La Chimica nelle cose. Recensione.

Margherita Venturi.

La Chimica nelle cose – Dal vissuto di un chimico, la materia al di là delle apparenze

Fabio Olmi, PM Edizioni, Collana scientifica Albatros

pag. 246 euro 20

 

Recensione

La collana scientifica Albatros della PM Edizioni consta di due tipologie di libri: una è rivolta a lettori “non addetti ai lavori”, ma curiosi di conoscere il mondo delle scienze, mentre l’altra è dedicata a docenti di discipline scientifiche della scuola secondaria, desiderosi di approfondire e aggiornare le proprie conoscenze.

Il libro di cui vi parlo oggi “La Chimica nelle cose – Dal vissuto di un chimico, la materia al di là delle apparenze” di Fabio Olmi fa parte della prima tipologia; infatti con il suo stile semplice e coinvolgente, senza però perdere mai la rigorosità scientifica, l’autore raggiunge pienamente l’obiettivo di incuriosire anche chi di scienza sa poco o nulla. Sicuramente questa bravura gli deriva dalla lunga esperienza acquisita come docente di scienze al liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Firenze, che l’ha messo di fronte alla necessità di coinvolgere e appassionare i giovani di varie generazioni: ha insegnato per oltre 38 anni!

Ma Olmi non è stato solo un bravo docente; da sempre si è dato da fare per migliorare il nostro sistema scolastico e soprattutto l’insegnamento delle discipline scientifiche, battendosi per introdurre attività laboratoriali e per aumentare le ore di scienze (sforzi che le ultime riforme scolastiche hanno purtroppo totalmente vanificato). Nel lontano 1980 sosteneva già l’importanza di inserire l’educazione ambientale nel curricolo di scienze della scuola secondaria di secondo grado; è stato un propugnatore dell’insegnamento inter- e trans-disciplinare e, forse, il primo docente di scuola superiore a parlare della necessità di affrontare con gli studenti i temi legati ai risvolti sociali della scienza. È stato socio fondatore della Divisione di Didattica della SCI e, in quest’ambito, ha svolto un’intensa attività di ricerca didattica e formazione docenti, fornendo contributi significativi per quanto riguarda le metodologie didattiche delle discipline scientifiche, in particolare della chimica, l’analisi storico-epistemologica dei concetti chimici essenziali, le metodologie e gli strumenti per una razionale verifica degli apprendimenti e per la valutazione delle competenze. Ho avuto il piacere di incontrare molte volte Olmi, soprattutto durante i lavori della Divisione di Didattica, ed ho sempre apprezzato il fatto che non facesse mai pesare “il suo sapere” conservando un atteggiamento riflessivo, quasi umile, ma al tempo stesso signorile, anche nelle discussioni più accese.

Durante il Convegno della SCI, che si è tenuto a Paestum nel settembre 2017, ha ricevuto la Medaglia Gabriello Illuminati per i suoi contributi alla didattica della chimica e, anche in quell’occasione in cui io ero presente, Olmi non si è smentito; ha ringraziato commosso, ma soprattutto si è scusato più volte per il fatto di non poter tenere la relazione richiesta ai premiati; il cardiologo gli aveva infatti assolutamente proibito di subire stess o eccessive emozioni e lui candidamente ha detto: ubbisco agli ordini, anche se la più grande emozione è quella di essere qui a ricevere il premio; certamente il tenere una relazione sarebbe stato il male minore. Come non sentire simpatia e affetto per una persona del genere! Allora, quando a Paestum mi ha regalato, quasi con pudore, il suo ultimo libro, mi sono ripromessa che, dopo averlo letto, ne avrei certamente fatto la recensione ed eccomi qui a mantenere la parola.

Il libro ha una bella prefazione di Giorgio Nebbia, un chimico noto internazionalmente, ormai ultra novantenne, che fa parte del nostro blog e che, per la sua vivacità intellettuale, di anni ne dimostra molti, ma molti meno. Anche per Giorgio provo una grande stima e un grande affetto, non smetto mai di imparare da lui e così è successo per queste due pagine di prefazione; con poche parole è riuscito a sintetizzare l’oggetto e lo scopo del libro: presentare la chimica come la scienza e la narrazione delle “cose” e accompagnare il lettore dalla natura, fonte di tutte le “cose utili” e di ogni “valore d’uso”, ai processi di produzione di materie organiche ed inorganiche, ai processi di uso dei beni materiali e all’effetto di tutte queste operazioni sulla natura e sull’ambiente.

Il libro, quindi, parla di “cose” e questo termine mi piace moltissimo perché rende gli oggetti di varia natura descritti da Olmi, anche estremamente complessi dal punto di vista scientifico, molto vicini alle persone comuni. Infatti come dice l’autore nell’introduzione: ho l’ambizione di rivolgermi ad un pubblico che vuole sconfinare per curiosità dal suo specifico campo … per assaporare e possibilmente gustare qualche semplice digressione chimica che affronta il perché le cose sono in un certo modo, il come e il perché si trasformano e perché sono importanti nella nostra vita.

