Il riciclo “di fatto” della plastica.

Claudio Della Volpe

Molti pensano che il riciclo sia fatto una volta che i rifiuti siano separati nei vari cassonetti; poi le famose “mani invisibili”, quelle inventate da Adam Smith, ci penseranno; beh le cose non stanno così.

La separazione dei rifiuti è solo il primo passo, necessario ma non sufficiente; i rifiuti devono poi arrivare in un deposito e successivamente in un luogo di produzione dove l’azione venga perfezionata. (I comuni “ricicloni” non stanno riciclando, stanno solo separando.)

Ora questa strada verso il riciclo è lunga, molto lunga e anche pericolosa per i poveri rifiuti o materie prime seconde, come si dice in politicalcorrettese.

Un esempio di cosa succede ai rifiuti anche nostrani si vede in questo film che potete scaricare o di cui potete vedere qualche fotogramma qui:

La Cina è stata di fatto il deposito intermedio dei rifiuti di mezzo mondo; la cosa dà da “vivere” a un po’ di cinesi ma con qualche problema, tanto è vero che i politici cinesi si sono resi conto che qualcosa non quadrava ed hanno deciso di BLOCCARE, ripeto bloccare, l’import di rifiuti plastici da riciclo dall’Europa dal 1 gennaio di quest’anno di grazia 2018. La cosa ha avuto qualche effetto che adesso analizzeremo brevemente.

Il Corepla (Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo, il recupero degli imballaggi in plastica) scrive in un recentissimo report:

Le aumentate quantità raccolte hanno generato un incremento dei costi di selezione; i costi di recupero sono aumentati in quanto, a seguito della saturazione degli spazi disponibili presso i recuperatori, causata dai volumi provenienti dalla raccolta urbana, sono cresciuti i corrispettivi medi. Questo ha anche generato la necessità di trasferire materiali dal centro-sud al nord, con conseguente aumento dei costi di trasporto.  Laddove ciò non è stato possibile si è reso necessario trasferire del materiale in discarica, con conseguente aumento anche dei costi di smaltimento.”

Dice Il Sole 24 ore: Senza mercato, in Europa i carichi di materiali diventati inutilizzabili vengono deviati verso gli inceneritori affinché almeno vengano ricuperati sotto forma di combustibile di qualità.

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-01-12/la-cina-blocca-l-import-rifiuti-caos-riciclo-europa-160732.shtml?uuid=AELQpUhD

Dunque c’è troppo da riciclare e la plastica finisce in…discarica o nell’inceneritore. (Poi dicono che al classico non si impara nulla? Signori miei questo è un esempio di dialettica hegeliana: la negazione della negazione!)

Ma non solo; molto “riciclo” arriva in depositi di materiale plastico che non riescono a perfezionare il passaggio né verso le fabbriche vere e proprie che sono spesso altrove, casomai in Cina, né perfino verso gli inceneritori.

Sempre il solerte giornale di Confindustria ci avverte:

I pochi impianti italiani di ricupero energetico marciano a tutta forza e non bastano;  in una situazione di forte domanda di incenerimento e di poca offerta di impianti di ricupero energetico le tariffe praticate dagli inceneritori salgono a prezzi sempre più alti, oltre i 140 euro la tonnellata.

Già in ottobre Andrea Fluttero, presidente di un’associazione di imprese del riciclo (Fise Unire), aveva avvertito che «purtroppo sta diventando sempre più difficile la gestione degli scarti da processi di riciclo dei rifiuti provenienti da attività produttive e da alcuni flussi della raccolta differenziata degli urbani, in particolare quelli degli imballaggi in plastica post-consumo».

(notate la raffinatezza di quel “di poca offerta di impianti di ricupero energetico” messo lì con nonchalance! E facciamo altri inceneritori, dai!)

Di conseguenza con o senza l’aiuto di malavitosi compiacenti la plastica prende la via dello smaltimento forzato, della “termovalorizzazione obbligata” tramite incendio doloso; nella seconda metà del 2017 il numero di incendi dei depositi di plastica nella zona Lombardo Piemontese è aumentata di quasi il 50%; difficile dimostrarne la origine dolosa, ma come avviene negli incendi dei boschi c’è qualche traccia e soprattutto i numeri parlano chiaro. (Attenzione anche ai depositi di carta e alle cartiere!).

