Il problema non è il fipronil.

Claudio Della Volpe.

Il caso fipronil che si è scatenato in questi giorni fa intravedere, a chi lo legge fra le righe, alcuni dei meccanismi che si attivano attorno alla chimica e che condizionano la nostra esistenza come chimici e come cittadini.

Cosa è successo? Il fipronil è un insetticida   nome comune fluocianobenpirazolo è un insetticida ad ampio spettro che disturba l’attività del sistema nervoso centrale dell’insetto impedendo il passaggio degli ioni cloruro attraverso il recettore del GABA e il recettore del Glu-Cl. Ciò causa la ipereccitazione dei nervi e dei muscoli degli insetti contaminati.

La selettività d’azione del fipronil nei confronti degli insetti dipende da un’efficacia maggiore a livello dei recettori del GABA ma anche dal fatto che i recettori del Glu-Cl non esistono nei mammiferi.

Il fipronil è un veleno a lenta attività d’azione: una volta inserito in un’esca, l’insetto viene avvelenato ma non muore istantaneamente ma ha il tempo di ritornare alla colonia o nella tana.

Si lega al sito allosterico dei recettori del GABA e al recettore del Glu-Cl (quest’ultimo presente nell’insetto e non nei mammiferi), bloccando o alterando la trasmissione nervosa dell’insetto. Nei mammiferi e vertebrati può essere dannoso grazie ai metaboliti e al fatto che un uso scorretto ha recentemente provocato danni ai produttori di uova. Usato per la disinfestazione del pidocchio rosso (in realtà un acaro) nella produzione industriale di uova e allevamenti di ovaiole il Fipronil si è rinvenuto come residuo indicando così l’impiego illegale. Per la disinfestazione delle galline ovaiole, anche a livello industriale, è bene impiegare l’alternativa rappresentata dal calore

Tutto questo lo trovate su wikipedia.

E’ pericoloso per l’ambiente e ovviamente per tutti gli insetti impollinatori. Altre informazioni generali le trovate qui o qui.

Eppure si tratta di una sostanza che si usa negli animali da compagnia, come gatti e cani ma di cui è proibito l’uso per gli animali che entrano nel ciclo alimentare umano, come le galline.

La spiegazione è sempre la solita; usandolo opportunamente il fipronil eventualmente accoppiato con altre sostanza repellenti tiene lontani i parassiti dai nostri beniamini; se usato in modo massivo in animali da cortile però la dose che può raggiungere i tessuti degli animali e di seguito i nostri si avvicina pericolosamente a valori non tollerabili; inoltre in questo modo è più difficile evitarne la circolazione nel’ambiente; insomma il fipronil va bene se usato correttamente. Siamo sempre a quel concetto base che lega chimica e medicina: è la dose che fa il veleno. Semplice.

Cosa è successo?

La lotta al pidocchio rosso (e ai parassiti delle galline) diventa necessaria quando le condizioni di vita delle galline ovaiole non sono più quelle della nostra infanzia, l’orto di casa o l’orto del piccolo contadino, ma il grande capannone indstriale dove le galline sono ammucchiate letteralmente le une sulle altre; in questo caso l’uso dell’insetticida si rivela meno costoso del metodo fisico “termico”, ma è vietato dalla legge.

Si sa la concorrenza è dura e allora qualcuno si fa furbo.

The Public Prosecutor consider three Dutch persons suspects in the fipronil contamination scandal that resulted in millions of eggs being recalled from supermarkets. The suspects are two managers of pest control company ChickFriend and Nick H., whose company is suspected of delivering fipronil to the Barneveld company, NOS reports. ChickFriend is considered the source of the fipronil contamination in the Netherlands.

The authorities believe that H.’s company, called Pro-farma according to the Telegraaf, delivered fipronil to Chickfriend as well as a Belgian chicken farmer in feed form. Containers marked with the company’s name were found at ChickFriend. On Pro-farma’s website the feed delivered to the Belgian farmer is described as “positive for the immune system” of chickens.

