L’ architetto dell’invisibile ovvero come pensa un chimico.

Mauro Icardi

Prendo spunto dall’intervista a Marco Malvaldi, che in questi giorni sta presentando il suo nuovo libro “L’architetto dell’invisibile, ovvero come pensa un chimico” per aggiungere qualche mia considerazione personale.

Marco Mavaldi, chimico e scrittore

  In una recente intervista, l’autore parla di alcuni argomenti e temi che ritengo fondamentali, e credo che rappresentino un patrimonio comune ad ogni chimico.

Per prima cosa ( e giustamente) alla domanda sul perché abbia scelto di studiare chimica, risponde con un comprensibile orgoglio, che la chimica è la disciplina scientifica che lo ha formato come persona, e respinge l’immagine stereotipata che dipinge la chimica e come la disciplina dei “brutti sporchi e cattivi che inquinano”.

Decisamente azzeccata la definizione della chimica come linguaggio, dove gli   atomi rappresentano le lettere, le molecole le parole, ed i processi chimici le frasi.

Qui mi sovviene l’analogia con Primo Levi che paragonava la tavola periodica come l’esempio più alto di poesia, con addirittura le rime. Questo nel capitolo “Ferro” de “Il sistema periodico”.

Altra analogia Malvaldi- Levi è relativa alla chimica come materia scientifica, ma che permette di usare le mani. Levi descrive l’imbarazzo di non saperle usare compiutamente nel capitolo “Idrogeno”. “Le nostre mani erano rozze e deboli ad un tempo, regredite, insensibili: la parte meno educata dei nostri corpi”, paragonandole invece a quelle delle donne, delle madri che sapevano cucinare, ricamare, intrecciare i capelli, e suonare il pianoforte.

Malvaldi dichiara che voleva studiare una materia scientifica che gli permettesse di usarle.

Chi ha praticato il Laboratorio credo ricordi con un senso di piacere il momento in cui si è reso conto di avere acquisito la manualità opportuna, di non essere più imbarazzato o pasticcione come agli inizi. Anche questo è parte di una “sensibilità chimica” che è, a mio parere, ampia e diversificata. La manualità in laboratorio ne è una parte, che sarebbe un peccato perdere, o mettere da parte dedicandosi solamente all’analisi tecnica. Curiosamente ne ho parlato solo due giorni fa, trovandomi in pausa pranzo con un chimico che si è seduto accanto a me, in un affollato self service. Chiacchierando ci siamo scoperti colleghi, e non essendo più giovanissimi abbiamo ricordato esperienze comuni. Sia nel percorso formativo, che in quello professionale. Ricordi condivisi, ed anche una stessa delusione nel sapere che parti importanti e fondamentali dell’istruzione superiore in chimica sono stati ormai abbandonati. L’analisi semimicroqualitativa tra le altre, ormai scomparsa dai programmi degli istituti di scuola superiore.

Ritornando a quanto dice Malvaldi nella sua intervista, vale la pena di riportare questo brano :

Un chimico non pensa mai in termini di naturale o artificiale: una molecola è una molecola. Quando sente la frase: Questo fa bene, è tutto naturale, il chimico si gratta: gli viene in mente che anche la cicuta o il veleno dello scorpione sono naturali

Il resto dell’intervista a Malvaldi spazia su molti temi. Il sempre attuale rapporto costi/benefici citando Fritz Haber chimico tedesco che sintetizzò gas per uso bellico, ma sviluppò anche il fondamentale processo di sintesi dell’ammoniaca.

Noto con piacere che continuano ad uscire libri di divulgazione chimica. La ritengo una cosa molto positiva. Per la chimica, ma in generale per una crescita di conoscenza di base di cui dovrebbero beneficiare i non chimici.

Fatta questa considerazione alcuni temi rimangono ovviamente aperti, e sono le sfide della chimica del futuro. La sintesi dell’ammoniaca è stata fondamentale, ma lo sbilanciamento del ciclo dell’azoto è uno dei problemi ambientali da affrontare. Così come quello degli inquinanti persistenti e biorefrattari. Ma quanto abbiamo ottenuto in termini di qualità della vita, e che dobbiamo alla chimica non può e non deve essere dimenticato. Come chimici sappiamo anche praticare l’arte di essere critici e selettivi. Qualità imparate studiando e praticando tecniche cromatografiche, per esempio.

Non credo che si possa e si debba prescindere da questo patrimonio di conoscenza. Adesso come obbiettivo abbiamo quello di custodire il pianeta, e di essere artefici di un cambiamento culturale e metodologico che ci impegnerà molto in futuro.

Ma abbiamo una importante carta da giocare. La consapevolezza che, come dice Marco Malvaldi, una volta che la si scopre, la chimica è una materia che da dipendenza. E io so che è proprio così, perché questa è una situazione che a livello mentale mi capita spesso di provare.

Qui l’intervista a Marco Malvaldi pubblicata sul sito del quotidiano “Il giornale”

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/chimica-linguaggio-e-scrivere-usa-atomi-1464564.html

4 thoughts on “L’ architetto dell’invisibile ovvero come pensa un chimico.

  1. Prego di chiedere a marco malvaldi di controllare nel libro l.architetto dell’invisibile nella pagina 68 non sono invertite le definizioni di catena etilica e metilica. Inoltre l’illustrazione dell’isoprene di pagina 165 a cui sembra mancare un gruppo CH3

  2. Pingback: Accanimento non terapeutico. | La Chimica e la Società

  3. L’impostazione del libro di Malvaldi è ottima. La sequenza con cui vengono presentati i vari argomenti è quella che dovrebbe essere seguita sempre nei corsi di base di Chimica, certamente in quelli dei licei. La lettura è piacevole, come sempre nei libri di questo scrittore. Forse c’è stata un po’ di fretta nella pubblicazione per cui nel testo ci sono alcuni errori, talvolta chiaramente dei refusi, talvolta un po’ più seri. Risulta che l’autore abbia apportato delle correzioni?

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