Potete leggere a proposito un recente e brillante articolo comparso sulla cronaca milanese del Corriere del 3 aprile a firma di Andrea Galli (Milano, il «sistema» degli incendi gemelli: affari sporchi nella terra dei fuochi).

(http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_aprile_03/milano-sistema-incendi-gemelli-affari-sporchi-terra-fuochi-6ab3f2e2-36a0-11e8-a836-1a6391d71628.shtml)

C’è una terra dei fuochi anche nel cuore del triangolo industrializzato, fatta di depositi di plastica (o di carta) che scoppiano anche grazie al divieto cinese, ma non solo, e il cui problema viene risolto bruciando tutto e contando sulle inefficienze o sulle compiacenze dell’apparato statale; l’industria chimica esalta i successi del riciclo, ma i 2700 impianti di deposito plastiche del Nord Italia, sulla via del riciclo, non potendo contare più sulla via della Cina, via alla rovescia, che una volta importava seta ed adesso esporta rifiuti, cercano soluzioni alternative.

Il rischio è che qualcuno (ricordate la frase del Sole citata prima) dica “visto che lo bruciano comunque allora fatecelo bruciare per bene”; col cavolo! rispondo io; la plastica non va bruciata MAI! Riciclare e cambiare la sua produzione e il suo uso.

Dunque paradossalmente il successo della differenziata ha messo in luce un problema serio: la via del riciclo è complessa e costosa; in alcuni casi come il PET, la plastica delle bottiglie di cui abbiamo anche parlato di recente la cosa più o meno funziona, ma di plastiche, al plurale ce ne sono tanti tipi che non sono miscibili fra di loro e il loro riciclo costituisce un serio problema, ancora non risolto.

Paradossalmente il PET è un esempio negativo nel senso che occorrerebbe semplicemente consumarne di meno, usare più acqua del rubinetto e meno acqua da bottiglia, meno acqua minerale. Ma è anche il caso in cui il riciclo viene meglio, il caso guida, anche se con qualche problema di qualità.

Come abbiamo detto altrove il riciclo comincia dalla produzione, la materia deve essere trattata dal momento della prima produzione con l’ottica del riciclo, non si può riciclare tutto (dopo averlo ben mescolato!!!) poichè i costi energetici della separazione, dovuti all’onnipresente effetto del 2° principio della termodinamica sono ENORMI. E d’altronde riciclare non il 100% ma poniamo il 95, non risolve il problema, ma lo sposta nel tempo: 0.9510=0.6 ; se ricicliamo dieci volte di seguito una cosa al 95% alla fine ce ne ritroveremo solo il 60% e dovremo comunque attingere a risorse casomai non rinnovabili o al collasso.

Questo è un analizzatore di colore che separa i flakes di PET (ottenuti per macinazione) per colore, realizzando una parte del costoso processo antientropico di separazione.

La realtà vera è che riciclare è assolutamente necessario, ma COSTA! Servono tecnologie sofisticate e spazio di stoccaggio.

E il costo di questo passaggio epocale al momento non è stato ancora né quantificato né chiarito. Lo spazio grigio viene riempito dalla malavita o da imprenditori di pochi scrupoli. Il successo (inaspettato) del riciclo della plastica deve essere a sua volta “curato” riducendone la produzione e l’uso: imballaggi in numero e quantità eccessivi devono essere eliminati e le tipologie di plastica devono essere scelte con l’occhio al loro fine vita. Per fare un esempio pratico, lo stesso PET nel momento in cui si cerca di esaltarne le caratteristiche aggiungendo altri materiali come nanosilicati, grafene o altri diventa più difficilmente riciclabile; la soluzione non è una strategia supertecno dal punto di vista dello scopo ma molto meno dal punto di vista complessivo dell’economia circolare; cosa faremo quando tutto il PET sarà “caricato” di diversi qualcosa? Sarà ancora riciclabile come adesso?

L’economia circolare non può coincidere col riciclare quello che c’è già, e che si fa come si fa adesso e con i medesimi scopi (mercato, profitto, crescita dei consumi); finora l’industra ha riciclato in quest’ottica (vetro, ferro, alluminio, PET), ma adesso le dimensioni sono diventate planetarie e il metodo tradizionale non funziona più.(D’altronde la “pattumiera” oceanica è satura.)