H.’s home in Mill, Noord-Brabant was one of the addresses raided in the fipronil investigation on Thursday. H. was not home at the time. He told the Telegraaf from his vacation home that he is innocent. He blames Patrick R. – the owner of the Belgian company also believed to have delivered fipronil to ChickFriend – for everything. H. and R. used to own a company together, but had a falling out. According to H., his company’s name was found at ChickFriend because R. is illegally using it.

(http://nltimes.nl/2017/08/11/three-dutch-suspected-fiiponil-scandal)

Alcuni furbissimi venditori di insetticidi olandesi (Pro-farma e Chickfriend, a Barneveld un comune di 50.000 abitanti in Olanda, due dei cui dirigenti sono stati arrestati) ed altri ancor più furbi industriali delle uova Poultry Vision nel territorio fra Belgio e Olanda, hanno deciso di saltare il fosso.

Il sito web dell’azienda è al momento indisponibile (http://www.chickfriend.nl/).

Per capire da dove è partito tutto è necessario fare un passo indietro al 22 luglio, nelle sonnolente campagne del Gelderland, la zona rurale più ad est dei Paesi Bassi e della provincia di Anversa, in Belgio. All’alba, le autorità per la sicurezza alimentare dei due Paesi fanno contemporaneamente irruzione in diversi anonimi capannoni dell’industria agro-alimentare locale. Ma tanto gli olandesi quanto i belgi puntavano, rispettivamente, a due aziende del settore avicolo: Chickfriend e Poultry-Vision. La prima è la società olandese che ha prodotto il pesticida ottenendo all’ingrosso il prodotto mescolato con fipronil dalla seconda, che ha sede in Belgio e si occupa di pulire i pollai eliminando zecche e parassiti, che incidono negativamente sul volume della produzione.

Tanto la Federaal Agentschap voor de veiligheid van de voedselkete (FAVV), autorità per la sicurezza alimentare di Bruxelles, quanto la controparte olandese Voedsel-En Warenautoriteit (NVWA) cercavano conferme a un’informazione che il procuratore di Anversa aveva sul tavolo già da tempo: la presenza di uova contaminate da un pesticida vietato, l’ormai noto fipronil, un prodotto ampiamente utilizzato per animali domestici ma vietato nell’industria alimentare e classificato dall’Oms come “moderatamente tossico” per gli esseri umani. Quelle uova, avrebbero poi accertato nelle Fiandre, provenivano da allevamenti olandesi. Le due autorità non fanno un buco nell’acqua: nel giorno dell’ispezione, i belgi arrestano il proprietario di Poultry-Vision con l’accusa di frode e i colleghi nei Paesi Bassi mettono i sigilli a sei società che producono uova e alla Chickfriend. Il composto utilizzato dalla ditta di Anversa non sarebbe stato pesticida al 100%, ma una miscela di insetticidi consentiti e di fipronil.

Secondo gli inquirenti gli scenari possibili sono due: il primo è che la stessa Chickfriend non sapesse che stava utilizzando prodotti non consentiti, l’altro è che Poultry-Vision abbia offerto un prodotto economico a scapito della sicurezza dei consumatori con il beneplacito della società di Barnveld. Quest’ultima è la versione dell’autorità olandese NVWA, agenzia finita sotto il fuoco incrociato del Parlamento de l’Aja e della Commissione europea per non aver controllato a dovere la qualità delle uova immesse sul mercato unico europeo. D’altronde l’Olanda è il più grande esportatore di uova del continente e uno dei principali al mondo, con una fetta di mercato del 12%. Per questo motivo la gestione della crisi – fin dai primi focolai – a metà tra l’allarmismo e l’invito alla calma, è sembrata a tutti molto amatoriale. A partire dalla manciata di codici di uova da non mangiare pubblicati il 1° agosto sul sito di NVWA e dalle poche informazioni comunicate: sentita da IlFattoQuotidiano.it lo stesso giorno, l’autorità olandese aveva minimizzato tanto i rischi quanto la reale diffusione delle partite contaminate. Se il pericolo per la salute è rimasto comunque sotto la soglia di rischio, l’incidente con l’azienda di provincia è diventato un caso continentale.