Lo stile letterario, o meglio il felice artificio (per usare le parole di Nebbia) adottato da Olmi, è simile a quello usato da Primo Levi ne “Il Sistema Periodico”, da Oliver Sacks in “Zio Tungsteno” e da Hugh Aldersey-Williams in “Favole Periodiche” ed è così che il lettore scopre ciò che “sta dietro” alle cose che utilizza quotidianamente, imparando ad apprezzarle e, forse, anche a rispettarle, perchè capisce che nulla si ottiene gratis: c’è il grande lavoro della natura per creare tutte le cose utili e quello dell’uomo, altrettanto faticoso, per riuscire ad usare questo ben di Dio che la natura mette a disposizione.

La prima “cosa” utile di cui parla Olmi è il petrolio; si tratta della sua ossessione giovanile e questa attrazione appare chiaramente quando parla del fascino di poter carpire un segreto custodito dalla terra così bene che in superficie nulla fa trapelare la presenza in profondità dell’oro nero. Nonostante questa “attrazione fatale”, l’autore fa un’analisi oggettiva del petrolio sia come fonte energetica che come materia prima, affrontando vizi e virtù, speranze e delusioni, effetti positivi e negativi dal punto di vista dello sviluppo sociale e dell’ambiente.

Il discorso sulle fonti energetiche continua in altri capitoli. Per quanto riguarda il “Re carbone”, a cui si deve la Rivoluzione Industriale, l’autore si sofferma in dettaglio su come esso si è formato, sul suo uso come fonte energetica e sui problemi sanitari e ambientali connessi, concludendo il tema con una digressione sul grafene. Lo sguardo si sposta poi verso il futuro con il capitolo dedicato alle fonti rinnovabili, in particolare energia eolica e solare, sulle quali sono riposte le speranze per un mondo migliore, anche se ci sono molti problemi ancora da risolvere, come la necessità di disporre di sistemi di accumulo e/o di sistemi complessi di collegamento con le reti elettriche. Questo aspetto, dice giustamente l’autore, rappresenta un collo di bottiglia per l’utilizzo delle fonti rinnovabili; dimentica, però, di dire che c’è un altro collo di bottiglia da superare e che riguarda la disponibilità, purtroppo limitata, dei materiali necessari per convertire le fonti rinnovabili in energia utile.

Un corposo capitolo è dedicato a due risorse naturali che sono sicuramente “cose” indispensabili per la vita: aria e acqua. Qui, prendendo spunto da lavori realizzati con i suoi studenti, Olmi presenta in maniera semplice e accattivante le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua, con particolare riguardo ai suoi stati di aggregazione, chiamati in modo molto azzeccato i “diversi abiti” che l’acqua può assumere, soffermandosi sull’acqua “fossile” intrappolata da migliaia di anni nei ghiacci delle regioni polari da cui è possible ricavare informazioni su quella che era la situazione del nostro pianeta in epoche anche molto lontane; passando poi all’altra risorsa, l’autore analizza la composizione dell’aria e come essa varia allontanandosi sempre più dalla superficie terrestre, introducendo il concetto di atmosfera; parla del continuo movimento dell’aria e dell’importanza che esso ha nel determinare il clima del nostro pianeta; sottolinea, inoltre, come l’aria sia un grande serbatoio di risorse, a cui l’uomo sta attingendo sempre più pesantemente, tanto da aver addirittura intaccato la quantità del suo componente principale, l’azoto. Ovviamente viene anche affrontato il grande pericolo che incombe su queste due risorse: l’inquinamento che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta.

Un altro capitolo tratta del vino, la grande passione di Olmi; la cosa si avverte molto chiaramente dal modo, appunto appassionato, con cui l’autore descrive la cura e la fatica che servono per trasformare l’uva in un buon vino. Leggendo queste pagine mi è sembrato di vedere l’autore aggirarsi fra i suoi filari di viti selezionate per seguire con trepido amore il colorarsi al Sole dei grappoli d’uva e, poi, scendere in cantina per attuare tutte le operazioni necessarie affinché il processo della fermentazione, ben noto ad un chimico provetto come lui e così ben descritto in queste pagine, avvenga in maniera appropriata.

Il libro comprende inoltre tre capitoli espressamente dedicati allo sviluppo tecnologico. Uno riguarda il vetro, la “cosa” più utile e comune per il lavoro del chimico, ma anche la “cosa” più bella e affascinante che è parte integrante della nostra vita; oltre a descrivere il processo che permette di ottenere il vetro, i vari tipi di vetro e le applicazioni più recenti, Olmi affronta l’aspetto artistico, ricordando le vetrate colorate di molte vecchie cattedrali e i moderni grattacieli che grazie a questo materiale possono svettare luminosi e brillanti sempre più in alto verso il cielo. Un altro capitolo è interamente dedicato al cemento: di cosa è fatto, come viene utilizzato, i vari tipi di cemento; come nel caso del vetro, anche per il cemento l’autore si sofferma sulle opere artistiche realizzate in epoche diverse usando questo materiale.