Ora si deve necessariamente trasformare il contenuto “fisico” dei prodotti e della loro manipolazione e anche in definitiva tutto il nostro rapporto con la Natura: non solo riciclare, ma consumare meno e meglio, riprogettando dal principio ogni materiale ed oggetto che usiamo.

Una rivoluzione. In cui la chimica gioca la parte del leone.

10 thoughts on “Il riciclo “di fatto” della plastica.

  1. vetro, ferro, alluminio, PET…capisco, ma c’è una bella differenza.
    Il primo è riciclabile all’infinito perdendo solo le qualità estetiche, il secondo ed il terzo possono comunque “ricircolare” molto più della plastica, e nessuno dei tre, soprattutto, galleggia!

  2. Beh, la plastica è solo il problema più evidente, più visibile; la questione non è solo che galleggia ma che rilascia componenti in giro, cosa che peraltro fanno tutti, (basti pensare ai componenti di stagno rilasciati fino al 2001 dalle vernici antifouling per il ferro che alteravano i cicli degli invertebrati); e comunque anche se perdi solo qualità estetiche dovrai ricorrere a nuova risorsa o meglio riprogettare l’uso; caro Corrado tu che sei un esperto sai che nel caso del vetro prescindendo dall’umidità e dalla frazione sottovaglio, il vetro dev’essere almeno il 99,85% del materiale per essere riciclato!!!!! ferro e alluminio hanno tanti di quegli alliganti nelle applicazioni spinte che il numero di ricicli è basso, la percentuale è molto meno del 95%; l’unico materiale riciclato al 95 o più è l’oro o forse il piombo delle batterie (il vetro non ci arriva si ferma al 60-80), ma non dappertutto e dunque siamo alle solite: 0.95^10=0.6.

  3. Quanto esperto sia non lo so, ma basta per poter dire che quella percentuale del 99,85% è un limite fittizio, è solo legato alla tipologia di impianti disponibili sul mercato. Ho esperienza diretta dell’inconsistenza di quel limite, facendola semplice posso dirti che già solo triturando a 200um, tutta la tavola periodica può contaminare il tuo vetro senza che tu ne perda le prestazioni chieste nella maggior parte dei casi; a 100um, cosa che a livello industriale facevamo tranquillamente con macchinari autocostruiti, anche le proprietà fisiche del vetro strutturale e delle bottiglie di spumante restano in tolleranza. Si riciclavano addirittura gli “stem” della Philips contenenti il tungsteno delle lampadine. Le proprietà estetiche costringono a riprogettare l’uso solo nel caso in cui del vetro si utilizzi la proprietà di trasparenza, che spesso nell’ambito degli imballi alimentari non è richiesta o è volutamente evitata.
    Sul degrado delle leghe metalliche da “economia circolare” hai perfettamente ragione, ma stai confrontando mele con pere, cioè se per esempio giudichi il degrado di prestazioni dell’alluminio da riciclo, questo è molto minore rispetto al degrado di prestazioni della plastica riciclata, che già al primo riciclo deve essere relegata ad applicazioni poco critiche.
    La differenza fondamentale, come puoi puoi insegnarmi, è che nel caso delle plastiche puoi solo selezionare e non puoi sperare di inventarti tecniche di purificazione, come invece è teoricamente possibile nel caso dei metalli (eliminazione del fosforo dall’acciaio di ex carrozzerie auto etc.)

  4. Sarebbe interessante approfondire anche la relazione tra i dazi statunitensi all’importazione dell’acciaio e l’interruzione cinese dell’importazione di rifiuti. D’altra parte, ameno cinque anni fa il Congresso del Partito Comunista Cinese aveva messo la questione ambientale tra i tre pilastri della politica dello sviluppo di oggi, quindi i nostri politici dovevano aspettarsi che l’oriente avrebbe “chiuso il coperchio della pattumiera”.