(http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/12/uova-al-fipronil-allarmi-negati-e-tagli-ai-controlli-la-gestione-amatoriale-della-crisi-di-olanda-e-belgio/3790221/)

Qualcuno mi dirà: ma Della Volpe non lo sai che dal 2012 le galline non si possono più allevare in batteria?

C’è infatti una disposizione europea, ma che sfortunatamente non è rispettata nella maggior parte dei paesi.

Dice la LAV (http://www.lav.it/download.php?t=files&id=4453)

Ogni anno sul territorio dell’Unione Europea vengono allevate oltre 400 milioni di galline ovaiole, circa il’68% delle quali sono rinchiuse nelle gabbie di batteria degli allevamenti intensivi. La natura sterile e altamente restrittiva di queste gabbie non consente alle galline di esprimere la maggior parte dei normali modelli di comportamento, quali la ricerca del foraggio, la cova delle uova nei nidi, beccare sul terreno, distendere le ali. La mancata soddisfazione di tali primari bisogni determina negli animali un alto grado di frustrazione e stress.

Ogni gallina dovrebbe avere a disposizione uno spazio di soli 550 cm2, ma molto spesso, in violazione delle leggi, tale spazio è addirittura di 450 cm2, di poco inferiore a quello di un foglio a A4, nel quale è impossibile per l’animale compiere movimenti naturali, stirarsi, aprire le ali o semplicemente girarsi nella gabbia senza difficoltà. L’impossibilità di soddisfare bisogni etologici primari, unita all’elevato livello di produzione di uova cui sono sottoposti questi animali, determina nelle galline di batteria fragilità delle ossa e molte di loro soffrono per la rottura delle stesse nell’arco della vita di circa un anno, prima di essere inviate al mattatoio.

La Direttiva Europea del 1999 sulla protezione delle galline ovaiole negli allevamenti ha introdotto il bando delle gabbie di batteria convenzionali a partire dal 1° gennaio 2012. La Direttiva rappresenta una storica vittoria per il movimento animalista, ma l’enorme miglioramento delle condizioni di vita degli animali che questa comporta è minacciato dall’industria avicola, che chiede di ritardare ulteriormente il bando delle gabbie di batteria. L’industria è preoccupata dalla crescita dei costi ma la Commissione Europea, con un apposito studio sull’impatto della Direttiva, ha dimostrato che tali preoccupazioni non hanno ragion d’essere. L’industria avicola ha avuto ben 11 anni di tempo per organizzare una riconversione ma quasi nulla è stato fatto anzi, sono state perseguite politiche volte a posticipare tale data e ad ostacolare in ogni modo tale cambiamento.

Mentre è facile capire se le uova come tali provengano da una zona o da un’altra (il codice di provenienza è stampato su tutte le uova) è praticamente impossibile capire da dove provengano i derivati delle uova; la legge non protegge il cittadino su questo aspetto se non indirettamente.

Dice un esperto di questi temi Rolando Manfredini di Coldiretti:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/11/uova-contaminate-scandalo-detichetta-e-di-sostanza-coldiretti-lue-e-debole-e-incline-alle-ragioni-della-grande-industria/3789932/

E’ soprattutto una storia che si ripete col consumatore, che è il terminale ultimo di tutta la filiera produttiva, lasciato solo e senza possibilità di difesa. Nel caso specifico può cautelarsi dall’assumere le uova contaminate guardando il Paese d’origine sull’etichetta. Per tutti i prodotti derivati e lavorati però non c’è niente di simile: o prende le uova e si fa in casa la pasta e le merendine oppure deve fidarsi. Noi consigliamo sempre di rivolgersi a un produttore della filiera corta. Ma altri consigli non so darne, perché autorità e istituzioni non danno altre certezze”.

