La depurazione delle acque reflue e il problema dell’antibiotico resistenza

Mauro Icardi

Gli impianti di depurazione tradizionali a fanghi attivi sono stati sviluppati negli anni che vanno dalla fine dell’ottocento, fino ai primi anni del novecento. L’invenzione del processo a fanghi attivi è collegato con gli sforzi degli ingegneri inglesi e americani per migliorare la depurazione biologica che fino a quel momento avveniva tramite sistemi a biomassa adesa (filtri percolatori).

Partendo dalla necessità iniziale di diminuire i problemi di odori nelle reti fognarie Arden & Locket notarono che ricircolando il fango formatosi durante il periodo di aerazione dei liquami ,si migliorava l’efficienza di trattamento e di intensità del processo depurativo. Questo sistema tradizionale adesso mostra qualche limite, relativamente alla diffusione di inquinanti emergenti di difficile o, in qualche caso, impossibile degradazione per via biologica. L’altro limite del sistema a fanghi attivi tradizionale è quello legato alla produzione di fanghi, e al loro corretto smaltimento o riutilizzo.

Posto che i fanghi sono il prodotto inevitabile di questa tecnica depurativa in essi si concentrano gli inquinanti rimossi dal liquame depurato, ma anche parte dei nuovi inquinanti.

Studi recenti hanno dimostrato che negli impianti di depurazione, ma anche nei fanghi prodotti dal trattamento possono avvenire processi nei quali aumenta la resistenza antibiotica. Il meccanismo è quello del trasferimento di geni tra batteri non patogeni e batteri patogeni.

La resistenza agli antibiotici da parte dei microrganismi può diventare uno dei principali problemi di salute pubblica. Si stima un aumento di decessi legati a problemi di resistenza antibiotica che potrebbe arrivare a causare 10 milioni di decessi causati da infezioni che i normali antibiotici in commercio non sarebbero più in grado di debellare. Quanto maggiore è il numero di antibiotici utilizzati, tanto più veloce sarà la diffusione della resistenza agli stessi. Quindi ottimizzare l’utilizzo degli antibiotici in ambito agricolo e clinico è il primo passo da compiere.

Contestualmente all’estensione di sistemi di trattamento adeguati delle acque reflue nei paesi che ne sono ancora privi.

Laddove invece i depuratori siano presenti è necessario implementare il trattamento terziario di ultima generazione (sistemi MBR o filtri in nanotubi di carbonio)

Per quanto attiene al trattamento dei fanghi prodotti negli impianti di depurazione occorre implementare sistemi efficienti di trattamento, che igienizzino i fanghi, e ne riducano il potenziale patogeno.

Il trattamento di digestione anaerobica può essere già parzialmente efficace nel ridurre il fenomeno dell’antibiotico resistenza. Per migliorare ulteriormente l’efficacia sarebbe opportuno intervenire sulla gestione di processo dei digestori.

I digestori anaerobici che normalmente lavorano in un range di temperatura favorevole al metabolismo dei batteri mesofili (valori ottimali di temperatura di esercizio 30-35°C), dovrebbero passare al trattamento termofilo (valori ottimali 55-60° C) . Questo favorirebbe una maggior igienizzazione del fango.

Il processo termofilo se associato alla codigestione di matrici organiche esterne, quali frazione umida di rifiuti organici (FORSU) avrebbe anche benefici consistenti nella maggior produzione di biogas . Un circolo virtuoso che in alcuni paesi europei quali Francia e Norvegia è già stato diffusamente sviluppato.

Ma il fenomeno della resistenza antibiotica si verifica anche sui fanghi che sono stati sottoposti al trattamento di disidratazione. Un recente studio pubblicato su “Environmental Science Water & research technology” lo scorso Aprile ha confermato questa ipotesi. Ed ha proposto di estendere al trattamento di disidratazione, ed eventuale essicamento dei fanghi, quello termochimico di pirolisi.

Per verificarne l’efficacia si sono utilizzati come indicatori sia il gene rRNA16s, sia gli integroni di classe 1.

I secondi sono già normalmente utilizzati come indicatori di contaminazione e stress ambientale dovute alla diffusione dell’antibiotico resistenza nell’ambiente.

Le prove di pirolisi eseguite in laboratorio su fanghi provenienti da depuratori municipali hanno rivelato che per esempio il gene del rRNA 16S è stato significativamente ridotto operando con temperature di pirolisi tra i 300 e i 700°C.

Lo studio suggerisce quindi di utilizzare il trattamento di pirolisi come tecnica per ridurre l’antibiotico resistenza nei fanghi da destinare a smaltimento finale, o a utilizzo agricolo. I prodotti ottenuti dal trattamento pirolitico, cioè syngas e biochair, sarebbero riutilizzabili. Il primo come combustibile, il secondo come concime o ammendante per terreni. Il trattamento di pirolisi ridurrebbe nel biochair prodotto in primo luogo la contaminazione da antibiotico resistenza, ma anche la presenza di altri inquinanti indesiderati, quali il PCB e le diossine tra gli altri. Mantenendo solo gli elementi essenziali quali azoto e fosforo. Un modo per contrastare anche lo sbilanciamento dei cicli biogeochimici di questi due elementi.

Come si può vedere dalle premesse, il settore del trattamento delle acque reflue si trova davanti ad alcune sfide primarie. La prima fra tutte è quella di una profonda evoluzione delle tecniche da applicare per trattamenti spinti di depurazione delle acque reflue, che sempre più si caricano di inquinanti emergenti. Ma anche di riutilizzo e corretta gestione dei fanghi prodotti dai trattamenti tradizionali, così da renderli riutilizzabili ed ecocompatibili. La diffusione generalizzata ed ubiquitaria di nuovi inquinanti non può più essere sottovalutata. E il problema dell’antibiotico resistenza è una emergenza in qualche modo sottovalutata. Occorre pensare in termini di lungo periodo. E destinare risorse economiche ed umane a questa rivoluzione del settore. Una rivoluzione tecnica che si collegherebbe idealmente con quella del secolo scorso, che diede il via allo sviluppo e alla maturità tecnica della depurazione delle acque reflue. E a cui, almeno noi abitanti dei paesi occidentali dobbiamo anche una buona parte del nostro benessere e della nostra salute.

Link di approfondimento.

http://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2018/ew/c8ew00141c#!divAbstract

https://www.laboratoriol2a.it/inquinamento-da-antibiotici/

http://verbanonews.it/index.php/categorie/primo-piano/8580-antibiotici-e-metalli-pesanti-nelle-acque-reflue-lo-studio-del-cnr-di-pallanza-pubblicato-da-una-prestigiosa-rivista-scientifica

2 thoughts on “La depurazione delle acque reflue e il problema dell’antibiotico resistenza

  1. Ciao Maura 2 domande: aggiungere la pirolisi non riduce la convenienza economica del processo di recupero energetico dal materiale in entrata al depuratore. E per i detergenti che sono usati con pervasività in ambito domestico, la pirolisi funziona o ci sono altri strumenti?
    Ciao e grazie

    • Per la prima domanda ti posso rispondere che lo studio citato per il momento è ancora a livello di sperimentazione in scala di laboratorio. Come ho scritto andrebbero effettuate anche prove a livello di impianto pilota, e successivamente sperimentazioni in scala reale. Le valutazioni costi benefici si possono trarre solo in questo modo. E’ intuitivo che a monte del processo di pirolisi il recupero energetico debba essere massimizzato. Per i detergenti funziona molto bene il processo biologico convenzionale. in caso di abbattimento ulteriore la filtrazione su carboni attivi può garantire un trattamento completo di depurazione, non solo per i detergenti.

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