  5. Vorrei aggiungere una informazione importante per quanto riguarda l’eccesso di offerta di materie plastiche raccolte. In Italia raccogliamo e ricicliamo anche più di quanto raccogliamo. In Germania raccolgono ma non si sono dotati di una adeguata capacità di riciclo. Dopo che la Cina ha sbarrato la frontiera stanno inondando il resto d’Europa coi flussi che prima venivano lì inviati. Raccogliere e separare costa ma come mai abbiamo partite “sottocosto” di origine teutonica? Chi copre questi costi? Forse qualche altro lettore conosce le risposte.

  6. A mio parere Claudio ha ragione a sostenere che occorre predisporre tutta la catena di produzione in vista del riciclo. Ha invece torto a sostenere dogmaticamente: “La plastica non va bruciata mai”. Penso che invece, in mancanza di soluzioni piu’ lungimiranti, non si debba lasciare la gestione dei rifiuti alla malavita, e bisogni invece dotarsi di incineratori efficienti, sperando che in futuro diventino inutili grazie a una buona politica di riciclo.

  7. Ricavare energia da un derivato del petrolio come la plastica non riciclabile significa a mio avviso solo intercettare il combustibile per un uso intermedio come imballaggio (o altro) e poi recuperarlo per lo scopo primario. Allo stato attuale finché non ci saremo affrancati dal petrolio come fonte energetica questa non mi sembra una bestemmia.

  8. Quando leggo commenti come quelli di Gustavo e di Leone rimango interdetto; Gustavo scrive: bisogna invece dotarsi di incineratori efficienti, sperando che in futuro diventino inutili grazie a una buona politica di riciclo e Leone conferma: Ricavare energia da un derivato del petrolio come la plastica non riciclabile…… finché non ci saremo affrancati dal petrolio come fonte energetica …..non mi sembra una bestemmia. Sono commenti scritti da due tecnici ma che andrebbero benissimo al giornale di Confindustria che infatti come ho citato nel post scrive: I pochi impianti italiani di ricupero energetico marciano a tutta forza e non bastano;  in una situazione di forte domanda di incenerimento e di poca offerta di impianti di ricupero energetico le tariffe praticate dagli inceneritori salgono a prezzi sempre più alti, oltre i 140 euro la tonnellata.
    In sostanza sia il Sole che Gustavo che Leone ci stanno dicendo: dato che la situazione è questa, PlasticChina non vuole più i nostri rifiuti, i gestori dei depositi sono alla frutta e perfino bruciano in modo illegale (così recuperano dalle assicurazioni) l’unica strada è: costruiamo altri inceneritori a patto che siano efficienti.
    Cari Leone e Gustavo (con Confindustria è inutile parlare)  questa scelta sbagliata, l’incenerimento come male minore, l’Italia l’ha già fatta in passato. Le leggi di una trentina di anni fa sullo sviluppo delle rinnovabili introdussero un regolamento “tecnico” denominato CIP6 che incentivò le rinnovabili ed assimilate con un contributo obbligatorio nella nostra bolletta energetica che ha portato 50 miliardi di euro. Il 90% di questa cifra è stato usato per incentivare NON le rinnovabili vere ma le assimilate. In questo modo  i lobbisti di Confindustria smaltirono negli inceneritori immondizia e oli pesanti! Ancora oggi  si oppongono alla incentivazione e allo sviluppo delle vere rinnovabili  e  i governi eseguono, si veda la SEN!
    Confindustria chiede di fatto  il ritorno del CIP6 e voi appoggiate questa richiesta. Del Cip6 parlai in una serie di post anni fa, reperibili sul blog (per esempio : https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/07/28/noterelle-sullenergia-elettrica-parte-2/). 
    Quello che occorre è  CHIUDERE GLI IMPIANTI di plastica NON riciclabile e incentivare a trovare metodi di riciclo per le altre.  La maggioranza della plastica a breve vita che non viene riciclata va in discarica o in terre dei fuochi nostre o altrui. Bisogna cambiare il modello economico,  non proteggere il profitto. Chi produce la plastica deve anche obbligatoriamente riciclarla, ne è responsabile, deve produrre solo ciò che sa di poter riciclare. Le discariche sono piene, l’oceano anche. Questo deve valere per tutto ciò che produciamo. Fuori dall’economia circolare (su cui abbiamo scritto tanti post) c’é solo il disastro ecologico. Penso sia ora che tutti se ne rendano conto.

  9. Pingback: L’insalata insostenibile – Lucifero Vocifero

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