di almeno cinquanta anni fa, strutturalmente critica come sta a dimostrare lo stato preoccupante degli edifici scolastici. Nei decenni si è selezionata una classe dirigente e insegnante che accanto alle immancabili eccezioni, è costituita più da soggetti che si adeguano pazientemente allo status quo e, anzi, talvolta lo ricercano perché funzionale ad altri obiettivi ritenuti per loro più importanti, piuttosto che di soggetti insofferenti ad adeguarsi che giocano nella scuola, fino in fondo la loro professionalità e quindi fortemente promotori di processi virtuosi di rinnovamento. A questo aggiungiamo che non esiste una vera e propria carriera dell’insegnante che è chiamato ad operare allo stesso modo sia da neoassunto sia quando ha maturato venti o trenta anni d’insegnamento. In questo contesto di “professionalità residuale” è difficile pensare che nella scuola si senta la necessità di sviluppare quei meccanismi che sono propri di coloro che possono vantare vere carriere e professionalità.

    3. Prendo spunto dalle parole del prof. Campanella: “La Scienza non è esclusiva dell’Accademia: l’Industria, gli Enti di Ricerca, le Accademie, i professionisti, le associazioni culturali, i servizi di Stato, gli insegnanti delle scuole hanno titolo e capacità per fare ed occuparsi di Scienza.” Sono convinto che queste parole sono dettate da profonda cultura e sincerità. Vorrei allora segnalare, come feci già in passato (ricordo ad esempio, uno scambio epistolare con il prof. Cerruti autore del bellissimo libro sulla chimica) che è almeno curioso che la SCI non sembri considerare che, in Italia, nelle scuole “Tecniche” lavorano anche circa 35.000 (circa se non erro) docenti “di laboratorio” (ITP o insegnanti Tecnico Pratici). Tra essi, una gran parte insegna nei laboratori chimici! Paradossalmente quando alcune associazioni scientifiche, tra le quali anche la SCI, organizzò, molti anni orsono, dei percorsi di formazione laboratoriale per gli insegnanti di chimica, in molte regioni, i docenti di laboratorio ne erano esclusi.

    Grazie per la cortese attenzione.

    Giuseppe

    • Trovo molto interessanti innanzitutto le considerazioni del prof. Campanella che conosco da molto tempo come persona attentissima alla diffusione della chimica e della scienza in generale. Credo che abbia fatto una riflessione realistica e puntuale.
      Anche io penso che sia necessario cambiare l’approccio e non essere troppo accademico.
      Tuttavia io che attraverso il PLS lavoro con molte scuole noto qui in Basilicata che gli insegnanti si iscrivono all’ANISN (Associazione di insegnanti di Scienze Naturali), anche molti chimici sono iscritti a questa associazione ma non lo fanno alla SCI. Perché? Forse dobbiamo chiederci in cosa sbagliamo.
      Di recente ho visto che comincia ad essere molto attivo il gruppo giovani e mi fa piacere perché anche quello si stava spegnendo.
      La chimica come sostiene il collega Zappoli deve entrare a far parte delle conoscenze di base del cittadino.

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