Chimica e mafia. La storia di Adolfo Parmaliana.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Claudio Della Volpe

Ieri si è conclusa in Cassazione una storia che ci riguarda, come chimici e come cittadini; quella del collega Adolfo Parmaliana, ordinario di Chimica Industriale presso UniMe, attivo politicamente a Terme Vigliatore, morto suicida il 2 ottobre di 8 anni fa.

parmaliana1La sua storia è stata raccontata da un giornalista siciliano Alfio Caruso nel libro “Io che da morto vi parlo”.Ed. Longanesi.parmaliana2

Qui ricordo a grandi linee cosa è successo ringraziando il collega Domenico Sanfilippo di averlo posto alla mia attenzione.

Nel testo troverete qualche link utile alla lettura dei documenti originali.

Adolfo nasce a Castroreale il 12 marzo 1958; si laurea in Chimica nel 1981 con una tesi su The system Benzene – Cyclohexane as a model for the storage and transportation of energy. Use of Pt/ g-Al2O3 honeycomb catalysts e diventa professore associato nel 1998 presso l’Università di Roma La Sapienza. Insegna poi al Dipartimento di Chimica Industriale e Ingegneria dei Materiali dell’Università di Messina, come ordinario di chimica industriale, coordinando il Dottorato di Ricerca in “Tecnologie Chimiche e Processi Innovativi” e come direttore del Master di II livello in “Tecnologie Energetiche Ecocompatibili”. Adolfo Parmaliana presiedeva la Montalbano Clean Energy Scarl e coordinava il “Catalysis Group” presso lo stesso Dipartimento di Chimica Industriale di Messina; era stato consulente per l’ambiente del sindaco di Roma, Veltroni. Autore di 120 pubblicazioni, 136 comunicazioni a Congressi nazionali ed Internazionali, 5 brevetti si è occupato a lungo della catalisi delle reazioni di ossidazione degli idrocarburi e poi più recentemente di energia rinnovabile.

Fin qui il Parmaliana chimico.

adolfo_parmaliana_11Ma esisteva in parallelo un Parmaliana cittadino, politicamente impegnato; Parmaliana fu in prima linea nella lotta contro la mafia: grazie anche alle sue denunce fu sciolto il Consiglio Comunale di Terme Vigliatore per associazione mafiosa.

Iscritto giovanissimo e per decenni all’allora Pci, ha difeso le ragioni della legalità, della correttezza, del buongoverno nella sua piccola patria, Terme Vigliatore, un paesino che si trova a pochissimi chilometri da Barcellona Pozzo di Gotto, zona sotto il dominio dei grandi boss di Cosa Nostra e dove confluiscono e s’intrecciano mafia, massoneria, alta finanza, pezzi rilevanti delle Istituzioni.
Scrive Caruso: Così il piccolo professore amante dei libri, dei vestiti eleganti, della Juve e idolatrato dai suoi allievi diventa, quasi a sua insaputa, un testimone scomodo da zittire, soprattutto dopo che le sue denunce hanno portato allo scioglimento del Comune di Terme per infiltrazioni mafiose. Emarginato dal suo stesso partito, subisce la vendetta di quel Partito Unico Siciliano (PUS) che lui per anni ha indicato quale connivente con il peggio della società. Il suicidio, spiegato da una terribile lettera d’accusa alla magistratura locale, appare, allora, l’unico strumento per non darla vinta ai persecutori e riaffermare la superiorità del Bene sul Male.

Barcellona Pozzo di Gotto è stata descritta ripetutamente come la “seconda Corleone” ossia come una delle basi storiche della mafia siciliana, come il terreno della “masso-mafia” ossia di una struttura intrecciata di massoneria e mafia che ha usato la massoneria per entrare in stretto contatto con le istituzioni, e qui sta il cuore del meccanismo che ha portato al lucido suicidio di Parmaliana. Parmaliana non si è semplicemente suicidato per disperazione, ma ha usato il proprio suicidio, avvenuto non nel territorio di Barcellona P.d.G., ma in quello di Patti come un’arma vera e propria, che gli ha fatto perdere la battaglia della vita ma che gli ha consentito di vincere una guerra molto più ampia. Si è suicidato in un territorio che sapeva essere meno provato dagli effetti della masso-mafia e nel quale le indagini sarebbero state più libere; e così è stato.

Un atto eroico che merita la nostra ammirazione.

Cosa era successo?

