La Giornata mondiale dell’ambiente 2018.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Nel 1972 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclamava la Giornata Mondiale dell’Ambiente ,che sarebbe stata festeggiata da quel momento in poi il 5 giugno di ogni anno. Quella di quest’anno è stata ospitata alcuni giorni fa in India, con il tema l’inquinamento dei mari e degli oceani. L’Italia è stata nazione ospitante nel 2015. In ogni caso eventi paralleli si svolgono per la celebrazione in 150 Paesi.

Tornando all’oggi il pericolo maggiore per oceani e mari è rappresentato dalla plastica, un pericolo di vecchia data (si pensi che sono stati ripescati pezzi datati 1950!) in linea con il fatto che ogni minuto nel mondo si acquistano un milione di bottiglie di plastica e solo una piccola parte viene riciclata e che 8 milioni di ton di rifiuti plastici finiscono in mare distruggendo l’habitat sottomarino. A tale distruzione contribuiscono anche le buste di plastica: si pensi che se ne acquistano 500 miliardi l’anno e che ovviamente una parte di esse non può non finire in mare.

La scelta dell’India da questo punto di vista è esemplare in quanto si tratta del Paese con il più alto tasso di riciclaggio. Lo slogan dell’evento è per l’appunto: Combatti l’inquinamento da plastica; se non puoi usare lo stesso pezzo più volte rifiutala.

L’UNEP l’organizzazione mondiale contro l’inquinamento ha giustamente riconosciuto questi meriti all’India, peraltro anche impegnata contro i cambiamenti climatici. L’Italia ha celebrato la Giornata con alcuni eventi, fra i quali di notevole rilievo l’Eataly Lingotto dedicato a valorizzare le eccellenze locali in fatto di letteratura,cucina e musica.

Durante la giornata il WWF Italia ha lanciato le borse della spesa riutilizzabili. A Palermo gli universitari hanno organizzato la festa ribattezzata da Fiorello “Aricugghiemu ‘a plastica” , durante la quale i rifiuti plastici dispersi nell’ambiente sono stati raccolti ed avviati al riciclo.

Ancora in Sicilia è stato lanciato un video “Spiagge plastic free”. A Roma è stato organizzato un incontro pubblico sul ciclo di vita dei materiali

Malgrado questi segnali di rinsavimento viviamo ancora in un mondo nel quale c’è un’”isola” (in realtà un ammasso galleggiante) chiamata Great Pacific garbage patch, fra la California e le Hawaii, costituita completamente da rifiuti di plastica , valutati in 8mila tonnellate. Anche le previsioni non aiutano: nel 2050 secondo alcune proiezioni mangeremo plastica, visto che essa avrà colonizzato le nostre risorse alimentari, soprattutto marine.

Qualche dato incoraggiante c’è e viene anche dal nostro Paese dove il consumo dei sacchetti di plastica si è ridotto del 55% dal 2012, quando ne eravamo i primi produttori.

Il cocktail micidiale fatto di aumento dei consumi individuali e crescita della popolazione mondiale sta facendo saltare il banco, cioè il sistema climatico che garantisce le condizioni di sopravvivenza. Il fatto che dinnanzi a questi pericoli si registrino ritardi di correzione di rotta fa riflettere: forse bisognerebbe più che allarmare educare dando immediata speranza di un restituito equilibrio ai teritori, intervenendo sugli aspetti geopolitici, allineando ragioni ambientali e sociali.

Per finire un altro recente allarme: oltre la plastica gli abitanti della terra, o almeno di parti di essa, sono anche potenti smaltitori di mozziconi di sigaretta nella sabbia, sebbene sia vietato.

I ricercatori che studiano il sito del Golfo Persico hanno rilevato in alcune sue zone livelli di ferro, cadmio, arsenico, nichel, rame, zinco e manganese. I filtri di sigaretta – composti da acetato di cellulosa- fanno da mezzo di trasporto ai metalli negli ambienti marini con effetti disastrosi su piante ed animali e la possibilità di ingresso anche nella catena alimentare.

One thought on “La Giornata mondiale dell’ambiente 2018.

  1. Lo slogan “Combatti l’inquinamento da plastica; se non puoi usare lo stesso pezzo più volte rifiutala” è ben formulato, ma è spesso difficile da praticare. Pensiamo a un supermercato: secondo la recente normativa italiana, i prodotti ortofrutticoli sfusi devono essere pesati e acquistati solo se avvolti nei sacchetti ultraleggeri in plastica, i quali sono monouso e non riciclabili, ma riducibili a compost negli impianti industriali di compostaggio (e non in quelli domestici). Per rifiutare questi sacchetti, i consumatori possono acquistare ortofrutta confezionata in contenitori monouso in plastica, la cui vendita in effetti ha registrato un notevole incremento nel primo trimestre 2018, nonostante il suo prezzo più elevato. Se i sacchetti venduti diminuiscono, la quantità di plastica immessa in commercio per l’asporto dell’ortofrutta in complesso aumenta e il suo impiego non può essere evitato dal consumatore . Altrettanto accade per molti altri prodotti alimentari venduti in sacchetti o contenitori monouso (come lo yoghurt, il formaggio, la carne ecc.). Al contrario, alcuni prodotti di plastica monouso (come i bastoncini cotonati, le posate, i piatti, le cannucce) possono essere evitati; secondo una proposta di direttiva della Commissione Europea saranno in futuro banditi dal mercato. Questa direttiva fa parte della strategia europea che si propone di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica nell’ottica dell’economia circolare. Le normative europee vanno nella giusta direzione, tuttavia le difficoltà da superare sono enormi e meriterebbero un esame dettagliato. Qui mi limito a osservare che più dell’80% della plastica che finisce negli oceani proviene da nazioni in crescita, principalmente asiatiche (Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam, Sri Lanka e poche altre), in cui la raccolta dei rifiuti è sottosviluppata o inesistente. Anche se l’Europa e il Nord America riciclassero il 100% della plastica (cosa impossibile), la quantità dei rifiuti di plastica immessi negli ambienti marini non sarebbe neppure scalfita. Per questo motivo, la strategia dell’UE succitata si prefigge anche di prestare un sostegno internazionale al miglioramento della prevenzione e della gestione dei rifiuti: purtroppo tali misure richiedono tempi medio -lunghi, mentre la produzione e quindi l’immissione della plastica in mare crescono a rotta di collo. Ragionando a mente fredda, ci sono poche ragioni per essere ottimisti.

    Dott. Gaetano Braccini

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