Infine, un capitolo, l’ultimo del libro, tratta dei metalli più importanti dal punto di vista tecnologico, ripercorrendo in un certo qual modo la storia dell’umanità; l’autore infatti parte dal rame e dal bronzo, l’uso dei quali va molto indietro nel tempo, per passare poi al ferro fino ad arrivare ai nostri giorni e alle applicazioni tecnologiche più nuove basate su metalli dai nomi esotici appartenenti alle Terre Rare; fino a qualche tempo fa neanche chi studiava chimica all’università conosceva questi elementi, mentre ora sono i dominatori della scena e i pochi paesi ricchi dei loro giacimenti stanno tenendo in pugno il mondo.

Fra le applicazioni tecnologiche dei metalli c’è anche, purtroppo, quella che riguarda la produzione di armi e l’autore, a questo proposito, ricorda la visita fatta all’ex stabilimento della Società Metallurgica Italiana, diventato ora museo, dove per molti decenni sono stati fabbricati bossoli e proiettili di ogni tipo. Olmi dice di essere stato fortemente colpito da una frase letta nella guida al museo che, con grande enfasi, sottilineava il fatto che, quando era in attività, lo stabilimento ha prodotto munizioni per tutte le forze armate in tutti i conflitti. Il secco “no comment” dell’autore è molto esplicativo, anche perché, se lo stabilimento in questione è stato chiuso, non abbiamo smesso di produrre armi. Infatti, in un articolo molto interessante, uscito il 5 dicembre 2017 e intitolato “È questo il nostro Natale di pace?”, Alex Zanotelli denuncia il fatto che l’Italia si stia sempre più militarizzando, con ben 10 miliardi di euro destinati al Ministero della Difesa, sia per modernizzare le nostre armi che per costruire un sorta di Pentagono Italiano. Forse, o meglio sicuramente, se il nostro paese investisse di più nell’istruzione e nelle fonti rinnovabili, le cose andrebbero molto meglio! Ma lasciando da parte questa questione spinosa e ritornando al capitolo sui metalli, Olmi, molto giustamente, affronta anche un altro aspetto e cioè l’importanza biologica di molti rappresentanti di questa numerosa famiglia, concentrandosi sul rame e sul ferro. Per quanto riguarda quest’ultimo, si parla ovviamente di emoglobina e di quanto lavoro è stato necessario per risalire alla sua struttura e, allora, mi è tornato alla mente un bell’articolo, che ho letto anni fa, sulla figura di Max Ferdinand Perutz, lo scienziato che ha dedicato praticamente tutta la sua vita a studiare la struttura e la funzione biochimica dell’emoglobina, ricevendo per questo suo lavoro il premio Nobel per la Chimica nel 1962.

Mi sono dilungata anche troppo ed è meglio che vi lasci leggere il libro. Cosa dire per concludere? Potrei ripensare a cosa mi e piaciuto di più e cosa mi è piaciuto di meno.

Forse il capitolo che mi ha creato più perplessità è quello dedicato al carbone: è troppo tecnico e anche un po’ distaccato, non a caso Olmi dice di non aver mai avuto un incontro ravvicinato con questa “cosa”; inoltre io non avrei concluso il capitolo parlando del grafene e delle forme allotropiche del carbonio, perché c’è il rischio che chi non è addetto ai lavori confonda il carbone con l’elemento chimico carbonio.

Mi è, invece, piaciuto molto il capitolo sulle fonti rinnovabili, in particolare per i brani di Tiezzi che l’autore ha selezionato e riportato per introdurre il tema; ricordo solo alcune frasi che a mio avviso non dovremmo mai dimenticare: la Terra non va vista come una nostra proprietà da sfruttare, ma come un capitale naturale avuto in prestito dai nostri genitori per i nostri figli, e ancora, la sfida culturale del terzo millennio è una sfida per mantenere per i figli che verranno questa meravigliosa eredità; una sfida scientifica ed etica ad un tempo; una sfida che non ci possiamo permettere il lusso di perdere.

Mi è anche piaciuto molto lo stile colloquiale e coinvolgente che Olmi ha usato, stemperando le nozioni scientifiche, spesso complesse, con aneddoti, curiosità e cenni storici; ma, soprattutto, mi è piaciuto il fatto che in tutto il libro aleggia una grande passione per la chimica. Per Olmi si è trattato di un amore tardivo, nato solo all’università perché, come lui stesso dice: fu una scoperta per me rivoluzionaria di una disciplina che al liceo mi avevano fatto odiare; la ricordo come una materia arida, fatta solo di formule e reazioni “gesso e lavagna”, mai un esperimento in laboratorio, tanti nomi per me privi di significato. Nonostante Olmi abbia dedicato tutta la sua vita a far sì che la chimica venga amata anche fra i banchi di scuola, purtroppo le cose non sono cambiate molto e c’è ancora un tanto lavoro da fare.

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