Adolfo era segretario dei Ds ed era stato candidato a sindaco alle amministrative del 2002 a Terme Vigliatore. Ma già prima di quel periodo, sulla base della sua conoscenza del territoro e del sistema di potere masso-mafioso, Parmaliana aveva portato fin davanti al CSM l’inazione della magistratura locale e delle istituzioni e in particolare del Procuratore Cassata, ma anche del sindaco eletto Cipriano. Parmaliana aveva presentato – già nel dicembre del 2001 – una nota al Consiglio superiore della magistratura, e Cassata fu sentito – nel marzo del 2002 – dall’organo di autogoverno dei giudici nell’ambito di un procedimento per incompatibilità ambientale poi archiviato. E questo non fa onore al CSM.

Il Procuratore Antonio Franco Cassata, presidente del circolo para-massonico barcellonese “Corda Fratres” (Cuori Fratelli), frequentato da mafiosi e amici di mafiosi (come riferito in Parlamento dall’onorevole Antonio Di Pietro e dal senatore Giuseppe Lumia), appariva già allora come il coordinatore della situazione di intreccio mafia-istituzioni.

Negli anni successivi Parmaliana tentò di contrastare il Consiglio eletto che di fatto rappresentava la mafia; erano talmente forti le ingerenze mafiose che dopo 4 anni di battaglie nel 2005 il Consiglio fu effettivamente sciolto per mafia, un colpo durissimo per la criminalità organizzata. Con i suoi esposti sul Piano regolatore, sull’abusivismo edilizio, su certe transazioni fatte dai politici del suo paese, Adolfo contribuì allo scioglimento per infiltrazione mafiosa del consiglio comunale.

A questo punto la risposta non si fece attendere, sotto forma di una azione di killeraggio, di calunnia della figura e dell’opera di Parmaliana. Parmaliana venne rinviato a giudizio per diffamazione, proprio per avere denunciato il malaffare dell’amministrazione locale e ovviamente capì che dietro a questo c’era il ferreo controllo sulla magistratura esercitato attraverso la figura del Procuratore Generale di Messina, il Cassata appunto.

Quel professore che non scendeva a compromessi finì con l’essere emarginato anche all’interno della sua parte politica. Al suo fianco era rimasto solo l’amico Beppe Lumia, tra i pochi – insieme a Claudio Fava e Sonia Alfano – che ne ha difeso la memoria dopo la scomparsa.

Lucidamente Parmaliana decise di rispondere con un atto estremo, che da una parte denunciava i suoi calunniatori, ma che dalll’altro metteva in gioco forze sane della magistratura, ambienti non toccati dalla mafia. Ecco perchè decise di suicidarsi , ma lo fece a Patti non nel suo letto.

Dopo la sua morte, il cui senso appare chiaro anche grazie ad una lettera che lasciò e in cui denunciava la situazione, la lotta continuò; arrivarono durante l’anno successivo dei dossier costruiti ad hoc per inquinare la memoria di Parmaliana ed arrivarono anche a Caruso, che stava scrivendo il libro, proprio come estremo tentativo di inquinare le prove.

Nel settembre 2009, a quasi un anno dalla morte un dossier anonimo – nel classico stile dei corvi – cerca di screditare la memoria di Parmaliana, mettendo in dubbio moralità e qualità professionali del professore. Il dossier venne inviato a numerosi destinatari, tra cui lo stesso senatore Lumia e lo scrittore e giornalista Alfio Caruso, a poche settimane dall’uscita del suo libro Io che da morto vi parlo (Longanesi, novembre 2009). Come accerterà in seguito la magistratura di Reggio Calabria, una delle finalità del dossier anonimo era proprio quella di ostacolare la pubblicazione del libro di Caruso.

La famiglia Parmaliana sporge denuncia contro ignoti, evidenziando la circostanza che allo scritto anonimo era stata allegata una sentenza della Cassazione inviata da una cartoleria di Barcellona Pozzo di Gotto alla segreteria personale del procuratore generale Antonio Franco Cassata

La Procura di Reggio Calabria avviò le indagini e il 17 novembre 2010 il sostituto procuratore reggino Federico Perrone Capano accompagnato dal capitano del Ros Leandro Piccoli – si recò negli uffici della Procura generale di Messina per interrogare i cancellieri in servizio in quell’ufficio.

A questo punto però il caso interviene in modo inatteso, il caso, ma anche la convinzione di impunità di sua eccellenza Cassata.

Il Procuratore generale Cassata fu molto ospitale con il suo giovane collega e l’ufficiale dell’Arma tanto da mettere a disposizione il suo ufficio per l’audizione dei testimoni. Durante la verbalizzazione delle dichiarazioni dell’ultima teste, Angelica Rosso, il capitano Piccoli nota in una vetrinetta una carpetta con un’annotazione manoscritta: “copie esposto Parmaliana”; appena più giù, la dicitura, sempre manoscritta, “da spedire”. Perrone Capano allora telefona al suo superiore Giuseppe Pignatone per riferirgli di quanto aveva visto. Pignatone telefona a sua volta a Cassata per spiegargli la necessità di procedere al sequestro.