Perché in Europa la battaglia per avere una tracciabilità totale degli ingredienti non è mai passata. “Bruxelles l’ha vista come una sorta di attentato alla libera circolazione delle merci. Concetto che nasconde in realtà l’interesse degli industriali della trasformazione a potersi rifornire dove meglio credono e meno spendono, senza dover dare indicazioni. Tantomeno al consumatore finale”. Ed ecco servito il pasticcio perfetto: se l’uovo tossico è entrato nel circolo nei lavorati vai a sapere dove è finito.

“In realtà le autorità sanitarie europee hanno i mezzi per ricostruirlo e lo stanno facendo, come dimostrano i sequestri. Ma quello che non può farlo è chi se le deve mangiare, il cittadino” dice Manfredini che la sa lunga e con l’occhio addestrato unisce i puntini spazio-temporali. “Mi fa rabbia che queste cose succedano sempre negli stessi Paesi. Sarà un caso? Mi indigna come le autorità olandesi abbiano dichiarato in un primo momento che era stata rilevata una presenza ma che non c’erano problemi, in un secondo che il prodotto poteva essere moderatamente pericoloso e infine che quello stesso prodotto è molto pericoloso per i bambini. Insomma le informazioni centellinate, tardive, contraddittorie sembrano rese apposta per coprire delle responsabilità. Idem in Italia, dove il Ministero della Salute dice che non c’è alcuna partita alimentare contaminata e poi passa ai sequestri”

Sorvoliamo sulle sciocchezze tipo i titoli “uova infette” usato da RaiNews che dimostrano solo la confusione e l’ignoranza di chi li ha scritti ed usati. Contaminate al più, ma certo non infette.

La questione chiave non è la Chimica cattiva, le uova “infette” di fipronil come scrive beceramente Rai News, ma l’uso improprio di sostanze vietate a scopi di profitto. E’ il profitto non la chimica il responsabile di questa situazione, un profitto che condiziona anche le leggi europee e i controlli sulla loro applicazione; cosa aspettano i nostri politici ad OBBLIGARE al loro rispetto? noi chimici dobbiamo denunciare, denunciare, denunciare ogni violazione etica e legale senza aspettare che lo facciano altri.

Mentre tutti i giornali si affrettano a rassicurare che il fipronil non è poi così tossico, quasi nessuno denuncia PERCHE’ esso venga usato, in che condizioni e con che fini; sembra si possa dire, vabbè in fondo non è così tossico questo prodotto di sintesi e poi ce ne siamo accorti in tempo.

Ma scavando la verità è diversa: non è questione di chimica, questo prodotto si usa senza problemi in altri contesti, qua il problema è che chi produce uova e alleva galline non rispetta le regole perchè così fa più soldi e alcuni CRIMINALI non contenti risolvono i problemi prodotti da metodi di allevamento ILLEGALI usando prodotti chimici non permessi.

Il dito indica la Luna , non state a guardare il dito.

Siamo noi chimici PER PRIMI a dover denunciare queste pratiche criminali nell’uso del fipronil, ma, come cittadini, anche le pratiche scorrette di chi non si adegua alle leggi sull’allevamento delle galline.

Tra l’altro meno carne, meno gas serra; l’abbiamo scritto tante volte.

E qui al contrario vale la pena di considerare che milioni di uova mandate al macero sono una oscena distruzione di tonnellate e tonnellate di alimenti che avrebbero sfamato migliaia di persone, ma anche enormi problemi di smaltimento di rifiuti che sarebbe interessante capire se avviene recuperandone alcunchè; i tre furbetti dovrebbero pagare non solo il conto penale ma anche quello ambientale delle loro azioni. Voi che ne dite?

 

One thought on “Il problema non è il fipronil.

  1. Caro Claudio,

    molto bene. Un articolo così dovrebbe essere anche su Repubblica, Corriere, ecc. Io suggerirei di mandarlo a questi giornali aggiungendo che quando hanno problemi che riguardano la Chimica possono rivolgersi a noi per avere informazioni certe e commenti ragionati.

    Grazie,

    Vincenzo

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