La carpetta conteneva quattro copie del dossier anonimo – senza il timbro dell’ufficio con il numero di protocollo – e su due di queste erano attaccati due post-it con su scritto “Procura ME” e “Procura Reggio C.”. La Procura di Reggio Calabria iscrive Cassata nel registro degli indagati e, emerse le responsabilità del procuratore generale, lo rinvia a giudizio il 3 dicembre 2011 per diffamazione pluriaggravata in concorso con l’aggravante di aver addebitato alla presunta vittima fatti determinati e di aver agito per motivi abietti di vendetta.

Dunque un errore basato sulla convinzione di essere intoccabile che costa caro al Cassata.

cassata-franco-end

sua eccellenza l’ex procuratore generale di messina

La magistratura in tutti e tre i gradi di giudizio (culminati appunto negli atti pubblicati due giorni fa, ma la cui sentenza fu emessa già nel luglio di quest’anno) individua in lui il “corvo” e dunque anche il responsabile morale del suicidio di Parmaliana; da adesso in poi sarà ovviamente materia di risarcimento civile (per il momento l’unico risarcimento è di 800 euro), ma almeno giustizia è fatta nel senso che Cassata è ormai fuori gioco, scoperto come falso accusatore e di fatto coinvolto nelle mene masso-mafiose.

E’ da dire che già dalla prima condanna di primo livello nel 2013 sua eccellenza potentissima Cassata lasciò ingloriosamente la magistratura, una fine da basso impero venne definita, dopo 48 anni di dubbio e spesso disonorevole servizio.

Ricordiamo che esistono almeno due premi inititolati a Parmaliana; uno è il Premio antimafia, assegnato quest’anno a Graziella Proto e al Capitano Mario Ciancarella e l’altro è quello bandito dal GIC, Gruppo Interdivisionale di Catalisi, alla migliore tesi di dottorato sulla tematica”Catalisi per lo sviluppo sostenibile”.

Ed è giusto che sia così; quando Adolfo si è sacrificato aveva 50 anni, una famiglia con due figli e aveva due vite , una da scienziato ed intellettuale affermato, l’altra da coraggioso uomo politico; e due premi lo ricordano; due vite sacrificate non per disperazione, ma con un atto di coraggio, direi lucidamente sacrificate quel 2 ottobre 2008 sul viadotto Messina-Palermo per vincere una battaglia che è anche la nostra.

Adolfo non ti dimenticheremo. La tua storia si è conclusa in Cassazione, ma continua nella vita di ogni giorno.

Si vedano anche.

http://vittimemafia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=445:2-ottobre-2008-patti-me-si-suicida-adolfo-parmaliana-suicidio-per-mafia-ma-non-solo&catid=35:scheda&Itemid=67

http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/61838-premio-adolfo-parmaliana-a-graziella-proto-e-al-capitano-mario-ciancarella.html

3 thoughts on “Chimica e mafia. La storia di Adolfo Parmaliana.

  1. Sono molto grato per il racconto della triste vicenda di Parmaliana, che non conoscevo. Non sempre la giustizia trionfa in Italia, ma questo è un caso fortunato che ha reso non vano il sacrificio di Adolfo.

  2. Sono molto grato a Claudio Della Volpe e Domenico Sanfilippo per aver posto alla nostra attenzione una vicenda tragica e triste, ma allo stesso tempo emblematica di quell’Italia che non piega la schiena di fronte agli intrecci affari/istituzioni, anche quando le istituzioni coinvolte sono quelle che, ancora lo crediamo, dovrebbero presiedere alla tutela del bene pubblico.
    Con la mente vado indietro nel tempo, alla tragica scomparsa di Gardini (23 luglio 1993), frettolosamente archiviata come suicidio e mi chiedo che fine abbia fatto la richiesta di riapertura del caso da parte della Procura di Caltanisetta che nell’agosto 2006, dopo le indagini sui legami tra la Calcestruzzi S.p.A. (società della Ferruzzi), e la mafia palermitana, ha chiesto alla Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di “ripartire da zero senza trascurare nulla” per comprendere il ruolo avuto da Cosa Nostra nella vicenda visti gli interessi , più o meno occulti, che quest’ultima aveva nella Calcestruzzi (non dimentichiamo che il ’93 è un anno di sanguinose incursioni della mafia nella vita del nostro Paese). Grazie ancora.
    Paolo Olivieri (ex Dirigente Montedison, Polo di Terni).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...